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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 18, 2013

Ginevra Bompiani. La stazione termale

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I ragazzi russi, belli da morire e con le loro gambe nude sono nell’albergo accanto.
E dopo poche pagine, dopo pochi giorni, quegli unici corpi maschili non ci sono più.
Una bambina di nome Lucy, sua zia, e altre due donne che alloggiano insieme nella stessa stazione termale, sembrano le sole protagoniste del libro.
Ma gli uomini ritornano, universo evocato, corpi in dissolvenza: alterità rispetto a cui trovarsi, da cui difendersi, da cui, comunque, sembra impossibile prescindere per definirsi.
 
“La donna non interroga l’uomo. Soffre di essere divisa e invoca lui, come ideale stesso dell’unità. Solo che questo ideale è ciò che lei non è: una”: sono parole della psicanalista Eugénie Lemoine che sembrano dire la ricerca che Ginevra Bompiani fa accadere sulla pagina.
 
La stazione termale (Sellerio, 2012) è un libro che insegue, con una scrittura bambina, naïf, il femminile. Va alla ricerca di un segreto: è la passione che è tale ricerca. Erotismo di un mistero che scivola inafferrabile. Quello che accade è il movimento stesso di rincorsa in cui non si può che restare, in costante tensione.
Vi è una nostalgia all’origine, una privazione che restituisce la fragilità tragica del femminile; non ci sono gli uomini ma è per gli uomini: per una ferita d’amore, per trovare un modo di contenere l’angoscia di una mancanza che, con andamento carsico, attraversa le pagine.
Nella citazione in esergo alla seconda parte del testo c’è, e credo non a caso, una voluta imprecisione (annunciata dal riferimento sommario: “Jacques Lacan, da qualche parte”) che sembra voler marcare il punto di partenza e dare ragione della lacerazione che il libro cerca invano di suturare.
 
“Amare vuol dire dare quel che non si è mai ricevuto”: il “mai ricevuto” che si distanzia dal “quel che non si ha” dello psicoanalista francese, si fa eco di una ferita e insieme promessa di un’impossibile soluzione.
Ma nessuna stazione termale ci salverà dalla morte, dal corpo, dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla sessualità né da quell’unità mancata. E non è vero, come scrive a un certo punto Ginevra Bompiani, che uomo e donna abbiano la possibilità di essere complementari: la donna tende a questo esser una del momento dell’amore, ama proprio questo nell’amore, ma è un’unità fallace, testimoniata dalla scelta dell’autrice stessa di rendere assenti, ancorché ingombranti, i corpi maschili.
 
Lucy, la nipote, afferra per prima il testimone della voce femminile, che passa di mano in mano: voce ora bambina e ora adulta, di Lucy, di Lucia, o ancora di una terza persona che racconta e descrive.
Voce comunque sempre in cerca: la spinta a interrogare e sapere non è la spinta dell’infanzia con le sue domande. Il mistero riguarda tutti e nessun confronto si rivela sufficiente: la zia, i non detti che nasconde, le lacrime, i veli di eleganza che rendono le donne lontane anche se allo stesso tavolo e innamorate le une delle altre.
 
Il movimento è sempre quello di una parola che gira intorno alle cose nel tentativo di afferrarle, le parole parlano dei corpi, si fanno corpo, fino ad essere l’unica possibilità di essere corpo: “non conquistava gli uomini con il corpo, ma con la parola. O almeno così aveva sempre creduto, sorprendendosi quando loro si davano da fare per portarla a letto”.
E tuttavia restano ingenue: incapaci di esaurire e dire bene, perché la scrittura rivela la propria incompletezza e manca sempre la presa.
Ed è questa la sua potenza: frasi brevi che si annodano le une alle altre in uno scivolamento metonimico, perché metonimico è l’oggetto stesso di cui va in cerca. Il femminile non è mai uno: le donne sedute ai tavoli uniti in conclusione del romanzo, le donne che con il loro intrecciarsi di relazioni e memorie lasciano tracce sulla pagina, loro che cercano di prendersi cura della loro bellezza alla stazione termale, di sconfiggere la malattia e il dolore, sembrano sapere bene di essere supplementari e che le terme, come dice l’autrice del romanzo, sono un paradiso “accogliente e bugiardo”. Si cercano per differenze e somiglianze, dagli uomini e tra loro stesse, e ogni donna declina a suo modo la propria risposta.
L’amore l’una per l’altra, allora, non solo le sostiene narcisisticamente, ma è anche il tempo della riconciliazione: con le altre donne che ogni donna contiene, con il mistero che si incarna, con il velo con cui si sceglie di dare volto alla propria mancanza, con l’amore, sia esso l’amare ed essere in errore, o il non amare e soffrire la colpa.
 
Ginevra Bompiani ci racconta con una delicatezza che dell’ingenuità conserva solo i modi e i toni, preziosi, come in una stazione termale si possa inseguire la bellezza ed esorcizzare la vecchiaia, cercare di bastarsi.
Ma non si giunge alla verità, se non a rischio di perdersi.
di Anna Stefi


Nerd pride! La strana vita di Alan Turing

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Dura la vita dei nerd e dei gay nella prima metà del Novecento. Immaginatevi poi una persona che riuniva in sé entrambe le caratteristiche. È questa la storia al centro di Enigma. La strana vita di Alan Turing, il fumetto scritto da Francesca Riccioni e disegnato da Tuono Pettinato che racconta le vicende del grande matematico, padre dell'intelligenza artificiale ed eroe della guerra, e mette insieme nazismo, nerdismo, omosessualità, mele avvelenate, guerra, amore, matematica e codici segreti (Rizzoli Lizard, 120 pagine, 16 euro).
 
Certo, Turing è anzitutto colui che inventò il concetto di “macchina universale”: oggi i computer possono simulare tutto o quasi, dalla tv alla radio, alla macchina da scrivere. E chi non conosce il test di Turing, cioè il modo per distinguere un essere umano da una macchina? Blade Runner non l'avete visto? Sulle equazioni di Turing si basa gran parte della matematica all'opera nell'informatica di oggi. E poi con il suo Colossus è riuscito a decrittare i codici segreti della macchina Enigma usata dalla marina nazista per comunicare segretamente, contribuendo non poco alla sconfitta del Reich. I disegni surreali e cartoonosi di Tuono Pettinato parlano della sua vita pubblica, quella raccontata nei libri di storia. E poi ci sono un sacco di scienzati, da Einstein a Von Neumann, che fanno parte della vicenda di Turing.
 
Ma la parte migliore del fumetto è scoprirne la vita privata e seguirne le disavventure. Povero Turing, un nerd antelitteram, incompreso a scuola, incapace di adattarsi al modo di studiare, parlare, vivere che era richiesto a uno studente dei primi decenni del Novecento. Eppure i nerd ebbero così tanta fortuna, dopo la sua morte. Benjamin Nugent, autore di Storia naturale del nerd (Isbn, 240 pagine, 19,90 euro), sostiene che le fortune pubbliche dei nerd, compresa la nascita dello stesso termine, cominciarono non per caso negli anni Sessanta. Proprio allora lo scienziato, magari fisico o matematico, acquisiva un'importanza sociale inaudita.
 
Erano gli anni successivi al lancio dello Sputnik da parte dei sovietici, quando gli Stati uniti decisero che la supremazia tecnologica era troppo importante per lasciarla al comunismo e investirono, e tanto, in educazione e ricerca. Niente di strano quindi che il nerdismo e tutti i suoi sintomi, anche i peggiori, siano ricomparsi negli ultimi vent'anni, cioè da quando l'informatica è diventata uno dei principali volani dell'economia e da quando i suoi creatori – Page e Brin, Zuckerberg, Woz, Stallman e chi più ne ha più ne metta – sono rockstar. Fai girare soldi o vinci una guerra, e il mondo ti apprezzerà anche se sei un nerd.
 
Ma Turing era anche gay, e troppo nerd per nasconderlo. Anche qui, in anticipo sui tempi. Solo negli anni Sessanta il movimento per i diritti delle e degli omosessuali prese il volo, la data simbolo è il 1969 dei moti di Stonewall, quando migliaia di gay presero a bottigliate la polizia di New York che aveva fatto irruzione in uno dei ritrovi cittadini della comunità.
 
Invece in Enigma si racconta con tutto lo stupore e la tenerezza di un fumetto la vita di un Turing processato e condannato alla castrazione chimica. La sua colpa era la sua omosessualità, e in tribunale si difese dicendo che gli sembrava non ci fosse niente di male. Altro che bottigliate. Dopo mesi di trattamento ormonale Turing era ormai impotente e aveva sviluppato il seno. Fu probabilmente questo a spingerlo al suicidio: nel 1954 ingerì una mela avvelenata col cianuro. Non per caso, a quanto pare, ma perché ossessionato dalla favola di Biancaneve. Il copyright della mela morsicata non ce l'ha certo Steve Jobs. Ah, nel fumetto Hitler è rappresentato come la strega cattiva della favola. Ovviamente Turing è Biancaneve.

Gli autori presenteranno Enigma il 18 gennaio a Milano al Piano Terra. Al Museo della scienza e della tecnologia si può ancora visitare la mostra “Tecnologie che contano. Alan Turing tra macchine e computer” dove è esposta anche una macchina Enigma.

Alessandro Delfanti, doppiozero.com
@adelfanti

  • Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.
    Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.

Oggetti d’infanzia: La buca dell’immondizia


Già la terminologia racconta l’abisso temporale che divide le epoche. Oggi si chiamano Rifiuti Solidi Urbani. Ieri, semplicemente e brutalmente: immondizia. Una parola che evoca da subito un’esigenza di purificazione e catarsi.
Noi andammo a vivere nel condominio in cui ho passato infanzia e adolescenza nel 1963. Era un edificio con pretese, superiore allo standard che mio padre, semplice impiegato di banca, avrebbe potuto permettersi. Ma la proprietaria dell’immobile era una lontana parente e, in cambio dei suoi servizi come amministratore e factotum, la mia famiglia poté soddisfare le sue aspirazioni di avanzamento sociale.
Non ho ricordi di come si sbrigasse la questione dell’immondizia nel casamento popolare in cui abitavamo prima. Ma nella nuova casa c’era la “buca dell’immondizia”. Vale a dire, una colonna verticale che correva per tutto il condominio con aperture a ogni piano dove gli inquilini, aprendo una specie di botola verticale a maniglia, gettavano i loro rifiuti. Tutti. La fisiologia della cosa è curiosa, a pensarci: l’idea era che qualsiasi schifezza tu producessi poteva essere eliminata semplicemente gettandola lì dentro e chiudendo lo sportello. Forse mi sbaglio, ma allora non è che i sacchetti di plastica fossero granché diffusi, per cui uno poteva buttare lì dentro qualsiasi cosa in forma libera. I rifiuti, quindi, cadevano giù per il condotto (noi abitavamo al sesto piano, per esempio) schiantandosi – dove? Questa è una domanda che mi sono posto solo più tardi.
A pensarci, sembra del tutto evidente la assoluta anti-igienicità della pratica: tanto che infatti adesso è vietata. Eppure era diffusa dappertutto: mi capita ancora di entrare in vecchi condomini con le bocchette manigliate, seppur sigillate. Però credo che riflettesse un’inconscia metafora antropologica. Quella colonna era un vero e proprio budello, era l’intestino del condominio. Così come i casigliani espellevano seduti su un water di cui ignoravano cosa ci fosse all’altra estremità, così gettavano i loro rifiuti nelle buche al piano senza preoccuparsi della loro sorte, come deiezioni di cui non dovevano più preoccuparsi.
E così avrei fatto io; ma un giorno mio padre, particolarmente incazzato per fatti suoi (penso adesso), prese malissimo un mio voto non brillante in prima media e pensò bene, come forma di punizione, di prendere una serie di giochi a me carissimi e scaraventarli giù per la buca. Versai calde lacrime e passai una notte insonne: e il giorno dopo, al ritorno da scuola, convinsi mia madre ad accompagnarmi di sotto, all’estremità sconosciuta del budello, con l’intenzione di recuperare i giochi perduti. Lei, combattuta tra schifo spontaneo e pena materna, acconsentì. Scoprii dunque che l’immondizia di tutto il condominio precipitava in uno stanzino di un due metri per due, posizionato appena sopra il magazzino che stava nel seminterrato. Ci si accedeva da una portina di ferro senza chiave. La aprimmo e fummo subito investiti da un’ondata di effluvi di immondizia in fermentazione. Facendoci forza entrammo e provammo a cercarli, i giochi. Scoprimmo così che, in linea teorica, la spazzatura proveniente dall’alto avrebbe dovuto cadere in certi cassonetti predisposti alla bisogna. Ma la forza di gravità e il peso specifico di ogni rifiuto, nonché certe combinazioni chimico-esplosive, producevano effetti più complessi. L’immondizia era sparsa ovunque, in particolare quella di origine liquida pigmentava i muri di schizzi multicolori. Ma quello che dissuase in modo definitivo mia madre fu la presenza di due pantegane lunghe un braccio che presidiavano i suddetti cassonetti.
Tornai nel mio appartamento intristito e con un salutare odio nei confronti di mio padre, che mi venne poi buono negli anni settanta. Ma soprattutto con un pensiero confuso, ma prepotente: “È vero, noi buttiamo tutto nel buco e non ci pensiamo più. Ma ci dovrà pur essere qualcuno che la raccoglie, quella roba…”. E il corollario, per quanto non formulato con queste parole, era: “Che lavoro di merda. Chi è così disperato da farlo?”
Scopro adesso, da chiacchiere con i vecchi, che erano gli spazzini (comunali o appaltati) a farlo. Ma che poi, causa scioperi e rivendicazioni, verso la fine degli anni sessanta ogni condominio fu costretto a impacchettare la sua immondizia e gli spazzini venivano solo a caricarla sui furgoni della Nettezza Urbana. Si creò così un’altra figura professionale del condominio: l’addetto allo stanzino sopra il seminterrato. Mi par di ricordare che in un primo tempo fu un certo signor Beretta, operaio in pensione a cui era stato affittato un bugigattolo già ufficio che dava proprio sullo spiazzo rialzato con il portoncino di ferro. Il signor Beretta si segnalava per un colorito violetto fin dalle prime ore del mattino. Quando lui morì o traslocò, non ricordo, l’incombenza fu passata al genero, un meridionale che aveva messo incinta la figlia.
Insomma, credo che la buca dell’immondizia sia stata, in qualche modo indiretto, lo strumento di una pedagogia sociale. Quanto ai giochi, finirono sepolti sotto tonnellate di immondizia in qualche discarica. Facile metafora di tante altre cose dei miei primi vent’anni di vita.
di Davide Ferrario, Doppiozero.com

ottobre 23, 2012

I falsi difensori del paesaggio che violano la Costituzione

 
Il disegno di legge sulle semplificazioni appena approvato dal Consiglio dei ministri si scontra con un piccolo intoppo: la Costituzione. Il ddl modifica la normativa sui permessi di costruire nelle zone con vincolo paesaggistico.
Ma insiste nella “dottrina Confindustria” secondo cui la tutela del paesaggio è un inutile freno all’edilizia, considerata contro ogni evidenza come il principale motore dell’economia del Paese.

Tre sono gli strumenti escogitati negli ultimi anni per vanificare la tutela del paesaggio in barba alla Costituzione: la devoluzione di fatto ai Comuni delle procedure autorizzative, la diluizione dei pareri tecnici dei Soprintendenti in “conferenze dei servizi” dominate dalle istanze della politica localistica, e infine varie forme di silenzio-assenso (“chi tace acconsente”). È su quest’ultimo punto che interviene il ddl in discussione.

Il silenzio-assenso, nato per tutelare il cittadino dall’inerzia della pubblica amministrazione, non può applicarsi in qualsiasi ambito, e infatti la legge 537/1993 ne escludeva beni culturali e paesaggio. Tuttavia si tentò con ripetuti colpi di mano di rovesciare le carte, in un idillio bipartisan in cui il ddl Baccini del 2005 (governo Berlusconi) e il ddl Nicolais del 2006 (governo Prodi) si somigliano come due gocce d’acqua. In ambo i casi, lo scempio fu denunciato da questo giornale e da altri, bloccando l’iter dei provvedimenti. Ma il governo Berlusconi, già in avanzato stato di decomposizione, portò a segno nel maggio 2011 un colpo di coda, il D. L. 70 (poi L. 106): il silenzio-assenso veniva introdotto modificando il testo unico sull’edilizia e il Codice dei beni culturali. Ora, che cosa fa il ddl Monti? In apparenza migliora la situazione, togliendo dal Codice lo smaccato invito alle procedure di silenzio-assenso. Ma gli apparenti miglioramenti, su cui l’ignaro Ornaghi si auto-elogia a vuoto, non cambiano in nulla la sostanza anzi la confermano fingendo di volerla sanare.

Il dispositivo che risulta dal nuovo ddl, in un labirinto di commi e codicilli, è confuso e farraginoso, ma qualche punto è chiaro. I permessi di costruire nelle aree vincolate vanno richiesti a uno “sportello unico” presso ciascun Comune. Le Soprintendenze, organo a cui la legge affida la tutela del paesaggio, vengono interpellate insieme con le altre ammini-strazioni, e possono essere convocate in conferenze di servizi dove sono ovviamente in posizione minoritaria. Per giunta, il parere dev’essere reso “in conformità al piano paesaggistico” locale, cioè può non tener conto dei vincoli ministeriali, a volte non inclusi nel piano paesaggistico, a volte successivi ad esso. In ogni caso, il parere delle Soprintendenze dev’essere espresso entro 45 giorni; se no, il Comune può decidere quel che gli pare. Con la pistola alla tempia, i Soprintendenti o decidono o perdono ogni potere: di fronte a questo dato di fatto, la dichiarazione del Ministero secondo cui «la nuova norma rafforza la tutela» è irresponsabile. Perché la tutela si rafforzi è indispensabile che vi sia chi la fa: ma le Soprintendenze sono delegittimate dall’incompetenza e dall’inerzia degli ultimi tre ministri, e al 40% coperte per reggenza; i loro funzionari sono in costante calo numerico per carenza di turn-over, hanno un’età media di 55 anni, e sono stati borseggiati da cinici tagli di bilancio, tanto che mancano i soldi per pagare il telefono e per ispezionare il territorio. In queste condizioni, ridurre da 90 a 45 giorni i tempi di risposta è uno sberleffo ai funzionari che provano eroicamente a fare il proprio lavoro.

Fingendo di dar risalto al parere delle Soprintendenze, il ddl Monti le mette in condizioni di minorità, introducendo una nuova versione del famigerato silenzio-assenso: il silenzio-abdicazione. Si demanda di fatto ogni decisione ai Comuni che dappertutto, con un sottobosco di deleghe e subdeleghe, gestiscono il territorio in funzione di manovre elettorali e degli interessi dei costruttori. Ma il silenzio-assenso in tema di paesaggio è contrario all’art. 9 della Costituzione, come ha dichiarato la Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia «il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso» (sentenza 404/1997). Il silenzio non ha di per sé alcun significato giuridico: è il legislatore che sceglie se attribuirgli un significato, e quale. Se il legislatore privilegia l’interesse pubblico a tutelare il paesaggio, attribuirà al silenzio dell’amministrazione il valore di un diniego; se (come nel ddl Monti) gli dà invece valore di assenso o, che è lo stesso, di abdicazione in favore dei Comuni, privilegia l’interesse privato di chi intende devastare boschi, coste, zone archeologiche.

Questo disegno di legge impegna la credibilità del governo e il rispetto della Carta fondamentale dello Stato. Ma l’assalto al paesaggio italiano è, a quel che pare, irrinunciabile: basti pensare alle dichiarazioni (Passera, Ciaccia) sulla cementificazione del territorio con grandi opere da finanziarsi con denaro pubblico, cioè accentuando i tagli alla spesa sociale. Anche il ddl Catania sui suoli agricoli, partito bene, sta intanto cambiando pelle, tanto che secondo l’assessore all’urbanistica della Toscana, Anna Marson, «il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti rischia di produrre nuovo consumo di suolo, anziché ridurlo». La debole risposta del ministro dei Beni culturali non fa notizia: Ornaghi, si sa, ha la genuflessione facile. Con accanimento suicida, si invocano le ragioni dell’economia, le stesse che da trent’anni a questa parte legittimano condoni, sanatorie e piani casa in nome di uno sviluppo che non c’è stato. Come ha scritto l’antichista David Sedley, la passività dei governi rispetto alle pretese leggi dei mercati, sempre più simile a una superstizione, ha la funzione che nell’impero romano ebbe l’astrologia (anche imperatori assai pragmatici non muovevano un dito senza consultare gli astrologi di corte).

Ma la tutela del paesaggio è vitale nel sistema di diritti della Costituzione: è espressione dei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art.2), indirizzata al «pieno sviluppo della personalità umana» (art.3), collegata alla libertà di pensiero e di parola (art.21), alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art.33), al diritto allo studio (art.34), alla tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art.32). Secondo la Costituzione il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata deve essere «assicurata la funzione sociale» (art.42), la libertà d’impresa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» (art.41). Mettiamo dunque sul tappeto questa domanda: l’alto orizzonte di diritti che la nostra Costituzione consegna ai cittadini è compatibile con le (vere o false) costrizioni dell’economia? E se non lo è, come si risolve il contrasto, archiviando la Costituzione o agendo sull’economia e sulla politica? Quale è, su questo punto, la favoleggiata “agenda Monti”?

di Salvatore Settis, Micromega

Darwin in Vaticano

 
Il premio Nobel per la Medicina nel 1978, Werner Arber, nonché presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, ha illustrato al Pontefice e ai membri del Sinodo dei vescovi l'evoluzionismo darwiniano, chiarendo che si tratta di fatti scientifici ormai accertati. Era ora.

Il presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, Werner Arber, biologo premio Nobel per la Medicina nel 1978, ha tenuto il 12 ottobre scorso una relazione sui rapporti tra scienza e fede, presentata al Pontefice e ai membri del Sinodo dei vescovi, nella quale ha illustrato con chiarezza le basi della spiegazione evoluzionistica contemporanea. Il testo integrale è disponibile sul sito dell'Accademia (www.casinapioiv.va). Nel contesto di una riflessione «sulle mutue relazioni e compatibilità tra la conoscenza scientifica e i contenuti fondamentali della fede», Arber ha scelto come esempio di acquisizioni scientifiche essenziali l'evoluzione dell'universo e l'evoluzione della vita sulla Terra, in quanto «fatti scientifici stabilmente accertati».

Il microbiologo dell'Università di Basilea, succeduto a Nicola Cabibbo alla fine del 2010, ha poi spiegato che le variazioni genetiche spontanee e la selezione naturale costituiscono la forza motrice dell'evoluzione biologica. Arber ha elencato anche i molteplici meccanismi di variazione genetica contingente che alimentano il processo selettivo e che rendono conto dell'accumulo di quei cambiamenti microevolutivi che costituiscono il presupposto per l'evoluzione della biodiversità.

In sintesi: l'evoluzione biologica è un fatto e la sua spiegazione è neodarwiniana. Dinanzi a un tale uditorio, sentire che, a fronte di una costante generazione di variazione genetica, «sarà poi la selezione naturale a vagliare e a mantenere quelle rare varianti che procurano un vantaggio funzionale all'organismo» è una novità significativa, una buona premessa per superare fraintendimenti ancora presenti in alcuni settori conservatori del mondo cattolico, che si ritroveranno senz'altro spiazzati da questa presa di posizione autorevole.

La svolta è importante per almeno due ragioni. Con la sua relazione il presidente dell'Accademia pontificia smentisce quanto dichiarava il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, sul «New York Times» del 7 luglio 2005, a proposito della falsità dell'evoluzione per selezione naturale e della «palmare evidenza di un disegno biologico» riscontrabile dagli scienziati. In secondo luogo, dopo anni di confusioni sull'esistenza di presunte «teorie alternative», quello di Arber è un chiarimento salutare. Pur non volendo essere assimilati al creazionismo americano, persistono infatti ancora oggi movimenti d'opinione che rifiutano per motivi religiosi la validità della spiegazione evoluzionistica corrente (che è saldamente darwiniana nel suo nucleo, pur con tutti i profondi aggiornamenti ben puntualizzati da Arber). Il premio Nobel ha sottolineato che esistono altri modi per cercare una compatibilità tra fede e scienza, nella sfera della ricerca personale di ognuno, senza negare le conoscenze scientifiche acquisite.

Con un certo coraggio, ha aggiunto che se Gesù Cristo fosse ancora vivo «sarebbe favorevole all'applicazione di una solida conoscenza scientifica per il bene a lungo termine dell'umanità». In tal senso, «i metodi recentemente adottati nel preparare gli organismi transgenici seguono le leggi naturali dell'evoluzione biologica e non comportano rischi legati alla metodologia dell'ingegneria genetica». Sarà interessante per tutti scoprire quale seguito avranno questi consigli nella comunità alla quale si rivolgono. Forse adesso la serena accettazione dell'evoluzione darwiniana è un po' più vicina.
di Telmo Pievani, Corriere della Sera 
 

ottobre 19, 2012

Italia reloaded. Ripartire con la cultura

 
Alcuni giorni fa si è tenuta alla Kennedy School of Government di Harvard una tavola rotonda dedicata al problema della crescente disuguaglianza sociale ed economica, evidente in tutto il mondo e particolarmente acuta negli Stati Uniti. I partecipanti (quasi tutti economisti) sono stati concordi nel denunciare la serietà della situazione ma non hanno offerto soluzioni e neppure speranze, paralizzati dall’obbligo di dimostrarsi “realisti”, ossia di accettare la mentalità della gente e gli attuali rapporti di forza come fatti incontrovertibili e sostanzialmente immodificabili. “Se magicamente potessimo…” è la formula da loro usata, più volte, per introdurre con cautela (e di fatto delegittimandole) le poche proposte innovative. Oltre che un sintomo dell’egemonia dei paradigmi conservatori, la loro mancanza di coraggio e di idee mi è parsa una chiara conferma del bisogno di cercare altrove gli strumenti pratici e i fondamenti teorici per tornare, oggi, a fare politica, liberandoci dal doppio ricatto delle leggi di mercato (ossia dell’ossessione per il profitto della grande finanza) e delle paure sociali (immigrazione, terrorismo, criminalità). Questo “altrove” è la cultura, non intesa però esclusivamente come patrimonio di opere o conoscenze ereditate dal passato bensì come esigenza creativa, come impulso a fare (sia poesia che arte derivano etimologicamente da parole che indicavano la capacità di produrre). È questo il problema affrontato da Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco, entrambi docenti alla IULM di Milano: per salvare il mondo dall’economia serve cultura; ma come salvare la cultura da sé stessa? Troppo spesso la cultura è infatti solo un dispositivo per definire un’identità, individuale e collettiva, ossia per dirci chi siamo e da dove veniamo, senza nessun interesse o progetto per il futuro. Un caso emblematico sono le città d’arte: bloccate in uno stadio storicamente casuale del loro sviluppo, quasi avessero raggiunto una perfezione non superabile e non alterabile. Non c’è dubbio che la difesa di uno spazio carico di memoria e di storia sia un segno di civiltà, e che il patrimonio architettonico e urbanistico vada protetto dalle speculazioni delle grandi corporation, capaci di leggere il territorio solo in termini di valore immobiliare e direttamente interessate a indebolire le comunità locali – ultimo argine in grado di resistere al loro potere dopo l’abdicazione degli stati. Lo sradicamento sociale genera un consumismo ossessivo, poiché se nulla può essere conservato o tramandato l’unica realtà e l’unica felicità possibili sono quelle, effimere, delle merci e dei prodotti di moda. È tuttavia errato, al limite della complicità, credere che la museificazione delle città, degli oggetti o delle idee sia una strategia efficace. Dietro tale pratica, scrivono Caliandro e Sacco, “c’è la pia illusione che una società, la quale non sia più in grado di produrre e accogliere nuova cultura, sappia conservare e tramandare la cultura che già esiste”. È un punto fondamentale. Ci sono state più discussioni sul nuovo museo dell’Ara Pacis realizzato a Roma da Richard Meier – la prima opera di architettura contemporanea realizzata nel centro storico dalla fine del fascismo – che sulla cementificazione di tutto ciò che circonda quel centro storico, come se la storia o l’estetica riguardassero solo alcune aree designate. L’edificio di Meier può piacere o non piacere ma è un atto culturale: che induce giudizi, riflessioni, coscienza, in altre parole desiderio di approfondire, di intervenire, di dare senso alla propria esperienza. L’opposto di ciò che troppo spesso accade a chi va a visitare un museo: distrattamente e passivamente, sollecitato più che altro dal bisogno di documentare la propria presenza in quel luogo e attratto infatti, più che dalle opere esposte nelle sale (davanti alle quali i turisti si fermano di media meno di un secondo), dalle loro riproduzioni vendute dello shop. È un fenomeno di cui pochi anni fa si è occupato uno storico dell’arte contemporanea, Francesco Antinucci, in un libro che proponeva un uso virtuoso delle tecnologie virtuali (ben diverso da quello comunemente praticato) proprio per correggere la caduta verticale della comprensione della cultura, lo svuotamento della sua funzione privata e sociale. È un rischio che corrono anche le università: a dare ai propri utenti solo ciò che si aspettano, si innesca un circolo vizioso in cui la conoscenza, invece che un processo traumatico di superamento della propria condizione, diventa un rassicurante dispositivo di auto-conferma, in cui i cambiamenti che comunque avvengono (fanno parte dell’inesorabile legge della vita) sono tutti subìti, mai scelti. Per continuare con il caso delle città d’arte, non è vero che esse non mutino: solo che mutano “in modo da incorporare e fare propri gli stereotipi che li riguardano”. Diventano insomma simili alle descrizioni che di loro offrono le guide, non viceversa. Italia reloaded spiega anche le ragioni per cui la società ha bisogno di una cultura proattiva, ed è in fondo la questione con cui ho aperto questa recensione: “la cultura e la creatività sono palestre naturali di preinnovazione”. È un’altra ottima intuizione: non è ragionevole aspettarsi che siano esse a salvare il mondo; chi le carica di questo compito inclina pericolosamente verso una sorta di misticismo culturale. Le soluzioni concrete spettano alla scienza, alla tecnologia, agli stati. E tuttavia nessuna soluzione è possibile senza che sia stato preventivamente creato un ambiente in qualche modo aperto al cambiamento. Tale funzione preparatoria è propria dell’arte, dell’immaginazione, della fiction. Della cultura: indice del tasso di innovazione di una società e insieme palestra o laboratorio in cui imparare a innovare e innovarsi.
di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco, italica.rai.it
Riferimenti:
- Francesco Antinucci, Musei virtuali. Come non fare innovazione tecnologica, Laterza, pp. 129, euro 15,00.

Altre opere di Caliandro e Sacco:
- Christian Caliandro, La trasformazione delle immagini. L'inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-1983, Mondadori Electa, pp. 169, ill., euro 22,00.
- Pier Luigi Sacco, Walter Santagata, Michele Trimarchi, L' arte contemporanea italiana nel mondo. 
   Analisi e strumenti, Skira, pp. 320, ill., euro 30,00

 .Italia reloaded. Ripartire con la cultura di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco

ottobre 13, 2012

Flessibilmente giovani

 
Quali conseguenze ha avuto la flessibilizzazione del mercato del lavoro sui giovani? Sui loro percorsi professionali, e sui loro modi e tempi di diventare adulti e di fare famiglia? Il volume affronta, nel contesto italiano, e in comparazione con quello europeo, la questione dell'instabilità nel mercato del lavoro. Traccia - anche attraverso una originale applicazione della teoria dei giochi alla relazione di lavoro - i possibili sviluppi dei percorsi professionali dei giovani che lavorano con contratti di collaborazione, mostrando come il lavoro a termine, nelle sue varie forme, cambi la natura stessa sia del rapporto di lavoro, sia dei rapporti sul lavoro. Nella sua seconda parte, la ricerca si occupa delle conseguenze della "flessibilizzazione" sulla transizione alla vita adulta, in particolare l'uscita dalla famiglia di origine: tema di specifico interesse in Italia, il paese, fra quelli europei, in cui i giovani lasciano più tardi la famiglia di origine. Osservando, fra l'altro, che in un contesto come il nostro, che offre un basso livello di protezione istituzionale e non ha mai riformato il sistema degli ammortizzatori sociali, sono i giovani con più elevato titolo di studio a rimanere più a lungo in famiglia, durante la ricerca di un lavoro consono alle proprie competenze. L'indagine offre indicazioni attente e preziose, nel momento in cui si discute di come ridisegnare le nuove politiche sociali e del lavoro. 

Il Mulino
 Flessibilmente giovani

"Tricks" di Camus: la geografia sessuale della Parigi anni '70

 
Il sesso inseguito, il sesso consumato, il sesso come scoperta e persino come mappa geografica della Parigi gay. Ecco Tricks, il diario di sei mesi di incontri casuali avvenuti nel 1978, redatto dal prolifico Renaud Camus e per la prima volta tradotto in Italia da Textus — pure con una significativa riduzione dei brani.
"La nostra epoca interpreta molto", scrive Roland Barthes nella prefazione al volume: "ma i racconti di Renaud Camus sono neutri, non entrano nel gioco dell'Interpretazione. Sono come dipinti con un colore uniforme, senza ombre e senza secondi fini."
Vero: se c'è una cifra che segna questo libro, se c'è una luce particolare che lo illumina, è quello della gratuità assoluta. La prosa di Camus si avvicina più alla fotografia che alla narrazione, al mostrare invece che al dire. Il realismo disincantato, l'oggettività minimale della lingua, sono molto più che strumenti tecnici: rivelano un'intera poetica.
"Questo libro tenta di raccontare il sesso", spiega l'autore, "nel caso specifico l'omosessualità, come se questa lotta fosse già vinta e fossero risolti i problemi posti da un tale progetto: tranquillamente. O anche, per parlare come Duvert: innocentemente."
Non bisogna sottovalutare questo avverbio. L'innocenza di Renaud è assenza di pudore, totale apertura, ripetizione priva d'ansie. In effetti, è come se Tricks descrivesse sempre il medesimo incontro. Mette in scena di continuo la stessa ossessione per i dettagli, gli stessi dialoghi fatti di poco (di dove sei, cosa fai, cosa bevi: "le manovre, l'abbordaggio" che tanto piacevano a Barthes), lo stesso anonimato e la stessa fame di carne nuda.
Eppure, paradossalmente, è proprio nel loro essere sostituibili gli uni con gli altri che questi racconti rivelano il loro valore. Si equiparano non perché banalizzati e piatti, ma perché tutti vissuti con la medesima curiosità, la medesima gioia. Nessuno ha l'ambizione di diventare una storia, certo: nasce e muore completo nell'avventura, nel consumo erotico: ma non per questo perde di dignità. Al contrario.
In questo libro si può leggere dunque disinteresse, carnalità pura e persino un certo grado di "accanimento sadiano". Ma anche una strana tenerezza e un'innegabile nostalgia — per "il suo brio, le sue albe, la sua innocenza", come scrive Renaud in una nota redatta anni dopo.

di Giorgio Fontana, Il Sole 24 ore

R. Camus, "Tricks"
Prefazione di Roland Barthes
Traduzione di M. Ferrara
Textus, Collana I Romanzi della realtà


 Renaud Camus è nato a Chamalières nel 1946. È allievo di Roland Barthes. Negli anni Settanta conduce un’intensa vita mondana avendo contatti con Bob Wilson, Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Marguerite Duras e, ancora, con Roland Barthes. Negli anni Ottanta vive tra Parigi e Roma ma viaggia molto in tutto il mondo. È in questi anni che, cronista della rivista «Gai pied», scrive numerosi articoli che saranno riuniti in Chroniques Achriennes (P.O.L. 1984). Dal 1975 ad oggi è autore di numerosi saggi, romanzi e scritti vari. Alcuni tra questi: Travers (Hachette-P.O.L. 1978); Eté (Travers II) (Hachette-P.O.L. 1982); Esthétique de la solitude (P.O.L. 1990); Incomparable (P.O.L. 1999); Du sens (P.O.L. 2002); Journal de Travers (1976-1977) (Fayard 2007); Commande publique (P.O.L. 2007).
 

ottobre 11, 2012

A Torino i capolavori di Degas del Museo d'Orsay

 


Edgar Degas è stato uno dei principali protagonisti della pittura francese della seconda metà dell’Ottocento. Pur condividendo gli ideali impressionisti, assunse tuttavia una posizione del tutto autonoma all’interno del movimento, affrontando differenti temi e padroneggiando le più svariate tecniche di realizzazione.
Pubblicata in occasione dell’esposizione torinese, la monografia presenta una selezione di dipinti, disegni e sculture di Degas che ripercorrono l’intero arco artistico di questo grande maestro, che tanto profondamente ha segnato la pittura europea agli albori dell’età moderna. Grazie ai capolavori provenienti dalle raccolte del Musée d’Orsay (che vanta uno dei nuclei più rappresentativi dell’intera produzione dell’artista) è possibile immergersi nelle atmosfere parigine degli artisti, dei letterati, dei caffè e della musica o nei bellissimi, e poco conosciuti, paesaggi francesi. E poi i soggetti più popolari dell’opera del pittore francese: i cavalli (con il famosissimo Défilé), le ballerine, con opere che spaziano in tutte le tecniche (dall’olio al pastello, alla gouache) con capolavori quali Prove di balletto in scena, Arlecchino e Colombina, Fin d’arabesque, oltre a una raccolta di sculture in bronzo, tra le quali spicca la celeberrima Piccola danzatrice di quattordici anni, scultura alta circa un metro e abbigliata con un tessuto di tulle. Infine il nudo femminile, con opere come  Donna alla toilette che si asciuga il piede, uno dei principali pastelli dedicati da Degas a questo tema, lavoro molto amato dal pubblico.

Mostra a
Torino, Palazzina della Promotrice delle Belle Arti
18 ottobre 2012 – 27 gennaio 2013


Frieze Master & Frieze London - Qui tutta l'arte contemporanea e non solo!

Oggi grande inaugurazione di Frieze London e Frieze Master, confermato il primo nel suo grande appeal artistico/glamour suscita molti consensi anche la novità del secondo, molto ben allestito e con opere di grande levatura. 

Nonostante un cielo cupo, l’afflusso ai due padiglioni è stato, già dall’inizio, folto e variopinto. Articolato e cosmopolita il numeroso pubblico ha riempito le eleganti tensostrutture che hanno accolto anche personaggi famosi. 
Frieze Master è sicuramente un ottimo esempio di nuovo canale che Frieze apre per il suo raffinato pubblico, con la medesima cura e professionalità che ha già funzionato perfettamente con la fiera madre. Si va da Acquavella di New York, con un magnifico Picasso ma non solo, a un bel Canaletto da Robilant + Voena, l’offerta è molto alta e ben articolata. Ottime le presentazioni e gli allestimenti. Sicuramente può tentare di affiancare eventi come Tefaf di Maastricht o la vicina e più contemporanea PAD, alcuni espositori nel dubbio hanno in entrambe un loro stand. Segnaliamo che la galleria italiana Bacarelli Botticelli, Firenze, è stato premiato come il migliore allestimento, trattasi di un’idea semplice, il riuso delle casse da imballaggio su cui sono posti i pezzi medioevali e rinascimentali
Più di cento espositori scelti con un eccellente pedigree che non possono che dare il meglio per quello che sicuramente è già un ampio successo di critica ma soprattutto di collezionisti. 
La fiera madre, Frieze, che festeggia 10 anni di continua crescita, pare comunque non risentire del nuovo venuto. Anche qui il pubblico è molto folto e le gallerie paiono pienamente soddisfatte di essere nuovamente qui, nonostante un cielo poco clemente. Fra le proposte più interessanti XX 
Molto successo sta riscontrando la sezione Frames, con alcune delle proposte più spericolate. 
Non convince del tutto la rassegna di sculture nel Regent's Park, accanto alla fiera, alcune viste troppo recentemente. 
Fra i progetti ideati per l’evento primeggia quello di Joanna Rajkowska dal fumoso titolo Forcing a Miracle.
doattime.blogspot.it


foto : 

Frieze Master - Daniel Katz Gallery London

Frieze London - Grayson Perry, The Adoration of the Cage Fighters (2012), Victoria Miro, London

Libri che diventano Film

 
Vi è mai capitato di leggere un libro che è poi diventato un film? Vi è mai capitato di vedere un film tratto da un libro senza averlo mai letto? E vi è capitato più spesso di apprezzare il libro o la sua versione cinematografica?
Noi Osservatori Esterni vi proponiamo una lista di 10 libri e della loro trasposizione in pellicola.
10 titoli per 10 film: scontro diretto fra letteratura e grande schermo. A voi l’ardua sentenza.

_ Alice Sebold, Amabili resti (2002)
(Amabili resti di Peter Jackson, 2009)

_ James Sallis, Drive (2005)
(Drive di Nicolas Winding Refn, 2011)

_ Arthur Schnitzler, Doppio sogno (1925)
(Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, 1999)

_ Anita Loos, Gli uomini preferiscono le bionde (1925)
(Gli uomini preferiscono le bionde, film muto di Malcolm St. Clair, 1928 / Gli uomini preferiscono le bionde di Howard Hawks, 1953)

_ Henri-Pierre Roché, Jules e Jim (1953)
(Jules e Jim di François Truffaut, 1962)

_ Peter Bradford Benchley, Lo squalo (1974)
(Lo squalo di Steven Spielberg, 1975)

_ Robert Bloch, Psyco (1959)
(Psyco di Alfred Hitchcock, 1960)

_ Winston Groom, Forrest Gump (1986)
(Forrest Gump di Robert Zemeckis, 1994)

_ Isabel Allende, La casa degli spiriti (1982)
(La casa degli spiriti di Bille August, 1993)

_ Michel Houellebecq, Le particelle elementari (1998)
(Le particelle elementari di Oskar Roehler, 2006)

Gli Osservatori Esterni.it

Opere Herakut: street art

Herakut è un collettivo tedesco composto da Hera (la donna, con formazione classica) e Akut (l'uomo, cresciuto con la street art).
I due talentuosi artisti dal 2004 danno forma a opere magnetiche per la loro forza espressiva, animate dal talento e poi sporcate da cupa estasi visiva, rese vive da spray, pennelli e mani che riescono a creare sogni fatti di carne, realtà resa da ammalianti e tristi figure femminili e incubi realizzati con inquietanti animali antropomorfi.
Gli Osservatori Esterni.it

Mo Yan, Nobel per la letteratura 2012

 
È stato premiato per l'allucinante realismo dei suoi scritti. L'accademia svedese assegna il 1,2 milioni di euro del premio del Nobel per la letteratura per la prima volta a un cinese che vive e opera in Cina, dopo che nel 2010 premiò Liu Xiabo con il Nobel della Pace suscitando polemiche e un caso diplomatico.
Mo Yan, 57 anni, ha scritto Sorgo Rosso, romanzo da cui è stato tratto l'omonimo film di Zhang Yimou e la sceneggiatura di Addio mia concubina. Nato in una zona rurale dello Shandong, nel nordest della Cina, rappresenta bene le contraddizioni del suo Paese, lanciato nel ruolo di nuova superpotenza mondiale e nuovo antagonista degli Usa, desideroso di crescita, libertà e riconoscimenti internazionali ma ancora ingabbiato in un sistema autoritario per certi versi molto efficiente ma che comunque pesa sulla sua immagine e gli impedisce, a dispetto degli investimenti milardari, di sviluppare un "soft-power" in grado di competere con la corazzata anglosassone.
Al contrario dell' altro cinese che ha vinto (nel 2000) un premio Nobel per la letteratura, Gao Xingjian, che vive in Europa da più di 20 anni e critica apertamente il regime, Mo Yan vive in Cina e le sue critiche alla società e al sistema politico cinese sono indirette anche se a tratti evidenti, come nel caso del suo recente libro Rane, nel quale mette sotto accusa la politica del figlio unico, in vigore in Cina da oltre 30 anni.
È un intellettuale indipendente ma certo non esplicito come Liu Xiaobo, che ha avuto il Nobel per la pace del 2010 e che sta scontando una condanna a 11 di prigione per aver criticato il sistema a partito unico. "Mo Yan" è un falso nome, che in cinese significa "Non parlare". Il vero nome dello scrittore è Guan Moye. Confermando di preferire un basso profilo, Mo non ha voluto nei giorni scorsi commentare la sua candidatura al premio, limitandosi a dichiarare e Nuova Cina - in modo molto letterario - di non avere "alcuna opinione" in proposito. La sua opera più conosciuta è Sorgo Rosso, il romanzo dal quale il regista Zhang Yimou ha tratto un film di grande successo.
In Italia la sua opera è pubblicata da Einaudi. Come tutti i cinesi della sua generazione Mo ha dovuto interrompere gli studi e dedicarsi al "lavoro manuale" durante la Rivoluzione Culturale. In seguito, si arruolò nell' Esercito di Liberazione Popolare e, mentre era ancora un soldato, cominciò a seguire la sua vocazione di scrittore, tanto da guadagnarsi un posto di insegnate nell' Accademia Culturale dell' esercito. Secondo la sua biografia su Wikipedia, le opere di Mo "sono soprattutto commenti sulla società, ed è stato fortemente influenzato dalla critica politica di Lu Xun (il popolare intellettuale cinese vissuto all' inizio del ventesimo secolo) e dal realismo magico di Gabriel Garcia Marquez".
Dopo il successo di Sorgo Rosso, Zhang Yimou ha realizzato un altro film basato su un racconto di Mo Yan, Happy Times. In seguito, il regista Huo Jianqi ha adattato al grande schermo un' altra delle opere del neo-premio Nobel, White Dog Swing. Mo Yan ha ricevuto numerosi premi letterari, tra cui il Newman prize for chinese literature (2009) e il Mao Dun literary prize (2011).
 © Il Sole XXIV ore

Giallini:“Preferisco i posti in piedi”

 
Per me che arrivavo in moto dai margini della città, barba e capelli lunghi, le ragazze del centro storico erano un mondo a parte. Avevano i nomi delle vie, delle città, delle letterate. Con Flaminia, Ginevra e Porzia, pensavo, avrei fatto strage. Non accadde. Il nostro assalto al cielo era un’illusione. Il tentativo di appropriarsi di qualcosa che non sarebbe mai stato davvero nostro. Gli straccioni conquistano le principesse solo nei film”. Quando ride, mangia e si racconta, Marco Giallini fa rumore. I 50 anni “So’ ancora 49” sono scatti. Gallerie in movimento. Un finestrino felliniano abbassato sulle tette di una popolana “ero piccolo, sul sedile posteriore, lei si appoggiò al vetro e rimasi senza fiato”. Un ricordo con Gina Lollobrigida: “Mio padre non era colto, ma conosceva il cinema. Da piccolo mi portò sul set di Blasetti a vedere la Lollobrigida e una volta, pur di salutare Amedeo Nazzari sulla Nomentana, si fece quasi investire, una cosa proprio brutta”, un’estate mancata: “Mai fatta una vacanza fino agli anni 80. Si stava a casa, raccogliendo i tappi di bottiglia, le balle di fieno, dipingendo i muri”. Nel 2012, con due candidature al David, un Nastro d’argento e un Ciak d’oro, vestito da poliziotto o da cialtrone, la valigia dell’attore sempre aperta, guardarsi indietro è un trucco per non proiettarsi avanti. 
In centro a strage di principesse 
Per aggirare obblighi e divieti. Per non cambiare: “Se Malizia era vietato ai 14, il bidello Carlone ci comprava i biglietti di nascosto. Se non poteva lui, rimediava Aldo, il proiezionista. Laura Antonelli in piedi sulla scala con le cosce all’aria non mi fece dormire per due giorni. Dopo Leone, nel mio immaginario, c’è Salvatore Samperi”. Dopo Romanzo Criminale, Acab e Posti in piedi in Paradiso, il vento ha preso il giro giusto. A Todi, dove colline, strangozzi al vino e salite si alternano in una pace irreale, Giallini recita in Una famiglia perfetta di Paolo Genovese, il regista di Immaturi. “Un mezzo fratello, nonostante tifi per la Lazio”, e ancora stupisce gli amici del passato: “Pietro, detto anche banana, mi telefona sul presto: ‘A Giallo, ma in tv alla fine non c’eri’. ‘Come no, banà? Hanno messo anche la foto tua’ ‘Ma dai, Daria Bignardi ha detto che stava per entrare l’ospite più importante e ho cambiato subito canale’”. L’autoironia,dice“èilsegretopersopravvivere” e poi, serio, cita battute che non ha dimenticato. Noiret, cieco, in Nuovo cinema Paradiso: “Il progresso arriva sempre troppo tardi”, sorpassi sull’Aurelia con Bruno Cortona: “Oggi va di moda l'alienazione, come nei film di Antonioni.” “Hai visto L'eclisse? Io c'ho dormito, 'na bella pennichella”, rifrazioni di un universo visto da vicino. Umile e spaccone. Estremo e solidale. “Le cose dopo tanti anni sembrano più belle”. In periferia “grande dignità, cibo abbondante, genitori belli come il sole”, ci si chiama per nome e non ci si perde di vista. L’equilibrio è un’esclusiva di chi sta in disparte e per decenni, prima che le basette lunghe, gli occhi strettieilvoltoobliquo,dafiglio diputtanaodamissionariofuori contesto, persuadessero i produttori, Giallini è stato fuori dalla porta: “Non mi posso lamentare, ci sono attori bravissimi sparsi nei teatrini di mezzo Paese”. Il cibo, Giallini sembra un reduce di guerra smarrito sul fronte russo, più che un riflesso del passato: “A casa mangiavamo come animali ” somiglia a una voracità esistenziale. A una inconsapevolezza. A un’allegria tardiva. Se non hai avuto prima, potrebbe riaccadere.  

“Pensare troppo è sempre una condanna”

Giallini diffida di ogni moralismo e come insegna l’amato Edward Bunker, lo scrittore favorito, conosciuto, interpretato: “Pensare troppo è sempre una condanna”. Se da ragazzo: “Qualche cazzata si fa sempre”, dividere il letto con gli eredi: “tutte le notti” non gli pesa più: “Fino alla paternità esiste una fila, dopo ne affronti un’altra” e per desacralizzare anche la malinconia basta uno sguardo complice: “Con Mastandrea succede. Magari non parliamo, ma è il pudore di chi si riconosce a naso. È il mio fratello scemo e io il suo”, a Giallini non serve molto altro. Mentre cammina verso l’albergo e fuma avido, ricorda la leva “in una caserma punitiva di Cuneo. Al battaglione, in guerra, avevano rubato la bandiera. Un’onta che gli altri soldati non mancavano mai di farci notare”. Pausa: “Partii con Lallo di Casalbertone, oggi fa il meccanico, ogni tanto lo passo a salutare a Portonaccio, lui si affaccia e urla: ‘A Giallo, li mortacci tua”. Ride. Gli vengono in mente le ragazze con gli occhiali: “Non le capisco” dice: “Non sai mai che carta tirano davvero”. Giallo ha rivoltato il mazzo. La notte non ha odore. Bluffare sempre non si può. 

Marco Giallini sul set di “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovesi

Amoz Oz e la fine di un'utopia

 
Gli otto racconti che compongono l’ultimo libro di Oz Tra amici (Bin Chaverim, traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli) hanno in comune ambiente ed epoca, un kibbutz negli anni cinquanta, e un piccolo coro di personaggi che vengono al proscenio in un racconto e sono di sfondo negli altri. Confermano l’indiscutibile grandezza di quest’autore: asciutti e oggettivi, sono belli in sé – cechoviane storie di disagio, di ricerca, di nevrosi dentro la prova di un modello di convivenza che non è facile sostenere – e mettono senza parere il dito nelle piaghe aperte di un’epoca e in alcune di oggi e di sempre, in un crescendo pacato, privo di grida e furori, che coinvolge e provoca perché dietro queste storie che sembrano banali si mette alla prova la Storia e si muove l’Utopia.
È alla fine che il quadro si chiarisce. Nella penultima novella un ragazzo vorrebbe andarsene (“non ce la faccio più; mi manca l’aria”) ma deve vedersela con le decisioni della comunità e si aggira irrequieto tra le rovine del villaggio arabo distrutto nella guerra, che dà il nome al racconto, ai cui margini il kibbutz ha potuto crescere; nell’ultima muore un giusto che ha dedicato la vita alla diffusione dell’esperanto, e sembra scomparire con lui una generazione che ha creduto in un mondo di fratelli dall’unica lingua. “Non ce ne sono quasi più di persone così”, ma quel “quasi” è molto importante.
Oz non è nuovo a scavi di questo tipo che, a volte senza affatto averne l’aria, mettono in discussione la radice stessa di Israele – la conquista di un territorio, il fondo coloniale dell’impresa nato bensì dalla necessità di un popolo di avere una terra dopo l’immane massacro subito nella seconda guerra mondiale a opera del nazismo e dei suoi complici, e infine il fatto che uno Stato è uno Stato e Israele ha finito per comportarsi esattamente come gli altri Stati dimenticando le sue aspirazioni fondative, gli ideali di coloro che l’hanno voluto e sognato. Ma non è nuovo neanche alla pacata, dolente messa in discussioni di ideali che oltrepassano quelli specifici della storia degli ebrei, anche di quelli che non hanno voluto una patria e hanno accettato l’inserimento o l’assimilazione dentro altri popoli e contesti nazionali partecipando tra Otto e Novecento, in Europa e nelle Americhe, di ideali e di lotte che possiamo ben dire socialisti, sogni di cui partecipò anche la componente più radicale del sionismo. Non possiamo certamente dimenticare l’enorme contributo dato dagli ebrei alla storia dell’emancipazione del movimento operaio e contadino, né che molti di quei militanti, sopravvissuti alle persecuzioni subite specialmente nell’Europa orientale e alle discriminazioni altrove, specialmente durante gli anni crudeli tra le due guerre – l’Urss da utopia socialista a dittatura “comunista”, e infine razzista; il fascismo costola di un socialismo diventato nazionalista; il trionfo in Germania del nazismo o nazionalsocialismo; gli interessi ed egoismi nazionalistici di altri stati che ebbero la loro dimostrazione più evidente e ammonitrice nel corso della guerra di Spagna e nella politica del non-intervento – e infine con la shoah, dovettero spostare e in qualche modo restringere i confini della loro utopia  e accettare i condizionamenti della storia, spostare la loro speranza su Israele pensato come stato parzialmente o potenzialmente socialista,  e dentro il quale il modello comunitario del kibbuz doveva essere, del socialismo, un’attiva e dinamica esemplificazione, il modello di una vita comunitaria tra eguali da praticare subito.
 Dunque Tra amici va molto oltre ciò che narra, con la cechoviana misura e con la cechoviana attenzione ai “piccoli uomini” e alle loro comuni esistenze, come accade anche con altri romanzi e racconti di Oz. Queste vite, queste persone non eccezionali, che hanno scelto (ma non i figli) la forma di vita comunitaria del kibbuz con le sue esigenze e le sue regole, rispondono a un ideale di cui verificano giorno dopo giorno la difficoltà di un’applicazione coerente, le pulsioni individualiste, la diversità dei caratteri e, si presume, delle esperienze passate, e per dirla tutta, i limiti dell’umano. La vita comunitaria è un grande sogno che fa fatica a reggere il peso delle condizioni esterne (economia politica storia) ma anche e soprattutto quello delle diversità umane, dei residui di egoismo (i diritti dell’individuo come i vizi dell’individualismo). È questo che lentamente ci svelano i racconti di Oz, vita per vita, storia per storia, individuo per individuo, fino allo sconsolato finale, che però non è un finale di resa. Quel “quasi” dell’ultima frase non sta lì per caso. La sfida, la scommessa, restano, anche se riguardano, ci pare, il campo dell’utopia e non più quello della storia, e cioè della realtà politica e sociale israeliana, che gli ideali delle origini ha abbandonato da tempo. Il “quasi” è quello delle minoranze e dei singoli che non si arrendono e che non accettano il mondo così com’è. In Israele, in Palestina, in Italia, dovunque.
di Goffredo Fofi, Lo Straniero.net

Vermeer, sobrietà come perfezione

 
IN PERFETTA sintonia con la corsa al recupero – almeno simbolico e formale - di un decoro che possa salvare la faccia del Paese, ha aperto a Roma, proprio di fronte al Quirinale, la mostra dell’anno: importante, strombazzata, supervisitata. Soprattutto sobria, la più sobria che fosse possibile immaginare. Rigorosa, severa, minimalista, antibarocca nel secolo del barocco; iconograficamente laica, o meglio, calvinista: un ritratto preciso della volontà ‘realista’ - piombata da un altro secolo e da un altro Paese (l’Olanda) - di ritrarre il mondo delle cose vere, privo degli orpelli e delle giravolte intrise di devozione, per lasciare spazio ad intimi micromovimenti quotidiani, sentimenti casalinghi, lievi balletti di oggetti e di sguardi furtivi. Il protagonista è una star della pittura mondiale, Johannes Vermeer, nato a Delft nel 1632: pittore sublime, carismatico, dalla biografia misteriosa (con una conversione al cattolicesimo), dalla scarsa e preziosissima produzione (solo 36 quadri certi) e dalla vita breve ma intensa (43 anni e 15 figli). Una panoramica (Vermeer. Il secolo d’oro olandese, Scuderie del Quirinale fino al 20 gennaio 2013) strutturata alternando otto sue tele a quelle di artisti coevi in sezioni di generi codificati dalla pittura olandese. Ma le indagini spirituali di Vermeer, fuggito con altri dalle maestose pennellate delle immagini sacre e rifugiatosi negli interni quotidiani di misteriosa esattezza matematica sono in grado, con maestria, di palesare la presenza di Dio nelle cose. Solo una tela tarda, l“Allegoria della fede” rivela, forse con ironia, un non definitivo distacco da simboli ed esternazioni cattoliche. La mostra, seppur utile e a tratti sublime, non è facile, e per una volta anche gli allestitori hanno tentato la carta della sobrietà: peccato per qualche pannello dal troppo vivace color pastello. 
di Clauda Colasanti, IFQ