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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 16, 2014

A scuola per imparare le lingue, quelle in via di estinzione

L'UNESCO stima che la metà delle 6000 lingue che parliamo oggi spariranno entro la fine del secolo. Sempre più spesso ai bambini a scuola si insegna in una seconda lingua piuttosto che nella loro lingua madre.
IN certi paesi la situazione è preoccupante, solo una manciata di persone detengono il prezioso patrimonio linguistico e culturale della propria lingua d’origine.
In Kenya ad esempio gli Yaaku sono una delle tribù indigene più piccole del mondo. La lingua di questo popolo di 5500 persone sta quasi sparendo perchè questa tribù di coltivatori di frutta e miele l’ha abbandonata per parlare quella dei più ricchi allevatori di mandrie, i Masai, e favorire il commercio dei propri prodotti. A parlare la lingua degli Yaaku sono rimaste solo dieci persone.
Steven Leitiku, 84 anni, ha cominciato però ad insegnare alla sua tribù il loro dialetto dimenticato mentre Mannaseh Matunge ha deciso di organizzare delle lezioni per salvare la lingua.
“E’ molto importante parlare questa lingua perchè così possiamo identificarci come una delle comunità etniche del Kenya” dice Mannaseh Matunge. 
Per salvare questa lingua, un linguista tedesco ha pubblicato anche un vocabolario di Yaaku.

In Ungheria parliamo della questione delle lingue minoritarie con Rita Izsak consulente dell’ONU esperta in diritti umani e problemi delle minoranze. Rita Pensa che la protezione delle lingue minoritarie sia un diritto umano. 
“Come principio base non dovrebbero esserci interferenze nelle lingue, ognuno dovrebbe poter usare la propria lingua in pubblico e in privato senza discriminazioni. E’ una sorta di libertà che dovrebbe essere garantita ai gruppi liguistici, ma la cosa più importante è che ci sono alcuni diritti che vanno assicurati e per fare questo si devono investire dei soldi.” dice Izsak.
Secondo l’UNESCO un’altra lingua che rischia di scomparire è Euskera la lingua madre del territorio degli Eskadi, i Paesi Baschi. IL processo per salvarla comincia a scuola, nelle cosiddette Ikastolas, in cui le materie si insegnano proprio nella lingua basca. Ci sono 103 Ikastolas per oltre 50 mila studenti dai 4 mesi ai 16 anni.
“L’obiettivo del progetto delle Ikastolas è creare cittadini baschi. L’elemento centrale è che imparino l’Euskera, ma anche la metodologia di insegnamento, i programmi didattici e culturali sono molto importanti.” dice Katalin Larrea, un’insegnante.
A Bilbao è attiva la Real Accademia della Lingua Basca per la ricerca e la preservazione dell’Euskera. A cercare di promuoverla sono anche i cosiddetti Bertsolaris, artisti che cantano un verso musicale tipico dell’antica tradizione, il Bersto, improvvisando in questa lingua.
Euronews

Pyotr Ilyich Tchaikovsky: il concerto inaugurale della Verdi secondo un quindicenne

 
"Ma non è un po' kitsch?". Il primo colpo d'occhio di Emil al Teatro alla Scala di Milano non si può dire che induca una reazione di sbigottita riverenza, davanti a uno dei teatri d'opera più importanti al mondo. La risposta del padre – incidentalmente sono io – è che se oggi costruissimo un teatro uguale alla Scala sarebbe kitsch, ma trattandosi di un teatro costruito tra il sette o l'ottocento, riflette il gusto di un'altra epoca. Spiegazione accettata. Intanto comincia la Marcia slava op. 31 di Pёtr Il'ič Čajkovskij. Emil è un adolescente, ha da poco compiuto 15 anni, già costretto  negli anni dal padre a sentire più musica classica di quanto avrebbe voluto, ma tutto sommato la capisce e la gradisce più di quanto avvenga mediamente per i suoi coetanei. Siamo stati domenica 14 settembre al concerto di inaugurazione della stagione dell'orchestra La Verdi, che come da qualche anno a questa parte viene a celebrare l'avvio dell'anno nel tempio della musica milanese. E come già l'anno scorso lo fa con la musica di Čajkovskij, e con un programma interessante anche se in qualche punto non immediato. Il travolgente concerto per violino e orchestra dello scorso anno risuona  ancora nella mente. Alla Marcia seguono il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in Sol maggiore op. 44 (nella versione con i tagli di Siloti) e la sinfonia n. 5 in mi minore, op. 64. Nel caso della marcia si sentono subito il senso di un destino incombente, che si sentirà anche nella sinfonia finale. Chiedo però a Emil se sente i toni militari, mi fa segno di si. I fiati non lasciano dubbi. Quanto al concerto per pianoforte e orchestra chiedo, preso dal dubbio, se gli sembra equilibrato il rapporto tra pianoforte e orchestra. "No – mi riponde – c'è troppo pianoforte". Un' osservazione non peregrina, visto che come riportano le puntuali note del programma della serata Nikolai Rubinstein, aveva ritenuto squilibrato il rapporto tra solista e orchestra, ammettendo però di potersi sbagliare. Nel terzo movimento però non ci sono più dubbi e il giovane pianista Giuseppe Andaloro e l'orchestra diretta dalla scatenatissima Zhang Xian ci trascinano in un vortice mozzafiato. Stupendi anche i momenti lirici dominati dal primo violino, Luca Santaniello, e dal primo violoncello, Mario Shirai Grigolato. Il poco che ne resta di queste parti dopo i tagli di Siloti. 
 Alla seconda parte del concerto arriviamo un po' stanchi, ma la sinfonia n. 5, la sinfonia del destino, entrambi dopo giorni di antinfiammatori per la gola. Però la musica ci tiene avvinti fino alla fine. E il fatto che sui palchi del nobile teatro ci si possa appoggiare con i gomiti per il giovane è una risorsa inaspettata. Usciamo canticchiando il motivo del IV movimento. Anche questo eseguito con strepitoso virtuosismo dall'orchestra milanese, con un risultato sonoro molto più convincente di tante altre interpretazioni un po' "spompe", come si direbbe oggi (non da un quindicenne ma da un trentenne ben collocato).

di Antonio Criscione - Il sole XXIV ore

Segantini e la verità della pittura nascosta tra gli spazi del reale

Segantini La Mostra a Milano 660x330
Si inaugura il 18 settembre nel Palazzo Reale a Milano la retrospettiva di Giovanni Segantini. La mostra si aprirà con una sezione dedicata a documenti e fotografie, cui seguiranno vedute di Milano, ritratti e nature morte fino ai dipinti, forse i più famosi, della vita agreste e delle montagne dell’Engadina. Con oltre 120 opere provenienti da musei e collezioni private di tutto il mondo la maggiore mostra antologica mai dedicata all’artista “ritorno a Milano, Giovanni Segantini”, propone un viaggio attraverso il lavoro del maggiore pittore divisionista italiano, che nacque ad Arco in provincia di Trento il 15 gennaio del 1858.
Dopo un infanzia molto dura causata dalle ristrettezze economiche, con la morte della madre iniziò un periodo travagliato, passando dall’affidamento alla sorellastra, al riformatorio, fino a che il fratellastro Napoleone lo prese con sé e gli offrì un minimo di lavoro nel suo laboratorio fotografico, dove forse iniziò il suo viaggio artistico. Frequentò poi corsi regolari all’Accademia di Brera e strinse amicizia con Emilio Longoni, allora aspirante pittore come lui. Naturalmente l’accademia in quegli anni proponeva il “Verismo lombardo”, e le sue prime prove pittoriche andarono in quella direzione. L’amicizia con Vittore Grubicy, pittore ungherese lo portò a fare esperienze anche nel mercato dell’arte .
Anche se le sue opere riguardavano la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura, la sua ricerca è a nostro avviso tutt’altro che il semplice sforzo di liberarsi dalle pastoie dell’accademia, o un limite come dice G.C. Argan, dettato solo dal “modernismo” come programma scelto aprioristicamente. Non è affatto un ostacolo che impedisce alla sua pittura di essere veramente moderna e sfugge per tanti versi al carattere parascientifico del puntinismo francese e della tecnica divisionista che egli intraprese.
Il suo fare pare anticipare la comparsa di una quarta dimensione pittorica che tormentò la vita del grande Cezanne, conscio a sua volta del fatto di non poter trovare l’essenza di una mela, qualunque fosse il grado di abilità della “mimesi”. Segantini sapeva che l’arte non è imitazione della natura e intuitivamente anche che può esistere solo come arte “riflessiva”, scavalcando le alte considerazioni sia di Platone che di Hegel a tal riguardo, cioè come un tentativo di sfiorare lo spirito per alimentarsi anche del vuoto, del nulla, trovando senso nell’assenza di esso.
Può sembrare una forzatura, ma è come se negli interstizi delle pennellate, “divise” appunto da un piccolo spazio si possa intravedere l’esistenza di quel mondo altro che fino a quel momento era un mondo la cui visione era stata affidata alle arti. Ciò che appare sulla superficie è quello che “appare” nel mondo reale, e rimane ciò che appare, ma quello che rimane, appena percettibile  perché si arriva a dire di un indicibile che è molto vicino allo spirituale, è il vuoto e l’assenza di senso.
Qualcuno più avanti chiamerà quell’assenza la morte dell’arte, ma in fondo tutta l’arte contemporanea vive di questa vicinanza con il vuoto e con la morte, al punto da trovare il senso proprio nell’operare. Questa sparizione della materia, della sostanza, è stata sfiorata anche da Previati, l’altro grande divisionista italiano, ma ne avremo un’idea molto più chiara soltanto molto più avanti, quando si vedranno le sculture di Giacometti, che letteralmente finivano per svanire quasi in un filo di materia.
Sotto la superficie del reale, materico di Segantini molto più al di là dei profili delle montagne e dei paesaggi milanesi, e a distanze siderali dai volti dei ritratti, cercando negli spazi tra le pennellate come nel vuoto tra una lettera e l’altra della parola pittura, si potrà intravedere la quarta dimensione che si allarga nel vuoto dell’assenza e poi nella luce del proprio 
di Vincenzo Pellegino - Blogtaormina

marzo 31, 2014

Daltrey e Johnson, “Going Back Home”: la voce degli Who torna in studio

L'intero disco è una cavalcata mozzafiato, un rhythm and blues schietto e senza fronzoli. Con un'armonica che ritorna spesso a rimarcare il collegamento con la “vecchia scuola”.


Daltrey e Johnson, “Going Back Home”: la voce degli Who torna in studio

L’etichetta dei fratelli Chess – vera e propria pietra angolare per tutto ciò che poi si sarebbe diventato pop music - aveva cessato la sua attività nel 1975, ma oggi rivive grazie a un album appena uscito. Si tratta di “Going Back Home“, che senza dubbio incarna la vera essenza della Chess Records. Nel 2014 si può avere lo stesso vortice di potenza ­ frutto di esperienze e stili di vita – spesso estremi – di artisti come Bo Diddley o Muddy Waters? Roger Daltrey, cantante degli Who e autore insieme a Wilko Johnson del disco appena citato, ammette che “molta musica di oggi è finta, senz’anima. Questo album ha invece una freschezza che può solo arrivare dalle pressioni cui siamo sottoposti quotidianamente”.
Quanto a pressioni, o meglio riguardo al beffardo e dannato sgambetto dell’esistenza, Johnson ne sa qualcosa: da quando gli è stato diagnosticato un cancro al pancreas sembra essere piombato nel macabro gioco della roulette russa. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, ed ecco perché ogni nuova alba strappata ad un aldilà diventa un dono impagabile. Entrambi provano a sdrammatizzare: “Fortuna che non ha scelto di fare la chemioterapia - scherza Daltrey alludendo alla calvizie di Wilko durante un’intervista al mensile Mojo - sarebbe rimasto senza capelli”. “Sarei dovuto morire due mesi fa – ribatte Johnson – avevo abituato la mia mente a quest’idea”. La malattia di Wilko ha accelerato la realizzazione di “Going Back Home“, progetto che era nel cassetto da molto tempo, ma che continuava ad essere rimandato. Il disco è stato registrato in una settimana, allo Yellow Fish di Uckfield, piccolo villaggio nel Sussex. Le canzoni appartengono alla produzione di Wilko (e comprendono anche alcuni brani dell’epoca Dr. Feelgood), ad eccezione della gylaniana “Can You Please Crawl Out Your Window”, qui splendidamente interpretata, dove la voce di Daltrey appare ancora più ruvida e potente.
I versi iniziali della tiratissima title­track di apertura, assumono adesso un sapore tutto particolare. Quel “I want to live, the way I like” ricoperto di rock’n'roll, resta intriso di un profondissimo blues. L’intero disco sarà una cavalcata mozzafiato, un rhythm and blues schietto e senza fronzoli, con la Telecaster di Wilco più graffiante che mai, con un’armonica che ritorna spesso a rimarcare il collegamento con la “vecchia scuola”, la batteria di Dylan Howe che non perde un colpo e le tastiere di Dexys Mick Talbot pronte a creare le tessiture perfette.
L’unico difetto ad un disco del genere lo si trova nell’essere troppo pulito. Si è dedicata troppa attenzione a far sì che i suoni risultassero perfetti, mentre un album di questo calibro avrebbe meritato un approccio più vecchia maniera, una registrazione in presa diretta senza ritocchi successivi, perché questo è ciò che si merita una voce graffiante come quella di Daltrey (la Motown sembra prendere vita in “Keep On Loving You”) o la chitarra di Wilko, splendida, ma troppo pulita per pezzi come “Everybody’s Carrying A Gun”. A parte questa cura eccessiva dei suoni, “Going Back Home” è un album che viaggia ad altissima potenza, concedendosi un solo momento di pura e palese nostalgia con “Turned 21”. E anche qui l’interpretazione di Daltrey è sublime, carica di quella delicatezza e ispirazione che sono una vita vissuta davvero può portare. Questo disco non è solo il sogno di Wilco che si realizza (una collaborazione con Daltrey), ma è la musica che grida alla vita. 
di , Il fatto Quotidiano

Quando Mussolini internò i cinesi: inchiesta su una storia dimenticata

Nel 1940 il Duce ordinò di mettere sotto custodia tutti i cittadini di Paesi nemici presenti in Italia. Ne fecero le spese anche i primi immigrati arrivati dall'Oriente, spediti in due paesini dell'Abruzzo. Terre di Mezzo e il sinologo Cologna ne hanno ricostruito la vicenda

Cinesi Internati

Durante il fascismo 167 cinesi sono stati deportati nei campi d’internamento italiani nella provincia di Teramo. Lo rivelano due elenchi sepolti nei faldoni degli archivi dei Comuni di Tossicia e Isola del Gran Sasso. Li ha riscoperti Terre di mezzo street magazine, che ne parla nel numero appena uscito.
Nel 1940 con un decreto regio Benito Mussolini ordina l’internamento di tutti gli immigrati provenienti dai Paesi nemici o non graditi agli alleati italiani (all’epoca Germania e Giappone). Ci sono rom, slavi, ebrei dell’Europa centrale. E cinesi. Almeno 167, stando agli elenchi abruzzesi. C’era un terzo campo a Ferramonti di Tarsia (Cosenza), dove i cinesi sono stati internati in condizioni peggiori, a quanto raccontano le (poche) fonti storiche. Fino ad oggi si è pensato che fossero in tutto 116, così come scriveva nel 1983 Philippe Kwok, autore del libro “I cinesi in Italia durante il fascismo”, finito nel dimenticatoio ma “riesumato” da Lidia Casti e Mario Portanova nel volume “Chi ha paura dei cinesi” (Bur 2007). “È la fonte da cui tutti sono partiti per ricostruire questa vicenda”, spiega Daniele Cologna, ricercatore di lingua cinese presso l’Università dell’Insubria e socio fondatore dell’Agenzia di ricerca sociale Codici, di Milano. È lui che ha accompagnato Terre di mezzo street magazine nella riscoperta di questa storia. A lieto fine, nonostante tutto.
Nel giugno 1944, gli alleati hanno liberato l’Abruzzo, dando fine all’internamento. Gli internati erano sistemati in abitazioni e ostelli riconvertiti per l’occasione. Le condizioni igieniche erano dignitose, a quanto riportano le fonti dell’epoca. Le abitazioni erano contrassegnate da uno schizzo del volto del Duce accanto alla porta. Gli internati erano liberi di circolare nel territorio comunale e di lasciarlo dopo aver ottenuto il permesso del podestà. Così, molti, una volta liberi hanno deciso di restare nella provincia, dove ormai si erano integrati. Alcuni si sono anche sposati e hanno avuto figli. La comunità cinese della provincia di Teramo, che conta almeno quattro famiglie, è ormai alla quarta generazione. Di cui le ultime tre non hanno mai avuto contatti con il loro Paese d’origine.
Terre di mezzo ha ricostruito grazie a Daniele Cologna la storia di due di queste famiglie. La prima è quella dei Ching Ting. Luigi, classe 1949, ha perso suo padre Ching Ting Shen quando aveva cinque anni. “Non sa nulla della storia di mio padre – racconta a Terre di mezzo -, nessuno me ne ha mai parlato”. Era sempre impegnato con il suo furgone pieno di oggettistica varia e cravatte. Le vendeva soprattutto al mercato di Pescara. C’è sempre stato molto riserbo sulle origini del padre e sul suo arrivo in Italia. Probabile che fosse al Nord prima dell’internamento, tra Milano e Torino. La comunità di Milano, secondo Cologna, risale al 1928 quando attorno all’arena di Milano c’è stata un’Expo di altri tempi. I cinesi si sono poi stabiliti attorno a via Paolo Sarpi, ancora oggi il cuore della Chinatown di Milano.
 di
 

“Snowpiercer” di Bong Joon-ho


Un fantasma s’aggira fra le carrozze dello Snowpiercer, treno ad altissima velocità che sfreccia attraverso le lande innevate del pianeta dopo che una glaciazione ha apposto il sigillo finale alla vita sulla terra. È il fantasma del comunismo che abita i vagoni, soprattutto gli ultimi del treno che contengono ciò che resta dell’umanità. Un treno che non si ferma mai (forse si muove in circolo), alimentato da un’energia che non si esaurisce mai, come la storia d’altronde, nonostante i desideri di quanti non desiderano altro che dichiarare la storia una… storia chiusa.

Ed è curioso come il comunismo, il grande sconfitto del ventesimo secolo, più ancora del nazionalsocialismo forse, continui invece a proliferare come mitologema (comunismo come ciò che abbiamo in… comune?). Come radice di ogni pensiero che provi a immaginare un assetto diverso del mondo, della società e dell’economia.

Il comunismo diventa quasi un racconto, una fiaba, una sorta di possibilità attraverso la quale immaginare un altro mondo. Ed è questa sua fondamentale riluttanza a darsi per sconfitto, se non altro come racconto, il principio attivo del suo contagio contro il quale nessun vaccino neoliberista è riuscito a trovare un rimedio convincente.

E poi, come sostiene da sempre Stephen King, difficile mettere a tacere una buona storia.

Ed è esattamente su questo residuo di comunismo che il mondo occidentale – e non solo – serba nel proprio patrimonio di storie e racconti che Bong Joon-ho costruisce la sua straordinaria saga distopica che è Snowpiercer, tratta dalla bedè francese Transperceneige pubblicata da Casterman.

Punta di diamante della cinematografia sudcoreana, tra le cinematografie più appassionanti degli ultimi trent’anni (nonostante la proverbiale pigrizia della distribuzione italiana), Bong Joon-ho è un regista parsimonioso che nel corso della sua carriera ha realizzato a partire dal 2000, anno del suo esordio, solo cinque lungometraggi e una manciata di corti e medi (tra i quali il segmento del film Tokyo! realizzato in collaborazione con Leos Carax e Michel Gondry).

Autore del tipo difficilmente immaginabile dalle nostri parti, uno di quelli che non teme di sporcarsi le mani realizzando “film di mostri” come il magnifico di The Host o di andare a scavare negli anfratti più bui e dimenticati della storia recente sudcoreana come dimostra Memoirs of Murder, Bong Joon-ho è un cineasta dal respiro ampio.

A suo agio sia con storie cucite addosso agli attori che in grado di accogliere le sfide delle tecnologie digitali, Bong Joon-ho, rispetto a Park Chan-wook, che figura anche tra i produttori di Snowpiercer, non possiede ancora l’ambigua aura del regista di “culto” che in genere significa che un cineasta ha esaurito il suo ciclo vitale e che sta riciclando quanto già fatto in passato ma con minore efficacia.

Snowpiercer, in questo senso, nonostante sia interpretato in prevalenza da interpreti occidentali come Chris “Captain America” Evans, Tilda Swinton, John Hurt, Jamie Bell, Alison Pill, Ed Harris, Ewen Bremner e Octavia Spencer, è ben lungi dall’essere una resa nei confronti di richieste esterne alle necessità produttive e creative del film stesso. Anzi il conflitto molto aspro che ha opposto Bong a Harvey Weinstein, distributore statunitense del film, che intendeva scorciare di venti minuti il director’s cut, dimostra esattamente l’opposto considerato che anche un regista del calibro di Wong Kar-wai ha ceduto il suo diritto al montaggio al produttore di Tarantino.

Ovvio che l’approccio di Bong Joon-ho alla favola che non accenna a esalare l’ultimo respiro, il comunismo di cui sopra, è piuttosto disincantato, vivendo lui in un paese diviso in due dove al nord l’autocrazia di Kim Yong-un (che ha studiato a Berna…), terzo figlio di Kim Yong-il, continua la triste saga familiare di spietata oppressione e autarchia politica.

La miseria è reale, gli ultimi, quelli che stanno in fondo al treno, e nemmeno immaginano cosa possa esserci in testa, non hanno altra scelta che avanzare, anche a costo di farsi falciare dalle raffiche delle “forze dell’ordine” del treno.

E man mano che la lunga marcia della rivoluzione nel treno prosegue vagone dopo vagone, carrozza dopo carrozza, non possono non venire in mente le immagini delle rivolte popolari di Sao Paulo, in Brasile, dove orde di persone infuriate hanno dato letteralmente vita a cacce al poliziotto che nemmeno il Carpenter di 1997: fuga da New York o il Castellari de I guerrieri del Bronx avrebbero potuto immaginare.

Bong si tiene attaccato al cuore del mito (o scena primaria…) del comunismo. La rivoluzione, ovviamente, strumento ineludibile per giungere alla testa del treno, si rivela piuttosto poi, come sempre, poco maneggevole quando si scopre che dopo la locomotiva non c’è più un oltre e che lo spazio del treno in qualche modo bisogna gestirlo.

Insomma: quanto Snowpiercer sembra suggerire è curiosamente in sintonia con le riflessioni di Slavoj Žižek contenute nel suo saggio Tredici volte Lenin riferendosi ad alcune posizioni di Badiou e della Arendt, per i quali, stando a Žižek, “la libertà è sempre opposta al dominio dell’approvvigionamento di beni e servizi, al mantenimento delle famiglie e all’esercizio amministrativo, tutti ambiti che non appartengono alla politica vera e propria: l’unico vero luogo per/della libertà è quello che definisce una comunità politica”.

Ed è continuando questa lettura del film sulle tracce di Žižek che riflette su Badiou per il quale “il proletariato non è un’altra classe particolare, ma una singolarità della struttura sociale, e quindi la classe universale in quanto tale, la non-classe tra le classi” che le masse che affollano gli ultimissimi vagoni del treno diventano il mondo tout-court. E questa è una straordinaria intuizione politica di Bong Joon-ho, in linea tra l’altro con l’avanzata proletarizzione del mondo che si può osservare all’opera tra l’altro anche nel sottostimato Elysium di Neill Blomkamp.

Ecco, senza rivelare il finale, occorre ricordare che una delle premesse del film, una glaciazione che uccide non solo la grande maggioranza dell’umanità ma rende il mondo una tabula rasa bianca sembra offrirsi come una possibilità estrema, ultima, definitiva ma comunque fertile per avviare un processo di riscrittura delle leggi che governano o che dovranno governare il nostro vivere insieme. Premessa, insomma, per un’ipotetica rifondazione del patto sociale.

Dunque se proprio si dovesse proiettare un film in Parlamento, dove è noto che son tutti critici cinematografici, pronti a bacchettare selezionatori e (direttori di) festival, questo dovrebbe essere proprio Snowpiercer. Per la serie: dove stiamo andando?, che fare? e così via.

Sono i film come Snowpiercer che si ostinano a raccontare il mondo com’è e come è diventato. D’altronde basta avere occhi per guardare. O meglio: vedere.
 di Giona A. Nazzaro, Micromega
 

20 anni fa moriva Kurt Cobain, ha cambiato il rock contemporaneo

Come stabilito dal coroner, il 5 aprile 1994 Kurt Cobain si è sparato un colpo alla testa nella sua villa di Seattle. Il suo cadavere fu trovato tre giorni dopo da un elettricista, arrivato per installare un sistema d’allarme. Pochi giorni fa la polizia ha diffuso alcune foto inedite delle stanze che hanno ospitato quell’evento terribile: l’atmosfera, il disordine, gli oggetti sono quelli tipici della casa di un tossico. Anche l’uomo simbolo del grunge è caduto vittima della maledizione dei 27 anni: come Jimy Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Winehouse.
Sono dunque passati 20 anni da quel triste giorno di aprile, quando l’uomo che ha cambiato le regole del rock contemporaneo ha deciso di chiudere volontariamente la sua esistenza così faticosa. Infanzia difficile, adolescenza tormentata, rapporti difficili con i genitori separati sono, insieme a una salute malferma, le direttrici su cui si forma la personalità tormentata di Cobain che, nei suoi scritti, ha minuziosamente descritto il suo malessere e la sua rovinosa tossicodipendenza. Per non dire della lettera, trovata accanto al suo cadavere, con cui si è congedato dal mondo senza per questo impedire la consueta ridda di ipotesi sul suicidio-omicidio.
Kurt Cobain è, ed è stato, un’icona suo malgrado. Con i Nirvana era riuscito a sintetizzare quei fermenti musicali che si concentravano a Seattle rendendoli però universali. “Nevermind”, uno degli album rock più importanti della storia, nel 1991 ha clamorosamente portato la musica indipendente in vetta alle classifiche, dando voce alle inquietudini di quella che allora veniva chiamata la Generazione X, come è stata raccontata nel libro di Douglas Coupland. E’ proprio sulla scia di questo clamoroso successo che il grunge ha conquistato il mondo della musica (e non solo).
La fama, il ruolo di leader carismatico sono sempre stati vissuti come un peso diventato un incubo dopo l’attenzione gossippara che il matrimonio con Courtney Love aveva creato attorno alla coppia. Una relazione piena di ombre, segnata dalla comune passione per l’eroina, dalla nascita della figlia Frances Bean e finita quel cinque aprile dopo un matrimonio alle Hawaii, tentativi di suicidio (uno compiuto a Roma), i soliti inutili ricoveri in clinica per temporanei rehab.
La morte di Cobain ha messo fine anche all’avventura dei Nirvana. Krist Novoselic, che era suo amico dai tempi del liceo, è rimasto un po’ in disparte, Dave Grohl si è costruito una fortunata carriera come leader dei Foo Fighters. L’eredità dei Nirvana resta ancora oggi immensa e continua a rappresentare una delle ultime autentiche rivoluzioni del rock degli ultimi decenni. Kurt Cobain, che aveva un talento indiscutibile anche come artista figurativo, e una fonte d’ispirazione non solo per i musicisti: per ricordarlo il 9 aprile uscirà “Nevermind” (Rizzoli Lizard), il nuovo lavoro di Tuono Pettinato (Andrea Paggiaro), omaggio a fumetti di uno degli autori più vista dei comics made in Italy.
di Licinio Germini  http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/licinio-germini-opinioni
 

dicembre 09, 2013

Metti Giotto fuori dalla classe

Più della metà degli studenti non sente parlare di storia dell'arte. Anche nei licei, poche ore. Colpa della riforma Gelmini. Che ha cancellato l'insegnamento.

Qualche ora di geografia è rientrata, per il rotto della cuffia. Ma per la storia dell'arte no, non c'è stato niente da fare. Nonostante una campagna virale degli insegnanti e di Italia Nostra che ha superato le 16 mila firme, testimonial eccellenti e lo stesso ministro della Cultura Massimo Bray schierato a favore, la mobilitazione per riportare in forze l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole italiane è rimasta per ora a bocca asciutta. O meglio, con l'acquolina di una promessa per il futuro, scritta in un ordine del giorno del parlamento che impegna il governo a darsi da fare per riportare e potenziare le ore di storia dell'arte nelle scuole italiane, in particolare alle superiori, laddove è passato tre anni fa lo schiacciasassi della riforma Gelmini. Ma per attuare quella promessa, servirà trovare i soldi. Nell'attesa, gli studenti del Paese con la metà del patrimonio artistico del mondo occidentale continueranno a frequentarlo e studiarlo ben poco, almeno tra i banchi e sui libri di testo.

In Italia non chiediamo a un aspirante tecnico grafico di conoscere un minimo di storia dell'arte; né tantomeno la mettiamo nel curriculum dei ragazzi e delle ragazze degli istituti professionali alberghieri, quelli che dovrebbero accogliere i turisti in visita nel nostro Paese. Non è richiesto di studiare l'abc dell'arte neanche nell'indirizzo Moda dei professionali, per parlare di un altro asset italiano un po' conosciuto all'estero. Con tutta evidenza chi ha rifatto i quadri orari della scuola superiore ha pensato che i ragazzi e le ragazze che vanno a imparare "un mestiere" non abbiano alcun bisogno di sapere di Giotto e Bernini. Al contrario di quel che succedeva prima dell'era Gelmini: per restare alla storia dell'arte nei professionali, c'erano dalle 2 alle 4 ore a settimana per tutti e cinque gli anni nei corsi di grafica, in quelli di moda e di turismo, e negli ultimi due anni dell'indirizzo alberghiero/turistico. Adesso, zero. Mentre sono rimaste due ore a settimana di storia dell'arte nel triennio dell'istituto tecnico turistico - non un'eliminazione completa dunque, ma una riduzione: prima in questi istituti l'arte c'era per tutti e cinque gli anni.

Per farla breve: la storia dell'arte non fa parte della formazione di più della metà degli adolescenti italiani - gli iscritti a istituti professionali e tecnici. «Così mostriamo di considerarli studenti di serie B», commenta Marco Parini, presidente di Italia Nostra, associazione che è stata tra le più attive nella promozione dell'appello per la storia dell'arte nelle scuole: «Certo che serve l'inglese, serve l'informatica, servono gli insegnamenti specifici dell'indirizzo: ma ogni nazione al mondo si preoccupa di formare tutti i suoi cittadini alla conoscenza di quel che più caratterizza la storia e l'identità del proprio paese». Tutti, non solo i liceali.

Ma anche passando ai licei, si vede che l'arte ha perso colpi. Ovviamente, gli studenti dell'artistico continuano ad avere le loro tre ore a settimana di storia dell'arte, per tutto il quinquennio; non c'è più però a loro disposizione l'indirizzo di studio sui beni culturali, con le relative ore di catalogazione e restauro. E in ogni caso, la formazione artistica riguarda un'esigua minoranza di ragazzi: erano il 3,9 per cento degli iscritti alle scuole superiori, nell'ultimo anno. Solo altri due licei hanno adesso storia dell'arte per tutto il corso di studi, e sono il nuovo liceo musicale (0,4 per cento di studenti), e lo scientifico, che ha invece tantissimi studenti (il 22,8 degli scritti nel 2013), ma dove l'insegnamento della storia dell'arte è legato a quello del disegno tecnico - ed è infatti affidato agli architetti e non ai laureati in lettere. Gli studenti del linguistico e del liceo delle scienze umane hanno invece storia dell'arte solo dal terzo al quinto anno; e lo stesso succede al classico, che resta il tempio della cultura umanistica ma che ha poca arte tra i suoi pilastri: sulla carta, non è cambiato molto rispetto a prima; ma nei fatti la riduzione è stata sensibile, poiché sono state abolite tutte le sperimentazioni che, soprattutto in molti licei classici, avevano potenziato la formazione artistica già nel ginnasio.

Il taglio del monte ore artistico ha avuto una ricaduta evidente sull'ultimo concorso della scuola: non è stata messa in palio alcuna cattedra di storia dell'arte, dato che di quegli insegnanti, dopo la cura Gelmini, c'è esubero in tutte le province italiane. In fila nelle graduatorie degli aspiranti professori di storia dell'arte ci sono 2.441 precari per la sola cattedra di arte, 5.847 che possono insegnare arte e disegno.

La protesta per la dieta artistica delle scuole italiane è partita subito dopo l'approvazione della riforma Gelmini; ma si è confusa nel coro delle mobilitazioni contro le tante ore tagliate: geografi e informatici, insegnanti di inglese e francesisti. Finché quest'anno l'appello delle arti sembrava aver sfondato nelle stanze del palazzo: per il rapidissimo successo della petizione a cui hanno aderito i più importanti studiosi del patrimonio culturale (tra i quali Salvatore Settis, Cesare De Seta, Adriano La Regina) e alti dirigenti del ministero, come Anna Maria Buzzi, e di musei, a partire dal direttore degli Uffizi; infine, per il sostegno esplicito dello stesso ministro della Cultura Massimo Bray.

Senonché, quando tutto ciò è arrivato in Parlamento al momento della discussione del decreto istruzione, si sono dovuti fare due conti, e si è visto che trovare la copertura finanziaria per cambiare i quadri orari delle nostre scuole non era facile. Un esempio: per inserire una o due ore di arte a settimana nei tecnici del turismo, in alcuni indirizzi dei professionali e nei primi due anni dei licei, servono a regime 571 prof in più e 86 milioni l'anno. O almeno, così si legge in un emendamento preparato da Celeste Costantino, deputata di Sel.

Ma, tra la povertà di fondi cronica, e la paura di aprire il vaso di Pandora dei quadri orari (in fila, per tornare all'era pre-Gelmini, ci sono parecchie materie e con valide ragioni), si è scelto alla fine di rinviare il problema, con l'approvazione di un ordine del giorno, che sembra surreale: il Parlamento si sente in dovere di ricordare al Governo che abbiamo 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici, 43 siti Unesco, i quali hanno un indice di ritorno economico 16 volte inferiore a quello degli Stati Uniti, 4 a quello francese, 7 volte sotto quello inglese; e che dunque la conoscenza della storia dell'arte, oltre a formare meglio i ragazzi, potrebbe avere anche una qualche ricaduta economica.

 di Roberta Carlini, da L'Espresso
 

luglio 04, 2013

Il Festival della letteratura di Mantova

La diciassettesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, in programma quest’anno dal 4 all’8 settembre, punta molto sulla letteratura sudamericana ed europea, ma non tralascia neppure il resto del mondo e l’attualità: dalla tutela dei dati sensibili, alla guerra in Siria, passando per temi cruciali come i diritti, la democrazia e il futuro del pianeta. Moltissimi i partecipanti resi noti oggi dal Comitato Organizzatore della manifestazione, insieme ai principali argomenti che verranno trattati nella cinque giorni letteraria.Facciamo qualche nome. Dal vecchio continente arrivano autori importanti come la spagnola Almudena Grandes, conosciuta per “Le età di Lulù”, romanzo ad alto tasso erotico che il regista Bigas Luna portò sul grande schermo affidando a Francesca Neri il ruolo della protagonista. E ancora sulla scia della letteratura erotica dalla Francia arriva Emmanuel Carrère, in Italia noto per il suo breve racconto “Facciamo un gioco”. Di tutt’altro genere tratta Mathias Énard, che in 500 pagine di “Zona” è riuscito a raccontare la complicata guerra dei Balcani, mentre nel suo lavoro più recente “Parlami di battaglie, di re ed elefanti” è stato capace di  reinventare due mesi di vita di Michelangelo Buonarroti in un luogo dove Michelangelo Buonarroti non è mai stato, Costantinopoli. Un’altra spagnola meno conosciuta della Grandes, ma già molto promettente come produzione letteraria, è Clara Usòn che nel suo romanzo “La figlia” ha mischiato realtà e fantasia, raccontando magistralmente la guerra nella ex Jugoslavia con gli occhi della figlia del macellaio di Srebrenica, Ratko Mladic. Allo scrittore israeliano David Grossmann, invece, sarà dedicata una retrospettiva molto speciale.Nutrita la schiera degli scrittori centro e sudamericani che sbarcano a Mantova guidati da vecchie conoscenze come il cubano Leonardo Padura Fuentes - padre del detective Mario Conde che ha risolto l’ultimo caso ne “La nebbia del passato” – e la messicana Angeles Mastretta (“Donne dagli occhi grandi”). Con loro anche nomi emergenti del Corno Sur come l’argentino Andrés Neuman e il brasiliano Ronaldo Wrobel. Un focus sulla letteratura cubana porterà al festival un gruppo di giovani autori pronti a discutere su cosa significhi scrivere romanzi nell’isola caraibica, dove libertà e diritti sono spesso negati. E per parlare di diritti e democrazia al Festivaletteratura arriverà il costituzionalista Stefano Rodotà, mentre a discutere di cultura e tagli che ne pregiudicano la sopravvivenza ci sarà Salvatore Settis.Di estrema attualità, dopo quello che è successo negli Usa, si preannuncia l’incontro che vedrà protagonista Viktor Mayer-Schönberger, uno dei massimi esperti mondiali dell’utilizzo dell’informazione nei mercati e nella società, che tratterà di big data e di come i nostri dati sensibili siano poco protetti. Sul filo dell’attualità corre anche l’evento che vedrà a Mantova Nadine Kadaan, giovane illustratrice siriana di libri per ragazzi con la quale non mancherà l’occasione di riflettere sul drammatico conflitto siriano del quale farà un’analisi approfondita Paolo Dall’Oglio. Di un conflitto silenzioso e duraturo come quello fra le due Coree, del quale si parla poco, parlerà invece lo scrittore coreano Kim Young-Ha. Da segnalare gli omaggi a Beppe Fenoglio, nel cinquantesimo anniversario della morte, e al giornalista Gianni Brera. Di sicuro interesse. rimanendo nel campo del giornalismo, l’incontro con Andrea Marinelli e Jordi Pérez Colomé, che parleranno di una moda diffusasi negli ultimi tempi di precariato, ossia la ricerca di finanziamenti on line per realizzare inchieste scomode, spesso ignorate dai media più importanti.Di tutt’altro genere gli argomenti di cui si occuperanno Barry Miles, autore inglese fra i protagonisti della Swingin London degli anni ’60, e Clinton Heylin, critico musicale fra i maggiori esperti di storia del rock. Fra gli autori italiani si segnalano le presenze di Marco Malvaldi, Michela Murgia, Paolo Nori, il filosofo Massimo Cacciari, Piergiorgio Odifreddi, Paolo Giordano, Melania Mazzucco, Dacia Maraini e Carlo Lucarelli. Mentre curiose sono le presenze dell’ex difensore di Parma e Juve Lilian Thuram, che tratterà del rapporto fra arte e calcio e del cantautore Ivano Fossati che parlerà di precariato.Ancora aperte le iscrizioni per chi volesse far parte dei 650 volontari (le magliette blu, come ormai si identificano) vera spina dorsale del Festivaletteratura, nato dal basso e su base volontaria. Anche quest’anno si preannuciano adesioni da tutt’Italia e qualcuna dal Belgio e anche dall'Inghilterra.  Per informazioni: www.festivalettura.it
di Emanuele Salvato, Ifq

gennaio 18, 2013

Ginevra Bompiani. La stazione termale

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I ragazzi russi, belli da morire e con le loro gambe nude sono nell’albergo accanto.
E dopo poche pagine, dopo pochi giorni, quegli unici corpi maschili non ci sono più.
Una bambina di nome Lucy, sua zia, e altre due donne che alloggiano insieme nella stessa stazione termale, sembrano le sole protagoniste del libro.
Ma gli uomini ritornano, universo evocato, corpi in dissolvenza: alterità rispetto a cui trovarsi, da cui difendersi, da cui, comunque, sembra impossibile prescindere per definirsi.
 
“La donna non interroga l’uomo. Soffre di essere divisa e invoca lui, come ideale stesso dell’unità. Solo che questo ideale è ciò che lei non è: una”: sono parole della psicanalista Eugénie Lemoine che sembrano dire la ricerca che Ginevra Bompiani fa accadere sulla pagina.
 
La stazione termale (Sellerio, 2012) è un libro che insegue, con una scrittura bambina, naïf, il femminile. Va alla ricerca di un segreto: è la passione che è tale ricerca. Erotismo di un mistero che scivola inafferrabile. Quello che accade è il movimento stesso di rincorsa in cui non si può che restare, in costante tensione.
Vi è una nostalgia all’origine, una privazione che restituisce la fragilità tragica del femminile; non ci sono gli uomini ma è per gli uomini: per una ferita d’amore, per trovare un modo di contenere l’angoscia di una mancanza che, con andamento carsico, attraversa le pagine.
Nella citazione in esergo alla seconda parte del testo c’è, e credo non a caso, una voluta imprecisione (annunciata dal riferimento sommario: “Jacques Lacan, da qualche parte”) che sembra voler marcare il punto di partenza e dare ragione della lacerazione che il libro cerca invano di suturare.
 
“Amare vuol dire dare quel che non si è mai ricevuto”: il “mai ricevuto” che si distanzia dal “quel che non si ha” dello psicoanalista francese, si fa eco di una ferita e insieme promessa di un’impossibile soluzione.
Ma nessuna stazione termale ci salverà dalla morte, dal corpo, dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla sessualità né da quell’unità mancata. E non è vero, come scrive a un certo punto Ginevra Bompiani, che uomo e donna abbiano la possibilità di essere complementari: la donna tende a questo esser una del momento dell’amore, ama proprio questo nell’amore, ma è un’unità fallace, testimoniata dalla scelta dell’autrice stessa di rendere assenti, ancorché ingombranti, i corpi maschili.
 
Lucy, la nipote, afferra per prima il testimone della voce femminile, che passa di mano in mano: voce ora bambina e ora adulta, di Lucy, di Lucia, o ancora di una terza persona che racconta e descrive.
Voce comunque sempre in cerca: la spinta a interrogare e sapere non è la spinta dell’infanzia con le sue domande. Il mistero riguarda tutti e nessun confronto si rivela sufficiente: la zia, i non detti che nasconde, le lacrime, i veli di eleganza che rendono le donne lontane anche se allo stesso tavolo e innamorate le une delle altre.
 
Il movimento è sempre quello di una parola che gira intorno alle cose nel tentativo di afferrarle, le parole parlano dei corpi, si fanno corpo, fino ad essere l’unica possibilità di essere corpo: “non conquistava gli uomini con il corpo, ma con la parola. O almeno così aveva sempre creduto, sorprendendosi quando loro si davano da fare per portarla a letto”.
E tuttavia restano ingenue: incapaci di esaurire e dire bene, perché la scrittura rivela la propria incompletezza e manca sempre la presa.
Ed è questa la sua potenza: frasi brevi che si annodano le une alle altre in uno scivolamento metonimico, perché metonimico è l’oggetto stesso di cui va in cerca. Il femminile non è mai uno: le donne sedute ai tavoli uniti in conclusione del romanzo, le donne che con il loro intrecciarsi di relazioni e memorie lasciano tracce sulla pagina, loro che cercano di prendersi cura della loro bellezza alla stazione termale, di sconfiggere la malattia e il dolore, sembrano sapere bene di essere supplementari e che le terme, come dice l’autrice del romanzo, sono un paradiso “accogliente e bugiardo”. Si cercano per differenze e somiglianze, dagli uomini e tra loro stesse, e ogni donna declina a suo modo la propria risposta.
L’amore l’una per l’altra, allora, non solo le sostiene narcisisticamente, ma è anche il tempo della riconciliazione: con le altre donne che ogni donna contiene, con il mistero che si incarna, con il velo con cui si sceglie di dare volto alla propria mancanza, con l’amore, sia esso l’amare ed essere in errore, o il non amare e soffrire la colpa.
 
Ginevra Bompiani ci racconta con una delicatezza che dell’ingenuità conserva solo i modi e i toni, preziosi, come in una stazione termale si possa inseguire la bellezza ed esorcizzare la vecchiaia, cercare di bastarsi.
Ma non si giunge alla verità, se non a rischio di perdersi.
di Anna Stefi


Nerd pride! La strana vita di Alan Turing

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Dura la vita dei nerd e dei gay nella prima metà del Novecento. Immaginatevi poi una persona che riuniva in sé entrambe le caratteristiche. È questa la storia al centro di Enigma. La strana vita di Alan Turing, il fumetto scritto da Francesca Riccioni e disegnato da Tuono Pettinato che racconta le vicende del grande matematico, padre dell'intelligenza artificiale ed eroe della guerra, e mette insieme nazismo, nerdismo, omosessualità, mele avvelenate, guerra, amore, matematica e codici segreti (Rizzoli Lizard, 120 pagine, 16 euro).
 
Certo, Turing è anzitutto colui che inventò il concetto di “macchina universale”: oggi i computer possono simulare tutto o quasi, dalla tv alla radio, alla macchina da scrivere. E chi non conosce il test di Turing, cioè il modo per distinguere un essere umano da una macchina? Blade Runner non l'avete visto? Sulle equazioni di Turing si basa gran parte della matematica all'opera nell'informatica di oggi. E poi con il suo Colossus è riuscito a decrittare i codici segreti della macchina Enigma usata dalla marina nazista per comunicare segretamente, contribuendo non poco alla sconfitta del Reich. I disegni surreali e cartoonosi di Tuono Pettinato parlano della sua vita pubblica, quella raccontata nei libri di storia. E poi ci sono un sacco di scienzati, da Einstein a Von Neumann, che fanno parte della vicenda di Turing.
 
Ma la parte migliore del fumetto è scoprirne la vita privata e seguirne le disavventure. Povero Turing, un nerd antelitteram, incompreso a scuola, incapace di adattarsi al modo di studiare, parlare, vivere che era richiesto a uno studente dei primi decenni del Novecento. Eppure i nerd ebbero così tanta fortuna, dopo la sua morte. Benjamin Nugent, autore di Storia naturale del nerd (Isbn, 240 pagine, 19,90 euro), sostiene che le fortune pubbliche dei nerd, compresa la nascita dello stesso termine, cominciarono non per caso negli anni Sessanta. Proprio allora lo scienziato, magari fisico o matematico, acquisiva un'importanza sociale inaudita.
 
Erano gli anni successivi al lancio dello Sputnik da parte dei sovietici, quando gli Stati uniti decisero che la supremazia tecnologica era troppo importante per lasciarla al comunismo e investirono, e tanto, in educazione e ricerca. Niente di strano quindi che il nerdismo e tutti i suoi sintomi, anche i peggiori, siano ricomparsi negli ultimi vent'anni, cioè da quando l'informatica è diventata uno dei principali volani dell'economia e da quando i suoi creatori – Page e Brin, Zuckerberg, Woz, Stallman e chi più ne ha più ne metta – sono rockstar. Fai girare soldi o vinci una guerra, e il mondo ti apprezzerà anche se sei un nerd.
 
Ma Turing era anche gay, e troppo nerd per nasconderlo. Anche qui, in anticipo sui tempi. Solo negli anni Sessanta il movimento per i diritti delle e degli omosessuali prese il volo, la data simbolo è il 1969 dei moti di Stonewall, quando migliaia di gay presero a bottigliate la polizia di New York che aveva fatto irruzione in uno dei ritrovi cittadini della comunità.
 
Invece in Enigma si racconta con tutto lo stupore e la tenerezza di un fumetto la vita di un Turing processato e condannato alla castrazione chimica. La sua colpa era la sua omosessualità, e in tribunale si difese dicendo che gli sembrava non ci fosse niente di male. Altro che bottigliate. Dopo mesi di trattamento ormonale Turing era ormai impotente e aveva sviluppato il seno. Fu probabilmente questo a spingerlo al suicidio: nel 1954 ingerì una mela avvelenata col cianuro. Non per caso, a quanto pare, ma perché ossessionato dalla favola di Biancaneve. Il copyright della mela morsicata non ce l'ha certo Steve Jobs. Ah, nel fumetto Hitler è rappresentato come la strega cattiva della favola. Ovviamente Turing è Biancaneve.

Gli autori presenteranno Enigma il 18 gennaio a Milano al Piano Terra. Al Museo della scienza e della tecnologia si può ancora visitare la mostra “Tecnologie che contano. Alan Turing tra macchine e computer” dove è esposta anche una macchina Enigma.

Alessandro Delfanti, doppiozero.com
@adelfanti

  • Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.
    Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.

Oggetti d’infanzia: La buca dell’immondizia


Già la terminologia racconta l’abisso temporale che divide le epoche. Oggi si chiamano Rifiuti Solidi Urbani. Ieri, semplicemente e brutalmente: immondizia. Una parola che evoca da subito un’esigenza di purificazione e catarsi.
Noi andammo a vivere nel condominio in cui ho passato infanzia e adolescenza nel 1963. Era un edificio con pretese, superiore allo standard che mio padre, semplice impiegato di banca, avrebbe potuto permettersi. Ma la proprietaria dell’immobile era una lontana parente e, in cambio dei suoi servizi come amministratore e factotum, la mia famiglia poté soddisfare le sue aspirazioni di avanzamento sociale.
Non ho ricordi di come si sbrigasse la questione dell’immondizia nel casamento popolare in cui abitavamo prima. Ma nella nuova casa c’era la “buca dell’immondizia”. Vale a dire, una colonna verticale che correva per tutto il condominio con aperture a ogni piano dove gli inquilini, aprendo una specie di botola verticale a maniglia, gettavano i loro rifiuti. Tutti. La fisiologia della cosa è curiosa, a pensarci: l’idea era che qualsiasi schifezza tu producessi poteva essere eliminata semplicemente gettandola lì dentro e chiudendo lo sportello. Forse mi sbaglio, ma allora non è che i sacchetti di plastica fossero granché diffusi, per cui uno poteva buttare lì dentro qualsiasi cosa in forma libera. I rifiuti, quindi, cadevano giù per il condotto (noi abitavamo al sesto piano, per esempio) schiantandosi – dove? Questa è una domanda che mi sono posto solo più tardi.
A pensarci, sembra del tutto evidente la assoluta anti-igienicità della pratica: tanto che infatti adesso è vietata. Eppure era diffusa dappertutto: mi capita ancora di entrare in vecchi condomini con le bocchette manigliate, seppur sigillate. Però credo che riflettesse un’inconscia metafora antropologica. Quella colonna era un vero e proprio budello, era l’intestino del condominio. Così come i casigliani espellevano seduti su un water di cui ignoravano cosa ci fosse all’altra estremità, così gettavano i loro rifiuti nelle buche al piano senza preoccuparsi della loro sorte, come deiezioni di cui non dovevano più preoccuparsi.
E così avrei fatto io; ma un giorno mio padre, particolarmente incazzato per fatti suoi (penso adesso), prese malissimo un mio voto non brillante in prima media e pensò bene, come forma di punizione, di prendere una serie di giochi a me carissimi e scaraventarli giù per la buca. Versai calde lacrime e passai una notte insonne: e il giorno dopo, al ritorno da scuola, convinsi mia madre ad accompagnarmi di sotto, all’estremità sconosciuta del budello, con l’intenzione di recuperare i giochi perduti. Lei, combattuta tra schifo spontaneo e pena materna, acconsentì. Scoprii dunque che l’immondizia di tutto il condominio precipitava in uno stanzino di un due metri per due, posizionato appena sopra il magazzino che stava nel seminterrato. Ci si accedeva da una portina di ferro senza chiave. La aprimmo e fummo subito investiti da un’ondata di effluvi di immondizia in fermentazione. Facendoci forza entrammo e provammo a cercarli, i giochi. Scoprimmo così che, in linea teorica, la spazzatura proveniente dall’alto avrebbe dovuto cadere in certi cassonetti predisposti alla bisogna. Ma la forza di gravità e il peso specifico di ogni rifiuto, nonché certe combinazioni chimico-esplosive, producevano effetti più complessi. L’immondizia era sparsa ovunque, in particolare quella di origine liquida pigmentava i muri di schizzi multicolori. Ma quello che dissuase in modo definitivo mia madre fu la presenza di due pantegane lunghe un braccio che presidiavano i suddetti cassonetti.
Tornai nel mio appartamento intristito e con un salutare odio nei confronti di mio padre, che mi venne poi buono negli anni settanta. Ma soprattutto con un pensiero confuso, ma prepotente: “È vero, noi buttiamo tutto nel buco e non ci pensiamo più. Ma ci dovrà pur essere qualcuno che la raccoglie, quella roba…”. E il corollario, per quanto non formulato con queste parole, era: “Che lavoro di merda. Chi è così disperato da farlo?”
Scopro adesso, da chiacchiere con i vecchi, che erano gli spazzini (comunali o appaltati) a farlo. Ma che poi, causa scioperi e rivendicazioni, verso la fine degli anni sessanta ogni condominio fu costretto a impacchettare la sua immondizia e gli spazzini venivano solo a caricarla sui furgoni della Nettezza Urbana. Si creò così un’altra figura professionale del condominio: l’addetto allo stanzino sopra il seminterrato. Mi par di ricordare che in un primo tempo fu un certo signor Beretta, operaio in pensione a cui era stato affittato un bugigattolo già ufficio che dava proprio sullo spiazzo rialzato con il portoncino di ferro. Il signor Beretta si segnalava per un colorito violetto fin dalle prime ore del mattino. Quando lui morì o traslocò, non ricordo, l’incombenza fu passata al genero, un meridionale che aveva messo incinta la figlia.
Insomma, credo che la buca dell’immondizia sia stata, in qualche modo indiretto, lo strumento di una pedagogia sociale. Quanto ai giochi, finirono sepolti sotto tonnellate di immondizia in qualche discarica. Facile metafora di tante altre cose dei miei primi vent’anni di vita.
di Davide Ferrario, Doppiozero.com

ottobre 23, 2012

I falsi difensori del paesaggio che violano la Costituzione

 
Il disegno di legge sulle semplificazioni appena approvato dal Consiglio dei ministri si scontra con un piccolo intoppo: la Costituzione. Il ddl modifica la normativa sui permessi di costruire nelle zone con vincolo paesaggistico.
Ma insiste nella “dottrina Confindustria” secondo cui la tutela del paesaggio è un inutile freno all’edilizia, considerata contro ogni evidenza come il principale motore dell’economia del Paese.

Tre sono gli strumenti escogitati negli ultimi anni per vanificare la tutela del paesaggio in barba alla Costituzione: la devoluzione di fatto ai Comuni delle procedure autorizzative, la diluizione dei pareri tecnici dei Soprintendenti in “conferenze dei servizi” dominate dalle istanze della politica localistica, e infine varie forme di silenzio-assenso (“chi tace acconsente”). È su quest’ultimo punto che interviene il ddl in discussione.

Il silenzio-assenso, nato per tutelare il cittadino dall’inerzia della pubblica amministrazione, non può applicarsi in qualsiasi ambito, e infatti la legge 537/1993 ne escludeva beni culturali e paesaggio. Tuttavia si tentò con ripetuti colpi di mano di rovesciare le carte, in un idillio bipartisan in cui il ddl Baccini del 2005 (governo Berlusconi) e il ddl Nicolais del 2006 (governo Prodi) si somigliano come due gocce d’acqua. In ambo i casi, lo scempio fu denunciato da questo giornale e da altri, bloccando l’iter dei provvedimenti. Ma il governo Berlusconi, già in avanzato stato di decomposizione, portò a segno nel maggio 2011 un colpo di coda, il D. L. 70 (poi L. 106): il silenzio-assenso veniva introdotto modificando il testo unico sull’edilizia e il Codice dei beni culturali. Ora, che cosa fa il ddl Monti? In apparenza migliora la situazione, togliendo dal Codice lo smaccato invito alle procedure di silenzio-assenso. Ma gli apparenti miglioramenti, su cui l’ignaro Ornaghi si auto-elogia a vuoto, non cambiano in nulla la sostanza anzi la confermano fingendo di volerla sanare.

Il dispositivo che risulta dal nuovo ddl, in un labirinto di commi e codicilli, è confuso e farraginoso, ma qualche punto è chiaro. I permessi di costruire nelle aree vincolate vanno richiesti a uno “sportello unico” presso ciascun Comune. Le Soprintendenze, organo a cui la legge affida la tutela del paesaggio, vengono interpellate insieme con le altre ammini-strazioni, e possono essere convocate in conferenze di servizi dove sono ovviamente in posizione minoritaria. Per giunta, il parere dev’essere reso “in conformità al piano paesaggistico” locale, cioè può non tener conto dei vincoli ministeriali, a volte non inclusi nel piano paesaggistico, a volte successivi ad esso. In ogni caso, il parere delle Soprintendenze dev’essere espresso entro 45 giorni; se no, il Comune può decidere quel che gli pare. Con la pistola alla tempia, i Soprintendenti o decidono o perdono ogni potere: di fronte a questo dato di fatto, la dichiarazione del Ministero secondo cui «la nuova norma rafforza la tutela» è irresponsabile. Perché la tutela si rafforzi è indispensabile che vi sia chi la fa: ma le Soprintendenze sono delegittimate dall’incompetenza e dall’inerzia degli ultimi tre ministri, e al 40% coperte per reggenza; i loro funzionari sono in costante calo numerico per carenza di turn-over, hanno un’età media di 55 anni, e sono stati borseggiati da cinici tagli di bilancio, tanto che mancano i soldi per pagare il telefono e per ispezionare il territorio. In queste condizioni, ridurre da 90 a 45 giorni i tempi di risposta è uno sberleffo ai funzionari che provano eroicamente a fare il proprio lavoro.

Fingendo di dar risalto al parere delle Soprintendenze, il ddl Monti le mette in condizioni di minorità, introducendo una nuova versione del famigerato silenzio-assenso: il silenzio-abdicazione. Si demanda di fatto ogni decisione ai Comuni che dappertutto, con un sottobosco di deleghe e subdeleghe, gestiscono il territorio in funzione di manovre elettorali e degli interessi dei costruttori. Ma il silenzio-assenso in tema di paesaggio è contrario all’art. 9 della Costituzione, come ha dichiarato la Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia «il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso» (sentenza 404/1997). Il silenzio non ha di per sé alcun significato giuridico: è il legislatore che sceglie se attribuirgli un significato, e quale. Se il legislatore privilegia l’interesse pubblico a tutelare il paesaggio, attribuirà al silenzio dell’amministrazione il valore di un diniego; se (come nel ddl Monti) gli dà invece valore di assenso o, che è lo stesso, di abdicazione in favore dei Comuni, privilegia l’interesse privato di chi intende devastare boschi, coste, zone archeologiche.

Questo disegno di legge impegna la credibilità del governo e il rispetto della Carta fondamentale dello Stato. Ma l’assalto al paesaggio italiano è, a quel che pare, irrinunciabile: basti pensare alle dichiarazioni (Passera, Ciaccia) sulla cementificazione del territorio con grandi opere da finanziarsi con denaro pubblico, cioè accentuando i tagli alla spesa sociale. Anche il ddl Catania sui suoli agricoli, partito bene, sta intanto cambiando pelle, tanto che secondo l’assessore all’urbanistica della Toscana, Anna Marson, «il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti rischia di produrre nuovo consumo di suolo, anziché ridurlo». La debole risposta del ministro dei Beni culturali non fa notizia: Ornaghi, si sa, ha la genuflessione facile. Con accanimento suicida, si invocano le ragioni dell’economia, le stesse che da trent’anni a questa parte legittimano condoni, sanatorie e piani casa in nome di uno sviluppo che non c’è stato. Come ha scritto l’antichista David Sedley, la passività dei governi rispetto alle pretese leggi dei mercati, sempre più simile a una superstizione, ha la funzione che nell’impero romano ebbe l’astrologia (anche imperatori assai pragmatici non muovevano un dito senza consultare gli astrologi di corte).

Ma la tutela del paesaggio è vitale nel sistema di diritti della Costituzione: è espressione dei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art.2), indirizzata al «pieno sviluppo della personalità umana» (art.3), collegata alla libertà di pensiero e di parola (art.21), alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art.33), al diritto allo studio (art.34), alla tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art.32). Secondo la Costituzione il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata deve essere «assicurata la funzione sociale» (art.42), la libertà d’impresa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» (art.41). Mettiamo dunque sul tappeto questa domanda: l’alto orizzonte di diritti che la nostra Costituzione consegna ai cittadini è compatibile con le (vere o false) costrizioni dell’economia? E se non lo è, come si risolve il contrasto, archiviando la Costituzione o agendo sull’economia e sulla politica? Quale è, su questo punto, la favoleggiata “agenda Monti”?

di Salvatore Settis, Micromega