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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 28, 2007

Sull’amore. Jacques Lacan e il Simposio di Platone.


Bruno Moroncini ha scritto saggi sui principali filosofi del Novecento. Anche questo Sull’amore, nel quale riprende uno dei suoi autori privilegiati, Jacques Lacan, è teoreticamente intenso e originale. Non ci si lasci ingannare dalla stratificazione semantica del titolo: un saggio sul commento psicoanalitico di un dialogo platonico sembrerebbe riservato a specialisti. Invece non è un aspetto secondario del libro di Moroncini quello di funzionare come introduzione a Lacan, un autore interessante quanto complesso. Le parti speculative del libro si alternano infatti a quelle maggiormente didattiche, nelle quali l’autore offre una presentazione chiara e sintetica, molto efficace, del pensiero lacaniano. Spiegare Lacan attraverso Platone, e leggere Platone con gli strumenti della psicoanalisi lacaniana: Sull’amore incrocia in modo estremamente fecondo queste due esigenze.
Consideriamo il capitolo “La metafora dell’amore”, in particolare le pagine da 28 a 31, che definiscono i rapporti tra amore, transfert e intersoggettività. Uno degli esiti di questa indagine è la questione dello statuto etico-epistemologico del mito nella psicoanalisi: il mito è un sapere illusorio destinato a essere soppiantato dall’avvento della ragione oppure l’espressione di un’esigenza umana autentica e altrimenti irriducibile? Soglia impensabile tra cultura e natura, l’universale mitico sembra preservare (come Lacan fa comprendere nel libro IV del suo seminario) il nucleo del sapere dell’inconscio. Ma se la psicoanalisi si propone come scienza, come può far riferimento a un mito? Il mito di Edipo, infatti, è uno dei referenti concettuali fondamentali del pensiero psicoanalitico. Nella Scienza nuova, Vico insegna che il mito è una possibilità di rappresentazione, di articolazione narrativa del vissuto di una civiltà o individuo. Il mito di Edipo esprime il desiderio proibito per eccellenza, quello del bambino per la madre. La psicoanalisi, come scienza, produce un discorso sul mito, cerca di renderne ragione. Render ragione del desiderio: ma allora che rapporto esiste tra passione amorosa e conoscenza filosofica, che cosa può insegnare il filosofo all’amante? Forse il Simposio contiene una risposta a questa domanda.
Alcibiade e Socrate sono due protagonisti del Simposio platonico. Il primo rappresenta l’homme du désir, l’amante mosso da un desiderio irrefrenabile, che farebbe di tutto pur di essere ricambiato dall’amato. Alcibiade sconquassa la linearità del dialogo platonico, la sua ideale armonia, che appena era colmata nel discorso di Diotima sull’amore, discorso riferito da Socrate. Quest’ultimo è il filosofo, il saggio e controllato pensatore che conosce l’illusorietà del desiderio e lo controlla, volgendolo alle essenze, al bello in sé. Socrate è filosofo ma anche psicoanalista, suggerisce Lacan: pur ammettendo di non sapere, è profondo conoscitore dell’amore. Socrate sa che il desiderio è fallace e inesauribile perché l’oggetto cui mira è un nulla: oggetto irrappresentabile e non individuabile, quello che Lacan chiama oggetto a. Moroncini chiarisce che l’oggetto a è un “oggetto vuoto senza concetto (leerer Gegenstand ohne Begriff), il nihil negativum, definito da Kant come l’oggetto di un concetto che contraddice se stesso e che, dunque, è nulla, è l’impossibile” (p. 58). Dunque, Alcibiade s’inganna inseguendo ossessivamente il fantasma del proprio desiderio? Ma il desiderio è l’espressione della condizione umana, quella del soggetto, che è sempre espropriato, alienato: prima ancora che nell’impeto del desiderare, nel suo essere un animale linguistico.
Il linguaggio permette al soggetto di esprimersi e contemporaneamente riduce il contenuto espresso nelle strettoie del significante. Nel desiderio e nel linguaggio il soggetto è come inserito in un meccanismo che lo sovrasta, in una serie di automatismi - psichici e semiologici – che non riesce a dominare pienamente. Un buon esempio in proposito è il film Quell’oscuro oggetto del desiderio, nel quale il protagonista sembra schiavo del proprio impeto desiderante, egli stesso oggetto del suo desiderio. Nel desiderio e nel linguaggio, tuttavia, il soggetto esiste: nella mancata coincidenza, nello slittamento tra volontà e appagamento trova lo spazio per sé, e infatti l’appagamento pieno significherebbe la sua morte. Desiderio e linguaggio non sono negatività irrecuperabili, ma parlare e desiderare sono la condizione del vivere, di un’esistenza non spenta nella contemplazione delle idee - anch’esse, peraltro, sono il prodotto di un soggetto, di un linguaggio e di un desiderio. Allora anche Alcibiade, l’homme du désir, ha qualcosa da insegnare a Socrate: la forza del desiderio è necessario alimento della vita, e qui Lacan lo segue: “Sii all’altezza del tuo desiderio”. L’etica suggerita dalla psicoanalisi, ma a questo punto rintracciabile anche nel Simposio, è quella di una misura del desiderio, secondo la quale non si desideri né troppo (follia dell’amante) né troppo poco (apatia del saggio). Linguaggio e desiderio rinviano l’uno all’altro, scambiandosi continuamente: il desiderio si differisce e si perpetua nel linguaggio, e il linguaggio è mosso dal desiderio (un libro eccellente su questa complicità è il celebre Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes). Viene in mente il poeta duecentesco Guido delle Colonne, che nella canzone Ancor che l’aigua suggerisce un’interessante metafora: il contatto ravvicinato tra acqua e fuoco può distruggere questi due elementi, l’acqua evaporerebbe e il fuoco si spegnerebbe. Il vaso permette all’acqua di riscaldarsi, e dunque consente un rapporto non distruttivo tra acqua e fuoco. Questo vaso è dunque un elemento mediatore: permette all’acqua di riscaldarsi (attiva il “fuoco” del desiderio) senza farla svanire nel vapore (non precipita il desiderio nella follia). Ma nella fluidità della psiche questa misura “oggettiva” non può esistere: occorre sempre riprodurre la giusta distanza, tramite una sorveglianza etica che manifesta la finitezza del soggetto.


Recensione di Stefano Monetti

dicembre 27, 2007

"Riflesso di luna sull'acqua" la parola più bella del mondo




MONACO DI BAVIERA - La redazione della rivista tedesca Kulturaustausch ("Scambio di culture") ha organizzato una gara tra parole provenienti da tutto il mondo. Alla fine del 2007 l'espressione più bella è risultata la turca "yakamoz", il cui significato in italiano è traducibile con almeno sei parole: vuol dire "il riflesso della luna sull'acqua". Parole del cuore le abbiamo tutti. Sono termini di uso quotidiano, diminutivi, vezzeggiativi, qualche volta in dialetto, espressioni che rivestono un'importanza particolare, capaci di essere poetiche o magari anche grossolane. Sulla base di questo assunto si è mossa la redazione della rivista tedesca Kulturaustausch ("Scambio di culture") che nel corso dell'anno ha organizzato una gara tra parole provenienti da tutto il mondo. Alla fine del 2007 l'espressione più bella è stata scelta: ed è risultata la turca "yakamoz", il cui significato in italiano (e anche in tedesco) è traducibile con almeno sei parole: vuol dire "il riflesso della luna sull'acqua". La competizione si è svolta tra centinaia di termini inviati da 58 paesi diversi, di ogni continente. L'ultimo mese la giuria ha selezionato i migliori 7. "Yakamoz" ha così battuto in sequenza la cinese "hu lu" (dormire respirando profondamente, ma per alcuni anche russare), il termine della lingua africana Baganda "volongoto" (caotico), quello norvegese "Oppholdsvaer" (la luce del giorno dopo la pioggia), il termine "Madala" del popolo africano Hausa (grazie a Dio), la brasiliana "saudade" (universalmente nota come nostalgia), e l'ucraina "Perekotipole" (il corridore del deserto). Molto indietro le espressioni inviate dai proponenti italiani. A entrare fra le prime venti è stata la parola "iella" finita, manco farlo apposta, al 17mo posto. Ancora più giù e non classificata un'espressione che invece avrebbe meritato miglior fortuna, e cioè "ironia".
La vincitrice "yakamoz" è sì traducibile come "il riflesso della luna sull'acqua". Ma è anche un termine che nella lingua turca è capace di assumere valori diversi. Forse è stata anzi la complessità multiforme del suo significato a preferirla infine a espressioni da un punto di vista onomatopeico, o di semplice timbro del suono, più riconoscibili e note a livello internazionale. "Yakamoz" infatti si riferisce pure alla composizione di quei microorganismi in grado di formarsi sott'acqua, soprattutto nel Bosforo - lo stretto che corre lungo Istanbul separando geograficamente l'Europa dall'Asia - e che, nelle notti di luna piena, sono capaci di dare uno scintillìo alle piccole onde create dai remi dei pescatori e dal cui riverbero gli istanbuliti sono soliti farsi rapire quando in mare o seduti a riva compiono il cosiddetto "alem", cioè "il momento di rilassarsi in compagnia degli amici", espressione che personalmente proponiamo per il prossimo anno. Secondo alcuni, più fortuna avrebbero potuto avere proposte come la tedesca "Kristallklar" (chiaro come il cristallo), la francese "souffle" (respirare) o la spagnola "caracol" (faccia di carbone, proposta dai lettori argentini), o ancora l'araba "Donia" (il mondo, la vita), la persiana "Wattan" (patria), e la finlandese "Vazhaippazham" (che vuol dire semplicemente banana). Se non addirittura l'africana (ancora dalla lingua Hausa) "Kwangaba - Kwangbaya", parola dai significati multipli: indecisione, irresolutezza, ma anche - con un giudizio riguardante un'endemica instabilità democratica del continente - esprimibile chiaramente come "un passo avanti e un passo indietro". Non si esclude, a breve, una nuova edizione del gioco. A Berlino la vincitrice turca, Rana Aydin, residente in Belgio, ha ritirato nei giorni scorsi il riconoscimento: "È semplicemente bello - ha detto riferendosi alla sua proposta - comprimere in una sola parola quel che vuol dire l'espressione "yakamoz"". Grande festa ad Ankara, dove il miglior ristorante di pesce della capitale turca si trova nel quartiere alto di Gaziosmanpasha. Si chiama per l'appunto "Yakamoz": serve il pesce cotto su padelle di legno che, una volta raggiunta la temperatura ideale, vengono servite direttamente in tavola. D'ora in poi, immaginando anche il riflesso della luna sul Bosforo.




Marco Ansaldo da http://www.repubblica.it/

dicembre 18, 2007

Le Corbusier pittore


Ad Alessandria, a Palazzo Monferrato, in mostra la produzione pittorica di Le Corbusier, grande protagonistadell'architettura razionalista. Tra dipinti e disegni, sfila la parte intima dell'artista, fatta di forme e colori liberiALESSANDRIA - Esordì con un orologio da taschino. Aveva appena quindici anni e faceva già parlare di sé come di un abile cesellatore svizzero all'Esposizione d'Arti Decorative di Torino del 1902, quella che segnò il trionfo effimero dello stile Liberty, tra gli eleganti oggetti disegnati da Mackintosh, Horta e Lalique. E' da questo episodio che di solito partono le retrospettive dedicate a Le Corbusier, che ripercorrono la sua epopea di portentoso e geniale architetto del movimento moderno, poeta romantico del razionalismo costruttivo, sperimentatore incontrastato di ferro e vetro, di tetti-terrazze, frangisole e pilots, teorizzatore di cubistiche spazialità per gli ambienti interni. Eppure, per una volta, si vuole rivelare la doppia anima di Le Corbusier, forse quella più intima e vezzosa, dedita alle arti visive e decorative, figlia dell'intuizione modernista dell'integrazione delle arti, di wagneriana memoria. Un'operazione che tenta di fare la mostra "Le Corbusier. Dipinti e disegni", ospitata a Palazzo Monferrato dal primo dicembre al 30 marzo, sotto la cura di Achille Bonito Oliva, Erich Mouchet e Vincenzo Sanfo.La rassegna, realizzata in collaborazione con la Fondation Le Corbusier di Parigi, riunisce opere realizzate all'inizio degli anni Venti che documentano l'attività dell'artista-architetto agli esordi pittorici nel "ventre" di Parigi, per arrivare fino alle ricerche targate anni Sessanta, poco prima della morte, avvenuta in Francia nel '65.L'esposizione focalizza come Le Corbusier, al secolo Charlse-Edouard Jeanneret prima dello pseudonimo assunto dal 1920, abbia sempre cercato, negli anni della sua preparazione, di prendere coscienza di tutte le esperienze creative della sua contemporaneità, dal cubismo, al futurismo, al neoplasticismo alle avanguardie russe. E di questo aggiornamento metabolico risente fortemente la sua ricerca formale.E' innegabile l'influenza strategica del cubismo, per il semplice fatto che questo linguaggio poneva il problema di una nuova rappresentazione degli oggetti nello spazio e del volume colorato sul piano senza ricorrere all'uso della prospettiva. E' l'orizzonte cubista che accoglie Le Corbusier al suo arrivo a Parigi nel '17, città che gli riserverà anche il fatidico incontro con il pittore Ozenfent, con cui firmerà un sodalizio intellettuale e artistico. Con lui declinerà la nuova idea di Purismo pittorico, inseguendo l'ideale programmatico del "rappel à l'ordre", del ritorno all'ordine, di quell'ambizioso "ricominciare tutto da zero". Una riflessione pittorica che verrà promossa sulle pagine dell'Esprit nouveau, la rivista che i due pubblicheranno dal '20 a sostegno di una classicismo nuovo, interlocutore diretto dell'italiana Valori Plastici.Quando l'architettura divenne il palcoscenico dove esibire il suo talento ufficiale, la pittura e il disegno diventano "la spalla", spesso riservata più agli amici ed estimatori che al grande pubblico, ma che comunque trasfigurata in centinaia di fogli di schizzi e dipinti che codificano uno stile del tutto personale e riconoscibile. Una produzione dove prendono vita le forme sinuose delle bagnanti, le nature morte, i divertissement sulla flora e fauna e in particolare il ciclo dedicato ai tori che occupa una parte rilevante della sua opera. L'alter ego pittorico di le Corbusier, oltre ad aver prodotto alcuni straordinari carnet di viaggio, è diventato protagonista spesso di un dialogo serrato con i suoi progetti architettonici, che dall'euforia pittorica ha preso ispirazione o quanto meno spunto per ipotesi di ricerca costruttiva. L'uso libero e gioioso del colore, così come la libertà delle forme, diverrà una caratteristica costante della sua pittura e lo porterà, anche in questo campo, ad essere uno dei protagonisti dell'arte figurativa del suo tempo, al fianco di illustri compagni di strada come Picasso, Miró e Léger.La mostra condensa tutto questo a suon di dipinti - tra cui alcuni oli su tela di grandi dimensioni - e disegni, sciorinando lavori sopraffini come "Nature Morte Puriste Verticale" del 1922, o "Femme dans l'embrassure d'une porte" del 1933 che ritrae la moglie Yvonne in occasione di un vacanza a Vezelay, o ancora "Mains, buste e coquillage" del 1954, che fa parte dei celebri collage, cui Le Corbusier dedicherà buona parte del suo impegno figurativo.Ma nel percorso spiccano anche alcune sculture e un grande arazzo finora mai esposto, a ricordare che da quel limpido e raggelato purismo iniziale, Le Corbusier riuscì a convertirsi agli straordinari arazzi, i cosiddetti muralnomad, come li chiama lui, cui si dedica dal '48, realizzati sulla base del Modulor, il suo sistema proporzionale di carattere antropomorfo, dal disegno libero e dal colore intenso. E, a braccetto con Joseph Savina , sperimentava le sculture, che recuperano la passione cubista per la scultura negra, caricandosi di una complessità formale senza precedenti di memoria antropologica e arcaica, sempre di intonazione picassiana.

Notizie utili - "Le Corbusier. Dipinti e disegni", dal 1 dicembre al 30 marzo, Palazzo Monferrato, (Via San Lorenzo 21).

La mostra è curata da Achille Bonito Oliva, Eric Mouchet, Vincenzo Sanfo.

Orari: Tutti i giorni 9.30 - 19.30; chiuso il lunedì.

Ingresso: intero € 9,00, ridotto €7,00.I

nformazioni: 199 199 111 (dall'estero 39 02 43353522);





dicembre 13, 2007

Non capisco il mondo arabo, Tahar Ben Jelloun, Bompiani


In "Il razzismo spiegato a mia figlia", Mérième ascoltava suo padre.Ora dialoga con una sua amica.“Io credo che il problema del razzismo mi riguardi non perché sono marocchina ma perché il razzismo non risparmia nessuno. Mio padre mi dice sempre che per capire devo mettermi nei panni degli altri.Per capire serve empatia.”Mérième Ben JellounMérième e Lidia sono due ragazze di diciassette anni come tante; l'una è cresciuta a Parigi in una famiglia laica di origini marocchine, l'altra è cresciuta a Bologna in una famiglia cristiana. Mérième è figlia di un padre famoso, Tahar Ben Jelloun, e ha già ispirato un libro: il bestseller Il razzismo spiegato a mia figlia.Un giorno iniziano a scriversi delle e-mail, ciascuna incuriosita dall'altra: cosa vuol dire essere musulmani? Cosa pensa una ragazza musulmana di fronte agli attentati terroristici? Esiste un'intolleranza cristiana? E che differenza c'è fra la battaglia per il velo e la battaglia per il crocifisso? Che significato ha per un'adolescente la parola "laicità"? Per oltre due anni, le ragazze si raccontano le proprie impressioni, mentre a poco a poco nasce una vera e propria amicizia, fatta di confidenze, vacanze insieme, tensioni, attese.Tahar Ben Jelloun torna a parlarci di attualità e di rispetto con un pamphlet che ha insieme la forza della denuncia, la spontaneità dell'adolescenza, la libertà di un'invenzione narrativa.

dicembre 09, 2007

L'analfabetismo funzionale


In un altro post, di qualche tempo fa, si era già parlato dell'analfabestimo di ritorno o analfabetismo funzionale, riporto un ulteriore articolo a supporto. Anche perchè, nonostante quello che si pensi, è riconducibile ad ogni strato sociale, età e livello scolastico. E importante capire che è necessaria una continua formazione lungo l'arco dell'interea vita.


L'analfabetismo propriamente detto è la completa incapacità di leggere e scrivere, riconducibile per lo più alla mancanza di un'istruzione minima. Tuttavia, nella società contemporanea, la concezione della competenza alfabetica è divenuta sempre più complessa e oggi è facile rendersi conto che non basta saper leggere o far di conto per partecipare con successo al ciclo produttivo della società, capirne i meccanismi, inserirsi con soddisfazione in un'attività lavorativa. Negli ultimi quarant'anni la discussione su queste tematiche si è sviluppata molto a livello accademico, portando alla definizione di un nuovo concetto, quello di alfabetizzazione funzionale. si può dire che una persona è alfabetizzata in questo senso quando possiede la capacità di capire e usare l'informazione presente in testi stampati a casa, sul lavoro e nella vita sociale, per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità (Gallina, 2000). In altre parole, per un buon adattamento sociale è importante non solo che l'individuo possegga competenze alfabetiche ma che sappia anche utilizzarle con cognizione nella varie situazioni della vita di tutti i giorni come, ad esempio, comprendere le tabelle degli orari di treni o aerei, usare un computer in ufficio, esprimere e far valere i propri diritti civili, comprendere i principi base della statistica e dell'economia, essere in grado di leggere un quotidiano dall'inizio alla fine, non soltanto i resoconti delle pagine sportive...

Abilità tutt'altro che scontate anche in soggetti mediamente scolarizzati.

Studi internazionali

Sulla functional illiteracy, come viene definito, a livello internazionale, l'analfabetismo funzionale, sono stati condotti numerosi studi in molti dei quali è stata coinvolta direttamente anche l'Italia. Uno tra i più importanti e recenti è il progetto ALL (Adult Literacy and Life skills) che ha analizzato le competenze alfabetiche e matematiche funzionali della popolazione di età compresa tra i 16 e i 65 anni in diversi Paesi come Stati Uniti, Canada, bermuda, Italia, Svizzera e Norvegia. I risultati di questo lavoro hanno messo in evidenza che solo la parte di popolazione adulta che raggiunge un livello di competenza pari a 3 - misurata su una scala che prevede cinque livelli che vanno da limitatissime compretenze (livello 1), a padronanza sicura (livello 4/5) - è quella davvero capace di rispondere efficacemente alle esigenze di vita e di lavoro del mondo attuale.

La Norvegia è risultato il Paese che complessivamente ha ottenuto le prestazioni pià elevate nelle abilità testate (prima nelle competenze alfabetiche, seconda in quelle matematiche), mentre l'Italia ha fornito le prestazioni più modeste tra tutte le nazioni coinvolte nello studio. nel nostro Paese, secondo questa interessante indagine, solo una quota relativamente limitata della popolazione raggiunge o supera i livello critico (livello 3) della scala di misura dell'analfabetismo funzionale.

Un dato interessante riguarda le competenze degli adolescenti: la quota di ragazzi italiani che si collocano ai livelli medio-alti di competenza alfabetica funzionale è significatimanete pià bassa di quella di coloro che si collocano invece ai livelli 1 e 2. E allarmante pensare che secondo questo studio circa il 33% dei ragazzi di età compresa tra i 16 e 25 anni si colloca al livello più basso della competenza alfabetica funzionale e solo il 26% raggiunge le capacità necessarie a garantire un adeguato inserimento sociale. (...)

Formazione Permanente

Parlando dell'analfabetismo nella società contemporanea si chiama spesso in causa il cosiddetto analfabetismo informatico. Potremmo definirlo in parole semplici come l'incapacità di utilizzare le nuove tecnologie, dal computer alla rete interenet. Si tratta di competenze che sono ormai essenziali nel mondo attuale al punto che il Parlamento Europeo, nel consiglio tenutosi in Portogallo nel 2000, ha definito le abilità in materia di tecnologie dell'informazione, lingue straniere e cultura tecnologica, come competenze di base che dovrebbero essere garantite e implementate lungo tutto l'arco della vita perché indispensabili a favorire l'ingresso prima e il successo poi degli individui nel mondo del lavoro.

Le tecnolgie informatiche sono rilevanti soprattutto per i giovani: innanzitutto possono giocare un ruolo determinante nel processo di apprendimento e di adattamento sociale in quanto la capacità di utilizzarle rappresenta un requisito importante per la partecipazione alla vita sociale e lavorativa nel mondo contemporaneo. In secondo luogo possono portare informazioni e cultura a gruppi isolati con costi relativamente contenuti. Infine, riuscire a muoversi all'interno di percorsi, memorizzare e comprendere le numerose regole e possibilità offerte dal mondo informatico serve ad ampliare gli orizzonti e acquisire flessibilità. A fronte però di giovani che utilizzano la rete a fini formativi e culturali o che addirittura, lanciano iniziative imprenditoriali di successo, molti altri invece usano i computer prevalentemente a fini ludici.

Considerazioni analoghe si possono fare per quanto riguarda il consumo di televisione: trascorrere molto tempo di fronte al piccolo schermo seguendo programmi di basso profilo, troppo semplici e banali, crea le condizioni per l'illetteralismo e l'analfabestimo di ritorno.

Un uso più efficace e intelligente del computer, della rete o della tv non significa che libri, scrittura, esposizione orale non abbiano più un ruolo. E vero il contrario. Questi mezzi di comunicazione continuano ad avere un ruolo rilevante nella formazione mentale e culturale dei giovani così come dei meno giovani: approfondimento, concentrazione, rilfessione, discussione, confronto delle idee sono favoriti dai tempi "naturali" di questi media e il fatto che in molti centri urbani medi e piccoli del nostro Paese non ci sia né una libreria nè una biblioteca è indice di una grossa carenza.

Per acquisire tutte quelle nozioni e competenze di base irrinunciabili nel mondo contemporaneo i giovani non devono avere paura di applicarsi in compiti che, impegnando le loro facoltà mentali in un periodo di grande plasticità cerebrale, ne favoriscono lo sviluppo. In seguito, disponendo di una buona base di conoscene, di efficaci griglie interpretative e punti di riferimento, non avranno difficoltà a tenersi aggiornati, a provare interesse per le novità, ad avvertire l'esigenza di ampliare la propria cultura.


Di Anna Oliverio Ferraris e Alessandro Rusticelli

Per leggere l'intero articolo con le tabelle:

Psicologia Contemporanea (dicembre 2007)


Per sapene di più:






dicembre 03, 2007

Gilbert and George


fino al 13.I.2008
Gilbert and George
Rivoli (TO), Castello di Rivoli
La Grande Mostra della Tate arriva in Italia, con oltre 150 opere gigantesche. Colori accesi, contenuti urlati, dissacranti e provocatori. Sesso, morte, religione sono i temi preferiti da questi due pacati signori inglesi. Sempre impeccabili nei loro completi, instancabili sculture viventi...

Vedendo dal vivo Gilbert and George è impossibile sbagliarsi, perché sono uguali a come li si può osservare in decine di loro opere. Hanno iniziato negli anni ’60 proponendosi come Singing Sculptures, ballando e cantando all’unisono una canzonetta. Oggi sono diventati Living Sculptures. Anzi, living monuments. Monumenti di sé stessi, ovviamente. Gilbert (San Martino, Bolzano, 1943) and George (Plymouth, 1942) si riconoscono al primo sguardo, come le loro opere del resto. Identici completi da ufficio, uno grigio e l’altro beige; identiche cravatte, voce pacata e sorriso gentile. Così si presentano al pubblico da quasi mezzo secolo e così si presentano alla conferenza stampa che inaugura la loro Major Exhibition al Castello di Rivoli, con oltre 150 lavori che ne ripercorrono l’intera carriera. Senza dubbio egocentrici, sono soliti rappresentarsi nelle loro opere, talvolta nella consueta “divisa”, in altre occasioni nudi o in slip, sprezzanti dell’età che avanza impietosa. Da questi tranquilli inglesi ci si aspetterebbe una buona tazza di thè; invece offrono opere gigantesche dai colori accesi e dai contenuti urlati, dissacranti e provocatori. Non sono gli autori di un trattato sulle farfalle, ma firmano opere intitolate Fuck, Lick, Cunt o Sperm Eaters. Da quarant’anni, questa premiata ditta si diverte a scandalizzare i benpensanti, creando un cortocircuito d’immagine tra la propria figura e la propria opera, parlando di sesso, religione e morte. Vivono in una casa nell’East End londinese. Da lì osservano il mondo e trovano l’ispirazione necessaria per la loro arte. Perché “non accade nulla nel mondo che non accada nell’East End”. Instancabili e meticolosi collezionisti di fotografie scattate per le strade, le raccolgono in un archivio sterminato, diviso per temi. Quelle immagini sono alla base delle loro opere: fotografie stampate e poi trattate con il colore, che vanno a comporre gigantesche picture. Vogliono fare “arte per tutti”, perciò i temi riflettono la vita quotidiana: si ubriacano e producono le drinking pictures, prendono casa e la fotografano in Dusty Corners. Si guardano intorno, e dal loro privilegiato angolo di osservazione paiono prevedere e comprendere appieno i mutamenti in atto nella società: negli anni ’70, con le dirty words pictures, fotografano il clima di malessere sociale e aggressività punk dell’epoca, portando le scritte sui muri dentro i musei. Se quel decennio è in bianco e nero, con il rosso a segnare un contrasto violento, negli anni ’80 esplodono i colori, violenti, chimici, esagerati. G and G fotografano i ragazzi del quartiere mettendoli in pose ora ammiccanti ora da realismo socialista. Ma sono gli anni dell’Aids e presto i toni diventano più cupi, colmi di sofferenza. Più recentemente, G and G parlano di temi che diventano presto di pressante attualità, come la religione e i fondamentalismi. Loro, naturalmente, osteggiano la religione e non perdono occasione per sbeffeggiare il simbolo della croce. Parlano di sesso, reso pari a una qualunque merce in Named, successione di annunci a sfondo sessuale. Parlano dell’East end, di sesso ed escrementi, riportando le immagini trovate nei loro vagabondaggi per la città come autentici flâneur contemporanei. Ma parlano anche di bombe e terrorismo, in relazione agli attacchi del 2005, con le opere della serie Six Bombs sculptures, dove la loro immagine deformata e speculare, resa quasi mostruosa, campeggia su uno sfondo di minacciosi titoli di giornale riferiti agli attacchi stessi. Tutto questo e molto altro raccolto in una mostra che, dopo la Tate e la Haus der Kunst di Monaco, arriva in Italia, pronta a ripartire in gennaio alla volta degli Usa. Exhibition e non Retrospective: così hanno voluto gli artisti, perché il titolo fosse comprensibile a tutti. Spazi e opere che hanno accuratamente e personalmente selezionato, supervisionando l’allestimento. Opere enormi che coprono le pareti fino a saturarle, come vetrate policrome di una cattedrale quanto mai laica.
Tratto da http://www.exibart.com/
Per saperne di più:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2007/10/mostra-gilbert-george-serpilli.shtml?uuid=746a2930-7d4e-11dc-8476-00000e25108c&type=Libero
http://www.tate.org.uk/modern/exhibitions/gilbertandgeorge/
http://arte.stile.it/articoli/2007/01/10/gilbert_george_alla_tate.1130764.php

novembre 27, 2007

Fast Food Nation, un hamburger per nemico


Lo zoom d'apertura del film entra lentamente nella polpa rosa di un hamburger. «C'è merda nella carne», concluderanno le analisi dei vendutissimi pasti pronti di Mickey's, una grossa franchise alla McDonald. A indagare il problema, in Colorado, viene mandato un solare esperto di marketing (Greg Kinnear). Il suo viaggio negli inferi dell'industria alimentare americana si intreccia alle storie di un gruppo di immigrati illegali che lavorano nel mattatoio di Mickey's e di una ragazzina che ne serve il macabro prodotto in un ristorante dai colori allegri e asettici. Attacco frontale (più onesto e lucido di Babel) ai destini incrociati della globalizzazione e agli effetti del capitalismo nel secondo millennio, il nuovo film del texano Richard Linklater (nella foto) non potrebbe essere più attuale - basta pensare all'empasse della riforma sull'immigrazione in Usa, e al direttore della Food and Drugs Administration cinese giustiziato per corruzione un paio di settimane fa. Contiene anche due memorabili apparizioni, di Kris Kristofferson (nei panni di un ranchero in via di estinzione) e di Bruce Willis («tutti dobbiamo mangiare un po' di merda prima o poi», è la frase chiave del suo imperdibile monologo) Adattando l'omonimo best seller di Eric Schlosser pubblicato nel 2001, Linklater fa di Fast Food Nation, traendone un film diffuso, obliquo, «meditabondo», che diffida delle conclusioni facili, come d'altra parte tutti i suoi lavori. Un film di sintonie piuttosto che di partiti presi. «Non ho mai fatto un film così topico, così esplicitamentre su un soggetto preciso. Sono spaventato. Non voglio fare politica facile o dire alla gente cose pensare», mi aveva detto oltre un anno fa sul set di Fast Food Nation, a Austin. L'intervista che segue è stata realizzata per questo giornale durante l'edizione 2006 del festival di Cannes. Eri alle prese con un libro molto vasto, piano di dati, di ricerca, come hai deciso, alla fine per queste trame incrociate? Partire da un libro di non fiction di quel tipo era la sfida più grossa ed è la prima cosa che ho detto a Eric quando abbiamo iniziato a parlarne. Non sono un regista di documentari. E lui mi ha ricordato Sherwood Anderson e Winesburg, Ohio: un piccolo centro in cui si intrecciano le vite di tante persone. In quell'ottica ho cominciato a intravedere una soluzione, ho iniziato a riconoscermi: dopo tutto sono un filmmaker che lavora sul personaggio. E fare un film sui lavoratori dell'industria era una cosa che mi interessava. Ancora di più visto che si trattava dell'industria del cibo, nei confronti della quale coltivo interesse da anni. Una volta trovato un mondo, la cittadina del Colorado in cui abbiamo ambientato il film, abbiamo incominciato a popolarla e a immaginare le storie dei personaggi. Fast Food Nation sarà senz'altro considerato un film «politico» ma per me è la storia di questi lavoratori. Alcuni dei personaggi del film appaiono anche nel libro, come avete fuso fatti e fiction? Molti dei personaggi raccolgono in sé un insieme di persone realmente esistenti. Il libro è basato in una realtà precisa e il film ha cercato di lavorare su di essa. Anche se è fiction parla di cose che stanno succedendo veramente: i padroni degli ultimi ranch indipendenti sono minacciati, ci sono enormi pressioni per industrializzare interamente quel settore, i teen agers lavorano in fast food di cui consumano troppo cibo e che progettano di derubare.... Tutti i tuoi film usano le trame dei personaggi in questo modo, lavorando obliquamente su quello che ci sta dietro... Credo che il cinema sia un medium ideale per trattare un canovaccio a diversi livelli di complessità, guardare dietro alla superficie delle cose - che si tratti di un prodotto che acquisti al supermercato o di un essere umano. Spero che per il pubblico questa non sia soltanto la parabola di una ragazzina che acquista consapevolezza rispetto a un problema ma anche un invito a chiedersi quali sono le storie dietro alle cose. Recentemente una signora mi ha detto che non mangerà mai più il suo hamburger senza pensare al lavoro delle persone che sta dietro quell'hamburger. Ma è lo stesso per il taxista che ti porta all'aeroporto e con cui passi otto minuti. Com'è la loro vita di immigrati? Ci sono tante narrative... Il fatto è che viviamo in una cultura che non incoraggia nessuno ad andare oltre la superficie della cose. L'efficienza dell'era moderna non incoraggia l'idea di una visione allargata. È orientata verso il prodotto: lo compri e te lo mangi. Tutto è molto veloce. La Guerra in Iraq ha usato il model fast food per la prima volta nella storia: una guerra senza sacrifici, che costa poco, è facile e dietro a cui non si vede nulla, specialmente i cadaveri americani. Missione compiuta in modo efficiente: in e out. Non ha funzionato come avrebbero voluto ma il modello era certamente quello. Ed è un modello ubiquo. La sequenza che hai scelto per finire il film, quella del mattatoio, stabilisce un'equazione tra il modo in cui macelliamo gli animali ma anche gli essere umani... Siamo tutti carne da macello. Intercambiabili. È un sistema di sfruttamento. E, certo, dispiace per la sorte degli animali, la crudeltà che è loro riservata. Ma ci sono anche i lavoratori. È un lavoro spietato. Vogliamo veramente appoggiare una cosa del genere? Quando hai capito che l'ossatura principale del film sarebbe stata costituita dalla storia degli immigranti messicani? Abbastanza presto. È intenzionale che la loro trama sia quella che emerge, un po' perché abbiamo trovato il cast adatto, un po' perché emozionalmente è quella che si segue di più. Anche gli americani più poveri, coloro che appartengono agli strati più bassi della classe lavoratrice, come Amber - che è un personaggio importante nel film - sono in una situazione migliore degli immigrati illegali. Ti aspettavi che da quando hai iniziato a fare il film l'immigrazione diventasse un tema così caldo nel dibattito politico americano e anche nelle strade? Perché avrebbe dovuto? La situazione è così da sempre. Solo che adesso l'amministrazione ha scelto di farne un problema politico per ragioni opportunistiche. Credo sia facile per uomini politici che vivono in stati non di confine. Sono i peggiori: parlano duro, fanno dichiarazioni drastiche. Ma quando sei in uno stato in cui gli immigrati illegali sono una grossa forza della comunità e dell'economia, come in Texas, non puoi permetterti quelle dichiarazioni.


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novembre 22, 2007

2001 Odissea nello Spazio


Nel 1968 le platee di tutto il mondo rimasero profondamente colpite da quello che è stato definito il capolavoro di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello Spazio. Un film che ha funto da spartiacque tra la fantascienza cinematografica classica e quella moderna facendole compiere un enorme salto di qualità e venendo poi riconosciuto come caposaldo di un genere. Molti appassionati sono concordi nel dire tanto che 2001: Odissea nello Spazio sia la pellicola di Science Fiction più complessa, adulta, inquietante ed enigmatica mai realizzata fino ad oggi quanto che sia anche il film più famoso della filmografia di Stanley Kubrick, secondo capitolo di una trilogia di fantascienza crudele, letteraria ed antimilitarista che il regista diresse in mezzo ai due film Il Dottor Stranamore (1963) ed Arancia Meccanica (1971). Certamente, 2001 è il film di SF più rappresentativo non solo per la sua complessità ma anche perché, ad una prima sommaria analisi, contiene tutti gli elementi caratteristici di un film di fantascienza: c’è il futuro, c’è l’evoluzione umana, la tecnologia prossima ventura, la lotta tra uomo e macchina; ci sono poi lo spazio profondo, l’ignoto, l’avventura dell’uomo oltre le stelle ed anche intelligenze e fenomeni extraterrestri lontani dalla comprensione umana. Un ampio affresco fantascientifico arricchito da riflessioni filosofiche che ha incantato almeno tre generazioni di spettatori proponendo un’ampia panoramica della storia dell’uomo –dall’età della pietra ai viaggi interstellari- che si presta anche a metafora del suo destino di conoscenza, evoluzione e addirittura rinascita. Tratto dal romanzo The Sentinel di Arthur C. Clake, che firmò la sceneggiatura insieme a Kubrick ed in seguito scrisse l’omonimo romanzo, 2001 propone un lungo viaggio scandito in tre tappe: l’alba dell’uomo, in cui proto-uomini scimmieschi compiono una tappa importante per la loro evoluzione silenziosamente visitati da una forma di vita aliena nella forma di un monolito nero, ovvero un levigatissimo parallelepipedo scuro; la seconda tappa è quando, milioni di anni dopo, viene trovato vicino ad una colonia terrestre sulla luna lo stesso monolito che, a contatto con gli esseri umani, lancia un potente segnale ultrasonico in direzione di Marte; l’ultimo atto, infine, racconta la missione di un’astronave terrestre alla volta di Marte il cui sofisticatissimo computer di bordo Hal 9000 impazzisce ed uccide metodicamente tutti i membri dell’equipaggio ad eccezione di Bowman, il capitano della missione. Sarà lui, una volta disinserito Hal, a compiere il viaggio più estremo della storia dell’uomo, venendo proiettato da un altro, gigantesco, monolito in orbita intorno a Giove in spazi siderali lontanissimi ed inesplorati dove affronterà una nuova rinascita. Tutti gli archetipi del cinema di fantascienza sono attentamente studiati e raccontati in 2001 con un’ottica totalmente inesplorata fino ad allora: iperrealismo, filosofia ed approccio documentaristico ed asettico da parte di Kubrick, ai quali si accompagna un’eccezionale rappresentazione, curata fin nei minimi particolari, della tecnologia del futuro che, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita nei cinema, propone un look ancora coerente ed in linea con il nostro attuale progresso tecnologico. Merito di ciò l’attenzione quasi maniacale per ogni singolo dettaglio da parte del regista che lavorò a lungo durante i quattro anni di produzione del film con ingegneri elettronici ed aereospaziali, designer futuristici e persino con la Nasa che mise a disposizione alcuni progetti di prototipi spaziali. Ed in questo senso 2001 segna anche il trionfo dell’uso dei modellini nel cinema, innovativi nel look e filmati con nuove tecniche di ripresa, aggiudicandosi alla fine l’Oscar per gli effetti speciali andato al grande Douglas Trumbull.A rendere poi ancor più visionario il film, c’è il sapiente uso sia degli effetti sonori (il silenzio agghiacciante nello spazio, ad esempio, evidenziato dal respiro claustrofobico dell’uomo all’interno della tuta spaziale) sia della colonna sonora, composta da brani di musica classica che contribuiscono a rendere 2001 un’esperienza sensoriale unica ed intensa, di grande impatto emotivo. Le immagini, infatti, accompagnate da silenzio e musica sovrastano le parole rendendole quasi superflue (sono infatti appena 45 i minuti di dialoghi su 140 minuti di durata del film) e sono costruite metodicamente da Kubrick con un rigore formale tipico del suo stile che raggiunge il suo zenit con sequenze di grande forza evocativa le quali, rivisitando il mito del viaggio verso l’ignoto di Ulisse, ci accompagnano in un cammino che parte dagli albori dell’umanità, prosegue con il futuro tecnologico di conquista dello spazio e si conclude paradossalmente -chiudendo un cerchio concettuale- in un’ inquietante stanza arredata in stile settecentesco, ultima fermata di un viaggio ai confini dell’universo.Tante sono le sequenze di questo film entrate di diritto nella storia del cinema: dalla bellissima danza di astronavi e stazioni spaziali in orbita sulle note del “Danubio Blu” di Strauss al salto di milioni di anni di evoluzione scandito dal lancio in aria di un osso usato come arma da una scimmia dal quale, per effetto di una dissolvenza, si arriva ad un satellite artificiale umano; dal glaciale occhio rosso delle telecamere del computer Hal (metafora postuma e forse non prevista della nostra privacy violata dalla tecnologia) all’inquietante monolito nero, l’archetipo più sconvolgente e riuscito di intelligenza aliena: così inspiegabile da essere totalmente estraneo e quindi “alieno” all’uomo. Ed ancora, l’incredibile viaggio spazio-temporale dell’astronauta Bowman scandito da effetti fotografici velocissimi ancora oggi stupefacenti (e resta ancora un mistero come Kubrick sia riuscito ad realizzarli) e la scena conclusiva ed ambigua con Bowman rinato sotto forma di un feto astrale. Degna di nota, infine, la presenza e la caratterizzazione del computer Hal 9000 che, da mero strumento tecnologico, si eleva come uno dei protagonisti del film: un’intelligenza artificiale di profondo spessore umano e glaciale raziocinio, resa ancor più inquietante dall’adattamento italiano la cui voce, dai toni neutri e distaccati in originale, diviene estremamente sinistra grazie all’ottima interpretazione vocale del grande doppiatore Gianfranco Bellini.Enigmatico, colossale, sperimentale e psichedelico, 2001 ha modificato radicalmente l’immaginario fantascientifico del cinema, proponendo un’odissea interplanetaria che, al tempo stesso, è una stupefacente sinfonia visiva ed una profonda meditazione filosofica sui concetti dello spazio/tempo e, quindi, sull’essenza stessa del cinema.



Per saperne di più:


stanleykubrick.interfree.it/

www.stanleykubrick.org/

novembre 16, 2007

Fotografia




(foto: Luigi Ghirri - 1989 - Cervia)



UN CERTAIN REGARD
Trent’anni della nostra storia. Valérie Fougeirol, commissario generale di Paris Photo, spiega perché quest’anno il posto d’onore spetta all’Italia. Concludendo con un auspicio: per i fotografi del Belpaese, la partecipazione al salone parigino costituirà uno scatto... in avanti. Verso le collezioni internazionali, a dispetto dell’oblio in patria...


Perché avete scelto l’Italia come invitata d’onore per l’edizione di Paris Photo 2007? Dopo la Svizzera, la Spagna e i Paesi Scandinavi, ci sembrava importante soffermarsi sull’Italia, che sta conoscendo da soltanto dieci anni un nuovo interesse per la fotografia. Nonostante sia vicina alla Francia, la creazione italiana non è sufficientemente diffusa oltre le frontiere della Penisola e ci siamo resi conto che esistono una scena e un patrimonio fotografico che meritano di essere conosciuti. Secondo voi perché il paesaggio costituirebbe il comune denominatore della fotografia italiana degli ultimi trent’anni? Per Walter Guadagnini, commissario invitato per l’Italia, sarebbe “il luogo autentico di una pratica dello sguardo e del pensiero” propria dell’Italia. L’interesse per il paesaggio nella fotografia è anche quello di ricollegarsi alla lunga tradizione del paesaggio nella pittura italiana. Quali criteri ha utilizzato il comitato di Paris Photo per selezionare le fotografie della collezione UniCredit? La collezione d’arte contemporanea italiana di UniCredit, sviluppatasi sul tema della fotografia con cinquecento opere, rappresenta una delle collezioni private più significative in Italia. Questa riunisce sia le figure emergenti della creazione attuale che i maestri classici fondatori di una nuova estetica e visione del paesaggio, come Mario Giacomelli e Luigi Ghirri. Come spiegate il fatto che in Italia non esiste una vera e propria scuola italiana della fotografia, come accade in Germania, negli Stati Uniti, in Giappone, nonostante la grande tradizione artistica del nostro paese? Lo si deve senz’altro attribuire all’assenza di reti costituite e di scuole per l’insegnamento della fotografia che hanno un ruolo di primaria importanza per una scena emergente, come è stato il caso di Yale negli Usa, del dipartimento di Arte e design dell’Università di Helsinki, da cui la fondazione della Scuola di Helsinki, o della Scuola di Düsseldorf in Germania, da cui sono usciti Thomas Ruff, Andreas Gursky, Thomas Demand, Candida Hofer…Perché l’arte fotografica in Italia è stata emarginata fino a dieci anni fa? Essenzialmente per una mancanza di riconoscimento a livello istituzionale, visto il poco interesse da parte dello Stato italiano a valorizzare il ricco patrimonio fotografico italiano. Attualmente esiste in tutta la Penisola un solo museo pubblico consacrato alla fotografia, quello di Cinisello Balsamo. Qual è l’identità della fotografia italiana che emerge da Paris Photo? Dominano le ricerche intorno al paesaggio, che riflettono un mondo disincantato, senza figure, disumanizzato, abbandonato alle attività predatorie dell’uomo. Qual è la situazione dei fotografi italiani contemporanei nel mercato d’arte internazionale? Al di fuori dell’Italia si esportano pochi fotografi, fatta eccezione per Massimo Vitali, Walter Nidermayr, Olivo Barbieri, Mimmo Jodice, o anche il duo Botto & Bruno, Bianco–Valente, senza dimenticare i maestri classici come Mario Giacomelli o Luigi Ghirri, il cui riconoscimento aumenta, ma senza raggiungere i prezzi dei loro omologhi stranieri (il prezzo medio di una stampa d’epoca di Ghirri varia tra i 7mila e i 15mila euro). Speriamo che la piattaforma italiana presentata a Paris Photo permetta a numerosi artisti di far parte di collezioni internazionali come di gallerie straniere, accelerandone la diffusione a livello mondiale.




a cura di Thea Romanello http://www.exibart.com/

novembre 07, 2007

Leonardo da Vinci


Quando Leonardo da Vinci finì di dipingere l'ultima cena nel refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, la tecnica che aveva scelto tre anni prima mostrava già i segni di un detrioramento che si sarebbe rivalto irreversibile. Una crepa era ben visibile nell'angolo in basso a sinistra e forse lui stesso pensò che l'opera non sarebbe stata immmortale. Di sicuro Leonardo non poteva però immaginare che, 510 anni dpo, il suo capolavoro sarebbe stato fotografato con strumenti capaci di restituirne quasi ogni dettaglio. Ben 1677 foto unite in un'unica immagine della dimensione di circa 17 miliardi di pixel permettono infatti di stuidare con una definizione sbalorditiva ogni particolare sopravvissuto del Cenacolo (http://www.haltadefinizione.com/). Di chi è la mano che impugna il coltello? E davvero fa un gesto minaccioso sul collo di San Giovanni? E cosa c'è, all'orizzonte, dietro Gesù? "Abbiamo cercato di mettere a disposizione di chiunque particolari che altrimenti non sarebbero visibili" spiega Vincenzo Mirarchi, Amministratore della Società Hal9000, che da anni lavora su questo fronte, portando in rete e rendendo visibili nei minimi dettagli i capolavori dell'arte. "Il nostro Cenacolo è il risultato di un lungo lavoro, condiviso con la Soprintendenza per i Beni architettonici di Milano. Che porta a Leonardo anche il primato di più grand fotografia esistente al mondo.

di Matteo Nucci per "Il Venerdì"

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novembre 02, 2007

I cari estinti


Per questa giornata particolare ho trovato l'articolo di Marco Cattaneo molto adatto, è la recensione, tratta da Le Scienze, di un libro di Richard Ellis, (I cari estinti: vita e morte delle specie animali, edizione Longanesi).

Ogni ora su questo pianeta si estinguono tre o quattro specie. Su per giù, 80 al giorno. Molte di esse, per lo più insetti o invertebrati, scompaiono senza essere mai state registrate da anima viva, men che mai classificate da uno zoologo. E in questa catastrofe della biodiversità noi, la specie dominante, abbiamo un ruolo di primo piano. Da quando ci fregiamo del titolo di Homo Sapiens abbiamo occupato tutti gli ecosistemi, invaso habitat, distrutto preziose nicchie ecologiche.

Scrittore, pittore e illustratore di storia naturale, Richard Ellis è un grande studioso di mare, ma in questo suo nuovo saggio ha deciso di raccontare le estinzioni, da quelle che in un amen hanno cancellato tutta la vita sulla terra alle scomparse "episodiche" degli ultimi secoli, quando caccia e pesca indiscriminata hanno tolto di mezzo tutto ciò che sembrava infastidire l'unico animale provvisto di arroganza e armi da guoco.

Attraverso la sua prosa asciutta e documentatissima, ma soprattutto con i suoi magistrali disegni (se ci pensate anche l'illustratore naturalistico è un po' una specie in via di estinzione, nell'era del turismo di massa e della fotografia digitale...), Ellis ci ricorda la fine della foca monaca caraibica, di cui non si hanno più tracce dal 1952, e del cormorano dagli occhiali sterminato nel gelo delle isole Aleutine. E ci racconta la sorte del quagga, un equide metà cavallo e metà zebra, estinto in natura dal 1878 e quasi "resuscitato" negli anni novanta da un discusso progetto per ricreare la specie attraverso gli incroci. Senza dimenticare il dodo (nella foto), goffo e ingenuo uccello non volatore nelle isole mascarene eliminato in una feroce quanto ingiustificata "pulizia etnica" nel giro di mezzo secolo.

Solo dopo questa lunga parentesi introduttiva, Ellis arriva alle specie a rischio di estinzione ai giorni nostri: un elenco interminabile e - in molti casi, come quello dei grandi primati - doloroso. Ma non trascura di soffermarsi sulle storie positive (poche in realtà), dalla scoperta di nuove specie di mammiferi, quasi impensabili ai giorni nostri, al salvataggio in extremis di specie a rischio, al ritrovamento di esemplari di animali che si credevano estinti.

Scevro da facili retoriche animaliste, quello di Ellis è proprio un bel libro, che ci richiama alle nostre responsabilità nei confronti di questo pianeta che, a quanto ne sappiamo, è ancora unico, perché , detto fra noi, da soli non andremmo da nessuna parte...

ottobre 31, 2007

"Alleanza educativa" o rischio di ingerenza?




Abstract
Scuola e famiglia, due grandi sistemi, entrambi influenti sull’educazione dei bambini, hanno dovuto rivedere i loro rapporti, rispetto al passato, per andare incontro alle trasformazioni sociali di questi ultimi decenni che hanno visto cambiare queste stesse istituzioni, il mondo del lavoro, ecc.. Anche le richieste di collaborazione della recente riforma scolastica italiana, tese a favorire lo sviluppo degli apprendimenti e della personalità degli alunni, si possono inserire in questa necessità di modificare i rapporti tra i due sistemi.Questa situazione può essere osservata da un’ottica sistemico-relazionale e secondo i principi della psicologia emotocognitiva (Baranello, M. 2004) che studia i processi di organizzazione di un sistema che agisce in funzione del proprio sviluppo e mantenimento.
Da quest’ottica si vede l’interazione tra due sistemi molto complessi e influenti nella crescita del bambino, che cercano di entrare in contatto, con tutte le difficoltà che tale relazione potenzialmente porta con sé, considerando che la scuola e la famiglia si basano su obiettivi educativi differenti. Un sistema, secondo la psicologia emotocognitiva, (o organismo) può essere un singolo individuo, una coppia, una famiglia, un’istituzione, ecc.Ogni sistema, come la scuola, la famiglia, tenta di essere armonico, pertanto, se incontra delle difficoltà a mantenere il proprio stato di equilibrio prova a ripristinarlo e se non ci dovesse riuscire cercherà una soluzione che gli permetterà di mantenere le regole sulle quali si era strutturato prima della variazione.Se i tentativi del sistema saranno vani dovrà cercare delle soluzioni per trasformarsi e integrarsi con altri sistemi che non può completamente ignorare.In tal senso, scuola e famiglia, pur partendo da regole e finalità educative un pò diverse avrebbero bisogno di integrarsi, di entrare in contatto in forma serena e collaborativa per poter essere utili allo sviluppo della personalità degli alunni.Entrambi hanno le loro regole, i loro obiettivi educativi, i loro bisogni e desideri sull’evoluzione del bambino-discente che rendono difficile la loro integrazione.L’atteggiamento a volte intrusivo di alcune famiglie verso il lavoro degli insegnanti porta questi ultimi a percepire come una riduzione del loro campo d’azione.Le intrusioni nel lavoro degli insegnanti possono evidenziare una certa sfiducia nella scuola da parte della famiglia e la sua difficoltà di cambiare e provare ad integrarsi ad essa. Quando uno dei due microsistemi, rappresentati da un dato team docente e una data famiglia, non trovano un accordo per iniziare un lavoro di collaborazione, i motivi possono essere tanti, tutti spesso riconducibili alle resistenze dell’uno o dell’altro microsistema ad aprirsi ad una eventuale modifica delle proprie regole strutturali.
Introduzione
La riforma della scuola, entrata in vigore in Italia nel 2003 ha portato in primo piano il ruolo delle famiglie nell’iter scolastico dei propri figli, prevedendo all’art.1 una cooperazione tra scuola e famiglia e un coinvolgimento nella definizione del portfolio e dei piani personalizzati. Il tipo di integrazione delineata dalla riforma fra l’ambiente scolastico e quello familiare non si rivela poi sempre serena poiché i soggetti coinvolti sono molteplici.
La famiglia continua a mutare il suo aspetto con una costante trasformazione di ruoli, valori, dinamiche. Trasformazione che è possibile notare anche attraverso i modelli presentati dai media che ogni giorno appaiono sui teleschermi.Nel corso del tempo la famiglia ha subito una lenta evoluzione. Si è sviluppata in forme patriarcali, matriarcali, estese o ristrette, chiuse o aperte, ad alta o bassa mobilità sociale integrandosi velocemente con gli effetti della rivoluzione industriale, le nuove forme di comunicazione e presenza virtuale.
La riforma della scuola ha avuto l’effetto di inserirsi nel processo di cambiamento storico della famiglia, modificando le dinamiche di interazione fra i luoghi dedicati alla formazione e la famiglia, proponendo nuove tipologie di integrazione tra questi due universi e cercando di aprire un ruolo più centrale alla stessa all’interno dell’iter scolastico.La legge 53, approvata nel 2003, evidenzia uno spostamento dell’asse culturale: da scuola che offriva la stessa formazione a tutti a scuola che modella la sua offerta sul singolo. La riforma sta richiedendo una formazione continua degli insegnanti all’interno di corsi universitari e dei genitori affinché possano accrescere le loro competenze sulle modalità di approccio alla vita scolastica.Nei confronti di questi ultimi la formazione viene richiesta per non correre il rischio di richieste individualistiche e poco rispettose dei reali bisogni del bambino, sia sulla scuola nel suo complesso perché possa davvero arricchire la sua offerta formativa.Entrando nello specifico del rapporto famiglia-scuola, si suppone possa esserci ancora un po' di diffidenza da parte degli insegnanti nei confronti dei genitori che possono apparire a volte come intrusi, vista la richiesta della riforma di ampliare la loro partecipazione all’iter scolastico dei propri figli.La scuola e gli insegnanti hanno un ruolo essenziale nella formazione delle future generazioni: si creano pertanto inevitabili aspettative della famiglia nei confronti della scuola e viceversa degli insegnanti nei confronti di alunni e famiglie.Molto spesso le due ottiche sono molto differenti e genitori e insegnanti non riescono a trovare forme di “alleanza educativa”.
Collaborazione Scuola-Famiglia: "alleanza educativa" o rischio di ingerenze?
Nell’incontro tra i due sistemi educativi, proposti al bambino, rispettivamente rappresentati dalla scuola e dalla famiglia, diventa possibile delineare le reciproche aspettative.L’ insegnante può conoscere meglio gli alunni soprattutto se ha la possibilità di confrontarsi con i loro genitori. Gli alunni non possono essere educati a settori ma in modo globale, così da poter crescere come persone capaci di compiere delle scelte in un mondo che si apre ai loro occhi con una vastissima gamma di proposte e di possibilità.Quindi tra insegnanti e genitori deve potersi sviluppare un vero patto che consenta ad entrambi di conoscere i percorsi a scuola e a casa dei ragazzi, tanto da poter costruire insieme il loro futuro.In tal senso dovrebbe avvenire un’integrazione tra i due sistemi in questione. Al momento dell’instaurarsi del rapporto tra i genitori degli alunni e i loro insegnanti si iniziano a delineare delle aspettative reciproche.Il genitore che iscrive il figlio a scuola compie intanto un gesto di grande valore simbolico, quello di affidare, consegnare ad altri, il proprio figlio per la prima volta.Questa consegna ad altri avviene cominciando dall’iscrizione del proprio figlio alla Scuola dell’infanzia. Mentre negli anni ’50 e ’60 l’affidamento alle strutture scolastiche era legato ad un “bisogno” della famiglia(soprattutto nel caso dei bambini di tre anni e nelle strutture comunali) e l’asilo era appunto un rifugio, il posto della cura,ecc.., la cultura diffusa sul ruolo della scuola si è poi andata trasformando già negli anni ’70 con una scuola d’infanzia, soprattutto nell’ultimo anno, alla quale veniva affidato il compito di favorire la socializzazione del bambino e la sua preparazione alla scuola elementare.Cosa si aspetta il genitore dalla scuola? Lo percepisce come un luogo altro da sé in cui il figlio può avviarsi ad una crescita legata alla socializzazione?Si suppone che il genitore sia implicitamente consapevole del fatto che suo figlio, nell’ambito scolastico riceverà varie influenze che gli saranno indispensabili per crescere, si arricchirà nel confronto con gli altri, adulti e pari.Insomma, si suppone che il genitore riconosca suo figlio non come clone di sé stesso ma come altro da sé. Attualmente, le famiglie attribuiscono alla scuola un mandato più complesso della semplice richiesta di una istruzione adeguata e di preparazione al mondo del lavoro per i propri figli. Un’attesa di questo tipo rischia di andare delusa perché la scuola non è sempre in grado di corrispondere positivamente ad essa.Succede allora che la comunicazione scuola-famiglia risulti spesso bloccata e sulla difensiva reciproca.Accade invece che i genitori esprimano soddisfazione nei rapporti con la scuola quando hanno la percezione di compiere insieme agli operatori scolastici un percorso il cui senso è condiviso, quando si riescono ad esplicitare le attese e le paure reciproche, quando si riesce a collaborare, sfruttando le proprie competenze, per arrivare ad un obiettivo comune.
Le attese degli insegnanti verso la partecipazione dei genitori alla vita scolastica possono essere varie. L’insegnante ha intanto l’aspettativa di essere accettato, soprattutto per i suoi metodi di insegnamento. Si attende di poter essere, un punto di riferimento costante per le famiglie e di poter gestire i rapporti con queste in modo sereno e con un buon livello di definizione e accettazione degli obiettivi comuni che portano entrambi ad orientare il percorso educativo dello studente.
Quando i due sistemi non riescono a collaborare subentrano dei problemi che portano ad alcune forme di stress il personale docente.Come si sa, in tutti gli ambiti lavorativi ci possono essere situazioni stressanti, di burn out. Anche la categoria degli insegnanti può essere soggetta a situazioni di stress che rendono pesante e difficile la continuazione serena dell’esperienza lavorativa, in quei contesti dove sono difficili i rapporti con l’utenza. Nei contesti in cui, per qualche motivo viene a mancare la collaborazione dei genitori, gli insegnanti trovano maggiore difficoltà a superare i possibili disagi (gestione della classe, difficoltà di apprendimento,ecc..).
Nel mondo della scuola esistono numerose fonti di stress, difficili da gestire. Alunni, genitori, programmi,ecc.. esercitano tutti una propria pressione sull’insegnante, che la fronteggerà secondo il proprio stile e le proprie risorse personali.Il lavoro dell’insegnante, viene spesso sottovalutato da chi non lavora nella scuola. Può essere invece molto stressante, per le competenze professionali, psicologiche e organizzative che implica.Il fenomeno del disagio degli insegnanti ha assunto una massa critica tale da avere il diritto di ricevere una nuova adeguata attenzione.I cambiamenti che in questi ultimi anni hanno caratterizzato l’organizzazione scolastica nel nostro Paese hanno reso l’insegnante più vulnerabile.Questa categoria, può aver bisogno di un momento di riflessione e di un percorso di crescita che le consenta di acquisire strategie d prevenzione e di gestione attiva dello stress. A riguardo stanno fiorendo vari corsi per sviluppare nell’insegnante un percorso di autoconsapevolezza e di autocontrollo che può permettere al singolo docente di apprendere a gestire in modo efficace le situazioni più difficili nell’ambito della propria attività professionale.In questi corsi, il primo momento è di autovalutazione, al quale segue, in sintesi, l’apprendimento di specifiche procedure per il superamento di emozioni negative, il miglioramento dell’autostima, la conduzione efficace della classe, il miglioramento del proprio stile di comunicazione.
Conclusione
Eventuali disaccordi tra i due microsistemi (team docente – famiglia) determinano piccole questioni irrisolte. Le incomprensioni sul piano educativo, quando ci sono, possono essere legate alla pretesa di entrambe le parti di essere nel giusto a tutti i costi, pena il dover ammettere di aver commesso qualche errore.In sostanza, ognuno dei due sistemi sembra voler lottare per non modificarsi. Lo psicopedagogista di quella data scuola, lavorerà con loro attraverso la riflessione e il ripensamento su atteggiamenti e comportamenti spesso consolidati e cronicizzati.Potrebbe progettare di riportare l’ordine nei rispettivi ruoli, facendoli ridefinire insieme per poi stabilire fino a che punto possono essere ammessi i suggerimenti rivolti ai docenti e in che modo.Entrambi i microsistemi dovrebbero essere aiutati a cercare strategie anche per favorire il proseguimento tranquillo della vita di classe.Potrebbero essere cercate anche opportune soluzioni all’esterno della scuola per lavorare con le difficoltà dei due microsistemi.Ad esempio attraverso la frequenza di corsi in cui i genitori possano apprendere modalità di approccio non intrusivi al mondo della scuola e gli insegnanti possano rielaborare i propri vissuti stressanti per affrontarli diversamente.Non sempre si incontra la disponibilità delle famiglie a farsi aiutare, ad aprirsi ad una visione meno negativa della scuola, a lavorare sulle proprie resistenze, ma occorre l’aiuto della famiglia quando l’alunno ha delle difficoltà (apprendimento, relazionali,ecc..), se si vuole pensare di risolverle, anche per questo si punta a favorire la collaborazione tra i due microsistemi. Nei casi in cui il disaccordo non consente la collaborazione, le due parti potrebbero seguire insieme un percorso mediativo finalizzato ad evitare loro la creazione di meccanismi di strumentalizzazione e colpevolizzazione perché non ci siano né vincitori, né vinti ma protagonisti alla pari che superano le controversie attraverso il dialogo e il confronto, l’osservazione e la valutazione delle emozioni.
Dott.ssa Margherita Scorpiniti




ottobre 27, 2007

La casa dei doganieri


Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto
la banderuola affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

(Eugenio Montale, Le occasioni; Parte quarta)


Per saperne di più;



ottobre 22, 2007

L'arte al servizio delle dittature


Discorso di innaugurazione per la prima esposizione di arte tedesca:

Völkischer Beobachter, 19 luglio1937

"Vorrei quindi, oggi in questa sede, fare la seguente constatazione: fino all'ascesa al potere del Nazionalsocialismo c'era in Germania un' arte cosiddetta "moderna", cioè, come appunto è nell'essenza di questa parola, ogni anno un'arte diversa. Ma la Germania nazionalsocialista vuole di nuovo un' "arte tedesca", ed essa deve essere e sarà, come tutti i valori creativi di un popolo, un'arte eterna. Se invece fosse sprovvista di un tale valore eterno per il nostro popolo, allora già oggi sarebbe priva di un valore superiore. Quando fu posta la prima pietra di questa casa, ebbe inizio la costruzione di un tempio non alla cosiddetta arte moderna, ma una vera ed eterna arte tedesca, o meglio: si erigeva una sede per l'arte del popolo tedesco non per una qualche arte internazionale del 1937, '40, '50 o '60. Perché l'arte non trova fondamento nel tempo, ma unicamente nei popoli.L'artista perciò non deve innalzare un monumento al suo tempo, ma al suo popolo. Perché il tempo è qualcosa di mutevole, gli anni sopravvengono e passano. Ciò che vivesse solo in grazia di una determinata epoca dovrebbe decadere con essa.Questa caducità dovrebbe toccare non solo ciò che è nato prima di noi, ma anche ciò che oggi nasce davanti ai nostri occhi o che solo nel futuro troverà la sua forma.(...)
Sappiamo dalla storia del nostro popolo che esso si compone di un certo numero di razze più o meno differenziate, che nel corso dei secoli, sotto l'influsso plasmante di un nucleo razziale dominante, hanno prodotto quella mescolanza che oggi noi abbiamo dinanzi agli occhi appunto nel nostro popolo. Questa forza che un tempo plasmò il popolo, che perciò tuttora agisce, risiede nella stessa umanità ariana che noi riconosciamo non solo quale depositaria della nostra cultura propria, ma anche delle antiche culture che ci hanno preceduto. Questa formula di composizione del nostro carattere nazionale determina la poliedricità del nostro specifico sviluppo culturale, come anche la naturale parentela che ne deriva con i popoli e le culture dei nuclei razziali simili appartenenti alla famiglia dei popoli europei. Tuttavia noi, che viviamo nel popolo tedesco il risultato finale in questo graduale sviluppo storico, auspichiamo un'arte che anche al suo interno tenga sempre più conto del processo di unificazione di questa compagine razziale e di conseguenza assuma un indirizzo organico ed unitario".


La conseguenza fu la messa al bando di intere generazioni di grandi artisti di quel periodo, nell'indirizzo che segue potrete trovare l'elenco:


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ottobre 16, 2007

I capricci


PASTA, carne e patatine fritte. Guai a presentare in tavola insalata, mele o arance, pena una crisi di pianti e capricci. Sembra il ritratto ideale di un bambino viziato e capriccioso. O di quello con una mamma che è una pessima cuoca. E invece la spiegazione è un'altra, e il piccolo in questione ha probabilmente una parte di ragione nel rifiutare ogni tonalità di verde o di rosso nel piatto. Si tratta sicuramente di un bambino che è sensibile al 6n-propiltiouracile (più semplicemente, Prop). O forse i suoi geni lo hanno reso vulnerabile al feniltiocarbamide, un composto che rende l'amaro in bocca ancor più amaro. Se non sopporta il sapore del parmigiano nella pasta si scoprirà che anche un genitore, o un altro parente stretto, condivide la stessa particolarità. Uguale discorso per la tolleranza nei confronti dei cibi piccanti: anche lei corre lungo l'albero genealogico della famiglia. In fatto di gusti, si sta scoprendo oggi, l'eredità genetica detta legge molto più di quanto non si ritenga. Le papille gustative e la distribuzione dei recettori per i vari sapori sulla lingua sono infatti assai diversi da un individuo all'altro. La loro distribuzione viene determinata alla nascita da una matassa di geni che ancora è ben lungi dall'essere sbrogliata. Sicuramente comunque l'effetto di questi frammenti di Dna è rendere diverse le sensibilità individuali verso dolce e amaro, aspro e piccante.
Lucy Cooke, epidemiologa dell'University College di Londra, ha voluto fare la prova investigando due gruppi di gemelli: 1.913 coppie di monozigoti (gemelli identici) e 3.477 di dizigoti (gemelli diversi). Ha chiesto ai loro genitori quanto i figli fossero difficili in fatto di cibo, facendo compilare un questionario sulle abitudini alimentari quotidiane. E ha osservato che risultati omogenei si registravano fra i monozigoti, mentre fra i gemelli dizigoti era più facile trovare un fratello molto più schizzinoso dell'altro. Segno, conclude Cooke, "che il rifiuto per i cibi nuovi è altamente ereditabile". Un bambino che rifiuta frutta e verdura, dunque, può appellarsi a ragioni molto serie quando fa i capricci. "Prop e feniltiocarbamide sono due sostanze che usiamo per i nostri test. Le somministriamo in laboratorio" spiega Sabrina Giglio, genetista dell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze. "Circa la metà delle persone se assaggia il Prop non sente nulla. L'altra metà descrive un sapore asprigno. Non abbiamo ancora capito perché, ma chi riconosce questa sostanza non ama le verdure, e viceversa. La spiegazione andrà cercata nei recettori delle papille gustative". Recettori che sono controllati dai geni. Nei felini, per esempio, il Dna non prevede che la lingua riconosca il dolce. E per questo i gatti non si fanno lusingare da caramelle o pasticcini (neanche i leoni, se è per questo). "In genere i bambini hanno papille molto sensibili, che si attutiscono crescendo. Per questo gli anziani amano più i dolci e i sapori forti in genere" continua Giglio. Aver individuato la causa di molti capricci non vuol dire però doverla dare vinta ai bambini. Fina Belli, che del Meyer è responsabile del servizio di nutrizione, invita a sfruttare quella finestra dei primi anni di vita in cui le papille gustative sono ancora "in formazione". "Soprattutto nel primo anno di vita, bisognerebbe far assaggiare al bambino più sapori possibile. Ed è importante non fermarsi al primo rifiuto. Uno studio americano di qualche anno fa stabiliva che i genitori erano autorizzati a desistere solo dopo ventidue rifiuti consecutivi".
di ELENA DUSI per http://www.repubblica.it/

ottobre 11, 2007

L'assoluta verità che non esiste.


Nel 1931 K.Gödel pubblicò il "Teorema di incompletezza" che mostrava l'impossibilità dell'impresa proposta da Hilbert e indicava che per dimostrare la coerenza dei PM serve un sistema più complesso e potente. Questo teorema dimostrò che i PM contengono una proposizione indecidibile, e dunque, o sono incompleti o sono incoerenti. Ma la cosa più sconvolgente fu che tali conclusioni potevano applicarsi a tutti i sistemi assiomatici affini ai PM, cioè sistemi abbastanza complessi da costituire una aritmetica.Per giungere al Teorema, Gödel introdusse nei PM qualcosa di analogo al paradosso di Epimenide, un enunciato matematico autoreferenziale. Gödel si concentrò sui numeri naturali , quindi sulla sola aritmetica. Egli attuò una codifica, cioè una traduzione numerica degli enunciati ; il sistema formale così ottenuto permette ad un enunciato non solo di parlare dei numeri naturali, ma di parlare di altri enunciati, ed in particolare di sé stesso. Ogni enunciato può essere riferito ai numeri o ad altri enunciati. Siamo propriamente nell’ambito della metamatematica, in violazione della Teoria dei tipi logici. L’equivalente della frase di Epimenide è un enunciato G che dice. Questo enunciato dell’aritmetica non ammette alcuna dimostrazione nel sistema dei PM.Se lo si dimostra, si dimostra la sua indimostrabilità. Dunque G è vero, poiché non è dimostrabile ; è vero ma indimostrabile partendo dagli assiomi del sistema , cioè non è un teorema dei PM. G è ‘indecidibile’ e il sistema è incompleto, poiché vi è almeno un enunciato vero dell’aritmetica (G) non derivabile dai suoi assiomi.Applicando G ad un qualsiasi altro sistema assiomatico, sostituendo in G tale sistema ai PM, il sistema viene scardinato. Ecco una parafrasi del "Teorema di incompletezza" nella lingua italiana :Tutte le assiomatizzazioni coerenti dell’aritmetica contengono proposizioni indecidibili.Sia G che ¬ G non sono teoremi del sistema e sono indecidibili ; per uscire dall’impasse è necessario assumere G o ¬ G come nuovo assioma del sistema. In tal modo abbiamo creato un nuovo sistema , più ‘potente’. A sua volta, però, questo sistema avrà un enunciato simile a G, chiamiamolo H, indecidibile, che ne mina la completezza ; si dovrà dunque assumere H o ¬ H come nuovo assioma, creando un nuovo sistema ; ma a sua volta........Tale procedimento è, potenzialmente, infinito.In modo scorretto, noi accettiamo implicitamente dei presupposti le cui basi sono invece mobili e relative ad altri presupposti ; ciò richiama alla mente i risultati di Einstein, per cui un sistema di coordinate è sempre relativo ad un altro sistema di coordinate .conclusioniIl "Teorema di incompletezza" ci obbliga a considerare imperfetti tutti i sistemi assiomatici, mostrandoci il baratro della ricorsività della dimostrazione. Anche volendo fermarsi ad un particolare livello, come ad esempio l’aritmetica usata normalmente, il Teorema di Gödel ci presenta un bivio (o meglio, un trivio) e ci obbliga a scegliere : o salvare la coerenza, e quindi completare il sistema aggiungendo G oppure ¬ G come assiomi; oppure tenersi la contraddizione : G e ¬ G contemporaneamente ; quest’ultima possibilità nega, però, le basi della logica fino a Gödel usata, che fondavano anche la razionalità scientifica, e cioè il dualismo vero/falso. I fisici devono dunque scegliere quale matematica usare, oltre a scegliere, come abbiamo visto in precedenza, quale geometria usare. E lo stesso devono fare i logici.La limitazione imposta da Gödel obbliga ad accettare la contraddizione o a superarla passando ad un sistema più ampio. Mostra i limiti della visione dualistica della matematica e della scienza : il dualismo verificabilità/falsificabilità, il dualismo soggetto/oggetto e osservatore/osservato ; la matematica è inscindibile dal matematico. La matematica non può fondarsi da sola, come proponeva Hilbert ; è necessaria, almeno, la metamatematica. Così la scienza, anche se raggiungesse il rigore dei sistemi formali, ne avrebbe gli stessi limiti.


"Non esiste un metodo infallibile per discriminare gli enunciati veri dell’aritmetica da quelli falsi" (Hofstadter)


Per saperne di più:

http://www.netmeta.com/ (da cui è tratto il brano)






ottobre 08, 2007

Il diritto al paesaggio urbano

'Una torre appoggiata sul vuoto ecco come sarà il mio grattacielo' 'Il palazzo sarà caratterizzato dalla leggerezza e dalla sostenibilità' 'L'edificio dialogherà con la città: i torinesi potranno viverlo fuori dall'orario di servizio'
«Amo le torri. Con il mio studio ne sto costruendo una a New York, per la sede del 'New York Times', e una a Londra. Ma le torri, si sa, non godono di buona reputazione, vengono recepite come simboli di potere, arroganti e un po' bui. La nostra cifra stilistica vuole invece essere qui la leggerezza». Ama le sfide Renzo Piano, autore di importanti progetti in tutto il mondo, dal Beaubourg a Parigi agli interventi nella Potsdamer Platz di Berlino, dall'aeroporto di Osaka al nuovo quartiere di Lione, all'Auditorium di Roma. Architetture essenziali e armoniche le sue, eleganti e dal segno inconfondibile, che ne fanno uno dei professionisti più contesi a livello internazionale. Ama le sfide soprattutto nei confronti della materia. «E' una mia idea infantile quella di combattere la forza di gravità», ammette infatti. L'ultima scommessa è con una città che l'ha visto attivo per vent'anni al Lingotto e in cui dice di trovarsi bene.


Comunicato stampa di Italia Nostra
Compare nel panorama torinese un quarto grattacielo! due a Porta Susa, uno a Spina 1, uno al Lingotto ... sarà finita? È una rincorsa di progetti di “voluminoso” impatto che coinvolgono lo “spazio visuale” svilendo ambiti storico-culturali e prospettive urbane-paesaggistiche. È architettura - quella dei grattacieli - che non nasce da un “bisogno”, ma piuttosto pare rispondere ad un narcisismo di interventi improvvisi. È architettura globalizzata, indifferente, che non stabilisce un rapporto con la città, ma anzi si impone su di essa, frammentando la preesistenza di quartieri consolidati e vivibili, portando a somigliare sempre più a territori di periferia. È espressione di una cultura di rapida trasformazione metropolitana e di consumo urbano, ben diversa dalla nostra cultura di uno storico sviluppo urbano organico, prodotto di una successione di adeguamenti. Investono l’immagine, il carattere, il paesaggio della città. Ma il paesaggio non è semplice res nullius, è res omnium: è un bene diffuso che pretende, di converso, il diritto ad esso. Al pari della tutela di tanti altri interessi, pubblici e privati, occorre altrettanta dignità per il diritto al paesaggio urbano e la tutela da un inquinamento visivo all’interno dei nostri ordinamenti legislativi e normativi, assicurando procedure autorizzative nel rispetto del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e l’introduzione di una Valutazione d’Impatto Ambientale-urbano.


Torino, 3 ottobre 2007

ottobre 04, 2007

I Longobardi


(568-772)

Cosi detti dalla lunga barba (longbart), o dalla lunga ascia (partha), lasciarono la Pannonia nell'aprile del 568, con reparti Bavari, Bulgari, Gepidi e Sassoni; in tutto forse 100.000 uomini. Da Enona (Leibac), seguendo la Sava, varcarono nel maggio i confini. Avanzando contro i Greci, essi costituirono a mano a mano le provincie militarmente in ducati; primo, quello del Friuli, poi quelli di Verona, Vicenza, Brescia etc.; Milano cadeva nel estate del 569. In quella congiuntura molte genti della terraferma cercarono la libertà sulla laguna, da cui doveva sorgere la città di Venezia. Nel frattempo l'Impero mandava in Italia Longino col titolo di esarca. Le disposizioni militari da lui prese non valsero ad arrestar l'invasione. Poche città tentarono la difesa: Padova, Cremona, Mantova. Soltanto Pavia eroicamente tenne fermo per tre anni, e quando fu caduta, Alboino la fece capitale del regno. Le conquiste s'erano estese intanto alla Liguria e alla Tuscia senza gravi danni materiali pel paese: i Longobardi non venivano per depredare, ma per fondare stabilmente uno stato; erano Ariani, ma tolleravano le altre religioni. Alboino perì a Verona, trucidato durante un banchetto da alcuni gepidi al seguita della regina. Rosmunda e i complici, cercarono scampo a Ravenna presso l'esarca. Due anni dopo cadeva anche il successore Clefi (575) per una congiura di capi, contro i quali egli aveva usato le sue durezze; durezze che erano pesate anche sulla chiesa e sul clero. Seguì un interregno di dieci anni, durante i quali i singoli duci continuarono i loro assalti contro le deboli forze dell'Impero, impegnato contemporaneamente in una terribile guerra coi Persiani. Nella sua maggior estensione la conquista Longobarda risultò di 36 ducati; essa era proceduta con spirito previdente di organizzazione militare; ma, dilatandosi, perdè d'impulso e di vigore, e s'arrestò senza aver raggiunto le marine. Così gli accessi della Penisola restarono in potere altrui. A questa debolezza organica del regno cercheranno invano di porre riparo Liutprando e i successori. Con la conquista longobarda incomincia il vero medioevo italiano; Roma, che ha fin qui governato con le sue istituzioni, le sue leggi, i suoi magistrati, si eclissa e scompare; i Longobardi non riconoscono che il loro diritto nazionale e le loro consuetudini; fissi costituiscono un esercito accampato in mezzo ai vinti, la voce dei quali si spegne in una condizione d'inferiorità politica e sociale.


Una interessante mostra sui Longobardi sarà aperta a Palazzo Bricherasio di Torino fino al sei gennaio duemilaotto: http://www.teknemedia.net/archivi/2007/9/27/mostra/25079.html


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ottobre 01, 2007

Leggere


« Si può leggere in una biblioteca? Si può. A dispetto di tutto, si può. Ma ci sono delle condizioni, una mi permetterò di formularla nell'ultima di queste poche righe. ¶ Dico a dispetto di tutto perché le biblioteche talvolta non aiutano la lettura, anzi la ostacolano. Edifici vecchi, perché quasi nessuno si è preoccupato di costruire delle vere biblioteche nuove a parte i pochi esempi che tutti conosciamo, a cominciare dalla Nazionale di Roma. Sale troppo fredde o troppo calde, sedie scomode, luci da tavolo inadeguate, brusio, il famoso brusio delle biblioteche tanto più irritante quanto più sommesso. Risate soffocate o, peggio, rumori sospetti. Una volta, all'emeroteca della Nazionale a Roma, ero immerso in certe cronache del 1943 consapevole però, con una parte della testa, di un rumore che non avrebbe dovuto esserci, non lì, non in quel momento. Di colpo, capii. Era il rumore, cauto, lento, sornione, di un foglio strappato. Mi voltai. Nella sala semideserta, nel banco dietro il mio, un esimio mascalzone stava intascando, dopo averle strappate, alcune pagine della raccolta. Gridai; "Ma che fa! È pazzo?". ¶ Ci fu trambusto, rovinai sicuramente la lettura a molti utenti. Chissà, forse era meglio fingere di niente e far proseguire il tranquillo ron-ron della sala. Continuo a chiedermelo, quando ci penso. ¶ Ma nelle biblioteche, e questo è il miracolo, si può nonostante tutto leggere. Non mi riferisco al reperimento di libri rari, fuori commercio, introvabili, costosi. Penso a un altro episodio che mi capitò alla Sormani di Milano. Era di sera, molti anni fa, credo nel 1980. Anche quella volta eravamo pochi in sala. Leggevo dei testi sul cinquantenario dell'Unità d'Italia, il famoso Giubileo del 1911 che per qualche settimana ci fece immaginare possibilità che non vennero mai davvero realizzate. Erano accese solo le luci basse sui tavoli. Paralumi verdi. Alzai gli occhi e per puro caso incrociai lo sguardo di una giovane lettrice che, pochi tavoli più in là, aveva fatto nello stesso istante lo stesso gesto. Ci fu un'occhiata tra noi, intensa e distratta insieme. In parte ci guardavamo, forse ci valutavamo, in parte continuavamo a pensare alle carte abbandonate per un attimo. ¶ Nonostante questo, nonostante il fatto che fossimo diversi per sesso, per età, probabilmente per interessi, credo che ci riconoscemmo: due persone chine su dei testi intente alla stessa cosa: cercare di sapere, di capire. ¶ Pensai, chissà quanto congruamente: Mon semblable, ma soeur. ¶ Continuai più volentieri a leggere ».


Tratto da "Leggere" di Corrado Augias


Per saperne di più: http://www.corradoaugias.net/