______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 24, 2007

Polvere sullo specchio.



La Vita/Anima è come uno specchio nitido, il corpo è la polvere che lo ricopre. Non si distingue la bellezza che è in noi perche siamo sotto la polvere.
Quando smetterai di adorare ed amare la brocca? Quando comincerai a cercare l'acqua?
L'usignolo è venuto nel giardino, e i corvi sono fuggiti; andiamo insieme nel giardino, luce degli occhi miei. Come il giglio e la rosa sbocciamo nell'estasi; come l'acqua che corre corriamo da giardino a giardino.
Non puoi contemplare la pala del mulino senza guardare l'acqua che la muove.


Jalal alDin Rumi


aprile 10, 2007

Teatro e psicologia: scienze umane


Queste due discipline sono molto più vicine di quanto i rispettivi professanti siano disposti ad ammettere.
La Psicologia come ambito di studio si occupa dell’integrità dell’esperienza umana nelle sue dimensioni: mentale, corporea, relazionale.
Il Teatro come ambito di studio[1] si occupa dell’esperienza umana nella sua totalità di espressioni: mentali, linguistiche, corporee, relazionali, storiche.
Il teatro quindi non è (solamente) un “luogo” dove si va per distrarsi, ma una “attività di ricerca”, di studio, di conoscenza.[2] Da sempre, come ricorda l’epistemologo P. Feyerabend (1984), il teatro è stato una forma di conoscenza:

La poesia, l'epica, il teatro svilupparono mezzi per la rappresentazione di particolarità individuali e di leggi sociali molto tempo prima che se ne occupassero la psicologia scientifica e la sociologia, e ancor oggi sono molto più avanti nel cogliere e rappresentare la tensione fra soggetto e oggetto (125).

Il teatro infatti può essere visto come un “dispositivo conoscitivo” molto articolato, mediante il quale si realizza una forma di conoscenza psicologica dell’uomo (Petrella, XI).
Quindi pur avendo metodi diversi e diversi obiettivi, la Psicologia e il Teatro possono essere considerati ambedue forme di conoscenza del mondo umano. Ma possono anche essere visti, nella loro dimensione applicativa, come forme di comunicazione, modi di entrare in relazione, strumenti per inter-venire (situarsi tra) e provocare cambiamento, in una situazione, in una persona, in un gruppo.
La Psicologia come campo di intervento si occupa del cambiamento: favorire cambiamenti di diversa natura (educativo, formativo, psicoterapeutico, …).
Il Teatro come pratica sociale si occupa del cambiamento: favorire cambiamenti nell’attore e/o nello spettatore a diversi livelli (educativo, emotivo, conoscitivo, relazionale…).
Conoscenza, comunicazione e cambiamento vanno visti come momenti di un unico processo. Nel teatro la comunicazione, l’espressione tende a coincidere con una trasformazione dell’uomo (attore/spettatore), su diversi piani.
Questa coincidenza tra conoscenza, comunicazione e trasformazione apre al ritorno ad una “arte umana”: l’arte non più dissociata dalla personalità e dalla vita dell’artista. Le operazioni artistiche (processi e prodotti) convergono nel punto di irradiazione dell’interezza della persona.
Ecco allora che il binomio teatro-psicologia non è più imbarazzante ma necessario. Ambedue sono strumento di conoscenza della realtà umana e strumento di cambiamento, di trasformazione dell’uomo.
E difatti l’incontro si è più volte realizzato da quando la Psicologia è nata come disciplina:
TEATRO ÷
PSICOLOGIA
Tragedia greca
Psicoanalisi
Stanislavskij
T. Ribot studi sull’immaginazione e la creatività
Mejerchol’d
W. James studi di psicofisiologia
Pirandello
Teatro della spontaneità
Teatro psicologico
Psicodramma


aprile 03, 2007

Cultura e civiltà


Cultura - Civiltà
Cultura, termine di origine latina che significava coltivare, l’uso fu esteso poi a tutte le attività e situazioni che richiedevano un’assidua cura, dalla “cura” verso gli dei, quello che tuttora chiamiamo culto, alla coltivazione degli esseri umani ovvero la loro educazione.Da quest’ultima accezione deriva il valore di cultura nel suo senso moderno: il complesso di conoscenze (tradizioni e saperi) che ogni popolo considera fondamentali e degni di essere trasmessi alle generazioni successive.Nella nostra civiltà occidentale il concetto di cultura è divenuto erroneamente sinonimo di “conoscenza di quanto depositato nei libri” vi è quindi la tendenza a considerare persone colte o addirittura uomini di cultura coloro che hanno letto tanti libri.In società come la nostra oramai la cultura non si identifica esclusivamente con le tradizioni scritte, ma con le nuove tecnologie multimediali (ipertesti, immagini e suoni) per questo i grandi mezzi di comunicazione sono responsabili della cultura di massa.
- - - - -
Cultura - civiltà, termini che, nella storia della filosofia e delle scienze umane, indicano la totalità o due diversi aspetti del complesso delle conoscenze, delle credenze, dei modi di comportamento, delle convenzioni e delle aspettative dell'uomo. Nel linguaggio corrente la parola cultura, indicando lo specifico patrimonio di conoscenze di cui una persona si è impadronita, conserva un significato simile al greco paidéia (Platone, Aristotele) e al latino humanitas (Cicerone, Varrone): il risultato della massima approssimazione al modello o ai modelli di uomo pienamente realizzato grazie a una educazione o formazione. Questa nozione di cultura passò dall'antichità greca e romana al medioevo cristiano, così come le sue occasioni e modalità pedagogiche passarono dalle bonae artes classiche alle arti liberali medievali. Tali vie alla cultura, pur nelle profonde differenze corrispondenti all'affermarsi del cristianesimo, ebbero un denominatore comune nella loro qualità aristocratica: la cultura classica, paidéia ,o humanitas, mirava alla realizzazione dell'umanità degli uomini liberi, ed era preclusa agli schiavi; la cultura medievale cristiana era frutto di arti dette liberali perché riservate a appunto a uomini «liberi», quindi in grado di dedicarsi ad attività teoretico-contemplative.Durante il rinascimento questa nozione di cultura fu già prossima alla crisi quando alcuni teorici del sapere contemplativo ed esoterico (come l'inglese J. Dee, umanista, scienziato e «mago») si preoccuparono anche di contribuire alle attività dei mechanici, dunque di coloro che operavano nell'ambito delle varie tecnologie. La critica più netta a un ideale aristocratico di cultura fu però formulata dall'illuminismo: la ragione è lo strumento dell'educazione, e poiché ogni uomo è dotato di ragione la cultura può divenire patrimonio universale anziché riservato ai dotti. L'accento posto da J.J. Rousseau e dall'illuminismo tedesco (o Aufklarung: G.E. Lessing, I. Kant) sull'educazione o formazione (Erziehung, Bildung) come valorizzazione della genuina natura umana, fece giungere in primo piano una più specifica accezione di cultura e, in opposizione a essa, la nozione di civiltà. Nel francese del sec. XVIII, però, il termine civilisation, che indicava nel secolo precedente il «buon gusto» e anche le «buone maniere», acquistò il significato illuministico di cultura come potenziale patrimonio di tutta l'umanità, e quindi in lingua francese l'opposizione ideologica tra cultura illuministica e cultura aristocratico-formale non si tradusse nella contrapposizione di due parole. Questo dipese anche dal fatto che nel pensiero illuministico francese la civilisation, pur opponendosi al formalismo aristocratico, tendeva spesso a riferirsi a un affinamento dei costumi che superasse la mera, «negativa» naturalezza degli impulsi. In tedesco, invece, con la parola Kultur si cominciò, a indicare prevalentemente l'espressione della natura umana (insistendo l'Aufklarung sui naturali e istintivi valori autentici dell'individuo), e con la parola Zivilisation un complesso di norme e di valori soprattutto esteriori e convenzionali.L'opposizione fra Kultur e Zivilisation, già netta in Kant, prosegue lungo la storia del pensiero tedesco fino a F. Schiller, a J.G. Fichte, a A. Schopenhauer, a F. Nietzsche, e al principio del sec. xx trova la sua espressione più radicale nel Tramonto dell'Occidente (1918-21) di O. Spengler e nelle Considerazioni di un impolitico (1919) di Th. Mann: opere in cui si ravvisa nella Zivilisation il momento culminante, ma anche irrigidito, artificioso e prossimo alla decadenza, di un ciclo di Kultur.

aprile 02, 2007

I limoni


Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.
Eugenio Montale: Ossi di Seppia