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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 20, 2007

Memorie di un soldato bambino


Ishmael Beah è nato in Sierra Leone nel 1980. Ha raggiunto gli Stati Uniti nel 1998. Dopo aver terminato gli studi superiori alla United Nations International School di New York, nel 2004 si è laureato in scienze politiche all’Oberlin College. Membro dello Human Rights Watch Children’s Rights Division Advisory Committee, ha parlato numerose volte alle Nazioni Unite, al Council on Foreign Relations e al Center for Emerging Threats and Opportunities.Vive a New York.
bibliografia

Il 1993 è appena iniziato in Sierra Leone e a Mogbwemo, il piccolo villaggio in cui vive il dodicenne Ishmael, la guerra tra i ribelli e l’esercito regolare, che insanguina la zona del paese più ricca di miniere di diamante, sembra appartenere a una nazione lontana e sconosciuta.Di tanto in tanto nel villaggio giungono dei profughi che narrano di parenti uccisi e case bruciate, e si trascinano dietro dei bambini che fuggono impauriti al rumore della scure sulla legna o quando i sassi lanciati dalle fionde dei ragazzi a caccia di uccelli risuonano sui tetti di lamiera.Ma per Ishmael, suo fratello Junior e gli amici Talloi e Mohamed, quei profughi e quei bambini esagerano sicuramente. La guerra non potrà mica essere più terribile di una scena di Rambo!L’immaginazione di Ishmael e dei tredicenni Junior, Talloi e Mohamed è catturata da una cosa sola: la musica rap. Affascinati dalla «parlata veloce» di un gruppo americano visto su un enorme televisore a colori nella zona dei divertimenti per turisti bianchi di Mobimbi, i ragazzi hanno fondato una band e se ne vanno in giro a esibirsi nei villaggi vicini.Un giorno, però, in cui sono in uno di questi villaggi, li raggiunge la terribile notizia: i ribelli hanno attaccato e distrutto Mogbwemo.Ishmael e Junior restano immobili, impietriti per un lungo, doloroso istante, ma poi non esitano a cercare di percorrere velocemente i chilometri che li separano dalla casa dei genitori.Una volta giunti, però, a Kabati, il villaggio della nonna lungo il cammino, la vista degli uomini, che emergono dalla fitta foresta che circonda le case, li fa presto desistere dal tentativo.«Un uomo» scrive Beah, «portava in braccio il figlio morto, pensando che fosse ancora vivo. Era zuppo del sangue del ragazzo e, correndo, ripeteva senza tregua: “Ti porto in ospedale, piccolo mio, e tutto si risolverà”».Ishmael non vedrà piú casa sua e i suoi genitori. Perderà Junior. Fuggirà nella foresta, dormirà di notte sugli alberi, sarà catturato dall’esercito governativo, imbottito di droga, educato all’orrore, all’omicidio, alla devastazione. Il suo migliore amico non sarà piú il tredicenne Talloi ma l’AK-47 e la sua musica non piú l’hip-hop ma quella del suo fucile automatico.Testimonianza indimenticabile dal cuore dell’Africa, dove milioni di bambini muoiono di malattie curabili in Occidente e centinaia di migliaia sono mutilati o cadono in guerra, Memorie di un soldato bambino ha fatto gridare al miracolo la critica letteraria americana, stupita da «un’opera dallo sguardo così nitido, dal linguaggio così forte e di tale incomparabile tenerezza» (Melissa Fay Greene).

maggio 16, 2007

Se questo è un uomo


Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case;

Voi che trovate tornando la sera

Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce la pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì e per un no
Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d'inverno:
Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole:

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli:

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri cari torcano il viso da voi.


Primo Levi

maggio 09, 2007

Nove maggio millenovecentosettantotto


Lunga è la notte

e senza tempo.

Il cielo gonfio di pioggia

non consente agli occhi

di vedere le stelle.

Non sarà il gelido vento

a riportare la luce,

nè il canto del gallo,

nè il pianto di un bimbo.

Troppo lunga è la notte,

senza tempo,

infinita.


(Peppino Impastato)


maggio 07, 2007

Diamanda Galas


"Ho la faccia severa, come tutte le donne greche". E una straordinaria voce in grado di fare a pezzi convenzioni e ipocrisie. Storia di un'artista che canta la tragedia dell'Aids, e che ama in egual modo la Callas e Ornette Coleman

Intervista a cura di Damir Ivic (in collaborazione con Andrea Prevignano)
A torso nudo, gocciolante vernice rossa, la faccia dura come pietra. Così si presentò nel '94 a Torino Diamanda Galas, in occasione di un concerto che raccolse due performance. Sola sul palco, la voce e un pianoforte, le americane a illuminare il palco con luce rossa e blu. L'urlo straziato di Wild Women With Steak Knives e i blues e i gospel vellutati e sofferenti, rauchi e commoventi di The Singer. Questo era lo spettacolo di Diamanda Galas, la summa di tutta la sua attività artistica, a ben guardare.
Quattro ottave di estensione al servizio non bel canto, bensì di una sofferta ricerca dei limiti dello strumento voce e della narrazione, senza mezze misure e cautele autocensorie, di temi terribili: l'Aids, il disagio mentale, la guerra. Non può dirsi piacevole o di facile ascolto la voce della Galas, così come le sue opere non si prestano ad uso di commercio. Frutto forse, questa vocalità esasperata, di un divieto, quello di genitori greci di religione ortodossa emigrati a San Diego, che nel canto intuivano un'espressione artistica peccaminosa. Il peccato, appunto, o meglio, il concetto insito, è un argomento che turba e affascina la Galas: "Contro chi ritiene la mia arte peccaminosa e il mio linguaggio immondo posso solamente dire: 'Se pensate che vesta i panni dell'osceno, allora sappiate: mi ci sento a mio agio'".
Il peccato, nel vangelo deviante di Diamanda Galas, alligna nelle menti degli alfieri del moralismo e dell'ipocrisia, come testimonia You Must Be Certain Of The Devil, la terza parte della trilogia Masque Of The Red Death dedicata al dramma dell'Aids. "Il male, il diavolo sta là dove stanno i codardi, gli uomini spiritualmente impotenti, gli omofobi, chi si ostina a non guardare, chi diserta la realtà". Amen.

Per saperne di più: http://www.kwmusica.kataweb.it/kwmusica/pp_scheda.jsp?idContent=65792&idCategory=2028&pageIndex=1