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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 13, 2007

Kraftwerk


"Faremo uscire qualcosa soltanto quando lo riterremo rilevante per noi o per il pubblico", diceva Ralf Hutter qualche anno fa, ribadendo che i Kraftwerk continuavano a lavorare a nuove composizioni. La possibilità che questo evento non si verifichi mai va considerata. Il dubbio, che è di tutti gli appassionati, che il gruppo di Dusseldorf non sia più in grado di preconizzare, come hanno sempre fatto, le musiche del futuro deve avere colto anche loro e giustificherebbe un blocco creativo che per durata non ha - credo - precedenti nella storia del pop. Bisognerebbe forse persino auspicare che dai Kling-Klang Studios giungano solo più silenzio e ricordi, ché sarebbe un ben deprimente spettacolo vedere operare in retroguardia il gruppo più innovativo di sempre. Nessuno ha esercitato sullo sviluppo della moderna musica popolare - volksmusik hanno sempre detto di suonare i dusseldorfiani - un'influenza paragonabile ai Kraftwerk. Non i Velvet Underground, che pure fecero diventare adulto il rock ma la cui influenza non ne ha mai valicato i confini; né i Beatles, che per primi diedero una dignità culturale al pop e ne saranno sempre la massima icona. Prima di gridare alla lesa maestà, riflettete su quanto si va a esporre. Senza la loro influenza, diretta o indiretta per tramite di Bowie, la new wave avrebbe avuto uno sviluppo assai differente. I Devo, gli Ultravox, i primi Simple Minds, Gary Numan, i Depeche Mode, gli Orchestral Manoeuvres in the Dark, i D.A.F. sono semplicemente inconcepibili se si postula la non-esistenza dei Kraftwerk. La loro lezione plasmò le ali estreme del movimento: da un lato il solare pop degli Human League, dall'altro la cupa avanguardia dei Cabaret Voltaire. Contemporaneamente, mostravano la strada al duo Moroder/Belotte, autore di tutti i successi di Donna Summer, e infiltravano dunque l'elettronica nella disco. E anche nella musica da ballo influenzarono nello stesso tempo i settori più commerciali e l'underground: l'electro fu una loro invenzione (omaggio più clamoroso: i Fearless Four che costruiscono Rockin' it sulle fondamenta di The Man-Machine) e la scena go-go di Washington (omagggio più spudorato: i Trouble Funk che si appropriano indebitamente di Trans Europe Express) trovò nel gruppo tedesco una fonte occasionale ma importante. I pionieri dell'hip-hop consumarono i loro dischi e Afrika Bambaataa scrisse uno dei primi classici del genere, Planet Rock, incrociando Trans-Europe Express (ancora? la usò pure Grandmaster Flash) con Supersperm di Captain Sky: il krautrock e il p-funk si incontravano e generavano il primo di innumerevoli, magnifici bastardi mutanti. E ciò ci porta agli anni Novanta, alla celebre definizione della techno data da uno dei suoi maestri, Derrick May: "La techno sono George Clinton e i Kraftwerk chiusi insieme in ascensore". Senza il gruppo di Dusseldorf, la scuola di Detroit - i vari Derrick May, Juan Atkins, Kevin Saunderson, Carl Craig - che ha generato house e techno non è nemmeno immaginabile. Poiché se mancano i padri non vi può essere progenie, spariscono di riflesso Chemical Brothers e Daft Punk. Niente 808 State, L.F.O e Orbital. Versante ambient: bye bye Aphex Twin. Facciamo un passo indietro. Torniamo nella Motor Town. Notiamo che i succitati fondatori della techno, nella visione comune considerata musica bianca, sono tutti di colore. Giungiamo così al nucleo di questa riflessione, già toccato parlando dell'electro e dell'hip-hop dei primordi: se è innegabile che nella storia della musica di questo secolo, dal primo jazz e dal blues in avanti, sono stati quasi sempre i neri a tracciare le strade poi percorse (e sovente espropriate) dai bianchi, è altresì vero che i Kraftwerk costituiscono un'eccezione, l'unica. Sono i soli bianchi ad avere influenzato dei neri che a loro volta hanno influenzato altri bianchi. E' questo a rendere la loro presenza così pervasiva nella musica odierna: non fanno dischi da più di dieci anni, eppure sono ovunque, importanti come non mai.
A chi si stupisce del connubio fra una musica calda per eccellenza, quale è la black, e una musica fredda come l'elettronica propugnata dai dusseldorfiani è sfuggito molto di costoro, quasi tutto. Li ha magari sentiti, ma non li ha mai ascoltati. Avrebbe dovuto se no percepire l'umanità profonda che pulsa al centro della macchina Kraftwerk. Vi è in esso un romanticismo tipicamente mitteleuropeo ma anche un sentire che è inconfondibilmente soul. Certo: non è il soul di Otis Redding o di James Brown, ma gli è parente, e questo spiega perché al newyorkese Ritz nel 1981 (il concerto probabilmente più importante della storia dei Kraftwerk) il pubblico era in maggioranza di colore. "Fu funky", è il ricordo di Bambaataa. Ecumenici nel loro rivolgersi in musica a un pubblico di ogni razza, i Kraftwerk lo sono sempre stati anche nella stesura dei testi, essenziali come le architetture dei brani e redatti spessissimo in più lingue. Non solamente tedesco e inglese ma anche francese, italiano, giapponese. La specificità tedesca è l'architrave dell'universalità di canzoni dall'ironia sottile, amarognole ma in fondo ottimiste come un romanzo di Asimov.
Ecco, è questo l'ultimo punto sul quale desidero soffermarmi prima di passare alla disamina della produzione del gruppo di Dusseldorf: se la musica dei Kraftwerk è tuttora proiettata in avanti, testi e immaginario hanno sempre saputo più di modernariato che di modernità. La loro è una visione del futuro che viene da un passato in cui era possibile immaginare tempi a venire prosperi e ordinati, fatti di città linde, immensi spazi verdi, autostrade a otto corsie regolate da giganteschi cervelli elettronici. Prima della guerra del petrolio e del microchip. Prima di Blade Runner. Prima del cyberpunk. Prima che ci accorgessimo di essere fottuti. Chi conosce quell'indimenticabile racconto di William Gibson che è Il Continuum di Gernsback (in La notte che bruciammo Chrome) avrà compreso. "Musica elettronica/ Figura ritmica/ Arte politica/ dall'era atomica" (da Electric Cafe; in italiano) I dischi, allora. Il primo era fino a pochi mesi fa il più misterioso del lotto, del quale fa e non fa parte. Nel senso che vi figurano sia Hutter che Schneider ma quando vide la luce i Kraftwerk (il nome furbamente campeggia sulla ristampa in cd) ancora non esistevano. Il gruppo si chiamava Organisation e oltre ai due tedeschi (il primo all'organo, il secondo al flauto e al violino) comprendeva un bassista (Butch Hauf) e due percussionisti (Basil Hammoudi e Fred Monicks) inglesi. L'album venne pubblicato nel 1970 dalla Rca britannica, si intitola Tone Float ed è stato per un quarto di secolo uno dei pezzi più rari e mitizzati del krautrock. La sua leggenda ha retto la prova della riesumazione. Soprattutto la lunga title-track, un'improvvisazione di gusto orientaleggiante che si dispiega sul tambureggiare delle percussioni, colpisce, ma anche la cosmica Silver Forest e Noitasinagro, cui l'organo dona un sapore chiesastico e il violino tanta malinconia, si fanno ammirare. E tuttavia, benché il disco sia bello, bellissimo, non avessero Hutter e Schneider fatto altro lo si ricorderebbe come un'interessante freakerie d'epoca. Nulla più. Tornati a Dusseldorf (lì si erano conosciuti al locale conservatorio, dove avevano tra gli altri frequentato i corsi di Stockhausen), i due trovarono nuovi osci in Andreas Hohmann e Klaus Dinger, si ribattezzarono Kraftwerk, aprirono i Kling-Klang Studios, convocarono Conny Plank (che aveva già prodotto il 33 giri degli Organisation e li seguirà fino a Autobahn) e posero mano all'omonimo esordio.
Fra i rocker duri e puri ("Il destino delle nuove idee è di cominciare come eresie e finire come superstizioni", Thomas Huxley) è diffusa la favoletta secondo la quale ci sarebbero dei Kraftwerk buoni e dei Kraftwerk cattivi. I primi facevano avanguardia, i secondi vendettero l'anima al pop sintetico per un po' di svanziche. A separare il "prima" dal "dopo", Autobahn. Rilevato che è proprio quanto hanno realizzato da quel disco in poi a fare dei Kraftwerk ciò che sono, tocca subito dopo appuntare che nella loro storia non vi sono strappi ma evoluzione nella continuità. La copertina austera del primo 33 giri (vi figura solo un cono stradale di quelli che si usano per delimitare zone dove ci sono stati incidenti o vi sono lavori in corso) potrebbe appartenere ai Kraftwerk dell'ipotetico "dopo", così come l'attacco di Ruckzuck, con il flauto a tracciare traiettorie geometriche su una serrata pulsione ritmica e le tastiere elettroniche che ora evocano clangori da fabbrica, ora disegnano melodie che potrebbero essere di un quartetto d'archi (la rilettura di alcuni classici dei dusseldorfiani da parte del Balanescu Quartet è distantissima nel tempo, ma nell'anticamera della storia gli strumenti già vengono accordati). Stratovarius oscilla fra il minuetto in moviola e il delirio cacofonico, passando per tristezze gitane. Megaherz è un bordone che ascende sino a liberare un organo e poi un flauto che si libra sul silenzio prima di chiudere il cerchio reinnescando il bordone. Von Himmel Hoch, infine: il rumorismo e la musica industriale dietro l'angolo. Quando si dice un debutto memorabile. L'album, registrato tra il luglio e il settembre del 1970, viene pubblicato dalla Philips l'anno dopo. Michael Rother ha nel frattempo sostituito Hohmann e con Dinger preme perché la musica del quartetto si compatti e, mantenendo intatte le istanze sperimentali, le innesti su un substrato rock un minimo più canonico. Schneider gli dà ragione. Hutter se ne va. La nuova formazione lavora per sei mesi, mettendo su nastro poco più di mezz'ora di musica a tutt'oggi inedita e partecipando in maggio al programma televisivo "Beat Club". Il brano eseguito in tale circostanza, Vor dem blauen Bock, è stato aggiunto come bonus alla versione su cd di Tone Float ed è l'unica testimonianza pervenutaci dai Kraftwerk del 1971. Per nostra fortuna, che nel cambio, oltre a non vedere sconvolto l'ultimo quarto di secolo di musica pop, ci guadagniamo un altro grande gruppo, Rother e Dinger fondano i Neu! e Schneider e Hutter rifanno squadra. Da questo momento saranno solo loro i Kraftwerk. Quanti saranno chiamati a collaborare verranno tenuti nella condizione di gregari, compresi Wolfgang Flur (presente da Autobahn) e Karl Bartos (arrivato con Radioactivity e da The Man-Machine spesso indicato come coautore).
2 viene approntato a fine settembre '71 ed esce qualche mese dopo. La copertina è pressoché identica a quella del predecessore. Cambiano i colori, bianco e verde anziché bianco e rosso. La mossa, tesa a evidenziare continuità e serialità nella produzione del gruppo, si rivela controproducente a livello di marketing (tanti non si accorgono che è un Lp nuovo) ma è concettualmente geniale. Come geniale è Klingklang, che monopolizza la prima facciata e divide con Family Affair di Sly & The Family Stone il record di essere la prima composizione pop in cui compare una batteria elettronica. La distesa sezione centrale annuncia Autobahn. Di già. Di un anno successivo, Ralf & Florian smussa gli angoli. La musica dei Kraftwerk è ora, oltre che sorprendente e non di rado inaudita, piacevole. Gli echi di Estremo Oriente che si odono in Elektrisches Roulette e in Ananas Symphonie suonano, paradossalmente, più autentici del Giappone da cartolina che sarà disegnato da lì a qualche anno dalla Yellow Magic Orchestra (altri, come gli Yello, che ai Kraftwerk devono poco meno che tutto). In quest'ultima una vera rarità nel catalogo del gruppo di Dusseldorf: una chitarra. Slide addirittura. "Il suono dei Krafwerk è un insieme di ritmi funky, musica concreta e pop" (Florian Schneider) La Sinfonia dell'Ananas è l'ultima prova d'orchestra prima della sinfonia di motori di Autobahn, suite, canzone e Lp. Ridotta su sette pollici dai 22'42'' dell'album all'usuale durata di un singolo, la title-track nel 1974 fa furore ovunque nel mondo, Stati Uniti in testa. Prima la popolarità dei dusseldorfiani era limitata alla Germania e relativa: 60.000 copie vendute del primo 33 giri, 50.000 del secondo, 100.000 del terzo. Quanto bastava a pagare i conti di casa dei musicisti e ad aggiornare l'hardware dei Kling-Klang Studios. Hutter e Schneider non dovranno più fare acrobazie per comprare un registratore o uno strumento elettronico.
Autobahn rende pop il minimalismo di Steve Reich, Philip Glass, LaMonte Young. E' orecchiabile e sperimentale, glaciale e sensuale. Romantica. Come Morgenspaziergang, mentre Kometenmelodie ha l'afflato cosmico che il titolo esige e l'inquietante Mitternacht, che la separa, lancia un ponte verso i primi lavori. Tanto Autobahn è compatto tanto Radioactivity, che gli viene dietro a distanza di un anno e battezza il rapporto con la Emi, è frammentario. Disco di passaggio come lo era stato Ralf & Florian. Cinque brani su dodici non superano il minuto e mezzo. Quello che lo intitola è quasi una nuova Set the controls for the heart of the sun (Pink Floyd , quando avevano qualcosa da dire) ed è mediazione esemplare fra gli estremi rappresentati dal suono di sinusoidali di Radio Sterne e dalla melodia sognante di Ohm Sweet Ohm. Mi auguro che non vi sia sfuggita l'ironia del titolo.
"Il suono di un treno in corsa è musica. Vogliamo rendere la gente consapevole della realtà che la circonda inserendo nelle nostre composizioni i suoni di automobili e treni. Trovo che ci sia in essi una grande bellezza" (Ralf Hutter) Dopo Radioactivity i Kraftwerk tacciono per due anni (a ben più poderosi silenzi ci abitueranno). Emergono dalla clausura dei Kling-Klang con sotto braccio l'album in prospettiva più rilevante di un anno, il 1977, che commercialmente fu quello della disco e artisticamente quello del punk. Trans-Europe Express è il loro capolavoro; il brano che gli dà il titolo, al tempo un hit di dimensioni planetarie, il più bell'esempio di musica mimetica mai concepito. Ma tutto il disco è straordinario: Europe Endless insegnerà molto agli Ultravox ; The Hall of mirrors ai Japan ; Showroom Dummies ai Devo. "Il nostro obiettivo è scrivere la canzone pop perfetta per tutte le tribù del villaggio globale" (Florian Schneider) Obiettivo centrato nel 1978 con The Model, primo brano della seconda facciata di The Man-Machine: una melodia di tale stupefacente flessibilità da prestarsi a essere riletta da Snakefinger come dai Big Black e dal Balanescu Quartet. Canzone da villaggio globale, davvero: si sa dell'esistenza di versioni giapponesi e thailandesi.
Il resto del disco, che vanta una copertina, ispirata al costruttivista russo El Lissitzky, degna di figurare in un qualunque museo di arte moderna, vale quasi il suo apice. Si presenta con The Robots, ipnotica e (va da sé) robotica e si congeda con le suggestioni paragregoriane della canzone omonima; in mezzo l'irresistibile drive disco di Spacelab e di Metropolis e i toni crepuscolari di Neon Lights. Si potrebbe anche dire che con The Man-Machine la spinta propulsiva dei Kraftwerk si esaurisce. I tempi fra un'uscita e l'altra si dilatano a dismisura - bisogna attendere tre anni per Computer World, cinque per Electric Cafe e altri cinque per la pletorica raccolta The Mix - e le tredici canzoni partorite da Hutter e Schneider in diciannove anni - a separare le sei di Computer World dalle sei di Electric Cafe, il 45 giri Tour de France - niente aggiungono al loro canone. Il modello di The Man-Machine (anche in esso sei canzoni) è fedelmente replicato. Epperò di Computer World e di Electric Cafe proprio non si vorrebbe fare a meno: regalano brani immensi (Computer Love vale a momenti The Model) e si fanno ammirare per un'economia di forme che ha raggiunto la classicità.


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