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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 26, 2007

La filosofia del marchese De Sade


C’è un primo scarto che traspare dalla scrittura di Sade da ciò che egli voleva fosse il suo sistema filosofico. Se la trascendenza viene negata con veemenza e con dovizie di argomentazioni logico-razionali, perché l’autore è ossessionato dal sacro in quanto luogo del trascendente e perché ha un bisogno continuo di negarlo, quando una volta per tutte la ragione ne ha dimostrato la natura effimera o chimerica, come spesso ama ripetere Sade? Gli serve forse come gesto profanatorio – che è anche ciò che lo stesso marchese dichiara in molti luoghi – dal quale trarre un surplus di godimento? Ma questa sembra una spiegazione insufficiente. Nel gesto sacro vive qualcosa che la società dell’Illuminismo tende a perdere, una mancanza irrecuperabile sulla sfondo della quale emerge la dicotomia fondamentale razionale/irrazionale, propria della cultura del Settecento. Più propriamente, si tratta dell’antica dicotomia razionale/a-razionale, presente già nel pensiero platonico. Ma al contrario di Platone, Sade colloca nel luogo dell’a-razionalità solamente l’istinto sessuale e in quello della razionalità il mero operare sulla materia (operatività), escludendo dal novero di ciò che esiste l’immaginativo. Ciò che è puramente intellettuale o è pura ragione o è puro nulla, per Sade pura metafisica. La spiegazione finale di ogni gesto umano, il fondamento ultimo dell’esistenza nel pensiero di Sade è l’istinto sessuale. Si tratta non solamente di un acquisto teoretico, ma di una vera e propria ossessione che investe tutta l’esistenza dell’uomo Sade, il libertino, che agisce e dello scrittore, il filosofo Sade, che ricorda e ripete l’azione. La razionalità, qui intesa come mera operatività, è allora strumento e non guida per il miglior soddisfacimento dell’istinto sessuale. Essa è la radice di tutti gli strumenti, vero e proprio principio coordinatore che predispone i mezzi materiali di cui l’istinto ha bisogno per essere soddisfatto, e di cui Sade dà, in continuazione, minuziose e spesso ripetitive descrizioni. Il toglimento della fantasia, dell’immaginazione produttiva, in quanto gioco mentale, cortocircuito della ragione che si ripiega su se stessa e non serve affatto ai sensi, cioè a soddisfare l’istinto, è operato sostituendo ad essa la complessità dei fatti sotto forma di ripetizione. Il percorso è segnato, come nelle traiettorie fisse degli elementi di una macchina. Di quella macchina estremamente complicata e in parte ancora sconosciuta - ma pur sempre macchina - che compone l’uomo inteso dal materialismo sensista dei vari Le Mattrie, D’Holbach, Condillac. 2.2 Il principio razionale del Male e l’antiplatonismo Risulta evidente il ribaltamento dello schema platonico che vede l’essere umano razionale alla continua ricerca del Sommo Bene, ove per Sade invece la ragione spinge a produrre l’esatto contrario. Se la ragione platonica in materia di piacere, ma anche il racconto mitico (si pensi al mito del carro alato), hanno il compito controllare la sessualità, di imbrigliare la dannosa sfrenatezza di eros, il pensiero di Sade pone la ragione al servizio di questa sfrenatezza sessuale. Si crea una visione del mondo in cui ogni presunta trascendenza è il simbolo fallace di una divinità ridotta a fantoccio senza senso. L’immaginazione, che per Sade è precipuamente quella religiosa, va continuamente ridicolizzata indicandone la nullità dell’oggetto, il non essere o meglio il non essere possibile del dio che afferma. L’Illuminismo fa della ragione il centro della vita umana e il fine cui l’uomo deve tendere, man mano liberandosi dai pregiudizi imposti dal potere temporale e da quello religioso. Ma nessun illuminista si rende veramente conto della natura strumentale della ragione sviluppata dalla nascente modernità o, se ciò accade, non porta il discorso razionale iniziato dal secolo dei Lumi alle sue estreme conseguenze. Sade, per primo, intuisce che se la razionalità è il mezzo più efficace che l’uomo ha a disposizione per giungere agli scopi che egli sente in sé in quanto uomo, questi non sono determinabili tramite la razionalità stessa, ma derivano da una regione dell’animo umano ancora sconosciuta, quell’inconscio che la psicanalisi scoprirà e tenterà di esplorare solo un secolo più tardi, e che il marchese qualifica genericamente come istinto. Genericamente, in quanto vago punto di accumulazione per ogni umana volizione e non concettualizzabile in quanto creare concetti è compito della sola ragione e l’istinto va al di là della sua portata, ma nondimeno potente polarità per la ragione stessa. Nel paradigma sadiano l’istinto è una tensione irrazionale, che non spinge l’uomo all’uguaglianza o alla giustizia o ad un generico anelito verso il sacro, tutte nozioni troppo generali o astratte e perciò sadianamente poco umane, ma è essenzialmente istinto sessuale di dominio. L’immaginazione è qui sotto accusa: colpevole di aver creato il fraintendimento fondamentale che vede i valori morali e la stessa garanzia di essi, l’esistenza di quel Dio, che Sade instancabilmente combatte, quali verità eterne scoperte dalla ragione. Mentre essi non sarebbero che il prodotto di una sorta di debolezza organica, di peccato originale della facoltà immaginativa che spinta dalla paura dell’ignoto, si sostituisce all’azione dell’istinto e crea una serie di fantasmi per riempire lo spazio lasciato vuoto da quest’ultimo.
Dolmancè

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