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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 07, 2007

La critica dei critici.


Dipingendo in modo impietoso la situazione attuale della critica italiana, Carla Benedetti osserva che sono molti oggi a credere che «ogni attività umana, artistica, culturale o politica, sia destinata a ripetere manieristicamente forme e figure già previste»: un simile genere di percezione viene considerata da Benedetti la diretta negazione della critica. In questo senso, il pensiero antagonista novecentesco incarnato da autori come Adorno o Debord è stato involontariamente complice di questo processo, che assomiglia al decorso di una patologia depressiva, proprio nel momento in cui ha indicato come un destino ineluttabile la fine della storia, l’egemonia del virtuale e dello spettacolo, l’onnivora capacità del sistema di assorbire le istanze conflittuali sorte al suo interno. Richiamandosi a Gadda e a Pasolini, Benedetti propone allora di «restituire alla visione critica tutto il polipaio vivente di relazioni di cui è fatta la realtà».
La critica non ha mai perso il suo ruolo ma si è perpetuata, astutamente, proprio attraverso l’affermazione della sua morte, e ciò le ha consentito di integrarsi nel mercato, legato a una sempre più pervasiva «estetizzazione della vita». Se la critica è diventata in tal modo del tutto autoreferenziale, possiamo concludere che il divorzio tra critica e realtà, analogo a quello consumato da parte della politica, va acquisito ormai come un dato di fatto: per rilanciarsi, la critica dovrà comprendere l’importanza della visione, intesa come «rivendicazione della pulsione vitale del pensiero che oltrepassa le specializzazioni storicamente prodotte». La visione consente non solo di superare l’astrazione, la tecnicizzazione della scrittura, la «Letteratura Istituita», ma anche di percepire la realtà come «ciò che sta assieme ad altro, concresciuta con altro» (cioè, aggiungo, per quello che essa è davvero, e a maggior ragione nell’era globale: relazione). La "verità" dunque non si dà isolatamente né una volta per tutte ma nel dinamismo del contatto, dell’amore o del conflitto: essa non sta unicamente dalla parte del soggetto o dell’oggetto, ma semmai nel campo di intersezione fra queste due polarità. Allora partendo da un simile punto di vista è coerentissimo sostenere, come fa Benedetti, che «i nonluoghi non esistono», che «tutto è pieno». Se i nonluoghi non esistono, se tutto è pieno, non ha alcun senso parlare di "morte" della letteratura: non solo la letteratura non è finita e non finirà, ma neppure il suo destino potrà consistere in una ironica sopravvivenza postuma in cui ogni produzione sia già preventivamente catalogata, cioè di fatto isolata e messa in quarantena, da un critica ormai incapace di rischiare, colpevolmente interessata a mantenere lo status quo o a nascondere il suo timore della vera novità dietro i paraventi censori (sebbene piuttosto redditizi nella prospettiva dell’industria culturale) del giudizio di valore e, peggio ancora, del Canone. Come già detto, la morte della critica non è che l’espediente retorico con cui la critica continua a mantenere il suo carattere istituzionale e fondamentalmente aprioristico di separatezza dalla vita reale, ora svolgendo una malinconica funzione di custodia dei classici, ora coltivando un improbabile "atteggiamento postumo" testimoniale e apocalittico nello stesso tempo, ora apponendo il proprio logo al prodotto estetico mercificato (come nel caso del noto critico d’arte A. Bonito Oliva). Secondo Benedetti, tutto ciò finisce soltanto con il determinare «un’azione di pompieraggio nei confronti di ciò che di più bruciante e vitale può ancora nascere nel mondo della scrittura contemporanea». Benedetti ritiene che, per evitare il "tradimento", sia indispensabile per i critici cambiare le regole del gioco abbandonando gli schemi interpretativi ereditati da un’esperienza culturale gloriosa ma ormai logora, quella del pensiero critico novecentesco, per abbracciare una prospettiva di tipo foucaultiano. Non si tratta più, in altre parole, di esasperare la contestazione al potere al punto da paralizzarla né di rendere testimonianza di verità eterne, come facevano ancora gli intellettuali generalisti à la Benda/Sartre, ma di scavare inedite possibilità di senso all’interno del "particolare" agendo, nel riferimento ideale alla tradizione arcaica della parresia, «per la costruzione di una verità alternativa a quella dominante». Un’azione dal basso, una verità da creare con impegno maieutico piuttosto che da contemplare: il limite, forse, ma anche il compito infinito e affascinante della nuova "militanza" critica.

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