______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 25, 2007

Variazioni sul tema della libertà


di Mario Luzi

“Me libertino patre natus” – Orazio afferma la sua fierezza di essere stato accolto nei grandi circoli augustei pur avendo avuto così umili origini: elogio della equanimità imperiale propiziata da Mecenate, elogio del suo merito letterario.
Liberto il padre modestissimo agente tributario nella provincia di Apulia, lui uomo libero e per di più scrittore celebrato. Da nonno a nipote la trafila del riscatto nell’ordine romano c’è tutta. La libertà raggiunta è apprezzata, goduta e vissuta con toccante saggezza dal poeta. Essa lo ha elevato addirittura a una condizione di privilegio, ma ha comportato di fatto la poco gradevole adesione al mondo della ufficialità per il quale la sua natura era refrattaria.
Ecco un nuovo limite che gli si profila davanti e che vorrebbe superare; ecco una cattura da cui non vorrebbe essere preso. Liberato dal servaggio quante servitù aspettano l’uomo! Liberazione per Orazio allora sta nel rifugio agreste, nella dissociazione dalla corte e dalle sue appendici, nella beatitudine solitaria dei campi, non importa se lavorati ancora da servi.
Solo in astratto la libertà è un bene in se stessa e può divenire un principio. In realtà, posto il principio della libertà e accettatolo come irrefutabile dalla nostra etica, essa rimane incomprensibile se non rapportata a una costrizione da abolire. E’ il bisogno di libertà che ravvisa o inventa gli ostacoli e reciprocamente sono le situazioni oppressive che di continuo si generano a provocare quel richiamo alla libertà.
Libertà da che o da chi? L’assoluto della libertà non ci è dato. Sono più a nostra misura le endiadi o i trinomi: libertà e giustizia; libertà, eguaglianza, fraternità – che conclamano desideri ideali e richieste precise da soddisfare mediante una trasformazione dello stato attuale. La rivoluzione appunto: essa ha sempre come movente primario e come insegna la libertà. La libertà conseguita rispetto ad alcuni soprusi può costituirsi come tirannide verso altri desideri naturali nell’uomo. Lo insegnano le più importanti rivoluzioni della storia moderna: la francese e la sovietica. Libertà era divenuto un principio dispotico al tempo di Saint-Just; non c’è bisogno di soffermarsi sulla sua paradossale metamorfosi al tempo di Stalin.
Nei Vangeli i poveri pescatori e pubblicani trovano la loro libertà nel seguire l’imperioso appello di Gesù. Nel Paradiso tomistico di Dante “è formale a esto beato esse / tenersi dentro alla divina voglia / perch’una fansi nostre voglie istesse”. E’ la libertà suprema che il poeta inventa, dentro la sua fede e la sua cultura.
Nella prospettiva infinita della libertà noi siamo tutti liberti tesi a un grado ulteriore di libertà da conquistare; aspiranti a una libertà illusoriamente definitiva. Il figlio Orazio, è vero, trova insopportabile la libertà che il padre liberto gli ha con sacrificio regalato, senza una ulteriore liberazione questa volta più intima. Eppure nonostante i disinganni, senza quella vibrante prospettiva non ci sarebbe la poesia e neppure, penso, la musica. Non ci sarebbero, a rigore, le scienze senza una tensione alla conoscenza che è anch’essa libertaria.
La libertà, assunta come principio cardinale dalle società moderne, viene proposta come ideologia dai liberali. Il partito liberale ha un ruolo notevole nella disputa politica dell’epoca ottocentesca. Tuttavia sarebbe assurdo da parte loro sentirsi campioni esemplari di libertà, considerarsi al sicuro da ogni possibile involuzione.
Tramutando da principio e teoria a ideologia la libertà si espone a tutte le pubbliche occorrenze e alle inevitabili magagne che sollecitano il desiderio e l’istinto di liberazione.
Libertà civili, libertà politiche, libertà personali. L’universo della libertà è molto frammentato, ma tutto sommato è uno e indivisibile anche se episodicamente (rapsodicamente) invocato e allarmato.
E c’è poi al di sopra di tutto il grande problema ontologico e, di riflesso, morale del dilemma tra libertà e determinazione. Fino a che punto le imprese umane sono obbligate implicitamente da necessità di natura e di cultura atavica o altrimenti consequenziale; e quanto deve operare la volontà per liberarsene e affermare la sua autonomia… senza escludere che talora proprio nella sottomissione a una legge condivisa o a una legge fatale risiede la libertà.
E’ un tema, questo, che ha alimentato la letteratura per secoli. Il teatro soprattutto ha coltivato questo dibattimento della coscienza. La tragedia da Sofocle a Racine a Pirandello rinnova continuamente l’insolubile contrasto. Quello di Racine specialmente è paradigmatico. Proprio nel combattimento interiore, di timbro agostiniano, fra la libera volontà e la forza fatale delle passioni si consuma la vicenda dei suoi eroi.
E’ la frontiera più avanzata della libertà.
Penso spesso alla azione punitiva dovuta a riparazione di torti subiti. In alcune società assume perfino dei caratteri rituali. La vendetta. Il marito tradito avrebbe forse maturato una umana inclinazione a comprendere l’errore e la debolezza della compagna, ma la legge intrinseca del villaggio vuole che egli la uccida. Il cosiddetto delitto d’onore è spesso un delitto coatto.
Si tratta del livello più basso a cui scenda la libertà rivolta contro se stessa.
La ritorsione dei sentimenti liberi e spontanei contro se stessi genera il tragico nell’ossessione di Oreste, nell’angosciosa tortura di Antigone, per esempio. Ciò che è dovuto per principio convenzionale avvelena ciò che è voluto per sentimento di giustizia.
Siamo a un passo dal rivolgimento cristiano e il libero arbitrio porrà in termini radicali il problema della libertà. Problema vivo e sempre aperto come una ferita inguaribile nel cristiano, e non solo.
La conclusione del processo libertario è forse identica al suo inizio; se non che alla massima potenza. La catena delle liberazioni brilla proprio nell’autoliberazione incessante dell’uomo dai propri stati di inerzia e di comodo, di insufficienza, di presunzione…
Libertà come dinamica propria dello spirito umano si manifesta in obiettivi specifici naturali o coltivati. La libertà di uscire di casa e di andare al mercato è un bisogno organico di qualunque cittadino o individuo. La libertà r eclamata di indipendenza da un potere sentito come sopruso è già il prodotto di una cultura che include il criterio di equità e quello di legittimità. E questi non sono possibili senza quello del diritto.
Quando una ventina d’anni or sono andai in Cina insieme con alcuni scrittori italiani per un incontro con alcuni scrittori cinesi, mi resi conto che potevamo intenderci su parecchi temi e argomenti ma non su quello della libertà di parola o di opinione che noi ponevamo (un po’ alla PEN Club) e che a loro era del tutto incomprensibile: la cultura di corte e poi di regime non aveva generato questa istanza e non aveva certo contribuito a idealizzare il principio.
La libertà è dunque una scuola dove bisogna andare per imparare a volerla e in cui la lezione è ininterrotta. Chi mette su quella scuola è la natura stessa dell’uomo se non ostacolata o compressa.


Tratto da:






settembre 24, 2007

È ridicolo credere


È ridicolo credere che gli uomini di domani

possano essere uomini,

ridicolo pensare

che la scimmia sperasse

di camminare un giorno

su due zampe
é ridicolo

ipotecare il tempo

e lo é altrettanto

immaginare un tempo

suddiviso in piú tempi
e piú che mai

supporre che qualcosa

esista

fuori dall'esistibile,

il solo che si guarda

dall'esistere.


(Eugenio Montale, Satura; Satura II)

settembre 18, 2007

Ricerca e scienze umane




"Non limiti, ma buonsenso"


In Germania è in uscita la sua ultima fatica: Im Irrgarten der Intelligenz, cioè "Nel giardino-labirinto dell' intelligenza" (Suhrkamp, in Italia sarà edito da Einaudi), un percorso nel concetto della I-parola (l'intelligenza, appunto) e, en passant, una requisitoria contro i test di misurazione del quoziente intellettivo. Ma da noi Hans Magnus Enzensberger, intellettuale tedesco i cui interessi spaziano dalla poesia alla matematica è noto soprattutto per il best seller “Il mago dei numeri”, tentativo di trasferire ai piccoli lettori – e ai loro genitori – la bellezza del calcolo. Lo scorso luglio, una giuria di umanisti e ricercatori gli ha conferito il Premio Merk Serono, il riconoscimento dedicato a saggi e romanzi che sviluppino un confronto e un intreccio tra scienza e letteratura, per il suo libro “Gli elisir della scienza. Sguardi trasversali in poesia e in prosa” (Einaudi 2004). Una sorta di atto d’accusa non soltanto agli scienziati chiusi nei loro laboratori, incapaci di interpretare il loro tempo con gli strumenti della cultura umanistica, ma anche a quegli artisti, scrittori, intellettuali in genere che non hanno mai letto una pagina di Darwin, a quei poeti che si addormentano al solo sentir parlare di numeri, agli psicanalisti che ridono ai discorsi dell’entomologo: gli idiots littrés. In quella occasione Galileo gli ha rivolto alcune domande.

Professor Enzensberger, lei viene premiato per la sua capacità di gettare ponti tra le due culture, quella scientifica e quella letteraria. Ma lei da quale sponda è partito, da quella della ricerca o da quella delle scienze umane?
“Il mio interesse verso questi temi non è recente, risale agli anni di scuola. All'epoca del Nazismo, tutti i discorsi sulla cultura umanistica mi sembravano scadenti: l'unica cosa che interessava le gerarchie era dimostrare l'esistenza di una psiche tedesca, il che mi appariva un nonsense. Io non sono uno scienziato, non sono specialista in nulla, sono solo un dilettante in tutti i campi possibili, però mi diverto, e questo è l'essenziale. Imparare cose nuove per me non è un peso o un obbligo. Gli esercizi matematici, per esempio, sono una specie di fitness per la mente. C’è chi fa sollevamento pesi, io alleno i muscoli del cervello”.
Rispetto a qualche decennio fa, oggi sembra esserci più interesse per la scienza – basti pensare al proliferare di riviste o di trasmissioni televisive di divulgazione. Ma forse si chiede alla scienza dei punti di riferimento, dei valori, che altri saperi non riescono più a dare?
“Valore è un termine derivato dall'economia, non è una parola molto spirituale. Non amo parlare di valori come se fossero oggetti da acquistare e da portare a casa. Anche perché cambiano nel tempo: oggi un valore è la flessibilità, per esempio quella sul mercato del lavoro. Prima era l'opposto, si ammirava la lealtà, la stabilità. Allora preferisco parlare di coscienza, di bene e male. Ma anche questi non sono mai stati concetti definitivi. Soprattutto, la scienza non ci può aiutare in questa ricerca di una definizione, non è il suo compito, uno scienziato non deve fornirci il senso della vita. Al contrario, la scienza oggi ci presenta dei dilemmi: la clonazione, i trapianti, la medicina della riproduzione... problemi, non soluzioni”.
A proposito di questo, nel suo libro “Gli elisir della scienza” lei attraversa discipline come la fisica, la matematica, le tecnologie delle telecomunicazioni… Ma nei confronti della biologia sembra avere uno sguardo più “apocalittico” che “evangelico” – secondo una sua definizione. E i suoi interventi hanno generato diverse polemiche. Mi sembra che questo atteggiamento nei confronti delle possibilità aperte dalle biotecnologie sia simile a quello che si aveva negli anni Cinquanta nei confronti della Fisica delle particelle. Che oggi, però, suscita assai meno dibattito di allora. Dunque, chi stabilisce di cosa bisogna avere paura?
“Negli anni Settanta i mass media hanno avuto un grande ruolo nel parlare del pericolo dell'atomica. Il fatto è che le società moderne hanno bisogno di panico. Mi ricordo di quando in Germania c'era la paura delle piogge acide, non si parlava d'altro. Oggi non se ne parla più, ma questo non vuol dire che siano cessate o non ci siano più rischi. Secondo me, anche le scienze attraversano delle fasi di sviluppo: l'infanzia, la gioventù, la maturità. La Biologia è una scienza abbastanza recente, pensi che la fisiologia della riproduzione è stata descritta soltanto alla fine dell’Ottocento. La Fisica ha una storia molto più lunga. Ebbene, gli adolescenti hanno sempre delle manie di grandezza, delle fantasie di onnipotenza, e questo è un po' il caso di una certa parte della biologia oggi. Ovviamente non bisogna generalizzare, ci sono anche biologi modesti, che riconoscono i propri limiti. Ma ci sono anche i pazzi che promettono la vita eterna e roba del genere”.
Dunque prima o poi anche la biologia rientrerà nell’età matura...
“Sì, e questo è anche uno dei motivi per cui credo che sia necessaria una riflessione seria della società sulla scienza. Solo il dialogo con la società può far crescere una disciplina, non esistono crescite a senso unico”.
Nel frattempo, secondo lei è necessario stabilire dei confini oltre i quali la scienza non debba andare?
“Mi sembra molto difficile porre limiti alla ricerca. Dico però che a volte c’è troppa complicità tra ricerca e industria, con finanziamenti distorti e episodi di corruzione. Ovviamente questo non è un discorso strettamente scientifico, è questione di etica. Ma gli scienziati non sono santi, sono uomini come noi. Credo che all’interno del processo scientifico ci siano dei meccanismi di controllo e verifica che funzionano abbastanza bene. Se un articolo appare su Science o Nature, io so che posso fidarmi. Certo, poi ci sono episodi come quello dello scienziato coreano (il veterinario Woo Suk Hwang, poi accusato di frode scientifica, ndr.) che si inventa i dati di sana pianta. O come il vostro ginecologo (Severino Antinori, ndr) che promette di rendere mamme le donne di sessant’anni… Ma i veri problemi non sono nella ricerca, sono nell’applicazione industriale. Parlo della sperimentazione dei farmaci, per esempio, o della sicurezza delle centrali nucleari: ci sono sempre sedicenti esperti disposti a fare perizie compiacenti e pagate profumatamente per stabilire l’innocuità di una molecola o l’efficacia di un impianto. Ma se si verificano dei decessi sospetti, allora le autorità si decidono a intervenire. E l’industria colpevole rischia di perdere miliardi per aver operato al di fuori delle leggi. Anche questo è un meccanismo di controllo. Voglio dire: i limiti alla ricerca non sono possibili, ma la società deve saper utilizzare le scoperte con buon senso. In genere la ricerca è indirizzata dagli interessi dei finanziatori, ma è bello sapere che siamo anche capaci di costruire qualcosa come i grandi telescopi o l’acceleratore di particelle Lhc al Cern di Ginevra: sei miliardi di euro per una cosa che non ha un ritorno economico, almeno nell’immediato”.
Con “Il mago dei numeri” lei ha affrontato anche la trasmissione del sapere scientifico – in questo caso la matematica – ai bambini. Per insegnare nelle scuole non tanto le singole discipline, ma il metodo scientifico, quale strada bisogna percorrere?
“Premesso che non sono uno specialista, alla base di quel libro c’era il fatto che avevo due figli che a scuola si annoiavano a morte. Il problema era che anche i loro insegnanti si annoiavano a morte. Cosa impara un professore di matematica nel corso dei suoi studi? Impara la matematica, ma non ha nessuna idea di come trasmettere questa passione ai ragazzi, di come parlare con loro, di come divertirsi, poveretto. Ha solo una cattedra e una lavagna su cui scrivere i suoi numeri. Se poi aggiungiamo i ministeri che gli infliggono dei programmi noiosi, è ovvio che la cosa non funziona. Così gli studenti imparano solo a superare gli esami, a passare il “rituale di iniziazione”: questo conta, non la matematica. Il che, ovviamente, è molto grave. Io non ho la soluzione a questo problema. Penso solo che bisognerebbe insegnare le cose ai bambini in un altro modo. E insegnare agli insegnanti a insegnare, indipendentemente dalla materia. Purtroppo la scuola è un’istituzione vecchia, sclerotizzata, ottocentesca, e non è facile cambiare le regole. Perché mai un ragazzo dovrebbe sapere a memoria il punto di congelamento del metano, che è perfettamente inutile, e non avere alcuna nozione di economia o di diritto?”.


di Elisa Manacorda




Per saperne di più:

settembre 14, 2007

Scienza e fede


di Lawrence M. Krauss


Una questione a mio avviso centrale nel dibattito attualmente in corso tra gli scienziati a proposito della religione: La religione è intrinsicamente negativa? Confesso che le mie opinioni in merito sono cambiate nel corso degli anni, anche se tu potresti sostenere che mi sono semplicemente rammollito.

Che la religione sia stata responsabile di molte atrocità è una cosa ampiamente provata. Ho spesso affermato, come hai fatto tu, che nessuno si schianterebbe volutamente con un aereo di linea contro un grattacielo, se non fosse convinto che Dio è dalla sua parte.

Come scienziato, penso che il mio ruolo sia quello di obiettare quando la fede religiosa induce le persone a insegnare menzogne sul mondo. A questo proposito, direi che si devono rispettare le sensibilità religiose né più né meno di tutte le altre inclinazioni metafisiche, ma che esse non dovrebbero essere rispettate quando sono sbagliate, intendo convinzioni palesemente in disaccordo con le prove empiriche. La Terra non ha 6000 anni di età. Il Sole non si è fermato nel cielo. L'Uomo di Kennewick non era un indiano Umatilla. Non è la religione, o la fede, che dobbiamo cercare di sradicare, è l'ignoranza. Soltanto quando è minacciata dalla conoscenza la fede diventa il nemico.


Di Richard Dawkins


Su questo credo siamo d'accordo. E anche se "menzogna" è una parola troppo forte, perchè implica l'intenzione di ingannare, io non sono tra quelli che mettono le argomentazioni morali al di sopra della questione se le convinzioni religiose siano vere oppure no.

Tempo fa ho partecipato a un dibattito televisivo con Toby Benn, un veterano della politica britannica ed ex ministro della tecnologia, che si definisce cristiano. Nel corso della nostra discussione si è capito perfettamente che non gli interessava affatto stabilire se le convinzioni cristiane fossero vere; la sua unica preoccupazione era se fossero morali. le sue obiezioni contro la scienza si fondavano sul fatto che essa non offre una guida morale. E quando ho protestato, osservando che questo non è compito della scienza, mi ha quasi chiesto a che cosa serviva. Un classico esempio di una sindrome che il filosofo Daniel Dennett ha chiamato "fede nella fede".

Un altro esempio sono le persone convinete che la verità o la falsità di un credo religioso siano meno importanti della sua capacità di offrire conforto e dare un senso alla vita. Immagino concorderai con me che non abbiamo obiezioni a che le persone traggano conforto da ciò che preferiscono, né abbiamo obiezioni nei confronti di validi punti di riferimento morali. Ma la questione del valore morale o consolatorio della religione deve, comunque, restare separata nelle nostre menti dal valore di verità della religione. Trovo sempre difficile convincere le persone religiose di questa distinzione, il che mi fa pensare che noi seduttori scientifici abbiamo di fronte un'ardua battaglia.


[questa è una parte di un articolo più ampio e articolato che potrete trovare su "Le Scienze" in edicola in questi giorni, se volete la versione in rete più breve: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Scienza_e_fede/1312005]


Ho creduto opportuno dare spazio alla possibilità di un dialogo tra scienza e religione fatta da due illustri scienziati con idee diverse sull'argomento, anche solo per bilanciare il dibattito univoco che in questi giorni è stato avviato in Italia. Personalmente penso che la chiave giusta sia il RISPETTO delle convinzioni altrui e la libertà di potersi confrontare. La religione non può in alcun modo sostituirsi alla scienza, come la scienza non ha alcuna volontà di sostituire la religione. Sono due aspetti diversi della vita che vivono ambiti diversi e verità diverse, e portare come verità assoluta la religione crea superstizione e ignoranza.







settembre 10, 2007

Il centralismo della civiltà dei consumi


Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.
Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.
Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).
Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.
Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello "televisivo" che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.
Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre…

Da "Scritti Corsari" di Pieri Paolo Pasolini


[L'articolo era apparso sul "Corriere della Sera" il 9 dicembre 1973 con il titolo "Sfida ai dirigenti della televisione" - L'ultima parte dell'articolo (la "sfida", appunto, non appare in Scritti corsari. Può essere reperita in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani (edizione diretta da Walter Siti, Mondadori 1999)]


SCRITTI CORSARI VEDI ANCHE 9 dicembre 1973. Acculturazione 24 giugno 1974. Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo 22 settembre 1974. Lo storico discorsetto di Castelgandolfo 14 novembre 1974. Il romanzo delle stragi Un dibattito del collettivo redazionale di "salvo imprevisti"

Il cinema di P.P.Pasolini:

settembre 06, 2007

I miei omaggi a Wagner non sono stati una provocazione


Musicista e intellettuale ebreo. Musicista e intellettuale wagneriano. Non c'è conflitto, anzi: «È possibile un nesso, un legame» tra dimensioni che la storia ci ha segnalato come scandalosamente opposte. Daniel Barenboim, ebreo legatissimo a Israele, vive in piena consapevolezza un paradosso che definisce solo apparente. Per questo l'anno scorso volle dirigere Wagner a Gerusalemme. E in nome dello stesso principio di «ricerca di un terreno comune», nel marzo di quest'anno tentò invano (fu bloccato per motivi di sicurezza) di suonare a Ramallah di fronte a un pubblico di giovani palestinesi. Nato nel'42 a Buenos Aires da una famiglia di ebrei russi, pianista eccelso oltre che campione del podio, direttore musicale sia della Staatsoper Unter den Linden di Berlino (dove è stato eletto direttore «a vita») che della Chicago Symphony, Barenboim è un wagneriano di fuoco, con trascorsi rilevanti a Bayreuth. Oggi, a Berlino, si conclude la maratona con cui ha reso a Wagner un omaggio senza precedenti, dirigendo le sue dieci, grandi opere una dopo l'altra, in ordine cronologico, dall'Olandese a Parsifal, rappresentate prima nell'arco di un paio di settimane, poi replicate, per un totale di oltre un mese di recite.
Un evento di mole smisurata: «Ma al di là dell'aspetto atletico», spiega, «conta la ricchezza del viaggio. Solo una programmazione tanto ravvicinata può far comprendere lo sviluppo linguistico grandioso dell'universo wagneriano». Partiamo da qui: dal perché del suo amore incondizionato per Wagner. «È un musicista imprescindibile. Ci sono compositori che hanno scritto musica bellissima ma senza influenzare la storia della musica. E altri imperfetti che hanno avuto un'importanza storica fondamentale. Se Mendelssohn non ci fosse stato saremmo più poveri, ma lo sviluppo della musica sarebbe invariato. Invece senza Berlioz, compositore discontinuo, oggi la musica sarebbe diversa. Poi ci sono 5 o 6 compositori che hanno segnato l'evoluzione musicale in modo necessario, riflettendo tutto quel che c'è stato prima e condizionando tutto il dopo. Wagner è tra questi. Come Bach e Beethoven». E il Wagner antisemita? Lo considera un aspetto irrilevante? «È una musica che può evocare associazioni col nazismo, e per questo, quando volli dirigerla a Gerusalemme, parlai prima al pubblico spiegando i perché della scelta, e dicendo che chi non gradiva poteva uscire dalla sala. Diressi, dal Tristano e Isotta, il Preludio e la Morte di Isotta, e su 3000 persone ne uscirono una trentina. Gli altri seguirono in silenzio. Bisogna rispettare i sentimenti di chi soffre di certi nessi, ma non si può impedire ad altri di godere di una musica oggettivamente splendida. E poi Wagner è morto mezzo secolo prima dell'ascesa di Hitler al potere».
Facile replicare che non a caso il nazismo ha fatto della musica wagneriana la sua colonna sonora. 'Perché mentre uccidete fate suonare Wagner?', grida il maggiore americano Arnold al direttore Furtwängler nel film di Szabo «A torto o a ragione», che include brani da lei diretti. Per i tedeschi Wagner è celebrazione dell'identità germanica ed emblema del sentimento unificante del sangue: le sue saghe poggiano sulle stesse radici del nazismo. «Lo so, così come riconosco che c'è un modo tedesco di pensare la musica, legato anche alla lingua, al peso delle consonanti. Ma non sta qui il problema del fascismo, che inizia quando si dice: solo un tedesco può capire questa musica. E poi l'antisemitisimo non è solo Wagner. Mi sono messo a ristudiare la Passione secondo Giovanni di Bach scoprendo che è il testo più antisemita che ci sia. Bisognerebbe cancellarla per questo?». Eseguire Wagner in Israele ha un senso politico, oltre che culturale? «Certo. Sono convinto che tra i motivi della tragedia in Medio Oriente ci sia l'assenza di un mutamento interiore che riguarda anche il rapporto degli ebrei con Wagner. Mi spiego. Con la creazione dello Stato d' Israele sono state soddisfatte le aspirazioni nazionali degli ebrei. Andava fatto. Ma non può voler dire ignorare il come è stato fatto. Il problema non è solo israeliano-palestinese. O ebreo-arabo. È anche un problema israeliano-ebreo». Vale a dire? «Per 2000 anni abbiamo vissuto come minoranza, a volte accettata e a volte perseguitata, come nell'Inquisizione in Spagna o nella Germania di Hitler. Nel '48 siamo diventati nazione. Non più solo artisti e banche, ma soldati, studenti, politici, prostitute. Uno Stato. Poi, nel'67, con la Guerra dei Sei Giorni, ci si è trovati a controllare un'altra minoranza, quella palestinese. E qui è mancata la transizione. La prima, da minoranza a Stato, è stata straordinaria. La seconda avrebbe avuto bisogno di un cambiamento che non è avvenuto. Anche dello humour ebreo».
Che c'entra lo humour? «Una cosa è quando ridi su chi sta sopra di te e un'altra è quando ridi su chi ti sta sotto. Se sei nel ghetto di Varsavia e di fuori passeggia la Gestapo, e hai un pezzo di pane duro e vecchio, e lo butti al soldato tedesco dicendo: è abbastanza buono per i non ebrei, non solo fai una battuta lecita, ma reagisci con coraggio a una situazione orrenda. Tutt'altro è se butti quel pezzo di pane, dicendo che è abbastanza buono per un non ebreo, a un palestinese di Ramallah. È un nodo innanzitutto etico». Come definirebbe l'etica ebrea? «È un'etica razionale, basata non sull'amore, come quella cristiana, ma sulla giustizia. Non 'ama il prossimo tuo', ma 'trattalo giustamente'. Sviluppatasi nei secoli in cui gli ebrei erano minoranza, non considera il rapporto con esseri umani non ebrei, essendo basata appunto sulle necessità di una minoranza». Qui a Berlino lei è stato fatto oggetto di attacchi antisemiti. Tempo fa un politico la contrappose, in quanto ebreo, al direttore d' orchestra ariano Thielemann, definito il nuovo Karajan. Segnali dell'antisemitismo che scorre in Germania e non solo? «Episodi isolati. In realtà il mondo della musica è molto filosemita. Però in questo paese vedo molta ignoranza sul semitismo. Inoltre qui non sono tollerate critiche al governo attuale d' Israele: si rischia subito l'accusa di antisemitismo. C'è un senso forte, da parte dei giovani, di repulsione delle colpe dei padri. Ma proprio a causa degli orrori del nazismo ogni tedesco dovrebbe essere cosciente della responsabilità di ciascuno di fare il possibile affinché quei crimini non si ripetano. Consapevolezza che manca. Il che, associato all'ignoranza di quel che significa essere ebrei, può portare all'antisemitismo». È molto identificato con la cultura ebraica?
«Sì. Ho avuto un'educazione impregnata di filosofia ebraica, da Maimonide a Spinoza. Ma sono un ebreo laico, cosa difficile da capire. Un ebreo religioso, che va in sinagoga, è facile da identificare. Ma il laico? Essere ebreo è un miscuglio di tradizioni, popolo e nazione. Appena c'è un conflitto su un aspetto affiora l'altro. Se critichi Sharon attacchi la nazione. Allora c'è chi dice: questo non è essere ebreo. Essere ebreo è anche tradizione. E così via». Vede possibile prospettive di pace in Israele? «Non certo finché la situazione è gestita da persone come Sharon e Arafat. Ogni soluzione militare è strategicamente e moralmente insensata. Bisogna trovare altri mezzi per comunicare. Per questo in marzo volevo suonare a Ramallah. Niente di risolutorio, certo. Solo un piccolo contributo. Ma che avrebbe dato a 800 studenti palestinesi del Conservatorio l'opportunità di vedere che non tutti gli ebrei sono soldati, e che c'è una possibilità di dialogo. Cos' è la pace, se non contatti culturali, economici e scientifici tra i popoli? Dunque, perché aspettare?».
Intervista di Leonetta Bentivoglio per "La Repubblica"
Per saperne di più:
Sulla colonna qui a lato troverete il video di alcune brani tratti da opere di Wagner

settembre 03, 2007

L'altro Iran

Scritto da Narghes Bajoghli

La manifestazione. Un lunedì di due settimane fa, nell’università di Teheran, era il Giorno della Libertà di Pensiero e di Espressione. Segnava l’anniversario dell’incarcerazione del professor Hashem Aghajari, uno storico che due anni fa tenne un corso in cui esortava gli iraniani a “non comportarsi come scimmie” nelle loro pratiche religiose (ovvero a non seguire i dettami del governo), ma a cercare la religione in forma individuale. Aghajari venne messo in prigione, e poco dopo condannato a morte, una decisione che scatenò la protesta degli studenti, nel dicembre 2002. Successivamente, grazie alla popolarità seguita al suo arresto, Aghajari venne rilasciato dal leader supremo del paese.
Così in questa giornata l’Associazione degli studenti islamici, un prominente gruppo studentesco universitario che sostiene il movimento riformista, ha invitato Aghajari a fare lezione alla facoltà di Ingegneria. Non è stato solo il giorno in cui Aghajari tornava a far lezione all’università per la prima volta dopo il suo rilascio, ma tale data ha anche coinciso con il recente attacco, per mano di alcuni irriducibili, contro il Rettore dell’Università di Scienze e Tecnologia. Gli studenti, infuriati per il recente attacco all’università, erano pronti a fare della lezione di Aghajari la manifestazione del loro rifiuto di piegarsi alle pressioni dei conservatori.
C’era un grande dispiegamento di forze di sicurezza, e io mi stavo incamminando verso un Auditorium rumoroso e affollato. L’energia nell’aula era soverchiante, mentre gli studenti cantavano canzoni rivoluzionarie e tenevano il tempo battendo le mani. L’aria era pervasa da un sentimento forte, un senso di urgenza, di paura, di sfida. Ciascuno era a conoscenza della possibilità che gli irriducibili avrebbero potuto sciogliere il meeting, ma questo aumentava la risolutezza degli studenti. Quando ho raggiunto l’Auditorium, non c’era più un solo posto libero, così ho dovuto stringermi sulle scale laterali, finché non ho trovato un piccolo spazio, largo alcuni centimetri, in cui infilarmi a sedere, assieme a centinaia di altri studenti che bloccavano le scale. Come al solito, l’evento cominciò molto più tardi di quanto annunciato, ma gli studenti non davano tregua all’attesa, gli altoparlanti diffondevano nuove canzoni rivoluzionarie che ciascuno subito seguiva cantando e battendo le mani a tempo.
Prima che Aghajari arrivasse sul palco, numerosi leader delle varie fazioni dell’Associazione degli studenti islamici si sono succeduti al microfono, con discorsi sorprendenti. Tutti parlavano della necessità di riforme drastiche nel Paese, ma non era esattamente ciò che dicevano ad essere sorprendente, quanto le parole usate, e la forma in cui si esprimevano: tutto comunicava un’urgenza, un bisogno di gridare: “Quel che è troppo è troppo”. A ciascun oratore, eccetto uno, mentre guadagnava il palco, tremavano le mani e indugiava la voce, e sapeva che ogni discorso sarebbe stato una mossa rischiosa, visto l’attuale clima che si respira durante il regime da quando i conservatori hanno ripreso il potere. Ma non appena cominciava a parlare e ad ammonire il governo, l’erompere di applausi da parte dei suoi compagni lo rassicurava, e nel suo intervento l’incertezza scemava e cresceva la fiducia. Questi giovani oratori gridavano al governo la bugia che era la Repubblica Islamica, che non era né una repubblica, né tantomeno islamica. Ciascuno denunciava l’attacco al Rettore dell’Università di Scienza e Tecnologia, e che il regime aveva trasformato le università in prigioni e le prigioni in università. Mettevano in guardia contro il ritorno al potere dei conservatori ed esortavano gli studenti a continuare la loro battaglia.

Il professore. Poco dopo, Aghajari ha cominciato a parlare. Ha cercato di dare un’interpretazione del Corano dimostrando che la lettura che ne dà il regime è sbagliata, e che l’Islam riconosce la libertà di pensiero e di espressione.
Man mano che il suo discorso prendeva forma e si sviluppava, per poi terminare due ore dopo, non potevo fare a meno di pensare che Aghajari è solo il tassello di un mosaico, e sarà solo quando gli studenti di questo auditorium prenderanno il potere, nell’inevitabile successione generazionale, sarà solo allora che la politica iraniana verrà davvero riformata.
Gli interventi degli studenti non erano minimamente paragonabili a quello del professore arrestato. Il discorso di Aghajari era stato cauto e limitato; i suoi predecessori erano fieri e inflessibili. In parte ciò era forse dovuto alle energie e all’idealismo dei giovani, ma per lo più è il contesto delle rivendicazioni, diverso in questa generazione, nei figli della Repubblica Islamica, che alla fine riformerà, se non addirittura spezzerà, questo sistema.
Mentre osservavo le scene che si susseguivano di fronte ai miei occhi, non potevo evitare di pensare che chi batteva le mani con più forza, con più energia, erano le ragazze che indossavano lo chador (e che erano in minoranza tra le studentesse, che solitamente vanno all’università con i ‘maghnameh’ o, in misura sempre maggiore, con larghi ‘roosari’). Questo fatto ha riconfermato la mia opinione circa il pericolo di osservare l’Iran con gli occhi chiusi, o solo mezzi aperti, senza comprendere le complessità di questa società. A molti, queste studentesse vestite col chador comunicano oppressione, silenzio, arretratezza. Ma, una volta che cominciano a parlare, le loro richieste di riforme si levano più potenti di quelle di ogni altro gruppo. Di rado le apparenze sono uno specchio dell’anima, o della mente, in special modo in questa società.




Per leggere l'intero articolo:





Per saperne di più:

Thoni Sorano



BIOGRAFIA 1990 - 1998 Studia danza classica col "Golaska Dance Theatre" (Sicilia) "Arte Balletto" "IALS" (Roma) Nel 1997 frequenta il corso accademico "Dance and Visual Practice" presso l'Università di Brighton (UK), dove si specializza in danza contemporanea e vari arti visive e performative.
1998 Comincia lo studio del canto privatamente col soprano Giovanna Collica.
Si iscrive alla facoltà di Lingue e Civiltà Orientali con l'intento di approfondire lo studio della musica mediorientale e in particolare della musica Sufi.
Nel 2000 vince una borsa di studio all'Istituto Tomer di Istanbul per l'approfondimento della lingua turca; nel frattempo studia ed effettua ricerche in loco circa la musica e gli strumenti tradizionali.
Nel 2001 fonda insieme al sound-designer Marco Saitta il duo "Akdeniz" e pubblica sulla compilation "Mokabeach" (Carosello) il singolo "Dolap".
Nel 2002 con Akdeniz firma tre brani per la colonna sonora del film "Anime Veloci" di P. Marrazzo.
Nel 2003 insegna canto e tecniche di canto popolare al Music All (Roma) e guida il corso "Music in the Mediterranean" presso il Mediterranean Centre for Arts and Sciences - MCAS (Siracusa).
Nel 2004 tiene un seminario sulla musica mediorientale all'interno di un master post universitario organizzato dal Dams di Torino ad Ispica (RG).
Nel 2004 firma quattro brani in siciliano, turco e inglese nel progetto discografico T.A.O. per l'etichetta Fairylands (Roma). Il progetto include anche una tournée presso teatri romani con musicisti (fra cui Gavino Murgia e Vincenzo Zitello).
Nel 2005 pubblica "Thonisorano", il suo primo lavoro solista.
Nel 2007 viene selezionato dal Festival di Recanati ed è tra i cantanti presenti nella compilation.

Per saperne di più e ascoltarlo: www.thonisorano.com