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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 06, 2007

I miei omaggi a Wagner non sono stati una provocazione


Musicista e intellettuale ebreo. Musicista e intellettuale wagneriano. Non c'è conflitto, anzi: «È possibile un nesso, un legame» tra dimensioni che la storia ci ha segnalato come scandalosamente opposte. Daniel Barenboim, ebreo legatissimo a Israele, vive in piena consapevolezza un paradosso che definisce solo apparente. Per questo l'anno scorso volle dirigere Wagner a Gerusalemme. E in nome dello stesso principio di «ricerca di un terreno comune», nel marzo di quest'anno tentò invano (fu bloccato per motivi di sicurezza) di suonare a Ramallah di fronte a un pubblico di giovani palestinesi. Nato nel'42 a Buenos Aires da una famiglia di ebrei russi, pianista eccelso oltre che campione del podio, direttore musicale sia della Staatsoper Unter den Linden di Berlino (dove è stato eletto direttore «a vita») che della Chicago Symphony, Barenboim è un wagneriano di fuoco, con trascorsi rilevanti a Bayreuth. Oggi, a Berlino, si conclude la maratona con cui ha reso a Wagner un omaggio senza precedenti, dirigendo le sue dieci, grandi opere una dopo l'altra, in ordine cronologico, dall'Olandese a Parsifal, rappresentate prima nell'arco di un paio di settimane, poi replicate, per un totale di oltre un mese di recite.
Un evento di mole smisurata: «Ma al di là dell'aspetto atletico», spiega, «conta la ricchezza del viaggio. Solo una programmazione tanto ravvicinata può far comprendere lo sviluppo linguistico grandioso dell'universo wagneriano». Partiamo da qui: dal perché del suo amore incondizionato per Wagner. «È un musicista imprescindibile. Ci sono compositori che hanno scritto musica bellissima ma senza influenzare la storia della musica. E altri imperfetti che hanno avuto un'importanza storica fondamentale. Se Mendelssohn non ci fosse stato saremmo più poveri, ma lo sviluppo della musica sarebbe invariato. Invece senza Berlioz, compositore discontinuo, oggi la musica sarebbe diversa. Poi ci sono 5 o 6 compositori che hanno segnato l'evoluzione musicale in modo necessario, riflettendo tutto quel che c'è stato prima e condizionando tutto il dopo. Wagner è tra questi. Come Bach e Beethoven». E il Wagner antisemita? Lo considera un aspetto irrilevante? «È una musica che può evocare associazioni col nazismo, e per questo, quando volli dirigerla a Gerusalemme, parlai prima al pubblico spiegando i perché della scelta, e dicendo che chi non gradiva poteva uscire dalla sala. Diressi, dal Tristano e Isotta, il Preludio e la Morte di Isotta, e su 3000 persone ne uscirono una trentina. Gli altri seguirono in silenzio. Bisogna rispettare i sentimenti di chi soffre di certi nessi, ma non si può impedire ad altri di godere di una musica oggettivamente splendida. E poi Wagner è morto mezzo secolo prima dell'ascesa di Hitler al potere».
Facile replicare che non a caso il nazismo ha fatto della musica wagneriana la sua colonna sonora. 'Perché mentre uccidete fate suonare Wagner?', grida il maggiore americano Arnold al direttore Furtwängler nel film di Szabo «A torto o a ragione», che include brani da lei diretti. Per i tedeschi Wagner è celebrazione dell'identità germanica ed emblema del sentimento unificante del sangue: le sue saghe poggiano sulle stesse radici del nazismo. «Lo so, così come riconosco che c'è un modo tedesco di pensare la musica, legato anche alla lingua, al peso delle consonanti. Ma non sta qui il problema del fascismo, che inizia quando si dice: solo un tedesco può capire questa musica. E poi l'antisemitisimo non è solo Wagner. Mi sono messo a ristudiare la Passione secondo Giovanni di Bach scoprendo che è il testo più antisemita che ci sia. Bisognerebbe cancellarla per questo?». Eseguire Wagner in Israele ha un senso politico, oltre che culturale? «Certo. Sono convinto che tra i motivi della tragedia in Medio Oriente ci sia l'assenza di un mutamento interiore che riguarda anche il rapporto degli ebrei con Wagner. Mi spiego. Con la creazione dello Stato d' Israele sono state soddisfatte le aspirazioni nazionali degli ebrei. Andava fatto. Ma non può voler dire ignorare il come è stato fatto. Il problema non è solo israeliano-palestinese. O ebreo-arabo. È anche un problema israeliano-ebreo». Vale a dire? «Per 2000 anni abbiamo vissuto come minoranza, a volte accettata e a volte perseguitata, come nell'Inquisizione in Spagna o nella Germania di Hitler. Nel '48 siamo diventati nazione. Non più solo artisti e banche, ma soldati, studenti, politici, prostitute. Uno Stato. Poi, nel'67, con la Guerra dei Sei Giorni, ci si è trovati a controllare un'altra minoranza, quella palestinese. E qui è mancata la transizione. La prima, da minoranza a Stato, è stata straordinaria. La seconda avrebbe avuto bisogno di un cambiamento che non è avvenuto. Anche dello humour ebreo».
Che c'entra lo humour? «Una cosa è quando ridi su chi sta sopra di te e un'altra è quando ridi su chi ti sta sotto. Se sei nel ghetto di Varsavia e di fuori passeggia la Gestapo, e hai un pezzo di pane duro e vecchio, e lo butti al soldato tedesco dicendo: è abbastanza buono per i non ebrei, non solo fai una battuta lecita, ma reagisci con coraggio a una situazione orrenda. Tutt'altro è se butti quel pezzo di pane, dicendo che è abbastanza buono per un non ebreo, a un palestinese di Ramallah. È un nodo innanzitutto etico». Come definirebbe l'etica ebrea? «È un'etica razionale, basata non sull'amore, come quella cristiana, ma sulla giustizia. Non 'ama il prossimo tuo', ma 'trattalo giustamente'. Sviluppatasi nei secoli in cui gli ebrei erano minoranza, non considera il rapporto con esseri umani non ebrei, essendo basata appunto sulle necessità di una minoranza». Qui a Berlino lei è stato fatto oggetto di attacchi antisemiti. Tempo fa un politico la contrappose, in quanto ebreo, al direttore d' orchestra ariano Thielemann, definito il nuovo Karajan. Segnali dell'antisemitismo che scorre in Germania e non solo? «Episodi isolati. In realtà il mondo della musica è molto filosemita. Però in questo paese vedo molta ignoranza sul semitismo. Inoltre qui non sono tollerate critiche al governo attuale d' Israele: si rischia subito l'accusa di antisemitismo. C'è un senso forte, da parte dei giovani, di repulsione delle colpe dei padri. Ma proprio a causa degli orrori del nazismo ogni tedesco dovrebbe essere cosciente della responsabilità di ciascuno di fare il possibile affinché quei crimini non si ripetano. Consapevolezza che manca. Il che, associato all'ignoranza di quel che significa essere ebrei, può portare all'antisemitismo». È molto identificato con la cultura ebraica?
«Sì. Ho avuto un'educazione impregnata di filosofia ebraica, da Maimonide a Spinoza. Ma sono un ebreo laico, cosa difficile da capire. Un ebreo religioso, che va in sinagoga, è facile da identificare. Ma il laico? Essere ebreo è un miscuglio di tradizioni, popolo e nazione. Appena c'è un conflitto su un aspetto affiora l'altro. Se critichi Sharon attacchi la nazione. Allora c'è chi dice: questo non è essere ebreo. Essere ebreo è anche tradizione. E così via». Vede possibile prospettive di pace in Israele? «Non certo finché la situazione è gestita da persone come Sharon e Arafat. Ogni soluzione militare è strategicamente e moralmente insensata. Bisogna trovare altri mezzi per comunicare. Per questo in marzo volevo suonare a Ramallah. Niente di risolutorio, certo. Solo un piccolo contributo. Ma che avrebbe dato a 800 studenti palestinesi del Conservatorio l'opportunità di vedere che non tutti gli ebrei sono soldati, e che c'è una possibilità di dialogo. Cos' è la pace, se non contatti culturali, economici e scientifici tra i popoli? Dunque, perché aspettare?».
Intervista di Leonetta Bentivoglio per "La Repubblica"
Per saperne di più:
Sulla colonna qui a lato troverete il video di alcune brani tratti da opere di Wagner

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