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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 03, 2007

L'altro Iran

Scritto da Narghes Bajoghli

La manifestazione. Un lunedì di due settimane fa, nell’università di Teheran, era il Giorno della Libertà di Pensiero e di Espressione. Segnava l’anniversario dell’incarcerazione del professor Hashem Aghajari, uno storico che due anni fa tenne un corso in cui esortava gli iraniani a “non comportarsi come scimmie” nelle loro pratiche religiose (ovvero a non seguire i dettami del governo), ma a cercare la religione in forma individuale. Aghajari venne messo in prigione, e poco dopo condannato a morte, una decisione che scatenò la protesta degli studenti, nel dicembre 2002. Successivamente, grazie alla popolarità seguita al suo arresto, Aghajari venne rilasciato dal leader supremo del paese.
Così in questa giornata l’Associazione degli studenti islamici, un prominente gruppo studentesco universitario che sostiene il movimento riformista, ha invitato Aghajari a fare lezione alla facoltà di Ingegneria. Non è stato solo il giorno in cui Aghajari tornava a far lezione all’università per la prima volta dopo il suo rilascio, ma tale data ha anche coinciso con il recente attacco, per mano di alcuni irriducibili, contro il Rettore dell’Università di Scienze e Tecnologia. Gli studenti, infuriati per il recente attacco all’università, erano pronti a fare della lezione di Aghajari la manifestazione del loro rifiuto di piegarsi alle pressioni dei conservatori.
C’era un grande dispiegamento di forze di sicurezza, e io mi stavo incamminando verso un Auditorium rumoroso e affollato. L’energia nell’aula era soverchiante, mentre gli studenti cantavano canzoni rivoluzionarie e tenevano il tempo battendo le mani. L’aria era pervasa da un sentimento forte, un senso di urgenza, di paura, di sfida. Ciascuno era a conoscenza della possibilità che gli irriducibili avrebbero potuto sciogliere il meeting, ma questo aumentava la risolutezza degli studenti. Quando ho raggiunto l’Auditorium, non c’era più un solo posto libero, così ho dovuto stringermi sulle scale laterali, finché non ho trovato un piccolo spazio, largo alcuni centimetri, in cui infilarmi a sedere, assieme a centinaia di altri studenti che bloccavano le scale. Come al solito, l’evento cominciò molto più tardi di quanto annunciato, ma gli studenti non davano tregua all’attesa, gli altoparlanti diffondevano nuove canzoni rivoluzionarie che ciascuno subito seguiva cantando e battendo le mani a tempo.
Prima che Aghajari arrivasse sul palco, numerosi leader delle varie fazioni dell’Associazione degli studenti islamici si sono succeduti al microfono, con discorsi sorprendenti. Tutti parlavano della necessità di riforme drastiche nel Paese, ma non era esattamente ciò che dicevano ad essere sorprendente, quanto le parole usate, e la forma in cui si esprimevano: tutto comunicava un’urgenza, un bisogno di gridare: “Quel che è troppo è troppo”. A ciascun oratore, eccetto uno, mentre guadagnava il palco, tremavano le mani e indugiava la voce, e sapeva che ogni discorso sarebbe stato una mossa rischiosa, visto l’attuale clima che si respira durante il regime da quando i conservatori hanno ripreso il potere. Ma non appena cominciava a parlare e ad ammonire il governo, l’erompere di applausi da parte dei suoi compagni lo rassicurava, e nel suo intervento l’incertezza scemava e cresceva la fiducia. Questi giovani oratori gridavano al governo la bugia che era la Repubblica Islamica, che non era né una repubblica, né tantomeno islamica. Ciascuno denunciava l’attacco al Rettore dell’Università di Scienza e Tecnologia, e che il regime aveva trasformato le università in prigioni e le prigioni in università. Mettevano in guardia contro il ritorno al potere dei conservatori ed esortavano gli studenti a continuare la loro battaglia.

Il professore. Poco dopo, Aghajari ha cominciato a parlare. Ha cercato di dare un’interpretazione del Corano dimostrando che la lettura che ne dà il regime è sbagliata, e che l’Islam riconosce la libertà di pensiero e di espressione.
Man mano che il suo discorso prendeva forma e si sviluppava, per poi terminare due ore dopo, non potevo fare a meno di pensare che Aghajari è solo il tassello di un mosaico, e sarà solo quando gli studenti di questo auditorium prenderanno il potere, nell’inevitabile successione generazionale, sarà solo allora che la politica iraniana verrà davvero riformata.
Gli interventi degli studenti non erano minimamente paragonabili a quello del professore arrestato. Il discorso di Aghajari era stato cauto e limitato; i suoi predecessori erano fieri e inflessibili. In parte ciò era forse dovuto alle energie e all’idealismo dei giovani, ma per lo più è il contesto delle rivendicazioni, diverso in questa generazione, nei figli della Repubblica Islamica, che alla fine riformerà, se non addirittura spezzerà, questo sistema.
Mentre osservavo le scene che si susseguivano di fronte ai miei occhi, non potevo evitare di pensare che chi batteva le mani con più forza, con più energia, erano le ragazze che indossavano lo chador (e che erano in minoranza tra le studentesse, che solitamente vanno all’università con i ‘maghnameh’ o, in misura sempre maggiore, con larghi ‘roosari’). Questo fatto ha riconfermato la mia opinione circa il pericolo di osservare l’Iran con gli occhi chiusi, o solo mezzi aperti, senza comprendere le complessità di questa società. A molti, queste studentesse vestite col chador comunicano oppressione, silenzio, arretratezza. Ma, una volta che cominciano a parlare, le loro richieste di riforme si levano più potenti di quelle di ogni altro gruppo. Di rado le apparenze sono uno specchio dell’anima, o della mente, in special modo in questa società.




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