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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 27, 2007

Fast Food Nation, un hamburger per nemico


Lo zoom d'apertura del film entra lentamente nella polpa rosa di un hamburger. «C'è merda nella carne», concluderanno le analisi dei vendutissimi pasti pronti di Mickey's, una grossa franchise alla McDonald. A indagare il problema, in Colorado, viene mandato un solare esperto di marketing (Greg Kinnear). Il suo viaggio negli inferi dell'industria alimentare americana si intreccia alle storie di un gruppo di immigrati illegali che lavorano nel mattatoio di Mickey's e di una ragazzina che ne serve il macabro prodotto in un ristorante dai colori allegri e asettici. Attacco frontale (più onesto e lucido di Babel) ai destini incrociati della globalizzazione e agli effetti del capitalismo nel secondo millennio, il nuovo film del texano Richard Linklater (nella foto) non potrebbe essere più attuale - basta pensare all'empasse della riforma sull'immigrazione in Usa, e al direttore della Food and Drugs Administration cinese giustiziato per corruzione un paio di settimane fa. Contiene anche due memorabili apparizioni, di Kris Kristofferson (nei panni di un ranchero in via di estinzione) e di Bruce Willis («tutti dobbiamo mangiare un po' di merda prima o poi», è la frase chiave del suo imperdibile monologo) Adattando l'omonimo best seller di Eric Schlosser pubblicato nel 2001, Linklater fa di Fast Food Nation, traendone un film diffuso, obliquo, «meditabondo», che diffida delle conclusioni facili, come d'altra parte tutti i suoi lavori. Un film di sintonie piuttosto che di partiti presi. «Non ho mai fatto un film così topico, così esplicitamentre su un soggetto preciso. Sono spaventato. Non voglio fare politica facile o dire alla gente cose pensare», mi aveva detto oltre un anno fa sul set di Fast Food Nation, a Austin. L'intervista che segue è stata realizzata per questo giornale durante l'edizione 2006 del festival di Cannes. Eri alle prese con un libro molto vasto, piano di dati, di ricerca, come hai deciso, alla fine per queste trame incrociate? Partire da un libro di non fiction di quel tipo era la sfida più grossa ed è la prima cosa che ho detto a Eric quando abbiamo iniziato a parlarne. Non sono un regista di documentari. E lui mi ha ricordato Sherwood Anderson e Winesburg, Ohio: un piccolo centro in cui si intrecciano le vite di tante persone. In quell'ottica ho cominciato a intravedere una soluzione, ho iniziato a riconoscermi: dopo tutto sono un filmmaker che lavora sul personaggio. E fare un film sui lavoratori dell'industria era una cosa che mi interessava. Ancora di più visto che si trattava dell'industria del cibo, nei confronti della quale coltivo interesse da anni. Una volta trovato un mondo, la cittadina del Colorado in cui abbiamo ambientato il film, abbiamo incominciato a popolarla e a immaginare le storie dei personaggi. Fast Food Nation sarà senz'altro considerato un film «politico» ma per me è la storia di questi lavoratori. Alcuni dei personaggi del film appaiono anche nel libro, come avete fuso fatti e fiction? Molti dei personaggi raccolgono in sé un insieme di persone realmente esistenti. Il libro è basato in una realtà precisa e il film ha cercato di lavorare su di essa. Anche se è fiction parla di cose che stanno succedendo veramente: i padroni degli ultimi ranch indipendenti sono minacciati, ci sono enormi pressioni per industrializzare interamente quel settore, i teen agers lavorano in fast food di cui consumano troppo cibo e che progettano di derubare.... Tutti i tuoi film usano le trame dei personaggi in questo modo, lavorando obliquamente su quello che ci sta dietro... Credo che il cinema sia un medium ideale per trattare un canovaccio a diversi livelli di complessità, guardare dietro alla superficie delle cose - che si tratti di un prodotto che acquisti al supermercato o di un essere umano. Spero che per il pubblico questa non sia soltanto la parabola di una ragazzina che acquista consapevolezza rispetto a un problema ma anche un invito a chiedersi quali sono le storie dietro alle cose. Recentemente una signora mi ha detto che non mangerà mai più il suo hamburger senza pensare al lavoro delle persone che sta dietro quell'hamburger. Ma è lo stesso per il taxista che ti porta all'aeroporto e con cui passi otto minuti. Com'è la loro vita di immigrati? Ci sono tante narrative... Il fatto è che viviamo in una cultura che non incoraggia nessuno ad andare oltre la superficie della cose. L'efficienza dell'era moderna non incoraggia l'idea di una visione allargata. È orientata verso il prodotto: lo compri e te lo mangi. Tutto è molto veloce. La Guerra in Iraq ha usato il model fast food per la prima volta nella storia: una guerra senza sacrifici, che costa poco, è facile e dietro a cui non si vede nulla, specialmente i cadaveri americani. Missione compiuta in modo efficiente: in e out. Non ha funzionato come avrebbero voluto ma il modello era certamente quello. Ed è un modello ubiquo. La sequenza che hai scelto per finire il film, quella del mattatoio, stabilisce un'equazione tra il modo in cui macelliamo gli animali ma anche gli essere umani... Siamo tutti carne da macello. Intercambiabili. È un sistema di sfruttamento. E, certo, dispiace per la sorte degli animali, la crudeltà che è loro riservata. Ma ci sono anche i lavoratori. È un lavoro spietato. Vogliamo veramente appoggiare una cosa del genere? Quando hai capito che l'ossatura principale del film sarebbe stata costituita dalla storia degli immigranti messicani? Abbastanza presto. È intenzionale che la loro trama sia quella che emerge, un po' perché abbiamo trovato il cast adatto, un po' perché emozionalmente è quella che si segue di più. Anche gli americani più poveri, coloro che appartengono agli strati più bassi della classe lavoratrice, come Amber - che è un personaggio importante nel film - sono in una situazione migliore degli immigrati illegali. Ti aspettavi che da quando hai iniziato a fare il film l'immigrazione diventasse un tema così caldo nel dibattito politico americano e anche nelle strade? Perché avrebbe dovuto? La situazione è così da sempre. Solo che adesso l'amministrazione ha scelto di farne un problema politico per ragioni opportunistiche. Credo sia facile per uomini politici che vivono in stati non di confine. Sono i peggiori: parlano duro, fanno dichiarazioni drastiche. Ma quando sei in uno stato in cui gli immigrati illegali sono una grossa forza della comunità e dell'economia, come in Texas, non puoi permetterti quelle dichiarazioni.


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novembre 22, 2007

2001 Odissea nello Spazio


Nel 1968 le platee di tutto il mondo rimasero profondamente colpite da quello che è stato definito il capolavoro di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello Spazio. Un film che ha funto da spartiacque tra la fantascienza cinematografica classica e quella moderna facendole compiere un enorme salto di qualità e venendo poi riconosciuto come caposaldo di un genere. Molti appassionati sono concordi nel dire tanto che 2001: Odissea nello Spazio sia la pellicola di Science Fiction più complessa, adulta, inquietante ed enigmatica mai realizzata fino ad oggi quanto che sia anche il film più famoso della filmografia di Stanley Kubrick, secondo capitolo di una trilogia di fantascienza crudele, letteraria ed antimilitarista che il regista diresse in mezzo ai due film Il Dottor Stranamore (1963) ed Arancia Meccanica (1971). Certamente, 2001 è il film di SF più rappresentativo non solo per la sua complessità ma anche perché, ad una prima sommaria analisi, contiene tutti gli elementi caratteristici di un film di fantascienza: c’è il futuro, c’è l’evoluzione umana, la tecnologia prossima ventura, la lotta tra uomo e macchina; ci sono poi lo spazio profondo, l’ignoto, l’avventura dell’uomo oltre le stelle ed anche intelligenze e fenomeni extraterrestri lontani dalla comprensione umana. Un ampio affresco fantascientifico arricchito da riflessioni filosofiche che ha incantato almeno tre generazioni di spettatori proponendo un’ampia panoramica della storia dell’uomo –dall’età della pietra ai viaggi interstellari- che si presta anche a metafora del suo destino di conoscenza, evoluzione e addirittura rinascita. Tratto dal romanzo The Sentinel di Arthur C. Clake, che firmò la sceneggiatura insieme a Kubrick ed in seguito scrisse l’omonimo romanzo, 2001 propone un lungo viaggio scandito in tre tappe: l’alba dell’uomo, in cui proto-uomini scimmieschi compiono una tappa importante per la loro evoluzione silenziosamente visitati da una forma di vita aliena nella forma di un monolito nero, ovvero un levigatissimo parallelepipedo scuro; la seconda tappa è quando, milioni di anni dopo, viene trovato vicino ad una colonia terrestre sulla luna lo stesso monolito che, a contatto con gli esseri umani, lancia un potente segnale ultrasonico in direzione di Marte; l’ultimo atto, infine, racconta la missione di un’astronave terrestre alla volta di Marte il cui sofisticatissimo computer di bordo Hal 9000 impazzisce ed uccide metodicamente tutti i membri dell’equipaggio ad eccezione di Bowman, il capitano della missione. Sarà lui, una volta disinserito Hal, a compiere il viaggio più estremo della storia dell’uomo, venendo proiettato da un altro, gigantesco, monolito in orbita intorno a Giove in spazi siderali lontanissimi ed inesplorati dove affronterà una nuova rinascita. Tutti gli archetipi del cinema di fantascienza sono attentamente studiati e raccontati in 2001 con un’ottica totalmente inesplorata fino ad allora: iperrealismo, filosofia ed approccio documentaristico ed asettico da parte di Kubrick, ai quali si accompagna un’eccezionale rappresentazione, curata fin nei minimi particolari, della tecnologia del futuro che, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita nei cinema, propone un look ancora coerente ed in linea con il nostro attuale progresso tecnologico. Merito di ciò l’attenzione quasi maniacale per ogni singolo dettaglio da parte del regista che lavorò a lungo durante i quattro anni di produzione del film con ingegneri elettronici ed aereospaziali, designer futuristici e persino con la Nasa che mise a disposizione alcuni progetti di prototipi spaziali. Ed in questo senso 2001 segna anche il trionfo dell’uso dei modellini nel cinema, innovativi nel look e filmati con nuove tecniche di ripresa, aggiudicandosi alla fine l’Oscar per gli effetti speciali andato al grande Douglas Trumbull.A rendere poi ancor più visionario il film, c’è il sapiente uso sia degli effetti sonori (il silenzio agghiacciante nello spazio, ad esempio, evidenziato dal respiro claustrofobico dell’uomo all’interno della tuta spaziale) sia della colonna sonora, composta da brani di musica classica che contribuiscono a rendere 2001 un’esperienza sensoriale unica ed intensa, di grande impatto emotivo. Le immagini, infatti, accompagnate da silenzio e musica sovrastano le parole rendendole quasi superflue (sono infatti appena 45 i minuti di dialoghi su 140 minuti di durata del film) e sono costruite metodicamente da Kubrick con un rigore formale tipico del suo stile che raggiunge il suo zenit con sequenze di grande forza evocativa le quali, rivisitando il mito del viaggio verso l’ignoto di Ulisse, ci accompagnano in un cammino che parte dagli albori dell’umanità, prosegue con il futuro tecnologico di conquista dello spazio e si conclude paradossalmente -chiudendo un cerchio concettuale- in un’ inquietante stanza arredata in stile settecentesco, ultima fermata di un viaggio ai confini dell’universo.Tante sono le sequenze di questo film entrate di diritto nella storia del cinema: dalla bellissima danza di astronavi e stazioni spaziali in orbita sulle note del “Danubio Blu” di Strauss al salto di milioni di anni di evoluzione scandito dal lancio in aria di un osso usato come arma da una scimmia dal quale, per effetto di una dissolvenza, si arriva ad un satellite artificiale umano; dal glaciale occhio rosso delle telecamere del computer Hal (metafora postuma e forse non prevista della nostra privacy violata dalla tecnologia) all’inquietante monolito nero, l’archetipo più sconvolgente e riuscito di intelligenza aliena: così inspiegabile da essere totalmente estraneo e quindi “alieno” all’uomo. Ed ancora, l’incredibile viaggio spazio-temporale dell’astronauta Bowman scandito da effetti fotografici velocissimi ancora oggi stupefacenti (e resta ancora un mistero come Kubrick sia riuscito ad realizzarli) e la scena conclusiva ed ambigua con Bowman rinato sotto forma di un feto astrale. Degna di nota, infine, la presenza e la caratterizzazione del computer Hal 9000 che, da mero strumento tecnologico, si eleva come uno dei protagonisti del film: un’intelligenza artificiale di profondo spessore umano e glaciale raziocinio, resa ancor più inquietante dall’adattamento italiano la cui voce, dai toni neutri e distaccati in originale, diviene estremamente sinistra grazie all’ottima interpretazione vocale del grande doppiatore Gianfranco Bellini.Enigmatico, colossale, sperimentale e psichedelico, 2001 ha modificato radicalmente l’immaginario fantascientifico del cinema, proponendo un’odissea interplanetaria che, al tempo stesso, è una stupefacente sinfonia visiva ed una profonda meditazione filosofica sui concetti dello spazio/tempo e, quindi, sull’essenza stessa del cinema.



Per saperne di più:


stanleykubrick.interfree.it/

www.stanleykubrick.org/

novembre 16, 2007

Fotografia




(foto: Luigi Ghirri - 1989 - Cervia)



UN CERTAIN REGARD
Trent’anni della nostra storia. Valérie Fougeirol, commissario generale di Paris Photo, spiega perché quest’anno il posto d’onore spetta all’Italia. Concludendo con un auspicio: per i fotografi del Belpaese, la partecipazione al salone parigino costituirà uno scatto... in avanti. Verso le collezioni internazionali, a dispetto dell’oblio in patria...


Perché avete scelto l’Italia come invitata d’onore per l’edizione di Paris Photo 2007? Dopo la Svizzera, la Spagna e i Paesi Scandinavi, ci sembrava importante soffermarsi sull’Italia, che sta conoscendo da soltanto dieci anni un nuovo interesse per la fotografia. Nonostante sia vicina alla Francia, la creazione italiana non è sufficientemente diffusa oltre le frontiere della Penisola e ci siamo resi conto che esistono una scena e un patrimonio fotografico che meritano di essere conosciuti. Secondo voi perché il paesaggio costituirebbe il comune denominatore della fotografia italiana degli ultimi trent’anni? Per Walter Guadagnini, commissario invitato per l’Italia, sarebbe “il luogo autentico di una pratica dello sguardo e del pensiero” propria dell’Italia. L’interesse per il paesaggio nella fotografia è anche quello di ricollegarsi alla lunga tradizione del paesaggio nella pittura italiana. Quali criteri ha utilizzato il comitato di Paris Photo per selezionare le fotografie della collezione UniCredit? La collezione d’arte contemporanea italiana di UniCredit, sviluppatasi sul tema della fotografia con cinquecento opere, rappresenta una delle collezioni private più significative in Italia. Questa riunisce sia le figure emergenti della creazione attuale che i maestri classici fondatori di una nuova estetica e visione del paesaggio, come Mario Giacomelli e Luigi Ghirri. Come spiegate il fatto che in Italia non esiste una vera e propria scuola italiana della fotografia, come accade in Germania, negli Stati Uniti, in Giappone, nonostante la grande tradizione artistica del nostro paese? Lo si deve senz’altro attribuire all’assenza di reti costituite e di scuole per l’insegnamento della fotografia che hanno un ruolo di primaria importanza per una scena emergente, come è stato il caso di Yale negli Usa, del dipartimento di Arte e design dell’Università di Helsinki, da cui la fondazione della Scuola di Helsinki, o della Scuola di Düsseldorf in Germania, da cui sono usciti Thomas Ruff, Andreas Gursky, Thomas Demand, Candida Hofer…Perché l’arte fotografica in Italia è stata emarginata fino a dieci anni fa? Essenzialmente per una mancanza di riconoscimento a livello istituzionale, visto il poco interesse da parte dello Stato italiano a valorizzare il ricco patrimonio fotografico italiano. Attualmente esiste in tutta la Penisola un solo museo pubblico consacrato alla fotografia, quello di Cinisello Balsamo. Qual è l’identità della fotografia italiana che emerge da Paris Photo? Dominano le ricerche intorno al paesaggio, che riflettono un mondo disincantato, senza figure, disumanizzato, abbandonato alle attività predatorie dell’uomo. Qual è la situazione dei fotografi italiani contemporanei nel mercato d’arte internazionale? Al di fuori dell’Italia si esportano pochi fotografi, fatta eccezione per Massimo Vitali, Walter Nidermayr, Olivo Barbieri, Mimmo Jodice, o anche il duo Botto & Bruno, Bianco–Valente, senza dimenticare i maestri classici come Mario Giacomelli o Luigi Ghirri, il cui riconoscimento aumenta, ma senza raggiungere i prezzi dei loro omologhi stranieri (il prezzo medio di una stampa d’epoca di Ghirri varia tra i 7mila e i 15mila euro). Speriamo che la piattaforma italiana presentata a Paris Photo permetta a numerosi artisti di far parte di collezioni internazionali come di gallerie straniere, accelerandone la diffusione a livello mondiale.




a cura di Thea Romanello http://www.exibart.com/

novembre 07, 2007

Leonardo da Vinci


Quando Leonardo da Vinci finì di dipingere l'ultima cena nel refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, la tecnica che aveva scelto tre anni prima mostrava già i segni di un detrioramento che si sarebbe rivalto irreversibile. Una crepa era ben visibile nell'angolo in basso a sinistra e forse lui stesso pensò che l'opera non sarebbe stata immmortale. Di sicuro Leonardo non poteva però immaginare che, 510 anni dpo, il suo capolavoro sarebbe stato fotografato con strumenti capaci di restituirne quasi ogni dettaglio. Ben 1677 foto unite in un'unica immagine della dimensione di circa 17 miliardi di pixel permettono infatti di stuidare con una definizione sbalorditiva ogni particolare sopravvissuto del Cenacolo (http://www.haltadefinizione.com/). Di chi è la mano che impugna il coltello? E davvero fa un gesto minaccioso sul collo di San Giovanni? E cosa c'è, all'orizzonte, dietro Gesù? "Abbiamo cercato di mettere a disposizione di chiunque particolari che altrimenti non sarebbero visibili" spiega Vincenzo Mirarchi, Amministratore della Società Hal9000, che da anni lavora su questo fronte, portando in rete e rendendo visibili nei minimi dettagli i capolavori dell'arte. "Il nostro Cenacolo è il risultato di un lungo lavoro, condiviso con la Soprintendenza per i Beni architettonici di Milano. Che porta a Leonardo anche il primato di più grand fotografia esistente al mondo.

di Matteo Nucci per "Il Venerdì"

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novembre 02, 2007

I cari estinti


Per questa giornata particolare ho trovato l'articolo di Marco Cattaneo molto adatto, è la recensione, tratta da Le Scienze, di un libro di Richard Ellis, (I cari estinti: vita e morte delle specie animali, edizione Longanesi).

Ogni ora su questo pianeta si estinguono tre o quattro specie. Su per giù, 80 al giorno. Molte di esse, per lo più insetti o invertebrati, scompaiono senza essere mai state registrate da anima viva, men che mai classificate da uno zoologo. E in questa catastrofe della biodiversità noi, la specie dominante, abbiamo un ruolo di primo piano. Da quando ci fregiamo del titolo di Homo Sapiens abbiamo occupato tutti gli ecosistemi, invaso habitat, distrutto preziose nicchie ecologiche.

Scrittore, pittore e illustratore di storia naturale, Richard Ellis è un grande studioso di mare, ma in questo suo nuovo saggio ha deciso di raccontare le estinzioni, da quelle che in un amen hanno cancellato tutta la vita sulla terra alle scomparse "episodiche" degli ultimi secoli, quando caccia e pesca indiscriminata hanno tolto di mezzo tutto ciò che sembrava infastidire l'unico animale provvisto di arroganza e armi da guoco.

Attraverso la sua prosa asciutta e documentatissima, ma soprattutto con i suoi magistrali disegni (se ci pensate anche l'illustratore naturalistico è un po' una specie in via di estinzione, nell'era del turismo di massa e della fotografia digitale...), Ellis ci ricorda la fine della foca monaca caraibica, di cui non si hanno più tracce dal 1952, e del cormorano dagli occhiali sterminato nel gelo delle isole Aleutine. E ci racconta la sorte del quagga, un equide metà cavallo e metà zebra, estinto in natura dal 1878 e quasi "resuscitato" negli anni novanta da un discusso progetto per ricreare la specie attraverso gli incroci. Senza dimenticare il dodo (nella foto), goffo e ingenuo uccello non volatore nelle isole mascarene eliminato in una feroce quanto ingiustificata "pulizia etnica" nel giro di mezzo secolo.

Solo dopo questa lunga parentesi introduttiva, Ellis arriva alle specie a rischio di estinzione ai giorni nostri: un elenco interminabile e - in molti casi, come quello dei grandi primati - doloroso. Ma non trascura di soffermarsi sulle storie positive (poche in realtà), dalla scoperta di nuove specie di mammiferi, quasi impensabili ai giorni nostri, al salvataggio in extremis di specie a rischio, al ritrovamento di esemplari di animali che si credevano estinti.

Scevro da facili retoriche animaliste, quello di Ellis è proprio un bel libro, che ci richiama alle nostre responsabilità nei confronti di questo pianeta che, a quanto ne sappiamo, è ancora unico, perché , detto fra noi, da soli non andremmo da nessuna parte...