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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 22, 2007

2001 Odissea nello Spazio


Nel 1968 le platee di tutto il mondo rimasero profondamente colpite da quello che è stato definito il capolavoro di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello Spazio. Un film che ha funto da spartiacque tra la fantascienza cinematografica classica e quella moderna facendole compiere un enorme salto di qualità e venendo poi riconosciuto come caposaldo di un genere. Molti appassionati sono concordi nel dire tanto che 2001: Odissea nello Spazio sia la pellicola di Science Fiction più complessa, adulta, inquietante ed enigmatica mai realizzata fino ad oggi quanto che sia anche il film più famoso della filmografia di Stanley Kubrick, secondo capitolo di una trilogia di fantascienza crudele, letteraria ed antimilitarista che il regista diresse in mezzo ai due film Il Dottor Stranamore (1963) ed Arancia Meccanica (1971). Certamente, 2001 è il film di SF più rappresentativo non solo per la sua complessità ma anche perché, ad una prima sommaria analisi, contiene tutti gli elementi caratteristici di un film di fantascienza: c’è il futuro, c’è l’evoluzione umana, la tecnologia prossima ventura, la lotta tra uomo e macchina; ci sono poi lo spazio profondo, l’ignoto, l’avventura dell’uomo oltre le stelle ed anche intelligenze e fenomeni extraterrestri lontani dalla comprensione umana. Un ampio affresco fantascientifico arricchito da riflessioni filosofiche che ha incantato almeno tre generazioni di spettatori proponendo un’ampia panoramica della storia dell’uomo –dall’età della pietra ai viaggi interstellari- che si presta anche a metafora del suo destino di conoscenza, evoluzione e addirittura rinascita. Tratto dal romanzo The Sentinel di Arthur C. Clake, che firmò la sceneggiatura insieme a Kubrick ed in seguito scrisse l’omonimo romanzo, 2001 propone un lungo viaggio scandito in tre tappe: l’alba dell’uomo, in cui proto-uomini scimmieschi compiono una tappa importante per la loro evoluzione silenziosamente visitati da una forma di vita aliena nella forma di un monolito nero, ovvero un levigatissimo parallelepipedo scuro; la seconda tappa è quando, milioni di anni dopo, viene trovato vicino ad una colonia terrestre sulla luna lo stesso monolito che, a contatto con gli esseri umani, lancia un potente segnale ultrasonico in direzione di Marte; l’ultimo atto, infine, racconta la missione di un’astronave terrestre alla volta di Marte il cui sofisticatissimo computer di bordo Hal 9000 impazzisce ed uccide metodicamente tutti i membri dell’equipaggio ad eccezione di Bowman, il capitano della missione. Sarà lui, una volta disinserito Hal, a compiere il viaggio più estremo della storia dell’uomo, venendo proiettato da un altro, gigantesco, monolito in orbita intorno a Giove in spazi siderali lontanissimi ed inesplorati dove affronterà una nuova rinascita. Tutti gli archetipi del cinema di fantascienza sono attentamente studiati e raccontati in 2001 con un’ottica totalmente inesplorata fino ad allora: iperrealismo, filosofia ed approccio documentaristico ed asettico da parte di Kubrick, ai quali si accompagna un’eccezionale rappresentazione, curata fin nei minimi particolari, della tecnologia del futuro che, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita nei cinema, propone un look ancora coerente ed in linea con il nostro attuale progresso tecnologico. Merito di ciò l’attenzione quasi maniacale per ogni singolo dettaglio da parte del regista che lavorò a lungo durante i quattro anni di produzione del film con ingegneri elettronici ed aereospaziali, designer futuristici e persino con la Nasa che mise a disposizione alcuni progetti di prototipi spaziali. Ed in questo senso 2001 segna anche il trionfo dell’uso dei modellini nel cinema, innovativi nel look e filmati con nuove tecniche di ripresa, aggiudicandosi alla fine l’Oscar per gli effetti speciali andato al grande Douglas Trumbull.A rendere poi ancor più visionario il film, c’è il sapiente uso sia degli effetti sonori (il silenzio agghiacciante nello spazio, ad esempio, evidenziato dal respiro claustrofobico dell’uomo all’interno della tuta spaziale) sia della colonna sonora, composta da brani di musica classica che contribuiscono a rendere 2001 un’esperienza sensoriale unica ed intensa, di grande impatto emotivo. Le immagini, infatti, accompagnate da silenzio e musica sovrastano le parole rendendole quasi superflue (sono infatti appena 45 i minuti di dialoghi su 140 minuti di durata del film) e sono costruite metodicamente da Kubrick con un rigore formale tipico del suo stile che raggiunge il suo zenit con sequenze di grande forza evocativa le quali, rivisitando il mito del viaggio verso l’ignoto di Ulisse, ci accompagnano in un cammino che parte dagli albori dell’umanità, prosegue con il futuro tecnologico di conquista dello spazio e si conclude paradossalmente -chiudendo un cerchio concettuale- in un’ inquietante stanza arredata in stile settecentesco, ultima fermata di un viaggio ai confini dell’universo.Tante sono le sequenze di questo film entrate di diritto nella storia del cinema: dalla bellissima danza di astronavi e stazioni spaziali in orbita sulle note del “Danubio Blu” di Strauss al salto di milioni di anni di evoluzione scandito dal lancio in aria di un osso usato come arma da una scimmia dal quale, per effetto di una dissolvenza, si arriva ad un satellite artificiale umano; dal glaciale occhio rosso delle telecamere del computer Hal (metafora postuma e forse non prevista della nostra privacy violata dalla tecnologia) all’inquietante monolito nero, l’archetipo più sconvolgente e riuscito di intelligenza aliena: così inspiegabile da essere totalmente estraneo e quindi “alieno” all’uomo. Ed ancora, l’incredibile viaggio spazio-temporale dell’astronauta Bowman scandito da effetti fotografici velocissimi ancora oggi stupefacenti (e resta ancora un mistero come Kubrick sia riuscito ad realizzarli) e la scena conclusiva ed ambigua con Bowman rinato sotto forma di un feto astrale. Degna di nota, infine, la presenza e la caratterizzazione del computer Hal 9000 che, da mero strumento tecnologico, si eleva come uno dei protagonisti del film: un’intelligenza artificiale di profondo spessore umano e glaciale raziocinio, resa ancor più inquietante dall’adattamento italiano la cui voce, dai toni neutri e distaccati in originale, diviene estremamente sinistra grazie all’ottima interpretazione vocale del grande doppiatore Gianfranco Bellini.Enigmatico, colossale, sperimentale e psichedelico, 2001 ha modificato radicalmente l’immaginario fantascientifico del cinema, proponendo un’odissea interplanetaria che, al tempo stesso, è una stupefacente sinfonia visiva ed una profonda meditazione filosofica sui concetti dello spazio/tempo e, quindi, sull’essenza stessa del cinema.



Per saperne di più:


stanleykubrick.interfree.it/

www.stanleykubrick.org/

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