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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 28, 2007

Sull’amore. Jacques Lacan e il Simposio di Platone.


Bruno Moroncini ha scritto saggi sui principali filosofi del Novecento. Anche questo Sull’amore, nel quale riprende uno dei suoi autori privilegiati, Jacques Lacan, è teoreticamente intenso e originale. Non ci si lasci ingannare dalla stratificazione semantica del titolo: un saggio sul commento psicoanalitico di un dialogo platonico sembrerebbe riservato a specialisti. Invece non è un aspetto secondario del libro di Moroncini quello di funzionare come introduzione a Lacan, un autore interessante quanto complesso. Le parti speculative del libro si alternano infatti a quelle maggiormente didattiche, nelle quali l’autore offre una presentazione chiara e sintetica, molto efficace, del pensiero lacaniano. Spiegare Lacan attraverso Platone, e leggere Platone con gli strumenti della psicoanalisi lacaniana: Sull’amore incrocia in modo estremamente fecondo queste due esigenze.
Consideriamo il capitolo “La metafora dell’amore”, in particolare le pagine da 28 a 31, che definiscono i rapporti tra amore, transfert e intersoggettività. Uno degli esiti di questa indagine è la questione dello statuto etico-epistemologico del mito nella psicoanalisi: il mito è un sapere illusorio destinato a essere soppiantato dall’avvento della ragione oppure l’espressione di un’esigenza umana autentica e altrimenti irriducibile? Soglia impensabile tra cultura e natura, l’universale mitico sembra preservare (come Lacan fa comprendere nel libro IV del suo seminario) il nucleo del sapere dell’inconscio. Ma se la psicoanalisi si propone come scienza, come può far riferimento a un mito? Il mito di Edipo, infatti, è uno dei referenti concettuali fondamentali del pensiero psicoanalitico. Nella Scienza nuova, Vico insegna che il mito è una possibilità di rappresentazione, di articolazione narrativa del vissuto di una civiltà o individuo. Il mito di Edipo esprime il desiderio proibito per eccellenza, quello del bambino per la madre. La psicoanalisi, come scienza, produce un discorso sul mito, cerca di renderne ragione. Render ragione del desiderio: ma allora che rapporto esiste tra passione amorosa e conoscenza filosofica, che cosa può insegnare il filosofo all’amante? Forse il Simposio contiene una risposta a questa domanda.
Alcibiade e Socrate sono due protagonisti del Simposio platonico. Il primo rappresenta l’homme du désir, l’amante mosso da un desiderio irrefrenabile, che farebbe di tutto pur di essere ricambiato dall’amato. Alcibiade sconquassa la linearità del dialogo platonico, la sua ideale armonia, che appena era colmata nel discorso di Diotima sull’amore, discorso riferito da Socrate. Quest’ultimo è il filosofo, il saggio e controllato pensatore che conosce l’illusorietà del desiderio e lo controlla, volgendolo alle essenze, al bello in sé. Socrate è filosofo ma anche psicoanalista, suggerisce Lacan: pur ammettendo di non sapere, è profondo conoscitore dell’amore. Socrate sa che il desiderio è fallace e inesauribile perché l’oggetto cui mira è un nulla: oggetto irrappresentabile e non individuabile, quello che Lacan chiama oggetto a. Moroncini chiarisce che l’oggetto a è un “oggetto vuoto senza concetto (leerer Gegenstand ohne Begriff), il nihil negativum, definito da Kant come l’oggetto di un concetto che contraddice se stesso e che, dunque, è nulla, è l’impossibile” (p. 58). Dunque, Alcibiade s’inganna inseguendo ossessivamente il fantasma del proprio desiderio? Ma il desiderio è l’espressione della condizione umana, quella del soggetto, che è sempre espropriato, alienato: prima ancora che nell’impeto del desiderare, nel suo essere un animale linguistico.
Il linguaggio permette al soggetto di esprimersi e contemporaneamente riduce il contenuto espresso nelle strettoie del significante. Nel desiderio e nel linguaggio il soggetto è come inserito in un meccanismo che lo sovrasta, in una serie di automatismi - psichici e semiologici – che non riesce a dominare pienamente. Un buon esempio in proposito è il film Quell’oscuro oggetto del desiderio, nel quale il protagonista sembra schiavo del proprio impeto desiderante, egli stesso oggetto del suo desiderio. Nel desiderio e nel linguaggio, tuttavia, il soggetto esiste: nella mancata coincidenza, nello slittamento tra volontà e appagamento trova lo spazio per sé, e infatti l’appagamento pieno significherebbe la sua morte. Desiderio e linguaggio non sono negatività irrecuperabili, ma parlare e desiderare sono la condizione del vivere, di un’esistenza non spenta nella contemplazione delle idee - anch’esse, peraltro, sono il prodotto di un soggetto, di un linguaggio e di un desiderio. Allora anche Alcibiade, l’homme du désir, ha qualcosa da insegnare a Socrate: la forza del desiderio è necessario alimento della vita, e qui Lacan lo segue: “Sii all’altezza del tuo desiderio”. L’etica suggerita dalla psicoanalisi, ma a questo punto rintracciabile anche nel Simposio, è quella di una misura del desiderio, secondo la quale non si desideri né troppo (follia dell’amante) né troppo poco (apatia del saggio). Linguaggio e desiderio rinviano l’uno all’altro, scambiandosi continuamente: il desiderio si differisce e si perpetua nel linguaggio, e il linguaggio è mosso dal desiderio (un libro eccellente su questa complicità è il celebre Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes). Viene in mente il poeta duecentesco Guido delle Colonne, che nella canzone Ancor che l’aigua suggerisce un’interessante metafora: il contatto ravvicinato tra acqua e fuoco può distruggere questi due elementi, l’acqua evaporerebbe e il fuoco si spegnerebbe. Il vaso permette all’acqua di riscaldarsi, e dunque consente un rapporto non distruttivo tra acqua e fuoco. Questo vaso è dunque un elemento mediatore: permette all’acqua di riscaldarsi (attiva il “fuoco” del desiderio) senza farla svanire nel vapore (non precipita il desiderio nella follia). Ma nella fluidità della psiche questa misura “oggettiva” non può esistere: occorre sempre riprodurre la giusta distanza, tramite una sorveglianza etica che manifesta la finitezza del soggetto.


Recensione di Stefano Monetti

dicembre 27, 2007

"Riflesso di luna sull'acqua" la parola più bella del mondo




MONACO DI BAVIERA - La redazione della rivista tedesca Kulturaustausch ("Scambio di culture") ha organizzato una gara tra parole provenienti da tutto il mondo. Alla fine del 2007 l'espressione più bella è risultata la turca "yakamoz", il cui significato in italiano è traducibile con almeno sei parole: vuol dire "il riflesso della luna sull'acqua". Parole del cuore le abbiamo tutti. Sono termini di uso quotidiano, diminutivi, vezzeggiativi, qualche volta in dialetto, espressioni che rivestono un'importanza particolare, capaci di essere poetiche o magari anche grossolane. Sulla base di questo assunto si è mossa la redazione della rivista tedesca Kulturaustausch ("Scambio di culture") che nel corso dell'anno ha organizzato una gara tra parole provenienti da tutto il mondo. Alla fine del 2007 l'espressione più bella è stata scelta: ed è risultata la turca "yakamoz", il cui significato in italiano (e anche in tedesco) è traducibile con almeno sei parole: vuol dire "il riflesso della luna sull'acqua". La competizione si è svolta tra centinaia di termini inviati da 58 paesi diversi, di ogni continente. L'ultimo mese la giuria ha selezionato i migliori 7. "Yakamoz" ha così battuto in sequenza la cinese "hu lu" (dormire respirando profondamente, ma per alcuni anche russare), il termine della lingua africana Baganda "volongoto" (caotico), quello norvegese "Oppholdsvaer" (la luce del giorno dopo la pioggia), il termine "Madala" del popolo africano Hausa (grazie a Dio), la brasiliana "saudade" (universalmente nota come nostalgia), e l'ucraina "Perekotipole" (il corridore del deserto). Molto indietro le espressioni inviate dai proponenti italiani. A entrare fra le prime venti è stata la parola "iella" finita, manco farlo apposta, al 17mo posto. Ancora più giù e non classificata un'espressione che invece avrebbe meritato miglior fortuna, e cioè "ironia".
La vincitrice "yakamoz" è sì traducibile come "il riflesso della luna sull'acqua". Ma è anche un termine che nella lingua turca è capace di assumere valori diversi. Forse è stata anzi la complessità multiforme del suo significato a preferirla infine a espressioni da un punto di vista onomatopeico, o di semplice timbro del suono, più riconoscibili e note a livello internazionale. "Yakamoz" infatti si riferisce pure alla composizione di quei microorganismi in grado di formarsi sott'acqua, soprattutto nel Bosforo - lo stretto che corre lungo Istanbul separando geograficamente l'Europa dall'Asia - e che, nelle notti di luna piena, sono capaci di dare uno scintillìo alle piccole onde create dai remi dei pescatori e dal cui riverbero gli istanbuliti sono soliti farsi rapire quando in mare o seduti a riva compiono il cosiddetto "alem", cioè "il momento di rilassarsi in compagnia degli amici", espressione che personalmente proponiamo per il prossimo anno. Secondo alcuni, più fortuna avrebbero potuto avere proposte come la tedesca "Kristallklar" (chiaro come il cristallo), la francese "souffle" (respirare) o la spagnola "caracol" (faccia di carbone, proposta dai lettori argentini), o ancora l'araba "Donia" (il mondo, la vita), la persiana "Wattan" (patria), e la finlandese "Vazhaippazham" (che vuol dire semplicemente banana). Se non addirittura l'africana (ancora dalla lingua Hausa) "Kwangaba - Kwangbaya", parola dai significati multipli: indecisione, irresolutezza, ma anche - con un giudizio riguardante un'endemica instabilità democratica del continente - esprimibile chiaramente come "un passo avanti e un passo indietro". Non si esclude, a breve, una nuova edizione del gioco. A Berlino la vincitrice turca, Rana Aydin, residente in Belgio, ha ritirato nei giorni scorsi il riconoscimento: "È semplicemente bello - ha detto riferendosi alla sua proposta - comprimere in una sola parola quel che vuol dire l'espressione "yakamoz"". Grande festa ad Ankara, dove il miglior ristorante di pesce della capitale turca si trova nel quartiere alto di Gaziosmanpasha. Si chiama per l'appunto "Yakamoz": serve il pesce cotto su padelle di legno che, una volta raggiunta la temperatura ideale, vengono servite direttamente in tavola. D'ora in poi, immaginando anche il riflesso della luna sul Bosforo.




Marco Ansaldo da http://www.repubblica.it/

dicembre 18, 2007

Le Corbusier pittore


Ad Alessandria, a Palazzo Monferrato, in mostra la produzione pittorica di Le Corbusier, grande protagonistadell'architettura razionalista. Tra dipinti e disegni, sfila la parte intima dell'artista, fatta di forme e colori liberiALESSANDRIA - Esordì con un orologio da taschino. Aveva appena quindici anni e faceva già parlare di sé come di un abile cesellatore svizzero all'Esposizione d'Arti Decorative di Torino del 1902, quella che segnò il trionfo effimero dello stile Liberty, tra gli eleganti oggetti disegnati da Mackintosh, Horta e Lalique. E' da questo episodio che di solito partono le retrospettive dedicate a Le Corbusier, che ripercorrono la sua epopea di portentoso e geniale architetto del movimento moderno, poeta romantico del razionalismo costruttivo, sperimentatore incontrastato di ferro e vetro, di tetti-terrazze, frangisole e pilots, teorizzatore di cubistiche spazialità per gli ambienti interni. Eppure, per una volta, si vuole rivelare la doppia anima di Le Corbusier, forse quella più intima e vezzosa, dedita alle arti visive e decorative, figlia dell'intuizione modernista dell'integrazione delle arti, di wagneriana memoria. Un'operazione che tenta di fare la mostra "Le Corbusier. Dipinti e disegni", ospitata a Palazzo Monferrato dal primo dicembre al 30 marzo, sotto la cura di Achille Bonito Oliva, Erich Mouchet e Vincenzo Sanfo.La rassegna, realizzata in collaborazione con la Fondation Le Corbusier di Parigi, riunisce opere realizzate all'inizio degli anni Venti che documentano l'attività dell'artista-architetto agli esordi pittorici nel "ventre" di Parigi, per arrivare fino alle ricerche targate anni Sessanta, poco prima della morte, avvenuta in Francia nel '65.L'esposizione focalizza come Le Corbusier, al secolo Charlse-Edouard Jeanneret prima dello pseudonimo assunto dal 1920, abbia sempre cercato, negli anni della sua preparazione, di prendere coscienza di tutte le esperienze creative della sua contemporaneità, dal cubismo, al futurismo, al neoplasticismo alle avanguardie russe. E di questo aggiornamento metabolico risente fortemente la sua ricerca formale.E' innegabile l'influenza strategica del cubismo, per il semplice fatto che questo linguaggio poneva il problema di una nuova rappresentazione degli oggetti nello spazio e del volume colorato sul piano senza ricorrere all'uso della prospettiva. E' l'orizzonte cubista che accoglie Le Corbusier al suo arrivo a Parigi nel '17, città che gli riserverà anche il fatidico incontro con il pittore Ozenfent, con cui firmerà un sodalizio intellettuale e artistico. Con lui declinerà la nuova idea di Purismo pittorico, inseguendo l'ideale programmatico del "rappel à l'ordre", del ritorno all'ordine, di quell'ambizioso "ricominciare tutto da zero". Una riflessione pittorica che verrà promossa sulle pagine dell'Esprit nouveau, la rivista che i due pubblicheranno dal '20 a sostegno di una classicismo nuovo, interlocutore diretto dell'italiana Valori Plastici.Quando l'architettura divenne il palcoscenico dove esibire il suo talento ufficiale, la pittura e il disegno diventano "la spalla", spesso riservata più agli amici ed estimatori che al grande pubblico, ma che comunque trasfigurata in centinaia di fogli di schizzi e dipinti che codificano uno stile del tutto personale e riconoscibile. Una produzione dove prendono vita le forme sinuose delle bagnanti, le nature morte, i divertissement sulla flora e fauna e in particolare il ciclo dedicato ai tori che occupa una parte rilevante della sua opera. L'alter ego pittorico di le Corbusier, oltre ad aver prodotto alcuni straordinari carnet di viaggio, è diventato protagonista spesso di un dialogo serrato con i suoi progetti architettonici, che dall'euforia pittorica ha preso ispirazione o quanto meno spunto per ipotesi di ricerca costruttiva. L'uso libero e gioioso del colore, così come la libertà delle forme, diverrà una caratteristica costante della sua pittura e lo porterà, anche in questo campo, ad essere uno dei protagonisti dell'arte figurativa del suo tempo, al fianco di illustri compagni di strada come Picasso, Miró e Léger.La mostra condensa tutto questo a suon di dipinti - tra cui alcuni oli su tela di grandi dimensioni - e disegni, sciorinando lavori sopraffini come "Nature Morte Puriste Verticale" del 1922, o "Femme dans l'embrassure d'une porte" del 1933 che ritrae la moglie Yvonne in occasione di un vacanza a Vezelay, o ancora "Mains, buste e coquillage" del 1954, che fa parte dei celebri collage, cui Le Corbusier dedicherà buona parte del suo impegno figurativo.Ma nel percorso spiccano anche alcune sculture e un grande arazzo finora mai esposto, a ricordare che da quel limpido e raggelato purismo iniziale, Le Corbusier riuscì a convertirsi agli straordinari arazzi, i cosiddetti muralnomad, come li chiama lui, cui si dedica dal '48, realizzati sulla base del Modulor, il suo sistema proporzionale di carattere antropomorfo, dal disegno libero e dal colore intenso. E, a braccetto con Joseph Savina , sperimentava le sculture, che recuperano la passione cubista per la scultura negra, caricandosi di una complessità formale senza precedenti di memoria antropologica e arcaica, sempre di intonazione picassiana.

Notizie utili - "Le Corbusier. Dipinti e disegni", dal 1 dicembre al 30 marzo, Palazzo Monferrato, (Via San Lorenzo 21).

La mostra è curata da Achille Bonito Oliva, Eric Mouchet, Vincenzo Sanfo.

Orari: Tutti i giorni 9.30 - 19.30; chiuso il lunedì.

Ingresso: intero € 9,00, ridotto €7,00.I

nformazioni: 199 199 111 (dall'estero 39 02 43353522);





dicembre 13, 2007

Non capisco il mondo arabo, Tahar Ben Jelloun, Bompiani


In "Il razzismo spiegato a mia figlia", Mérième ascoltava suo padre.Ora dialoga con una sua amica.“Io credo che il problema del razzismo mi riguardi non perché sono marocchina ma perché il razzismo non risparmia nessuno. Mio padre mi dice sempre che per capire devo mettermi nei panni degli altri.Per capire serve empatia.”Mérième Ben JellounMérième e Lidia sono due ragazze di diciassette anni come tante; l'una è cresciuta a Parigi in una famiglia laica di origini marocchine, l'altra è cresciuta a Bologna in una famiglia cristiana. Mérième è figlia di un padre famoso, Tahar Ben Jelloun, e ha già ispirato un libro: il bestseller Il razzismo spiegato a mia figlia.Un giorno iniziano a scriversi delle e-mail, ciascuna incuriosita dall'altra: cosa vuol dire essere musulmani? Cosa pensa una ragazza musulmana di fronte agli attentati terroristici? Esiste un'intolleranza cristiana? E che differenza c'è fra la battaglia per il velo e la battaglia per il crocifisso? Che significato ha per un'adolescente la parola "laicità"? Per oltre due anni, le ragazze si raccontano le proprie impressioni, mentre a poco a poco nasce una vera e propria amicizia, fatta di confidenze, vacanze insieme, tensioni, attese.Tahar Ben Jelloun torna a parlarci di attualità e di rispetto con un pamphlet che ha insieme la forza della denuncia, la spontaneità dell'adolescenza, la libertà di un'invenzione narrativa.

dicembre 09, 2007

L'analfabetismo funzionale


In un altro post, di qualche tempo fa, si era già parlato dell'analfabestimo di ritorno o analfabetismo funzionale, riporto un ulteriore articolo a supporto. Anche perchè, nonostante quello che si pensi, è riconducibile ad ogni strato sociale, età e livello scolastico. E importante capire che è necessaria una continua formazione lungo l'arco dell'interea vita.


L'analfabetismo propriamente detto è la completa incapacità di leggere e scrivere, riconducibile per lo più alla mancanza di un'istruzione minima. Tuttavia, nella società contemporanea, la concezione della competenza alfabetica è divenuta sempre più complessa e oggi è facile rendersi conto che non basta saper leggere o far di conto per partecipare con successo al ciclo produttivo della società, capirne i meccanismi, inserirsi con soddisfazione in un'attività lavorativa. Negli ultimi quarant'anni la discussione su queste tematiche si è sviluppata molto a livello accademico, portando alla definizione di un nuovo concetto, quello di alfabetizzazione funzionale. si può dire che una persona è alfabetizzata in questo senso quando possiede la capacità di capire e usare l'informazione presente in testi stampati a casa, sul lavoro e nella vita sociale, per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità (Gallina, 2000). In altre parole, per un buon adattamento sociale è importante non solo che l'individuo possegga competenze alfabetiche ma che sappia anche utilizzarle con cognizione nella varie situazioni della vita di tutti i giorni come, ad esempio, comprendere le tabelle degli orari di treni o aerei, usare un computer in ufficio, esprimere e far valere i propri diritti civili, comprendere i principi base della statistica e dell'economia, essere in grado di leggere un quotidiano dall'inizio alla fine, non soltanto i resoconti delle pagine sportive...

Abilità tutt'altro che scontate anche in soggetti mediamente scolarizzati.

Studi internazionali

Sulla functional illiteracy, come viene definito, a livello internazionale, l'analfabetismo funzionale, sono stati condotti numerosi studi in molti dei quali è stata coinvolta direttamente anche l'Italia. Uno tra i più importanti e recenti è il progetto ALL (Adult Literacy and Life skills) che ha analizzato le competenze alfabetiche e matematiche funzionali della popolazione di età compresa tra i 16 e i 65 anni in diversi Paesi come Stati Uniti, Canada, bermuda, Italia, Svizzera e Norvegia. I risultati di questo lavoro hanno messo in evidenza che solo la parte di popolazione adulta che raggiunge un livello di competenza pari a 3 - misurata su una scala che prevede cinque livelli che vanno da limitatissime compretenze (livello 1), a padronanza sicura (livello 4/5) - è quella davvero capace di rispondere efficacemente alle esigenze di vita e di lavoro del mondo attuale.

La Norvegia è risultato il Paese che complessivamente ha ottenuto le prestazioni pià elevate nelle abilità testate (prima nelle competenze alfabetiche, seconda in quelle matematiche), mentre l'Italia ha fornito le prestazioni più modeste tra tutte le nazioni coinvolte nello studio. nel nostro Paese, secondo questa interessante indagine, solo una quota relativamente limitata della popolazione raggiunge o supera i livello critico (livello 3) della scala di misura dell'analfabetismo funzionale.

Un dato interessante riguarda le competenze degli adolescenti: la quota di ragazzi italiani che si collocano ai livelli medio-alti di competenza alfabetica funzionale è significatimanete pià bassa di quella di coloro che si collocano invece ai livelli 1 e 2. E allarmante pensare che secondo questo studio circa il 33% dei ragazzi di età compresa tra i 16 e 25 anni si colloca al livello più basso della competenza alfabetica funzionale e solo il 26% raggiunge le capacità necessarie a garantire un adeguato inserimento sociale. (...)

Formazione Permanente

Parlando dell'analfabetismo nella società contemporanea si chiama spesso in causa il cosiddetto analfabetismo informatico. Potremmo definirlo in parole semplici come l'incapacità di utilizzare le nuove tecnologie, dal computer alla rete interenet. Si tratta di competenze che sono ormai essenziali nel mondo attuale al punto che il Parlamento Europeo, nel consiglio tenutosi in Portogallo nel 2000, ha definito le abilità in materia di tecnologie dell'informazione, lingue straniere e cultura tecnologica, come competenze di base che dovrebbero essere garantite e implementate lungo tutto l'arco della vita perché indispensabili a favorire l'ingresso prima e il successo poi degli individui nel mondo del lavoro.

Le tecnolgie informatiche sono rilevanti soprattutto per i giovani: innanzitutto possono giocare un ruolo determinante nel processo di apprendimento e di adattamento sociale in quanto la capacità di utilizzarle rappresenta un requisito importante per la partecipazione alla vita sociale e lavorativa nel mondo contemporaneo. In secondo luogo possono portare informazioni e cultura a gruppi isolati con costi relativamente contenuti. Infine, riuscire a muoversi all'interno di percorsi, memorizzare e comprendere le numerose regole e possibilità offerte dal mondo informatico serve ad ampliare gli orizzonti e acquisire flessibilità. A fronte però di giovani che utilizzano la rete a fini formativi e culturali o che addirittura, lanciano iniziative imprenditoriali di successo, molti altri invece usano i computer prevalentemente a fini ludici.

Considerazioni analoghe si possono fare per quanto riguarda il consumo di televisione: trascorrere molto tempo di fronte al piccolo schermo seguendo programmi di basso profilo, troppo semplici e banali, crea le condizioni per l'illetteralismo e l'analfabestimo di ritorno.

Un uso più efficace e intelligente del computer, della rete o della tv non significa che libri, scrittura, esposizione orale non abbiano più un ruolo. E vero il contrario. Questi mezzi di comunicazione continuano ad avere un ruolo rilevante nella formazione mentale e culturale dei giovani così come dei meno giovani: approfondimento, concentrazione, rilfessione, discussione, confronto delle idee sono favoriti dai tempi "naturali" di questi media e il fatto che in molti centri urbani medi e piccoli del nostro Paese non ci sia né una libreria nè una biblioteca è indice di una grossa carenza.

Per acquisire tutte quelle nozioni e competenze di base irrinunciabili nel mondo contemporaneo i giovani non devono avere paura di applicarsi in compiti che, impegnando le loro facoltà mentali in un periodo di grande plasticità cerebrale, ne favoriscono lo sviluppo. In seguito, disponendo di una buona base di conoscene, di efficaci griglie interpretative e punti di riferimento, non avranno difficoltà a tenersi aggiornati, a provare interesse per le novità, ad avvertire l'esigenza di ampliare la propria cultura.


Di Anna Oliverio Ferraris e Alessandro Rusticelli

Per leggere l'intero articolo con le tabelle:

Psicologia Contemporanea (dicembre 2007)


Per sapene di più:






dicembre 03, 2007

Gilbert and George


fino al 13.I.2008
Gilbert and George
Rivoli (TO), Castello di Rivoli
La Grande Mostra della Tate arriva in Italia, con oltre 150 opere gigantesche. Colori accesi, contenuti urlati, dissacranti e provocatori. Sesso, morte, religione sono i temi preferiti da questi due pacati signori inglesi. Sempre impeccabili nei loro completi, instancabili sculture viventi...

Vedendo dal vivo Gilbert and George è impossibile sbagliarsi, perché sono uguali a come li si può osservare in decine di loro opere. Hanno iniziato negli anni ’60 proponendosi come Singing Sculptures, ballando e cantando all’unisono una canzonetta. Oggi sono diventati Living Sculptures. Anzi, living monuments. Monumenti di sé stessi, ovviamente. Gilbert (San Martino, Bolzano, 1943) and George (Plymouth, 1942) si riconoscono al primo sguardo, come le loro opere del resto. Identici completi da ufficio, uno grigio e l’altro beige; identiche cravatte, voce pacata e sorriso gentile. Così si presentano al pubblico da quasi mezzo secolo e così si presentano alla conferenza stampa che inaugura la loro Major Exhibition al Castello di Rivoli, con oltre 150 lavori che ne ripercorrono l’intera carriera. Senza dubbio egocentrici, sono soliti rappresentarsi nelle loro opere, talvolta nella consueta “divisa”, in altre occasioni nudi o in slip, sprezzanti dell’età che avanza impietosa. Da questi tranquilli inglesi ci si aspetterebbe una buona tazza di thè; invece offrono opere gigantesche dai colori accesi e dai contenuti urlati, dissacranti e provocatori. Non sono gli autori di un trattato sulle farfalle, ma firmano opere intitolate Fuck, Lick, Cunt o Sperm Eaters. Da quarant’anni, questa premiata ditta si diverte a scandalizzare i benpensanti, creando un cortocircuito d’immagine tra la propria figura e la propria opera, parlando di sesso, religione e morte. Vivono in una casa nell’East End londinese. Da lì osservano il mondo e trovano l’ispirazione necessaria per la loro arte. Perché “non accade nulla nel mondo che non accada nell’East End”. Instancabili e meticolosi collezionisti di fotografie scattate per le strade, le raccolgono in un archivio sterminato, diviso per temi. Quelle immagini sono alla base delle loro opere: fotografie stampate e poi trattate con il colore, che vanno a comporre gigantesche picture. Vogliono fare “arte per tutti”, perciò i temi riflettono la vita quotidiana: si ubriacano e producono le drinking pictures, prendono casa e la fotografano in Dusty Corners. Si guardano intorno, e dal loro privilegiato angolo di osservazione paiono prevedere e comprendere appieno i mutamenti in atto nella società: negli anni ’70, con le dirty words pictures, fotografano il clima di malessere sociale e aggressività punk dell’epoca, portando le scritte sui muri dentro i musei. Se quel decennio è in bianco e nero, con il rosso a segnare un contrasto violento, negli anni ’80 esplodono i colori, violenti, chimici, esagerati. G and G fotografano i ragazzi del quartiere mettendoli in pose ora ammiccanti ora da realismo socialista. Ma sono gli anni dell’Aids e presto i toni diventano più cupi, colmi di sofferenza. Più recentemente, G and G parlano di temi che diventano presto di pressante attualità, come la religione e i fondamentalismi. Loro, naturalmente, osteggiano la religione e non perdono occasione per sbeffeggiare il simbolo della croce. Parlano di sesso, reso pari a una qualunque merce in Named, successione di annunci a sfondo sessuale. Parlano dell’East end, di sesso ed escrementi, riportando le immagini trovate nei loro vagabondaggi per la città come autentici flâneur contemporanei. Ma parlano anche di bombe e terrorismo, in relazione agli attacchi del 2005, con le opere della serie Six Bombs sculptures, dove la loro immagine deformata e speculare, resa quasi mostruosa, campeggia su uno sfondo di minacciosi titoli di giornale riferiti agli attacchi stessi. Tutto questo e molto altro raccolto in una mostra che, dopo la Tate e la Haus der Kunst di Monaco, arriva in Italia, pronta a ripartire in gennaio alla volta degli Usa. Exhibition e non Retrospective: così hanno voluto gli artisti, perché il titolo fosse comprensibile a tutti. Spazi e opere che hanno accuratamente e personalmente selezionato, supervisionando l’allestimento. Opere enormi che coprono le pareti fino a saturarle, come vetrate policrome di una cattedrale quanto mai laica.
Tratto da http://www.exibart.com/
Per saperne di più:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2007/10/mostra-gilbert-george-serpilli.shtml?uuid=746a2930-7d4e-11dc-8476-00000e25108c&type=Libero
http://www.tate.org.uk/modern/exhibitions/gilbertandgeorge/
http://arte.stile.it/articoli/2007/01/10/gilbert_george_alla_tate.1130764.php