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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 28, 2007

Sull’amore. Jacques Lacan e il Simposio di Platone.


Bruno Moroncini ha scritto saggi sui principali filosofi del Novecento. Anche questo Sull’amore, nel quale riprende uno dei suoi autori privilegiati, Jacques Lacan, è teoreticamente intenso e originale. Non ci si lasci ingannare dalla stratificazione semantica del titolo: un saggio sul commento psicoanalitico di un dialogo platonico sembrerebbe riservato a specialisti. Invece non è un aspetto secondario del libro di Moroncini quello di funzionare come introduzione a Lacan, un autore interessante quanto complesso. Le parti speculative del libro si alternano infatti a quelle maggiormente didattiche, nelle quali l’autore offre una presentazione chiara e sintetica, molto efficace, del pensiero lacaniano. Spiegare Lacan attraverso Platone, e leggere Platone con gli strumenti della psicoanalisi lacaniana: Sull’amore incrocia in modo estremamente fecondo queste due esigenze.
Consideriamo il capitolo “La metafora dell’amore”, in particolare le pagine da 28 a 31, che definiscono i rapporti tra amore, transfert e intersoggettività. Uno degli esiti di questa indagine è la questione dello statuto etico-epistemologico del mito nella psicoanalisi: il mito è un sapere illusorio destinato a essere soppiantato dall’avvento della ragione oppure l’espressione di un’esigenza umana autentica e altrimenti irriducibile? Soglia impensabile tra cultura e natura, l’universale mitico sembra preservare (come Lacan fa comprendere nel libro IV del suo seminario) il nucleo del sapere dell’inconscio. Ma se la psicoanalisi si propone come scienza, come può far riferimento a un mito? Il mito di Edipo, infatti, è uno dei referenti concettuali fondamentali del pensiero psicoanalitico. Nella Scienza nuova, Vico insegna che il mito è una possibilità di rappresentazione, di articolazione narrativa del vissuto di una civiltà o individuo. Il mito di Edipo esprime il desiderio proibito per eccellenza, quello del bambino per la madre. La psicoanalisi, come scienza, produce un discorso sul mito, cerca di renderne ragione. Render ragione del desiderio: ma allora che rapporto esiste tra passione amorosa e conoscenza filosofica, che cosa può insegnare il filosofo all’amante? Forse il Simposio contiene una risposta a questa domanda.
Alcibiade e Socrate sono due protagonisti del Simposio platonico. Il primo rappresenta l’homme du désir, l’amante mosso da un desiderio irrefrenabile, che farebbe di tutto pur di essere ricambiato dall’amato. Alcibiade sconquassa la linearità del dialogo platonico, la sua ideale armonia, che appena era colmata nel discorso di Diotima sull’amore, discorso riferito da Socrate. Quest’ultimo è il filosofo, il saggio e controllato pensatore che conosce l’illusorietà del desiderio e lo controlla, volgendolo alle essenze, al bello in sé. Socrate è filosofo ma anche psicoanalista, suggerisce Lacan: pur ammettendo di non sapere, è profondo conoscitore dell’amore. Socrate sa che il desiderio è fallace e inesauribile perché l’oggetto cui mira è un nulla: oggetto irrappresentabile e non individuabile, quello che Lacan chiama oggetto a. Moroncini chiarisce che l’oggetto a è un “oggetto vuoto senza concetto (leerer Gegenstand ohne Begriff), il nihil negativum, definito da Kant come l’oggetto di un concetto che contraddice se stesso e che, dunque, è nulla, è l’impossibile” (p. 58). Dunque, Alcibiade s’inganna inseguendo ossessivamente il fantasma del proprio desiderio? Ma il desiderio è l’espressione della condizione umana, quella del soggetto, che è sempre espropriato, alienato: prima ancora che nell’impeto del desiderare, nel suo essere un animale linguistico.
Il linguaggio permette al soggetto di esprimersi e contemporaneamente riduce il contenuto espresso nelle strettoie del significante. Nel desiderio e nel linguaggio il soggetto è come inserito in un meccanismo che lo sovrasta, in una serie di automatismi - psichici e semiologici – che non riesce a dominare pienamente. Un buon esempio in proposito è il film Quell’oscuro oggetto del desiderio, nel quale il protagonista sembra schiavo del proprio impeto desiderante, egli stesso oggetto del suo desiderio. Nel desiderio e nel linguaggio, tuttavia, il soggetto esiste: nella mancata coincidenza, nello slittamento tra volontà e appagamento trova lo spazio per sé, e infatti l’appagamento pieno significherebbe la sua morte. Desiderio e linguaggio non sono negatività irrecuperabili, ma parlare e desiderare sono la condizione del vivere, di un’esistenza non spenta nella contemplazione delle idee - anch’esse, peraltro, sono il prodotto di un soggetto, di un linguaggio e di un desiderio. Allora anche Alcibiade, l’homme du désir, ha qualcosa da insegnare a Socrate: la forza del desiderio è necessario alimento della vita, e qui Lacan lo segue: “Sii all’altezza del tuo desiderio”. L’etica suggerita dalla psicoanalisi, ma a questo punto rintracciabile anche nel Simposio, è quella di una misura del desiderio, secondo la quale non si desideri né troppo (follia dell’amante) né troppo poco (apatia del saggio). Linguaggio e desiderio rinviano l’uno all’altro, scambiandosi continuamente: il desiderio si differisce e si perpetua nel linguaggio, e il linguaggio è mosso dal desiderio (un libro eccellente su questa complicità è il celebre Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes). Viene in mente il poeta duecentesco Guido delle Colonne, che nella canzone Ancor che l’aigua suggerisce un’interessante metafora: il contatto ravvicinato tra acqua e fuoco può distruggere questi due elementi, l’acqua evaporerebbe e il fuoco si spegnerebbe. Il vaso permette all’acqua di riscaldarsi, e dunque consente un rapporto non distruttivo tra acqua e fuoco. Questo vaso è dunque un elemento mediatore: permette all’acqua di riscaldarsi (attiva il “fuoco” del desiderio) senza farla svanire nel vapore (non precipita il desiderio nella follia). Ma nella fluidità della psiche questa misura “oggettiva” non può esistere: occorre sempre riprodurre la giusta distanza, tramite una sorveglianza etica che manifesta la finitezza del soggetto.


Recensione di Stefano Monetti

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