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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 25, 2008

Olocausto


Nel decennio ‘45-’55 sono stati pochi gli autori che hanno scritto sul tema dell’olocausto e della persecuzione razziale posta in essere dal nazismo e dal fascismo in Europa; diversi possono essere i motivi, non ultimo il fatto che, fino alla fine della guerra e alla liberazione della Germania e della Polonia, molti non conoscevano o, talvolta, non volevano conoscere la portata dei crimini compiuti nei campi di concentramento. Non è un caso infatti che i primi autori che hanno denunciato all’opinione pubblica questo fenomeno sono stati testimoni e vittime del nazismo, come Anna Frank e Primo Levi, che hanno scritto le loro opere sulla base di un’esperienza diretta e non su informazioni desunte.
Del resto anche la filmografia internazionale cominciò solo più tardi a descrivere il fenomeno; infatti la scoperta dei campi di concentramento da parte degli alleati fu un evento traumatico di tale impatto e di tale tragicità, che per qualche anno, anche sul piano politico internazionale, ci fu prudenza nell’affrontarlo in modo aperto e approfondito.
A testimonianza della delicatezza del problema sta il fatto che Se fosse un uomo, pubblicato da Primo Levi nel 1947 con la casa editrice De Silva, ebbe successo solo nel 1958 nell’edizione Einaudi e che soltanto dopo tale data, insieme al Diario di Anna Frank e a L’istruttoria di Peter Weiss, poté contribuire a divulgare la conoscenza e la consapevolezza delle atrocità criminali naziste che sul piano storico e documentario erano venute alla luce con l’apertura dei campi di concentramento.

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