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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 27, 2008

L'Iran e l'infanzia di Majid Majidi

L'ingenua coralità dell'infanzia

Leggero come una favola, saggio come un apologo il film di Majid Majidi conferma la vitalità della cinematografia iraniana, la sua specifica grazia nel raccontare con mano lieve e con occhio apparentemente ingenuo la realtà complessa del vivere. Non sempre il peso è segno di profondità, a volte la grandezza si cela tra le pieghe della semplicità e della leggerezza (vedi Happy-Go-Lucky).A garantire della cosciente scelta stilistica (oltre al passato del regista candidato all’Oscar nel 1999 per I bambini del cielo) sta già il titolo, traducibile forse con La ballata dei passeri e l´andamento apparentemente ondivago ma in realtà ben puntato sulla "dimostrazione morale".
Karim, protagonista assoluto interpretato con vigore quasi testimoniale da Reza Naji, vive una vita modesta tra affetti familiari, rapporti di buon vicinato e un lavoro massacrante ma dignitoso: è guardiano di struzzi. In una vita semplice come la sua anche la fuga di uno struzzo può essere un trauma. Licenziato e insieme afflitto dalla perdita dell’apparecchio auricolare per la figlia sordomuta il poveruomo non vede via di scampo se non nella discesa in città, con il suo scassato motorino, ad ingrossare le file dei disperati che vivono di lavoretti occasionali.
Il cambiamento di ritmo tra la vita campestre e l’affannato e incomprensibile caos della capitale segna un cambiamento nella sua personalità. Mettendosi al servizio di frettolosi uomini d’affari che saltano istericamente sul suo motorino facendosi trasportare nella giungla della città Karim scopre modi assolutamente nuovi di sostentamento. Diventa un trasportatore regolare: di giorno discende in città, di sera risale verso la campagna con oggetti di discarica che possono essere utilmente riciclati (si veda il bell’episodio della sostituzione dell’antenna televisiva sul tetto di casa). Però pian piano gli oggetti perdono il loro rapporto con la funzione e si accampano per sé stessi in una sorta di accumulo irrelato che gli fa smarrire il senso dei rapporti anche personali. Una sorta di furia tesa e accumulatoria si sostituisce alla delicata attenzione ai rapporti umani fino a che una provvidenziale disastrosa caduta dalla piramide di oggetti insensatamente accatastati lo riporta all’immobilità, alla riflessione, alla pacatezza di un tempo. Mentre giace immobile con la gamba ingessata un vicino arriva ad annunciare il ritorno dello struzzo.
Tutto qui? No, non tutto qui. Ci sono i paesaggi che si fanno personaggi (quello naturale della campagna e quello artificiale della città), i piccoli episodi di appoggio (incantevole quello dei bambini e del loro sogno di vuotare la cisterna per riempirla di pesci rossi), il senso della semplicità del vivere e (in un festival in cui i bambini abbondano, piccoli protagonisti inseriti nel tritacarne dell’industria) quello del rispetto dell’ingenua coralità dell’infanzia.
di Sara Mamone per www..drammaturgia.it

febbraio 22, 2008

Errata Corrige: Il giornale a teatro


Un evento a cura di:

Gianluigi Gherzi, Angelo Miotto, Matteo Scanni
REGIA: Gianluigi Gherzi

CON: Giuseppe Buonofiglio, Gigi Gherzi, Angelo Miotto, Matteo Scanni,Swewa Schneider.

SELEZIONE MUSICHE: Francesco Picceo. Un ringraziamento particolare ad Elena Lolli e a Silvia Baldini.
Perché il giornale a teatro? Perché riprendere oggi in mano la provocazione di Cesare Zavattini, che voleva portare il giornale in teatro? “Memoria del presente” indaga il quotidiano, i tempi della nostra storia. Cerca di rendere visibile quello che oggi è nascosto, di dare forma mitica e leggendaria a quello che si presenta in forma frammentaria e parziale.
Abbiamo scoperto che uno delle realtà nascoste e invisibili, di cui meno si sa, è proprio il giornalismo, le logiche dell’informazione. Così il giornale è diventato un oggetto da interrogare, mettere a fuoco, discutere e contestare. Abbiamo scelto di farlo attraverso una riflessione collettiva, un rito pubblico, portando il giornale, il quotidiano, in teatro. Insieme col pubblico guarderemo il giornale, scoprendo che, per una notizia che trova spazio e centralità, altre dieci rimangono sommerse, invisibili, impigliate in una griglia da imparare a conoscere. Rifletteremo sul nostro rapporto con l’informazione.
“Errata Corrige” è un evento che, ogni volta, troverà forme diverse di presentazione,con notizie e ospiti di volta in volta differenti. Non teatro in senso stretto, anche se pulsante di spunti narrativi drammatici e comici, e neanche pura conferenza o riflessione, “Errata Corrige” ogni sera nascerà dentro il presente del quotidiano e la relazione col pubblico e coi giornalisti ospiti. Un evento dove l’attualità diviene grande materia teatrale. Gianluigi Gherzi, Angelo Miotto, Matteo Scanni

febbraio 21, 2008

''La lite di Cambridge'' di David Edmonds e John Eidinow


"So che a questo mondo succedono cose bizzare.E'una delle poche cose che ho imparato nella mia vita"
(Wittgenstein)

"Anche i grandi uomini possono commettere grandi sbagli."
(Popper)


Appassionante romanzo storico edito da Garzanti nel 2002, reso quasi leggenda da un incontro, quello tra Karl Popper e Ludwig Wittgenstein, avvenuto il 25 ottobre 1946 a Cambridge presso l'aula H3.I due autori, David Edmond e John Eindnow, sono entrambi giornalisti della BBC, appassionati di filosofia e di storia, riportano tramite ricordi di testimoni presenti quella sera, quello che è considerato ufficialmente l'unico incontro che ci sia mai stato tra i due grandi filosofi.Come in tutte le storie che trascendono la loro verità ponendosi poi come momenti unici e quasi fiabeschi, la verità non si conosce interamente e nemmeno chi sia il vincitore di quella disputa è chiaro o accertato; ciò che si conosce è il fatto, l'incontro e quello che ci fu tra i due."Non minacciare i conferenzieri in visita con l'attizzatoio", è ciò che disse Popper a Wittgenstein; l'uscita dall'aula con relativo lancio dell'attizzatoio, fu la risposta di Wittgenstein a Popper.Chi ne uscì vincitore?Il fatto storico è dunque l'incontro tra i due pensatori in una fredda serata invernale a Cambridge organizzata da Bertrand Russell, dal tema: "Esistono problemi filosofici?".Wittgenstein non accetta la definizione di problemi per i fatti filosofici da lui chiamati "rompicapi linguistici", Popper a contrario, e con lui pare anche Russell, negano la definizione di rompicapi e necessitano che la filosofia abbia e si ponga dei problemi.Ma cosa c'entra la filosofia, quando nella stessa aula sono presenti Russell, Wittgenstein e Popper?Tutto!, risponderebbe lo studioso di filosofia zelante in cerca di avara sapienza; nulla! risponderebbe lo storico curioso voyeurista, perchè il momento storico è quello, l'incontro e ciò che in esso vi avvenuto. La Lite di Cambridge si basa sulla concezione storica che l'accompagna, e con essa il momento principale è stata la presunta minaccia con l'attizzatoio di Wittgenstein avvertita da Popper e poi evidenziata ed esaltata a vittoria nella autobiografia dello stesso empirista La ricerca non ha fine ("Autobiografia intellettuale" di K. Popper, 1974). Nel libro si accenna al fatto, e poi si va verso la storicità biografica dei due filosofi, diversi in tutto, dall'ambiente familiare di provenienza - i Wittgenstein erano una delle famiglie più ricche d'Europa, mentre Popper faceva parte della borghesia -, agli studi e al modo di relazionarsi con il resto della società.Popper, autore del Tractatus logico-philosophicus (1921), risulta essere un genio non del tutto compreso; egli infatti sostiene: "In un'affermazione, ciò che è implicito per me non lo è per voi. Se mai doveste vivere in mezzo a stranieri per un certo periodo e dipendere da loro, capirete le mie difficoltà."Popper invece è considerato un brillante filosofo non riconosciuto tale solo in tardo periodo, sempre alla ricerca di qualche riconoscimento accademico, ma molto umano e più uomo del suo tempo. La stella del tempo e del libro era ed è Wittgenstein; gli altri, Russell, Moore, il Circolo di Vienna e lo stesso Popper sono quasi dei comprimari di quel mondo filosofico ai piedi di Wittgenstein.La ricostruzione fatta dai due giornalisti pecca forse in più punti; ma non sul piano storico, bensì nei rapidi excursus filosofici presenti, necessariamente, in alcuni punti del libro. Ben curato invece il rapporto esistente nel mondo accademico del tempo e l'alone leggendario ricamato attorno alla vicenda della lite.


febbraio 17, 2008

Tre Sorelle


Tre sorelle di Cechov per la regia di Massimo Castri è uno spettacolo che non deve perdere chi ama il teatro come arte. Quell'arte difficile fatta di tenacia e di passione, che tanto manca oggi in Italia. Fatta di puntiglio e di indignazione nei confronti della sciatteria circostante. Fatta anche di dedizione assoluta alla lettura critica dei testi. Uno spettacolo come questo è all'altezza delle migliori regie europee contemporanee. Sta a disagio nella penisola nostra contemporanea.È quel testo di Cechov uno dei capolavori della drammaturgia di tutti i tempi, difficile da maneggiare per la ricchezza dei suoi significati e per la straordinaria concertazione di azioni e personaggi già perfettamente iscritta nel testo. Massimo Castri si è servito di un ritmo disteso e di una disposizione spaziale di ampio respiro, evitando di semplificare e di sottolineare, ma solo suggerendo con avveduta maestria, le infinite risonanze del testo.
La partitura del suo concerto per parole e gesti è fatta di onde lunghe e di riprese tonali. E così disegna la malinconica catastrofe di una generazione che non appartiene solo alla Russia di allora. Nella sommessa o gridata ansia di fuggire il presente e di raggiungere una meta agognata ("A Mosca a Mosca!") Cechov ha scritto con un secolo di anticipo tutte le frustrazioni del nostro tempo, che Castri ha collocato crudelmente in una lucida e smagliante scenografia (magistrali come sempre le luci di Gigi Saccomandi, fedele suo collaboratore). Dentro quella luce, calpestando un arso e aspro territorio lavico, davanti a fondali immensi e monocromi che li fanno apparire più piccoli, intorno a un tavolo-totem (la scena è opera dell’altro fedele compagno d’arte, Maurizio Balò), gli attori e le attrici si agitano invano: ricordano, progettano, si impongono, si ritirano, sbattono le ali contro le pareti di cristallo della loro impotenza. In questo modo, senza perdere contatto con la tessitura narrativa ottocentesca cechoviana, Castri fa slittare il dialogo e le azioni verso un non-senso che ha il sapore della drammaturgia di Beckett (referenza che lo stesso regista ha citato in un'intervista pubblicata nel programma di sala).
La musica del testo (una musica ora rotta e ora melodica, ora dissonante e ora "di maniera") prevale a ondate sui contenuti, in un concertato che richiede agli attori una difficile tensione, almeno nelle parti principali. Ma tutto il "concerto" pare tanto convincente quanto misurato in molti dei suoi strumenti. Le tre sorelle (Bruna Rossi, Alice Torriani, Laura Pasetti) compongono una scala cromatica ascendente dal sussurrato al grido, rispetto alla quale fanno da contrappunto sonoro la melodia monocromatica di Sergio Romano (Veršinin) e Paolo Calabresi (Kulygin), gli acuti grotteschi di Claudia Coli (Nataša) e la nevrosi sincopata dell’ottimo Mauro Malinverno (Prozorov). Castri ha saputo conciliare la lettura psicologica con i valori musicali e Cechov ne è uscito tutto intero e, come sempre quando chi lo legge lo sa rispettare senza esserne soggetto, tutto nuovo e inerpicato su una profondità che fa sgomento. Castri ci fa naufragare in questa profondità suggerendo sgomento e malinconia.Ben congegnata e equilibrata mi è parsa la traduzione. E se la mia modesta competenza in materia mi impedisce di svelarvene l'autore, occorre aggiungere che né il programma di sala né i fogli volanti distribuiti al pubblico ne fanno cenno. E questo non è un bene.
di Siro Ferrone per http://www.drammaturgia.it/

febbraio 11, 2008

Nightmares and Dreamscapes

nella foto: Zachary Clement, Prodigy
Dall’America tira l’aria fosca di un fine mandato presidenziale segnato dalla sola certezza che Bush se ne andrà, e dalle incognite poste da guerre sempre più impopolari e dallo spettro della recessione economica. È un orizzonte cupo che fa rabbrividire milioni di persone in tutto il mondo. Tutto ciò non poteva non riflettersi anche nell’arte statunitense, che, in una delegazione di sette artisti, ha attraversato l’oceano per approdare nella mostra Nightmares and Dreamscapes, che dall’8 febbraio al 29 marzo è visitabile nella galleria torinese Alberto Peola.La collettiva è curata da Ombretta Agrò Andruff, torinese che vive da dieci anni a New York, e che torna a Torino per presentare sette giovani artisti newyorkesi. Espone, come dice alla lettera il titolo della mostra, gli incubi e i paesaggi onirici, sempre grotteschi, creati da Zachary Clement, Jeffrey Bebee, Dasha Shiskin, Ana Garcés Kiley, Jonathan Podwill, John Grande e Bradley Castellanos.“La cupezza è stata la scelta curatoriale di base - spiega la curatrice - ho selezionato artisti accomunati dalla fascinazione per il grottesco, il macabro, il dark. Nelle loro opere si riflettono le ansie tipiche della società contemporanea. Paure causate da guerre non volute, dall’economia in crisi, dal ricordo dell’11 settembre, ma anche da problemi che non sono solamente americani”.

L’altro fil rouge che lega gli artisti in mostra è la bidimensionalità dei lavori, declinata però nei modi più vari. Si passa dalle tavole quasi da street art di Zachary Clement ai bizzarri acquarelli di John Bebee, dai collage fotografici di Bradley Castellanos agli oli iperrealisti di John Grande, fino ai disegni su poliestere di Ana Garcés Kiley, alle cupe tele di Jonathan Podwil, alla tavola miniaturistica di Dasha Shiskin.Su tutte le opere aleggia quella cupezza che la Agrò dice essere lo stimmung principale della mostra. Una sensazione che avvolge i lavori e fa entrare lo spettatore nel mondo del grottesco. Un mondo nato oltre due millenni fa sulle volte della domus aurea, rifiorito grazie a Raffaello nel Rinascimento e giunto, ancora potente e vitale, fino ai giorni nostri. Tanto che per le opere in mostra può ancora valere la definizione che Montaigne, a fine ‘500, dà nei suoi Essais: “Corpi mostruosi, senza una figura determinata, senza altro ordine né legame né proporzione se non casuale”.

Troviamo così gli acquerelli di Jeffree Beebe popolati da figure con colli abnormi, fantasmi recitanti strani mantra e teste di gabbiano che, come murene, escono da anfratti di roccia per essere presi a revolverate da uno strano personaggio senza volto.E ancora una silouette umana fatta di mosche (che sia il goldinghiano Signore delle Mosche?) in Entre el Aliento y la Saliva di Ana Gracés Kiley.Il viaggio nel corpo grottesco continua con i personaggi lillipuziani di Dasha Shiskin, e i corpi deframmentati della tavole di Zachary Clement, in cui uno stancil recita “defragmentation in progress”, che ricordano i personaggi inquietanti delle tele di Willem De Kooning.Infine le donne manichino di John Grande, anatomicamente perfette ma troppo impassibili in contesti apocalittici (lo scoppio di una bomba atomica, lo schianto sul Pentagono del terzo Boeing dirottato l’11 settembre) per essere reali.

Anche dove la presenza umana è assente, il senso di inquietudine rimane. Non potrebbe essere altrimenti in 112363: le due opere di Jonathan Podwil riportano subito alla mente i fotogrammi del drammatico 8mm di Abraham Zapruder sulla morte di Kennedy il 22 novembre del 1963. Resta il dubbio se il titolo rappresenti un errore fortuito o uno sfasamento temporale voluto.Anche nei collage fotografici di Bradley Castellanos l’ambientazione, nonostante sia bucolica, non è per nulla rassicurante. Dark and Deep fa presagire già dal titolo cosa si nasconde nel fitto della boscaglia che invade la tavola. No such thing, un capanno per gli attrezzi irrealmente piazzato nel mezzo di una radura tra gli alberi, sembra l’ambientazione perfetta per un racconto di Joe R. Lansdale o Stephen King. Proprio il re dell’horror nel ’93 pubblicò un volume di racconti intitolato proprio come la mostra. La Agrò tuttavia sottolinea che il titolo è stato “rubato a un cartellone pubblicitario intravisto al rientro nella City in una tarda notte estiva”.

Ciò che traspare da Nightmares and Dreamscape è una visione cupa sulla realtà contemporanea, non solo americana. Un mondo popolato di horror vacui in cui il sogno diventa incubo e la veglia allerta. Un contesto di paura in cui le persone, come nelle tele di John Grande, sono immobili. Non si capisce bene se paralizzate dalla paura o anestetizzate della quotidianità dell’orrore.




Mostra alla Galleria Alberto Peola, Torino

febbraio 05, 2008

Modigliani y sus maestros - Madrid


La presente exposición aborda el conjunto de la obra de Amedeo Modigliani (1884-1920), desde su llegada a París en 1906 hasta su prematura muerte a los 35 años. Pese a tratarse de una exposición centrada en un único artista, forman parte de ella tanto sus obras más representativas —sobre todo pinturas, pero también esculturas y dibujos— como las de los artistas que formaron parte de su entorno artístico y vital. De este modo, se divide en dos grandes apartados, dedicados a la relación del artista italiano con sus maestros y con sus amigos

Al poco tiempo de llegar a París en enero de 1906, Modigliani se apuntó en la Académie Colarossi y visitó las principales galerías de la época, donde pudo contemplar obras de Gauguin, Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Cézanne, Matisse y el joven Picasso. Al entrar en contacto con el ambiente artístico de la capital, no sólo comprendió la inutilidad de su formación académica, sino que chocó con la negación del arte del pasado por parte de la vanguardia emergente. Los primeros años de Modigliani en la capital francesa coincidieron con algunas de las retrospectivas que habrían de cambiar el curso del arte contemporáneo, como las organizadas por el Salon d'Automne en homenaje a Gauguin y Cézanne en 1906 y 1907, respectivamente. En la obra de Cézanne, en particular, Modigliani vio ratificado su interés por los maestros antiguos sin renunciar a un lenguaje plenamente moderno.Son escasas la obras de la primera época de Modigliani que han llegado a nosotros, debido en gran medida a su costumbre de abandonar apresuradamente sus estudios para no tener que enfrentarse al impago de los alquileres. En las obras aquí reunidas vemos cómo el artista italiano intenta forjar su propio estilo asistido por el ejemplo de Cézanne, Gauguin, Toulouse-Lautrec, Munch y Picasso.

Desde antes de su llegada a París, Modigliani había expresado su intención de ser escultor. El ejemplo del arte africano fue un revulsivo en este sentido, y ya en 1908 realizó sus primeros estudios de cabezas y cariátides, inspirados en máscaras africanas. En 1909 Modigliani se trasladó a Montparnasse, barrio que por entonces empezaba a desbancar a Montmartre como centro de la vida artística parisiense. Allí conoció al escultor rumano Constantin Brancusi, quien le animó a emprender la talla directa en piedra. Durante cinco años aproximadamente, Modigliani abandonó casi por completo la pintura y se dedicó a esculpir, primero empleando materiales duros como el mármol y luego piedras más blandas como la arenisca, a las que intentó dotar de un aspecto masivo e intemporal. Su labor como escultor habría de resultar fundamental para la conformación de su estilo pictórico maduro.
Dal 5 febbraio fino al 18 maggio 2008 al Museo Thyssen-Bornemisza a Madrid

World Design Capital Torino 2008


Jasper Morrison, James Irvine e Stefan Sagmeister sono i primi designer di fama internazionale a sbarcare nel capoluogo piemontese nell'ambito degli eventi di Torino 2008 World Design Capital.
Stefan Sagmeister per Bombay Sapphire Inspirational DesignHappenings Parte 1Sabato 2 febbraio 2008 alle ore 18:30 ospite del primo Inspirational Design Happening, organizzato da Bombay Sapphire, sarà Stefan Sagmeister, geniale e pluripremiato graphic designer newyorkese, diventato famoso grazie alle sue copertine per Rolling Stones, Aerosmith e Lou Reed, e per i manifesti coi quali ha fatto scalpore negli stessi ambienti del design (celebre il poster dellʼAIGA con le scritte intagliate sulla pelle del proprio corpo). In occasione di Torino 2008 World Design Capital, Bombay Sapphire ha scelto per i suoi happening una sede inaspettata: la suggestiva e recentemente restaurata Piscina Monumentale, edificio degli anni Trenta dal notevole valore architettonico. Il prossimo appuntamento, sabato 1 marzo 2008, vedrà ospite il gallese Ross Lovegrove, una delle firme più affermate nel mondo del design di oggi. Servizio navetta da Pza Carlo Felice angolo piazzetta Lagrange dalle ore 18.00

Stefan SagmeisterStefan Sagmeister ha studiato graphic design al'Università di Arti applicate di Vienna, successivamente, grazie ad un borsa di studio Fulbrigh, ha potuto approfondire i suoi studi al Pratt Institut di Brooklyn. Nel 1991, a 29 anni, si trasferisce ad Hong Kong per lavorare presso il Leo Burnett's Hong Kong Design Group. Nel 1993 fa ritorno a New York iniziando una breve collaborazione con il Tibor Kalman's M&Co design. Presto Kalman decide di occuparsiesclusivamente della rivista Colors del gruppo Benetton, decidendo così di chiudere la propria attività a New York. Sagmeister fonda allora la Sagmeister Inc. La passione per la musica lo porta inoltre a lavorare spesso a progetti grafici per copertine di cd di gruppi rock, dai Rolling Stones agli Aerosmith, da Lou Reed a David Byrne.
Jasper Morrison per Torino GeodesignGrazie al progetto Torino Geodesign, Jasper Morrison incontra San Salvario - noto quartiere multietnico torinese - per ripensare piazza Madama Cristina, oggi esclusivamente sede del mercato rionale. I desideri della comunità del luogo incontrano l’estro creativo di uno dei più grandi designer al mondo, che insieme alla riconosciuta competenza dell’Azienda Serralunga trasformerà quella che adesso è un’area mercatale in uno spazio polifunzionale di aggregazione cittadina.Jasper MorrisonJasper Morrison è uno dei designer riconosciuti a livello internazionale, di maggior successo. Nasce a Londra nel 1959, si laurea in Design alla Kingston Polytechnic Design School e si specializza al Royal College of Art (1982-85). Nel 1986 apre il suo studio di Londra e, nel 1987, é invitato a Documenta 8 di Kassel. Innumerevoli i premi conseguiti. Sue opere figurano nelle collezioni dei principali musei del mondo. Recentemente ha disegnto le sedie per il convento de La Tourette di Le Corbusier. Collabora inoltre con Alessi, Alias, Artifort, Colombo Design, Flos, Magis, Rosenthal, SCP, Sony.
James Irvine per Torino GeodesignAll’interno del progetto Torino Geodesign, James Irvine, noto designer famoso per le collaborazioni con Olivetti ed Ikea, si cimenta con il parcheggio sotterraneo del parco del Valentino. Il parcheggio incombe su uno dei parchi più belli della città con la presenza di grandi prese d’aria proprio sulla zona attrezzata per i bambini e gli adolescenti. L’obiettivo è quello di escogitare un sistema di occultamento capace di spingersi oltre l'inflazionata parete di rampicante.James IrvineJames Irvine nasce a Londra nel 1958. Si iscrive al corso di Furniture Design del Royal College of Art di Londra conseguendo il diploma di laurea nel 1984. Da allora vive e lavora a Milano.Collabora con lo studio di design di Olivetti fino al 1993 e fino al 1997 è uno dei partner di Sottsass Associati. Nel 1988 ha lavorato a Tokio per lo studio di design di Toshiba. Oggi il suo studio progetta prodotti industriali per aziende quali Canon, Artemide e Whirpool. Nel 1999 disegna la nuova flotta di autobus Mercedes Benz per la città di Hannover. Nel campo dell’arredamento, il suo primo cliente è Cappellini. Attualmente, collabora con numerose aziende di fama


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febbraio 04, 2008

Into the wild


Neve. Una semplice, bianca, disarmante distesa di neve. E una macchina, che entra in scena lentamente, ma che resta lì, sul margine sinistro dell’inquadratura. L’uomo, la società, la civiltà moderna: ci sono, certo, ma non sono loro i protagonisti di questo film. O forse sì, ma solo di riflesso.
E’ complicato parlare di un film come “Into the wild - Nelle terre selvagge”, diretto da uno Sean Penn letteralmente folgorato dal romanzo “Nelle terre estreme” dell’alpinista-scrittore Jon Krakauer.Christopher McCandless è un neolaureato statunitense, che prende il coraggio a due mani e decide di partire per l’avventura della sua vita: un viaggio in Alaska. Dopo aver donato tutti i suoi risparmi ad un’associazione umanitaria e senza nemmeno avvertire i propri familiari, il ragazzo intraprende il proprio cammino facendo perdere ogni traccia di sé. Ripudia un passato infelice, nel tentativo disperato di lasciarsi alle spalle una società corrotta che non riesce più a tollerare con il sorriso ipocrita che gli hanno insegnato i suoi genitori. E così rinasce come Christopher Supertramp, il trampoliere, colui che migra con la sola forza delle proprie gambe.Lungo il suo percorso verso il nord, incontra persone di ogni genere ed età: una coppia di hippies che lo inviteranno nella propria comunità, un anziano vedovo e sofferente per la morte dei suoi cari, una congrega di mietitori di grano con qualche problemino di troppo con la legge.Christopher, però, ha il suo obiettivo ben in testa. Nord, natura, solitudine. Così si lancia in una ricerca spasmodica di libertà, attingendo da ogni incontro solo ed esclusivamente ciò che potrebbe aiutarlo nel suo scopo. E rifiutandosi categoricamente di stabilire il benché minimo legame che lo possa in qualche modo trattenere.Libertà è il corrispettivo di felicità. E la natura è la madre di ogni libertà. Un sillogismo che non fa una sola piega, fino al momento finale, quello decisivo, che dimostra in un solo colpo la fragilità di un simile ragionamento. Christopher si ritrova solo, isolato dal mondo e senza la possibilità di fare ritorno a casa. L’Alaska, con i suoi cieli azzurri, con i suoi paesaggi incontaminati, diventa improvvisamente una gabbia letale.Ed è nel delirio dei suoi ultimi giorni di vita, che il ragazzo si rende conto dell’imperdonabile errore commesso. La libertà sta dentro al proprio essere, non fuori. E la felicità non è reale, se non è condivisa.