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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 11, 2008

Nightmares and Dreamscapes

nella foto: Zachary Clement, Prodigy
Dall’America tira l’aria fosca di un fine mandato presidenziale segnato dalla sola certezza che Bush se ne andrà, e dalle incognite poste da guerre sempre più impopolari e dallo spettro della recessione economica. È un orizzonte cupo che fa rabbrividire milioni di persone in tutto il mondo. Tutto ciò non poteva non riflettersi anche nell’arte statunitense, che, in una delegazione di sette artisti, ha attraversato l’oceano per approdare nella mostra Nightmares and Dreamscapes, che dall’8 febbraio al 29 marzo è visitabile nella galleria torinese Alberto Peola.La collettiva è curata da Ombretta Agrò Andruff, torinese che vive da dieci anni a New York, e che torna a Torino per presentare sette giovani artisti newyorkesi. Espone, come dice alla lettera il titolo della mostra, gli incubi e i paesaggi onirici, sempre grotteschi, creati da Zachary Clement, Jeffrey Bebee, Dasha Shiskin, Ana Garcés Kiley, Jonathan Podwill, John Grande e Bradley Castellanos.“La cupezza è stata la scelta curatoriale di base - spiega la curatrice - ho selezionato artisti accomunati dalla fascinazione per il grottesco, il macabro, il dark. Nelle loro opere si riflettono le ansie tipiche della società contemporanea. Paure causate da guerre non volute, dall’economia in crisi, dal ricordo dell’11 settembre, ma anche da problemi che non sono solamente americani”.

L’altro fil rouge che lega gli artisti in mostra è la bidimensionalità dei lavori, declinata però nei modi più vari. Si passa dalle tavole quasi da street art di Zachary Clement ai bizzarri acquarelli di John Bebee, dai collage fotografici di Bradley Castellanos agli oli iperrealisti di John Grande, fino ai disegni su poliestere di Ana Garcés Kiley, alle cupe tele di Jonathan Podwil, alla tavola miniaturistica di Dasha Shiskin.Su tutte le opere aleggia quella cupezza che la Agrò dice essere lo stimmung principale della mostra. Una sensazione che avvolge i lavori e fa entrare lo spettatore nel mondo del grottesco. Un mondo nato oltre due millenni fa sulle volte della domus aurea, rifiorito grazie a Raffaello nel Rinascimento e giunto, ancora potente e vitale, fino ai giorni nostri. Tanto che per le opere in mostra può ancora valere la definizione che Montaigne, a fine ‘500, dà nei suoi Essais: “Corpi mostruosi, senza una figura determinata, senza altro ordine né legame né proporzione se non casuale”.

Troviamo così gli acquerelli di Jeffree Beebe popolati da figure con colli abnormi, fantasmi recitanti strani mantra e teste di gabbiano che, come murene, escono da anfratti di roccia per essere presi a revolverate da uno strano personaggio senza volto.E ancora una silouette umana fatta di mosche (che sia il goldinghiano Signore delle Mosche?) in Entre el Aliento y la Saliva di Ana Gracés Kiley.Il viaggio nel corpo grottesco continua con i personaggi lillipuziani di Dasha Shiskin, e i corpi deframmentati della tavole di Zachary Clement, in cui uno stancil recita “defragmentation in progress”, che ricordano i personaggi inquietanti delle tele di Willem De Kooning.Infine le donne manichino di John Grande, anatomicamente perfette ma troppo impassibili in contesti apocalittici (lo scoppio di una bomba atomica, lo schianto sul Pentagono del terzo Boeing dirottato l’11 settembre) per essere reali.

Anche dove la presenza umana è assente, il senso di inquietudine rimane. Non potrebbe essere altrimenti in 112363: le due opere di Jonathan Podwil riportano subito alla mente i fotogrammi del drammatico 8mm di Abraham Zapruder sulla morte di Kennedy il 22 novembre del 1963. Resta il dubbio se il titolo rappresenti un errore fortuito o uno sfasamento temporale voluto.Anche nei collage fotografici di Bradley Castellanos l’ambientazione, nonostante sia bucolica, non è per nulla rassicurante. Dark and Deep fa presagire già dal titolo cosa si nasconde nel fitto della boscaglia che invade la tavola. No such thing, un capanno per gli attrezzi irrealmente piazzato nel mezzo di una radura tra gli alberi, sembra l’ambientazione perfetta per un racconto di Joe R. Lansdale o Stephen King. Proprio il re dell’horror nel ’93 pubblicò un volume di racconti intitolato proprio come la mostra. La Agrò tuttavia sottolinea che il titolo è stato “rubato a un cartellone pubblicitario intravisto al rientro nella City in una tarda notte estiva”.

Ciò che traspare da Nightmares and Dreamscape è una visione cupa sulla realtà contemporanea, non solo americana. Un mondo popolato di horror vacui in cui il sogno diventa incubo e la veglia allerta. Un contesto di paura in cui le persone, come nelle tele di John Grande, sono immobili. Non si capisce bene se paralizzate dalla paura o anestetizzate della quotidianità dell’orrore.




Mostra alla Galleria Alberto Peola, Torino

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