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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 31, 2008

I bambini e la loro rappresentazione coloristica

Il bambino è ormai da tempo al centro di ogni interesse e la cassa di risonanza di questo atteggiamento resta comunque la scuola, la quale ha la responsabilità del suo sviluppo espressivo e cognitivo, funzionale e necessario alla corretta interpretazione di sé, della realtà naturale e dell’ambiente in cui vive. La finalità dell’educazione è quella di produrre comportamenti dotati di senso in un costante impegno che va dalla famiglia, alla scolarizzazione, all’auto-formazione secondo la concezione di educazione permanente: il filo conduttore di un percorso di crescita culturale che inizia con la nascita e si conclude con la morte.
Ci domandiamo, pertanto, quale è il senso che può essere attribuito ad una corretta funzionalità della performance coloristica che spontaneamente viene praticata fin dalla prima infanzia, ma che, proprio per la sua natura spontanea, spesso è abusata come atteggiamento di controllo della esuberanza infantile. Quando, insomma, si vuole, a casa come a scuola, che il bambino stia fermo e, per ottenerlo, gli si mette a disposizione carta, matite colorate e, quel che è peggio, pennarelli. Se il disegno e, ancor prima, il ghirigoro, una volta che hanno assolto al loro compito, vengono abbandonati, ammucchiati come cartaccia e addirittura stracciati senza tanti complimenti, che senso ha che poi si enfatizzi l’importanza di queste specifiche espressioni di sé e non si impegni in questi tentativi di creazione tempo e competenze come si fa con le altre discipline curricolari.
In altri ambiti, come quello psicologico, psicanalitico, neuro-scientifico, al ghirigoro e al disegno viene attribuita la funzione di rivelare, ad occhi attenti e competenti, alterazioni e imperfezioni psichiche, mentali, cerebrali. Insomma, in un modo o nell’altro, l’espressività coloristica e grafica è utilizzata per ragioni diverse da quella per cui dovrebbe essere esercitata: la pratica di una capacità che è sintomo positivo che ogni persona dovrebbe poter sperimentare, qualunque sia la sua età, le sue condizioni mentali, psichiche, biologiche o cerebrali.
In questa sua pratica la persona manifesta ed esplicita con un manufatto, con un oggetto realizzato da sola una forma di cognizione di sé e di rapporto interattivo con l’ambiente nel quale afferma la propria presenza, viva e concreta, con un potente mezzo comunicativo, quale il simbolo e l’immagine, che danno conto della necessaria dimensione socializzante, della inesauribile funzione interpretativa e immaginifica che sono la ragione prima di ogni espressione.
Quando ancora mancano le parole ed il linguaggio verbale è incerto e zoppicante la persona conferma già la sua adesione al mondo urlando, sì, ma scarabocchiandolo e successivamente disegnandolo in forma rappresentativa e finalizzata; con questa spontanea e perciò semplice operazione ne connota la rubricazione visiva sempre più consapevole e ricca di particolari, lo organizza, lo definisce e lo rende fruibile. L’esercizio, l’abitudine a disegnare, a colorare danno un senso di stupore emozionante che fa scoprire la propria influenza nella rappresentazione dell’ambiente che sempre più si dilata e si allarga sulla esperienza in cui si esercita la propria qualità percettiva ed espressiva. Quei tentativi grafici e coloristici, compiuti con la semplicità, la spontaneità e l’innocenza di chi, ancora inconsapevole, dà forma e contenuto al pensiero critico, educano alla capacità di esercitarlo, strutturano la simbolizzazione e la corretta fruizione delle immagini che la fanno recepire. Il simbolo, la libera e consapevole padronanza dei suoi significati, della sua applicabilità e adattabilità sono elementi indispensabili da padroneggiare con il senso di fiduciosa solidarietà alla quale ci ha abituati il disegnarli e il colorarli, perché eravamo disposti a farlo anche se “i grandi”, i nostro genitori i nostri maestri, attribuivano poca importanza a quelle esperienze che, quando si è piccoli, debbono sembrare sicuramente enormi.
Spesso, con il trascorrere del tempo, non continuiamo a colorare e riempire di immagini fogli ed album, perché il vivere ci fa trascurare quella frequentazione che, quantunque per i nostri genitori e maestri potesse essere un modo per riprender fiato e respiro, noi, magari, l’aspettavamo con ansia e così facendo assumevamo il comportamento di soggetti dotati di capacità simbolizzanti, di entità pensanti che teorizzano la realtà e l’ambiente dove vivono, lo sublimano perché lo fanno essere come vogliono che sia: colorato e alla loro portata.
L’ansia e la paura di vivere che spesso assalgono la persona, indipendentemente dalla sua età cronologica, trovano risposta e soluzione nella disponibilità a far emergere, dandogli forma e contenuto, la propria espressività che non produrrà un’opera d’arte e forse neppure una creazione artistica, quanto invece il recupero di una abitudine a colorare e disegnare con quella curiosità libera e innocente che è propria della percezione creativa.
La percezione si associa strettamente all’arte, una delle forme, uno dei possibili motori di approccio al mondo della cultura umana, la quale trova giustificazione ermeneutica e statuto epistemologico nelle forme culturali primigenie che qualificano i simboli in raggruppamenti semantici e simbolici. L’arte unitamente alla lingua, alla scienza, alla storia, alla religione ha la grande responsabilità educativa di far approcciare ed indagare il mondo e la propria persona dentro alla grande ed infinita azione connotativa della cultura che è dicibile e fruibile, funzionale e adattativi in relazione alla relazione con l’azione umana.
Al pari delle altre forme culturale, dalla cui intersezione si specifica il tessuto dell’azione scientifica, all’arte spetta il compito di indagare, ma anche di predisporre la struttura mentale che sarà indispensabile per apprezzare il bello e le forme belle, siano esse naturali o artistiche. Allora non il disegno, la performance coloristiche come puro “riempiticcio” di spazi vuoti e di tempi morti, ma attenta affermazione di una qualità che dà sollievo allo spirito e sprona a riconoscere il mondo che ci circonda come fonte inesauribile di stimolo alla conoscenza e confronto con l’idea di perfezione, attivando la funzione simbolizzante a cui tutto si riconduce nell’inarrestabile, grande fluire della cultura umana.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:
ARNHEIM R., Verso una psicologia dell’arte. Espressione visiva, simboli e interpretazione, Einaudi, Torino 1969.
GOMBRICH E.H., A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell’arte, Einaudi, Torino 1971.
HEIDEGGER M., Sentieri interrotti, a cura di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1997.
READ H., Educare con l’arte, Edizioni di Comunità, Milano 1954.
ROSATI L., Paradigmi culturali e didattica, La Scuola, Brescia 1998.
di Ornella Bovi per http://www.unipg.it/vega/

marzo 27, 2008

Canaletto e Bellotto. L’arte della veduta


Grazie a prestiti provenienti da tutto il mondo, alla curatela di Bozena Anna Kowalczyk, uno dei massimi esperti del vedutismo veneziano, e alla felice intuizione della Fondazione CRT- senza il cui determinante sostegno la mostra non sarebbe stata realizzata - l’esposizione ha aperto il 14 marzo nelle sale di Palazzo Bricherasio si preannuncia già da ora come una delle più importanti della stagione espositiva italiana.
“Un progetto straordinario” - spiega Alberto Alessio, presidente della Fondazione Palazzo Bricherasio – “che si è potuto realizzare solo dopo averne parlato con il Professor Comba, presidente della Fondazione CRT; è solo grazie al loro intervento che il pubblico potrà ammirare i maggiori capolavori dei due più importanti vedutisti veneziani.”
La rassegna è dedicata al rapporto artistico tra i due grandi Maestri, uno dei problemi più affascinanti della storia dell’arte del Settecento. Per la prima volta, le opere di Canaletto e Bellotto saranno esposte le une a fianco delle altre, consentendo un immediato confronto fra stili, tecniche e composizione.
La sezione introduttiva è concepita per mostrare quei dipinti di Canaletto che hanno costituito una pietra miliare nell’apprendistato di Bellotto, quali due importanti vedute di Venezia provenienti dalle collezioni reali inglesi, mentre un gruppo di vedute veneziane eseguite dall’Allievo nelle prime fasi della sua carriera rappresenterà lo sviluppo dello stile e delle acquisizioni tecniche del pittore più giovane a Venezia. La maggior parte di questi dipinti è stata tradizionalmente attribuita a Canaletto, mentre solo di recente sono stati riconosciuti come opera di Bellotto.Le tele, che provengono da collezioni europee e americane pubbliche e private, saranno esposte per la prima volta insieme, offrendo un’opportunità eccezionale per studiosi e visitatori. In molti casi sarà possibile confrontare direttamente composizioni simili di Canaletto e Bellotto e apprezzare il talento precoce e l’importanza del ruolo dell’allievo nello studio di Canaletto, messo in particolare evidenza dai disegni preparatori.
La serie di vedute romane, opera del Maestro e dell’Allievo, costituisce una sezione importante della mostra, poiché fa risalire l’inizio dell’indipendenza di Bellotto al suo viaggio a Roma nel 1742. Le belle vedute di Firenze e Lucca mostrano il raggiungimento di uno stile proprio, di una tecnica e di una composizione peculiari. Una delle maggiori ambizioni del Bellotto è quella di dipingere composizioni panoramiche. Queste aspirazioni furono realizzate per la prima volta nel 1745, con la commissione di due splendide vedute di Torino da parte di Carlo Emanuele III (1701-1773), Duca di Savoia e Re di Sardegna; in mostra sarà presente la Veduta del vecchio ponte sul Po a Torino concessa dalla Galleria Sabauda di Torino. Una serie di dipinti eseguiti nel 1744, immediatamente prima di raggiungere Torino – le vedute di Milano, Gazzada e Vaprio – illustrano il progresso graduale e significativo nell’espressioni artistica del Bellotto.
Nel 1746 Canaletto parte per Londra e l’anno successivo Bellotto raggiunge la corte di Dresda. Nel corso dei dieci anni di soggiorno in Inghilterra, Canaletto enfatizza la propria visione raffinata e poetica, sempre più squisitamente decorativa e rococò, mentre Bellotto, in qualità di pittore di corte a Dresda, Vienna, Monaco e Varsavia, esprime appieno la propria tendenza caratteristica verso il realismo e l'interesse per la natura e il paesaggio. Per la mostra è stata selezionata una serie delle opere più significative della maturità dei due artisti.
Le origini comuni della pittura vedutista di Canaletto e Bellotto saranno enfatizzate, oltre che dalle diverse interpretazioni degli stessi temi, dalle composizioni panoramiche, dai paesaggi, dalle figure e dall’approccio ai capricci. Proprio a quest’ultimo genere sarà dedicata un’intrigante sezione della mostra, che evidenzierà la profonda relazione tra le composizioni dei due artisti in periodi diversi delle rispettive carriere.
La selezione di cinquanta disegni provenienti da collezioni pubbliche europee e americane – molti dei quali legati ai dipinti della mostra – illustreranno i procedimenti utilizzati nello studio di Canaletto, dagli schizzi della prima idea, agli studi delle composizioni o dei dettagli fino alla creazione della vedute finite. La serie completa di acqueforti di Canaletto e otto piccole prove di Bellotto cocludono la sezione grafica della mostra.
Il percorso espositivo, infine, sarà completato da una sala allestita con “vedute ottiche”, “mondi niovi” e “camere oscure” appartenenti alle Collezioni del Museo Nazionale del Cinema di Torino.Attivita’ collaterali per bambini e famiglie
ARTE BIMBO

E’ un laboratorio ideato per far trascorrere ai bambini dai 4 ai 12 anni un sabato pomeriggio in compagnia dell’operatore didattico alla scoperta del magico mondo dei vedutisti . L’atelier comincia con la visita in mostra e prosegue nelle aule della didattica con attività manuali che coinvolgono e divertono i bambini.

GLI APPUNTAMENTI

Lia e la scatola magica sabato 29 Marzo 2008

Una vista speciale. Costruiamo la scatola ottica sabato 5 Aprile 2008 Le avventure di Bellotto sabato 12 Aprile 2008 Le avventure di Canaletto sabato 19 Aprile 2008 Torino. Ieri e oggi. Due vedute della città a confronto sabato 3 Maggio 2008
Gli atelier verranno ripetuti nei mesi di maggio e giugno 2008.Orari: sabato h 15.30-18.00

Costi: euro 10 a bambino, comprensivo di biglietto di ingresso, visita alla mostra, materiale didattico.E’ necessaria la prenotazione telefonica allo 011.5711822
LEGGIAMO IN MOSTRA (a partire dal 30 Marzo)

Il laboratorio, per famiglie con bambini dai 4 ai 12 anni, inizia con la narrazione della storia di Lia e del magico mondo dei vedutisti in compagnia dell’operatore didattico. Il viaggio alla scoperta dei vedutisti prosegue, insieme alla piccola protagonista, fra le opere esposte in mostra passeggiando fra le vedute di Canaletto e Bellotto.


Orari: tutte le domeniche: h 10.30-12.00 e 16.00-17.30
Costi: bambini: euro 5,50; adulti: euro 5,50 .
I costi indicati includono l’ingresso e l’attività in mostra.Ad ogni bambino verrà regalato il libretto didattico. E’ necessaria la prenotazione telefonica allo 011. 5711822
Canaletto e Bellotto. L’arte della veduta
A cura di Bozena Anna Kowalczyk
Periodo: 14 marzo – 15 giugno 2008
Palazzo Bricherasio Via Teofilo Rossi angolo Via Lagrange Torino

Orari: Lunedì: 14.30 – 19.30. Da martedì a domenica: 9.30 – 19.30.
Giovedì e sabato: apertura serale fino alle 22.30
tel.011 57 11 811
infoline 011 57 11 888

marzo 25, 2008

Il teatro di Eduardo: Le voci di dentro.


Dato che Titina all'inizio del dicembre 1948 si era ammalata e il medico le aveva prescritto un periodo di convalescenza piuttosto lungo, consapevole di non poter replicare il suo solito repertorio fino a Natale, Eduardo, chiuso nella camera 24 dell'hotel Continental a Milano, in diciassette ore, scandite in tappe notturne, scrisse Le voci di dentro, "tarantella in tre atti" rappresentata la prima volta, al Nuovo, la sera del 12 dicembre 1948. Nel contesto della produzione dell'autore, si tratta di una commedia noir che, malgrado sia stata scritta solo tre anni dopo Napoli milionaria!, segna il momento di passaggio, come ha detto Luca De Filippo, «da un Eduardo in cui è ancora viva la speranza nei grandi cambiamenti e nel recupero dei valori fondamentali, dopo il terribile dramma della guerra, ad un Eduardo in cui la disillusione ed il pessimismo prevalgono in misura crescente».
Dopo aver sognato che i suoi vicini di casa, i Cimmaruta, hanno commesso un omicidio, Alberto Saporito è convinto si tratti della realtà e li fa arrestare. Invece di proclamare la propria innocenza, i Cimmaruta cominciano a sospettare l'uno dell'altro, temono che Saporito possa tirare fuori da un momento all'altro le prove della loro colpevolezza e arrivano a prendere la decisione di ucciderlo.
Da assassini finti a veri assassini. Come gli italiani del dopoguerra possono essere tutti dei ladri di biciclette, così possono trasformarsi facilmente anche in assassini: «io vi ho accusati - dice alla fine il protagonista ai suoi vicini - e non vi siete ribellati, eppure eravate innocenti tutti quanti… Lo avete creduto possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni… il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia! […] la stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci appacia con noi stessi, l'abbiamo uccisa… E vi sembra un assassinio da niente? Senza la stima si può arrivare al delitto. E ci stavamo arrivando».
Specchio dell'Italia del tempo, Le voci di dentro riflette i traumi di un paese dove tutti sospettano di tutti (le mogli dei mariti, i mariti delle mogli, i fratelli delle sorelle, le zie dei nipoti), dove i valori sembrano scomparsi, dove i più saggi preferiscono non parlare perchè sanno di non poter essere ascoltati o compresi quasi da nessuno (come il vecchio Zì Nicola Saporito, che comunica sparando bengala e mortaretti e che solo Alberto riesce a capire), di un paese intimamente sconvolto e ormai poco fiducioso nella possibilità di un'autentica rinascita dopo la tragedia della guerra.
La dimensione del sogno si mescola e confonde con quella della realtà: tutti i tipi di orrore sono già stati visti, vissuti, metabolizzati a livello inconscio e nessuna efferatezza sembra più impossibile. «Il sogno - dirà lo stesso Eduardo in una intervista rilasciata nel 1977 - è la spia di una inquietudine che ci attanaglia. I personaggi di questa commedia portano in sé l'ansia di una guerra appena finita, di violenze non dimenticate».
Nella ripresa televisiva dello spettacolo andata in onda per la prima volta il 30 e 31 dicembre del 1978, Luca De Filippo interpretava la parte di Carlo, il fratello del protagonista, ovvero di colui che, non appena vede Alberto in difficoltà, quasi sul punto di finire sotto processo per calunnia, si adopera immediatamente per sottrargli tutto il magro patrimonio familiare. Alberto Saporito, allora, era incarnato da Eduardo, suo padre. Adesso, a trent'anni di distanza, è Luca a interpretare Alberto e il tono delle Voci di dentro cambia. Cambia completamente. Tanto sul piano del cast (alla diffidente severità di Pupella Maggio, per esempio, si sostituisce la debordante simpatia di Antonella Morea), quanto su quello delle scene e dei costumi (al posto della livida, plumbea, itterica scenografia di Bruno Garofalo, ecco quella vivace e luminosa di Enrico Job) e anche su quello dell'atmosfera generale, prima opprimente e realistica e ora molto più agile e anche lievemente onirica (la cameriera Maria e Rosa Cimmaruta, adesso, all'inizio, non parlano più dei propri sogni fra di loro ma li raccontano "a parte", a se stesse, e li sentono talmente reali da riviverli nel momento stesso in cui li descrivono).
Nello spettacolo di Eduardo, infine, Zì Nicola se ne stava rintanato in una specie di pulpito sistemato in un angolo di casa Saporito, sorta di magazzino ingombro di vecchie sedie e arredi sacri: da lì sopra, esercitava il suo diritto misantropo di non parlare, dialogava a suon di botti e fuochi d'artificio, sputava sulla testa dei passanti di turno e ogni tanto, di nascosto, scendeva di sotto a bersi un goccetto. Questo personaggio, che nella versione cinematografica della commedia (Spara forte, più forte… non capisco!, 1966) ne diventava il vero protagonista ed era interpretato dallo stesso Eduardo, adesso non è altro che una figuretta farsesca: non vive più rifugiato in un pulpito ma se ne sta chiuso in un teatrino di legno. Da qui, dall'alto del suo palco, assiste, in basso, alla "tarantella nera" di tutti quelli che vivono nella realtà e ogni tanto, quando è da solo, acceso il giradischi, esce per poter caracollare buffamente a suon di musica. Volontariamente incompreso, è un artista in volontario esilio nell'ultima isola felice rimasta, nell'unico posto dove si può stare certi di essere al sicuro dagli attacchi della vita reale: il teatro.
Insieme a Francesco Rosi che firma la regia dello spettacolo, Luca De Filippo, al contrario del padre, preferisce dedicarsi ad approfondire il lato comico del testo: le parti più lunghe appaiono tagliate, alcune scene sveltite, mentre di certe battute, recitate a effetto in modo da renderle più efficaci, si mira a moltiplicare la presa sul pubblico. Il risultato è una vera "tarantella" scenica: «l'accumularsi di sospetti e di verità negate», infatti, - dice lo stesso Rosi - dà vita a un «ballo disordinato, ritmico, pazzoide, che non ha slanci melodici e che tutti possono ballare». Dove prima c'era una paradossale tragicommedia, ora c'è una commedia degli equivoci e dello straniamento. E il pubblico ride. Ride spesso amaro ma ride.
Alla fine del terzo atto, dopo aver dato uno schiaffo al fratello, e aver pronunciato a chiare lettere, lentamente, il monologo finale, rivolgendosi a tutti e cinque i membri della famiglia Cimmaruta, l'Alberto Saporito di Eduardo chiedeva loro di andarsene e di lasciarlo riposare: «i due fratelli sono rimasti soli, - si legge nella didascalia conclusiva del testo - l'uno di spalle all'altro. Alberto seduto al tavolo, in primo piano a sinistra, col capo chino sulle braccia. Carlo, accasciato su di una sedia, in fondo allo stanzone. Alberto, dopo una piccola pausa, solleva il capo lentamente, e con uno sguardo pietoso cerca il fratello. Dopo averlo fissato per un poco, per non prorompere in lacrime, con gesto che ha della disperazione, comprime fortemente le mani aperte sul suo volto». Nella prima redazione del testo, la commedia si chiudeva così e il tono moralistico di questo finale non piacque molto né al pubblico né alla critica: nella seconda redazione - unica concessione alla speranza accordata dall'autore -, un raggio di sole entrava nella stanza attraverso la finestra e illuminava i due fratelli («il sole inaspettatamente, dal finestrone in fondo, taglia l'aria ammorbata dello stanzone e, pietosamente, vivifica le streminzite figure dei due fratelli»). Da parte dell'Alberto di Eduardo, mettersi le mani sul volto significa arrendersi al fatto di non riuscire a vedere possibilità di salvezza: lui stesso sente di far parte di quel mondo che accusa, lui stesso è stato il primo a credere che i suoi vicini di casa fossero degli assassini.
Adesso, a trent'anni di distanza dalla ripresa televisiva e a sessanta dalla prima al Nuovo di Milano, Alberto, dopo aver dato uno schiaffo al fratello, si rivolge ai Cimmaruta e parla in modo sbrigativo, antipredicatorio, la testa quasi china, la voce bassa, con fare trasognato, come se, infondo, sapesse benissimo di non essere ascoltato: usciti poi i cinque interlocutori, rimane da solo col fratello, si siede accanto a lui, lo guarda e appoggia affettuosamente la mano sulla sua. Ex Carlo a fianco di Eduardo, Luca così si prende forse lo sfizio di far fare ad Alberto quello che, in passato, ma sempre disilluso dal pessimismo paterno, avrebbe tanto desiderato vedergli fare. Prendendo le mani del fratello nelle sue anzichè usarle per coprirsi il volto, l'Alberto di Luca dichiara di non aver perso e di non voler perdere la fede nell'uomo e nelle sue risorse. Nonostante tutto.
Tipo di comico triste, misurato, quasi sottotono, più caratterista che prim'attore, più adatto alla battuta e a dialoghi veloci che non al monologo, Luca addolcisce la medicina amara servita da Eduardo al pubblico e regala alla commedia quel finale conciliante che l'autore non aveva voluto concederle: il suo Alberto Saporito non smette di sperare che le cose possano cambiare e non esita a imboccare la strada della riconciliazione col fratello. Alle sue spalle, il teatrino di legno: il sipario aperto, una sedia vuota in mezzo al palco, ed è come se il compianto Zì Nicola, morto alla fine del secondo atto, fosse ancora seduto lì e vegliasse su di lui. Chi riusciva a capire il linguaggio di un uomo abituato a esprimersi attraverso i fuochi artificiali e a vivere dentro un teatrino non può, nonostante tutto, non continuare a credere che la famiglia possa sempre riuscire a essere - come dice Luca De Filippo - «esempio di nobili ideali quali fraternità, solidarietà, pietà» e non «espressione di ipocrisia, tornaconto personale e cinismo».
In fondo al tunnel, in un 2008 che non appare troppo migliore del 1948, il figlio vede un chiarore che il padre, sessant'anni fa, non vedeva ormai più, e offre delle Voci di dentro, alla luce di un vero e proprio ottimismo nell'umanità, una inedita versione riveduta e corretta.
Attorno all'ammirevole capocomico, esemplare antiattore che recita sempre in sordina, fra le scene ideate da Enrico Job (31 gennaio 1934 - 7 marzo 2008) con un occhio alla "Napoli nera" e uno alle possibilità metateatrali offerte dal testo, si muove - diretta con grazia, naturalezza e senso del ritmo da Francesco Rosi - una nutrita schiera di svegli e vivacissimi attori, dalla già nominata Antonella Morea, alla giovane Anna Moriello nel ruolo di Maria, da Marco Manchisi nei panni di Carlo a Gigi Savoia e Carolina Rosi in quelli dei coniugi Cimmaruta.


di Giulia Tellini per http://www.drammaturgia.it/

marzo 20, 2008

Bruce Sterling - Conversazione su Torino


Bruce Sterling è uno scrittore di fantascienza americano, noto in particolare per i suoi romanzi e l'autorevole progetto antologico Mirrorshades, che ha definito il genere letterario cyberpunk. Ma è anche un acclamato futurologo e un critico di design. Nel suo libro di recente pubblicazione "Shaping Things", Bruce ha coniato il termine "spime" per indicare oggetti di futura fabbricazione, che si basano su un supporto informatico talmente esteso e vario, da renderli esemplificazioni materiali di un sistema immateriale. Nel 2003 ha ottenuto la cattedra presso l'European Graduate School, dove in estate tiene dei Corsi Intensivi di media e design. Nel 2005 è stato invitato a curare il programma "Visionary in residence" presso l'Art Center College of Design di Pasadena, in California. Da quest'autunno, vive a Torino con la moglie Jasmina Tešanović , scrittrice e regista serba, e ha collaborato in veste di guest curator all'allestimento del Torino SHARE festival.
Dom.: Come sei approdato a Torino?
Sono stato invitato. Lo scorso anno, ho partecipato allo SHARE Festival e mi ha profondamente colpito. E' un piccolo festival, ma ogni anno acquisisce più importanza. Mi hanno proposto di diventare il curatore ospite e aiutarli ad organizzare l'edizione successiva. Allora mi sono detto: "Beh, ecco un peccato che non ho ancora commesso!". E non avevo alcun motivo per rifiutare. Parafrasando Carla Bruni: "Non potevo dire di no al Presidente. Non c'era motivo per rifiutarlo!". Neanche io avevo alcun motivo per dire di no, e ho ottenuto ottimi risultati con il lavoro svolto qui. Dom.: Ti sei fatto un nome a Torino. Ti vedo spesso sul podio, come oratore, anche a fianco di rappresentanti politici.
Questo perché sono un giornalista. Mi interesso a ciò che fanno. Inoltre scrivo per la stampa italiana, e la gente è molto disponibile con i giornalisti, perché ama apparire sui giornali. Personalmente, non mi dispiace affatto. Non chiedo niente in cambio, per altro. Non sono qui per fare pressioni o avanzare richieste assurde. Sono un tipo allegro e innocuo, davvero.
Dom.: E nel frattempo hai avuto l'opportunità di comprendere a fondo la città.
Gli stereotipi non fanno mai giustizia a nessuno, ma se dovessi descrivere in poche parole i torinesi, dovrei rifarmi ai tratti classici per cui sono noti in tutta Italia: freddini, formali, squadrati, militarizzati, ingegneri, cervellotici, intellighenzia, con in più una bizzarra vena mistica. Torino può sopravvivere senza l'Italia, ma l'Italia non sopravvivrebbe senza Torino. I torinesi sono aristocratici, immersi nel proprio universo mentale... So che sto esagerando, ma c'è anche un briciolo di verità.
LA TRASFORMAZIONE COME CAPITALE SOCIALE
Dom.: Ma è anche una città in piena trasformazione. Desideravi prendervi parte?
Come americano, quando vedo un posto in fase di radicale cambiamento, mi domando quali siano le leve che mettono in moto il meccanismo. Di conseguenza, all'inizio, quando sono arrivato, ponevo le domande sbagliate, nel tentativo di individuare la mente alla base della trasformazione. E invece quest'ultima non viene dettata dal tecnocrate di turno, come accadrebbe negli Stati Uniti. Si tratta piuttosto di un fenomeno socio-culturale.
Dom.: In che senso? In America, un forte cambiamento a livello sociale di solito è messo in moto da due categorie, avvocati e finanzieri, ed implica una revisione delle norme giuridiche. Inoltre gli americani si aspettano che i problemi e le sfide siano affrontate con una soluzione di natura tecnica.
All'estero, come americano, ho applicato la stessa logica e cercavo di individuare i soggetti che, da dietro le quinte, controllano il cambiamento. Tali individui esistono anche in seno alla società italiana, ma non hanno lo stesso peso. La società italiana, soprattutto a Torino, è dotata di un capitale sociale di gran lunga superiore a quello americano.
L'America è molto più atomizzata: le relazioni sociali fondamentali sono di natura economica e legale. Sono fondate sulla Costituzione oppure sul dollaro onnipotente. Noi americani vogliamo arrivare al succo della questione: una cosa o è illegale o ha arricchito qualcuno.
I MOVIMENTI E LE MULTINAZIONALI
Trovo che quello che sta accadendo in Piemonte sia affascinante. La regione ha molto da offrire al mondo esterno: ad esempio, il movimento Slow Food.
Tanto per cominciare, si tratta del "movimento" Slow Food, invece che di Slow Food Spa. Negli Stati Uniti, Slow Food sarebbe una catena anti-Mc Donald's. Il fondatore avrebbe professato: "Odio Mc Donald's, quindi creo il mio franchising". Come è stato per Apple in opposizione a IBM.
Slow Food si fonda su una solida base sociale e rappresenta un autentico modus vivendi, con volti diversi: una scuola, una casa editrice, un'università, una serie di conferenze, un network internazionale, un dominio privatizzato di sistemi di controllo e garanzia, ed un guru culturale.
Definire Slow Food è un'impresa ardua. In inglese non lo si può descrivere in parole semplici, e anche questo mi ha colpito. All'inizio ero un po' perplesso, ma il punto è che funziona perfettamente e probabilmente non sarebbe possibile gestirlo in nessun altro luogo, se non qui.
Oggi il movimento Slow Food è popolare anche negli Stati Uniti, ma l'America non sarebbe mai stata in grado di partorire un'idea simile. È il frutto di un'invenzione sociale, e del genio piemontese.
Dom.: Che cos'altro ti ha colpito?
Il rapporto che Torino ha instaurato con la sua storia: questa è la prima città al mondo a considerare l'industria automobilistica come parte del proprio passato economico. E lo fa in maniera delicata e rispettosa, senza voltare le spalle alla vocazione industriale di un tempo, e senza negare il XX°secolo. Ha semplicemente ideato un metodo, educato e conforme ai dettami del XXI°secolo, per la gestione di strutture in disuso come il Lingotto (ex-fabbrica FIAT), che a Detroit sarebbero state abbandonate, invase dai tossicodipendenti, ricoperte di graffiti, e con gli alberi che crescono da tutte le parti.
La versione americana di questa trasformazione probabilmente avrebbe fallito. In passato ho affermato che le rovine dello sviluppo non sostenibile sono la frontiera del XXI°secolo. Il pianeta è giunto a saturazione e non ci sono altre vie d'uscita.
Attualmente sono i centri urbani decadenti, ristrutturati e trasformati in quartieri signorili, ad essere teatro dello sviluppo più vivace. O siti come il Lingotto, in cui un'immensa fabbrica di montaggio auto si è trasformata in polo commerciale e di ristorazione. Oggi il Lingotto costituisce uno spazio per i giovani che vogliono inserirsi nel mondo del lavoro. Trovo che sia una trasformazione formidabile.
UNA CITTA' DEL XXI°SECOLO "ANTE LITTERAM"
Torino vanta anche il recupero di altri siti, alcuni dei quali sono un po' grotteschi, come la chiesa del Santo Volto. In pratica hanno preso una ciminiera, l'hanno ricoperta e trasformata in campanile. È un po' stravagante, a dire il vero. È un esempio di "sprezzatura", la ricercata trascuratezza per cui era noto Agnelli. Si presentava in completo blu e scarponi da sci e sconcertava l'opinione pubblica. "Potrei vestirmi in maniera impeccabile, ma ho deciso di attirare l'attenzione, dunque indosserò l'orologio sopra la manica della giacca."
Convertire una ciminiera in campanile è in qualche misura un'iniziativa simile. Inizialmente, come americano, ho pensato: "Ma che roba! Ma cosa gli è saltato in mente?" Adesso lo trovo affascinante. Finirà molto presto nelle guide turistiche.
A Torino ho l'impressione di vivere in una città del XXI°secolo "ante litteram". La città è in anticipo sui tempi. La sua capacità di operare un recupero del paesaggio urbano non solo è molto avanzata, ma è anche esportabile. Potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo su base regionale.
I torinesi potrebbero diventare esperti di recupero del patrimonio architettonico. Immaginate un pieghevole pubblicitario di questo tipo: "Vi ricordate quell'osceno cumulo di macerie subito fuori città, di cui nessuno ha saputo cosa fare per due secoli? Ecco, abbiamo appena trasformato la Venaria Reale in un'attrazione turistica di prim'ordine!".
"E possiamo trasformare il vostro penoso castello Prussiano in rovine in un fiore all'occhiello. Vi forniremo le risorse, ricostruiremo l'opera e quando avrete fatto un sacco di soldi, ce ne darete una parte". Come ha fatto l'industria del petrolio texana: "Avete del petrolio sotto la sabbia? Noi ve lo estraiamo e ce ne date metà."
Dom.: Molte città stanno facendo lo stesso. Perché Torino?
La grande sfida per il recupero del patrimonio artistico è rappresentata dalle opere risalenti al XX°secolo, perché sono di gran lunga più numerose di tutte le altre. E parliamo di un divario di diversi ordini di grandezza. C'è più spazzatura del XX°secolo a Torino che da qualunque altra parte. Molta di più del patrimonio lasciato in eredità dai Savoia. Probabilmente si potrebbero nascondere tutti gli edifici progettati da Juvarra e Guarini all'interno di una di queste strutture FIAT.
È questa la vera sfida del futuro. E il modo in cui la stanno affrontando qui, indica che sarà vinta. Ho visitato Detroit e Los Angeles, l'area sud del Bronx e il centro di Washington. Ho percorso in lungo e in largo l'Europa dell'Est, che ha vissuto il crollo un intero sistema economico e poi la transizione ad un nuovo sistema. La capacità di realizzare un cambiamento economico radicale senza disgregarsi è rara! E ritengo che si possa esportare.
Essa rappresenta inoltre un nuovo movimento di avanguardia per la città. Torino vanta già un'avanguardia storica. L'Italia è la patria del futurismo più antico al mondo. Così vecchio che figura addirittura sulle monete! Torino è anche sede del parco a tema, dedicato al patrimonio artistico, più vecchio al mondo: il Borgo Medievale, eretto nel 1880, è così antico che costituisce in se stesso un patrimonio artistico: le vestigia dell'industria passata. È il sito dedicato al patrimonio architettonico più vecchio al mondo. Anche questo mi ha molto colpito.
ABBIAMO FATTO LE COSE PER BENE, ADESSO TOCCA A VOI
Pertanto la trasformazione di Torino rappresenta ai miei occhi il frutto di un impulso organico a livello sociale. Non ha molto a che spartire con la propaganda condotta dagli ideologi del design, come il sottoscritto. È un fenomeno molto comune che la teoria segua la pratica e che un'avanguardia - ideata nei garage o scaturita dalle circostanze del caso - nasca in maniera spontanea ed organica, per poi strutturasi ed essere esportata.
Ovviamente non la si può esportare senza farsi prima un'idea chiara del suo valore, definire gli intenti e presentarla a qualcun altro. Questo comporta una professionalizzazione di quanto Torino sta attualmente portando avanti in modo inconsapevole e con una certa grazia.
Dom.: Una "certa grazia"?
Camminare per Via Roma sotto quei portici barocchi così spaziosi eleva lo spirito. L'impressione che ti trasmette è che siano lì appunto per risollevare il tuo spirito.
I portici veicolano un messaggio semiotico: "Diventa uno di noi! Adotta dei modi aristocratici! Non vedi cosa abbiamo edificato qui! I marmi indicano che questo è un luogo di nobiltà e grandeur! Guarda le strade come sono rettilinee! Abbiamo fatto le cose per bene, adesso tocca a voi".
Nietzsche racconta di come arrivato Torino, i pensieri si schiarissero nella sua mente. Calvino ha affermato che l'impostazione rettilinea delle strade conduce ad una follia creativa: solleva la nostra mente dall'onere di memorizzare i nomi delle vie e quindi ci lascia liberi di seguire ciascuno la propria eccentricità interiore.
Quando parlo della grazia di Torino, mi riferisco a questa semiotica urbana. È impressa nei palazzi e influenza gli abitanti, che, a loro volta, esercitano un influsso sui palazzi. "Così come noi diamo forma ai nostri edifici, anch'essi ci modellano" diceva Churchill.
Esistono modi meno dispendiosi e affascinanti di farlo, ma i Torinesi non sceglierebbero nessuna di quelle vie. E non perché siano illegali, semplicemente non vengono loro in mente. La loro grazia è parte della loro "facciata."
DADI, BULLONI E INDUSTRIA
Dom.: Nel tuo libro "Shaping Things", hai trattato ampliamente della fabbricazione di prodotti, la produzione e l'industria, tutti aspetti di primo piano a Torino, visti il settore e il Politecnico. Eppure, in questa sede, parli di aspetti culturali, dell'atmosfera e della grazia della città.
Sono giunto alla conclusione che i dadi e i bulloni svolgano un ruolo meno importante di quanto ci si immagini. È ovvio che in qualche misura dipendiamo dalla produzione industriale, ma gli oggetti prodotti costituiscono in realtà relazioni socio-tecnologiche irrigidite.
Non mi interessa qui l'antiquata ferramenta industriale, quanto la comprovata vocazione di Torino a città che riflette e lavora. La città vanta davvero delle scuole formidabili e un'eccezionale cura per i dettagli. In futuro ridurrà in parte la propria capacità di produzione di massa, ma un taglio era inevitabile, in quanto il sistema è del tutto insostenibile. La produzione industriale è destinata a chiudere con o senza l'arrivo dei cinesi.
Ciò che conta è la capacità di sopravvivere alla transizione, di essere agile e flessibile e allo stesso tempo sufficientemente con i piedi per terra da intraprendere un'attività che sarà fonte di reddito. Questa non è una città povera. E la FIAT non è affatto morta. Tanto che la FIAT ha improvvisamente ottenuto un grande successo. La tradizione delle piccole auto europee è destinata a prosperare, man mano che le SUV escono di scena.
In Italia mi preoccupa di più il calo demografico che il numero di fabbriche in attività. Il fatto che gli anziani siano sempre più prominenti in seno alla società italiana - se si va al parco, ci si potrebbe imbattere in un gruppo di cinque nonne intorno ad un bambino di sei anni - è un indicatore ben più preoccupante del calo dell'occupazione a livello impiegatizio o operaio. Quei posti di lavoro sono comunque destinati a scomparire.
UNA VISIONE PER IL FUTURO DI TORINO
Dom.: Ritieni che settori come il recupero del patrimonio architettonico e Slow Food siano sufficienti per una città di quasi un milione di abitanti?
Non è una città enorme, non deve mica fare tutti i mestieri del mondo. L'industria automobilistica non è scomparsa, e in più vi sono i settori della governance e dell'istruzione. Avete turismo e cultura, cioccolato e caffè. E anche l'industria alimentare, il modello dell'experience tourism, e la città è il centro della Regione Piemonte.
Mi piacerebbe assistere alla rapida transizione di questi settori a un sistema sostenibile, basato sulle energie alternative e sul modello "cradle-to-cradle", ma questi sono concetti di moda.
I torinesi saranno sicuramente all'avanguardia in questo campo, e non è il loro unico pregio. Ancora più promettente è quel cocktail interessante di eredità industriale e futurismo post-industriale che li caratterizza.
E poi ci sono tutta una serie di altri fattori: il nord Italia è un paradiso naturale. Gli affitti sono inferiori alla media europea. E mi piace il fatto che qui il Comune e la Regione abbiano preso in mano il cablaggio della fibra ottica ed abbiano messo a punto una politica per la banda larga. È stata un'operazione lungimirante.
Torino e il Piemonte possono anche contare su un'amministrazione comunale e regionale relativamente stabili, per lo standard italiano. E sono stati in grado di eseguire una serie do progetti di rimodernamento urbano che richiedono molta pazienza e la capacità di incassare alcuni colpi, come nel caso della Spina o della metropolitana. Hanno saputo portare a termine i progetti, praticamente nel rispetto dei tempi e a volte non così distanti dal budget. Queste sono tutte operazioni complesse. Sono vere avventure, una lezione che Boston ha imparato con il "Big Dig."
I cittadini qui attendono con pazienza, e hanno lo sguardo rivolto al futuro. Inoltre l'attivismo stile "non nel mio cortile" non è molto diffuso.
Dom.: Esiste nei confronti della linea ad alta velocità e dei grattacieli.
Ma non si tratta di atteggiamenti congelati in una politica locale polarizzata e avvelenata, in cui ci si pugnala alle spalle. Rispetto a Washington D.C., New Orleans o Detroit, questa città ha una consapevolezza più seria delle proprie possibilità, ed una più spiccata volontà di farsi strada.
Sono cosciente del fatto che Torino abbia attraversato un periodo buio, ma alla fine si è risollevata, che è più di quanto possa dire Detroit.
Quando vado in un posto nuovo, cerco sempre dei segni premonitori. Cosa si porterà dietro con sé Torino? Una gestione oculata dell'eredità del proprio passato e la capacità di lasciarsi alle spalle il XX°secolo. Torino è a pieno titolo una città del XXI°secolo: in qualche modo è riuscita ad affrontare problemi con cui moltissime altre città, regioni, culture e nazioni non hanno ancora fatto i conti.
IL RUOLO DEL DESIGN
Dom.: Quest'anno Torino è Capitale Mondiale del Design. Tu ti definisci teorico, autore e giornalista di design. Che ruolo riveste il design in questa città?
Il contributo apportato dal design consiste in una nuova concezione del prodotto, e nell'intesa che è in grado di formare grazie al suo approccio ortogonale, alla sua capacità di risolvere i problemi e consentire a tutti gli attori di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda, per dare vita ad un prodotto più facile da usare, più economico, innovativo e bellissimo.
Torino sotto svariati punti di vista ha il potenziale per voltare pagina, servendosi del design come veicolo del cambiamento: "Siamo una città che agisce e pensa! Siamo in fase di cambiamento, ma un cambiamento flessibile. Stiamo cambiando il modo in cui cambiamo!"
Qualcuno potrebbe affermare che questi sono slogan privi di significato, ma non se alla fine Torino porta a termine una trasformazione concreta sul campo. Ad esempio: quando la città riesce a tramutare il peggio in meglio, creando una base di consenso attorno ad un progetto. Hanno trasformato un malfamato quartiere di tossici di periferia in parco ambientale. Ecco cosa può fare il design.
Ma c'è anche bisogno di qualcuno che metta insieme il progetto e reperisca i fondi. E occorre anche la volontà politica per far fronte al difficile periodo della transizione. Se c'è sfiducia nei confronti dell'amministrazione, o scetticismo verso la realizzazione del cambiamento, è molto difficile portare avanti questo genere di progetti. Ma se i designer escono per le strade e instaurano un rapporto con la popolazione, per coinvolgerla nel progetto, allora può funzionare.
Dom.: E occorre anche un certo branding...
Torino ha bisogno di branding urbano, ma molto meno di quindici anni fa, quando si confrontava con un branding metropolitano negativo: "Città in declino", "Operai in piazza" e quant'altro. Oggi Torino è la "Città Olimpica", la "Città del Design", la città di questo e di quello, e poi ci sono "L'Anno dell'Architettura" e "L'Anno del Risorgimento". Quello viene fatto per il turismo, che va piuttosto bene, ma Torino non è Praga.
In realtà gli abitanti della città sono persone molto serie, capaci, estremamente competenti, ingegneri, militari e tecnocrati. Non è verosimile che finiscano tutti a gestire bed and breakfast. Considerata la loro natura, è più probabile invece che si inventino qualcosa.
SCRIVERE A TORINO
Dom.: Hai appena scritto un libro, vero?
Sì, è una storia fantasy ambientata a Torino. Il protagonista è un direttore FIAT, ma è anche un negromante. Il racconto si svolge in una Torino esoterica, in cui tutte le storie di magia che i seguaci della New Age narrano su Torino sono assunte come dati di fatto.
Torino racchiude un pezzo della Nuova Croce e anche il Sacro Gral. La Sindone è davvero imbevuta del sangue di Gesù Cristo; e tutte queste ley-lines e gli assi dei poteri mistici si intersecano. L'eroe della storia è un investitore del reparto R&D in FIAT, e viene convocato all'inferno alla presenza di Gianni Agnelli, che è morto, eppure ancora infervorato dai problemi di sviluppo urbano di Torino. Quindi l'ex-presidente lo manda a chiamare all'inferno per convocare un consiglio di amministrazione.
L'eroe, il negromante, viene accompagnato dal suo consulente spirituale, una mummia egizia del Museo Egizio, che ha riportato in vita dal mondo dei morti. La mummia lo scorta e svolge il ruolo di saggio consigliere. Lui e la mummia sono un po' come i protagonisti della serie "Lone Ranger and Tonto". È un racconto comico, esagerato e satirico, una favola su Torino e sui suoi problemi. Non avrei mai potuto scriverla se non qui.
In precedenza, ho scritto un breve pezzo per Wired Magazine, una storia di fantascienza incentrata su un weblogger ed ambientata a Torino nel 2017. Il protagonista si trova di passaggio a Torino un paio di volte e ci trasmette alcune immagini di come sarà la vita in città nel 2017.
Volevo prima farmi un po' le ossa con questo strambo racconto di immaginazione. Ed è azzardato, come alcuni passaggi delle Cosmicomiche di Calvino. Aspiro a quel genere di giubilo fantastico.
LO SHARE FESTIVAL
Dom.: Raccontaci qualcosa del festival che state organizzando.
La maggior parte delle opere d'arte elettroniche high-tech che presentiamo sono di natura profondamente concreta. Si tratta di installazioni che puoi toccare con mano, afferrare, spostare, che svolgono delle funzioni e così via. Come ho scritto nel mio libro "Shaping Things", Internet diventerà un giorno una piattaforma di produzione, allo stesso modo in cui è già una piattaforma di compravendita, bancaria, editoriale, mediatica e musicale. Conquisterà anche il settore produttivo. Questa non è certo una novità per molti designer, ma penso che suonerà come una novità alle orecchie del pubblico che parteciperà al festival. Abbiamo organizzato degli incontri con autorevoli esperti del design e dell'architettura digitale. E vi prenderà parte anche Don Norman. Sarà senz'altro l'edizione più ricca e ambiziosa di tutte le edizioni dello SHARE festival organizzate fino ad oggi.
CITTA' DEL DESTINO
Dom.: Tornerai ancora a Torino dopo la conclusione del festival?
È una città a cui sono legato per destino. Sono già venuto molte volte. Adesso ho molte più amicizie e motivi per tornare. Non sono torinese, né ho la residenza in città, ma, come giornalista, Torino è diventata uno dei miei "beat". Ciò che più mi interessa sono i progressi che fa anno dopo anno: come evolve la situazione. Sotto molti punti di vista sta cavalcando l'onda. Sarei davvero felice di vederla sbocciare, e diventare ricca, se arrivasse un flusso di gente nuova, se una così piccola regione acquistasse un prestigio globale, se la gente iniziasse a considerarla come la città del design - più che un polo turistico - e un hub animato da una piccola classe creativa, dove l'innovazione è in fase di crescita ed espansione.
Non penso di essere qui per caso; questo è uno di quei luoghi conformi alla mia natura. Io stesso sono figlio di un ingegnere. Per quanto sia uno scrittore e un fantasista, ho anche delle doti rettilinee e metodiche. Mi interesso di fabbricazione, finanza, design e architettura e di tutte le attività che si fondano sulla logica, la matematica e le scienze esatte.
Come spirito creativo, se fossi italiano e non texano, sarei probabilmente nato a Torino. Non è poi così difficile immaginare un Bruce Sterling torinese: un tizio, italiano, che fa lo scrittore e si interessa di scienza e design, viaggia molto e scrive per i giornali. Questa città mi è congeniale, è il genere di città che dà i natali ad un tipo come me.
Austin non è del tutto diversa: è la sede del governo statale e in passato fu la capitale di una Repubblica chiamata Texas. Anche ad Austin abbiamo molti ingegneri ed informatici. La Dell vi ha stabilito la sua sede. Ha all'incirca le stesse dimensioni di Torino e c'è un fiume che l'attraversa. Ma Austin ha anche molto in comune con Bologna: una città del sud, calda, con un sole splendente, gremita di gente di sinistra... Quindi, forse Austin è più simile a Bologna che a Torino. Ma io, personalmente, mi sento senz'altro più un torinese che un bolognese.
Intervista di Mark Vanderbeeken

marzo 17, 2008

Nureyev, mito intramontabile


Il 17 marzo avrebbe compiuto 70 anni. Se non lo avesse colto quel virus mortale che gli minò il corpo - sua prima arma di bellezza e grandezza - dopo un'esistenza vissuta all'insegna dell'arte e dell'eccesso. «La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei quando finirò di vivere». Questo è stato il programma della sua vita. Vita che sembra un film (e prima o poi qualcuno dovrà realizzarlo). Di quelli leggendari. Basta solo pensare a come è nato: in viaggio su un treno, nei pressi di Irkutsk, una regione del lago Baikal, direzione Vladivostok dove la madre era diretta per raggiungere il marito, un commissario politico dell'Armata Rossa. Il ballerino di origine tartara crebbe così in un villaggio della steppa nei pressi di Ufa in Baschiria. Qui, all'età di undici anni, inizia a prendere lezioni di danza da un'anziana insegnante, una certa Udeltsova, che aveva fatto parte nientemeno che dei leggendari Ballets Russes di Sergej Diaghilev. E poi - altro tassello di una non comune biografia - la sua eclatante fuga in Occidente per sfuggire al regime sovietico, quando, quel 21 giugno del 1961, all'aeroporto parigino di Le Bourget, riuscì ad abbandonare l'aereo che doveva rientrare in Russia dopo una tournée con la compagnia del Kirov di Leningrado, il Teatro che lo aveva visto studiare e muovere i primi passi. Si scatenò un caso internazionale. Il suo nome, da allora, fu conosciuto da un pubblico più vasto non strettamente interessato alla danza. Nella sua biografia scrisse: "Un uccello deve volare, andare oltre i monti, scegliere la libertà". E lui scelse di essere libero fuori dalla sua terra, anche se la nostalgia di casa, l'esilio, furono le sue fitte che lo accompagnarono quotidianamente. Non avrebbe rivisto più la sua patria fino al 1989, anno in cui potè rientrarvi grazie ad un invito di Mikhail Gorbaciov per visitare la madre ormai agonizzante alla quale rimase sempre legato. Il proseguimento della sua vita è un succedersi di avvenimenti più o meno eclatanti, ma sempre emblematici di una personalità unica ed estrema, sregolata e tormentata, che ha incarnato in maniera ineguagliabile il simbolo della danza. L'immenso talento che gli era stato donato, forgiato da una tecnica che rasentava la perfezione, e unito ad un magnetismo personale, si accompagnava ad un carattere estremamente difficile, e ad un modo di essere e di vivere che voleva sempre costituire una sfida, un azzardo. Nulla, comunque, potrà intaccare il mito di un ballerino senza eguali nel suo e nostro tempo, che ebbe come unico grande amore della sua vita il palcoscenico. Dai tempi di Nijinskij non c'era più stato artista in grado di assurgere al ruolo di "divo". Divo per vocazione, dotato di quella naturale immedesimazione che rendeva il ballerino anche un grande attore capace di coinvolgere il pubblico e trascinarlo nel vortice delle storie raccontate, impose sulla scena coreutica una figura d'interprete più umana e veritiera. Rivoluzionò l'importanza del ruolo maschile facendo del ballerino, l'uomo, figura predominante accanto alla donna. Nella sua versione, per esempio, del "Lago dei cigni", pur restando fedele alla natura profondamente romantica del balletto, egli fece del principe Siegfried il personaggio chiave. Un principe immerso in un lungo sogno che, secondo le parole di Nureyev, «rifiuta la realtà del potere e del matrimonio che gli impongono la madre e il precettore». Un autentico eroe romantico, profondamente malinconico e intimamente tormentato, che cerca il sogno dell'assoluto.Chi ha avuto la fortuna di veder danzare Nureyev ne conserva un'impressione e un ricordo indelebile. Era insieme pantera e fauno. Il premio Nobel Eugenio Montale in un articolo del 1965 dopo il debutto scaligero di Nureyev in "Romeo e Giulietta" scrisse: «Agile come un folletto, vertiginoso come una trottola, apparentemente quasi infantile, di un'eleganza che non è mai leziosa, egli è un Romeo di cui non si potrebbe immaginare l'eguale». La sua inesauribile vitalità e forza espressiva diede una scossa salutare all'assopita scena europea. Infondendo nuova linfa ai classici del repertorio, li rivitalizzò in un perfetto equilibrio tra modernità e tradizione, interpretandoli da par suo. Aprì alla danza, moderna alla quale si applicò con caparbietà e intelligenza, abbattendo così il confine tra i due linguaggi. Per lui crearono alcuni tra i più grandi geni della coreografia, fra cui Frederic Ashton, Roland Petit, Kenneth MacMillan, Martha Graham, George Balanchine, Maurice Béjart, Paul Taylor. Danzando entrambi gli stili, Nureyev fu precursore di quella versatilità oggi assolutamente normale per un ballerino. Al Royal Ballet, che lo adottò subito dopo la sua defezione dal Kirov, divenendo subito "principal guest artist", instaurò con Margot Fonteyn un sodalizio artistico che fece storia e destinato ad incantare le platee di tutti i teatri del mondo. Dopo Vienna, la città dove per lunghi anni ebbe la residenza, l'Opéra de Paris lo volle negli anni Ottanta come direttore artistico. Rilanciò alla grande il Corpo di Ballo che divenne una delle compagnie migliori al mondo, dedicandosi poi alla promozione di giovani ballerini. Dopo il compimento dei quarant'anni nonostante l'inizio del suo declino fisico, continuò ancora per molto tempo a danzare da protagonista nei grandi balletti sia classici che moderni. La sua voglia di sperimentare lo portò, negli ultimi anni della sua vita, a cimentarsi anche come direttore d'orchestra e a interpretare il Re del Siam nel musical "The King and I" a Broadway. LAids segnò gli ultimi anni della sua vita, e lo condusse alla morte prematura all'età di 54 anni. Fino all'ultimo egli continuò a lottare e ad apparire pubblicamente. Alla sua ultima uscita pubblica, nel 1992, con la sua versione coreografica di "Bayadère" al Palais Garnier di Parigi, fu accolto da una emozionante standing ovation del pubblico. Che salutò uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. «Si diventa un mito – diceva Nureyev – quando nessuno è in grado di conquistare il cuore del pubblico dopo che tu te ne sei andato». E un mito egli rimane ancora oggi. Perché, come scrisse ancora, «Chi vola alto vola solo».

Di Giuseppe Distefano per http://www.ilsole24ore.com/
Per saperne di più: http://www.rudolfnureyev.it/

marzo 12, 2008

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo: Greenwashing

Venticinque artisti sfidano l’ecologia a trovare una nuova forma estetica. Dalla pratica del concetto alla messinscena degli ambienti, per ragionare su uno dei più grandi debiti ambientali contratti dall’uomo. Niente noiose lezioni di ambientalismo, ma idee utopiche e surreali...

Il termine “greenwashing” è un neologismo di recente e curiosa acquisizione. È comparso nel vocabolario anglofono una ventina d’anni fa. Si è cominciato a usarlo quando una certa stampa cronachistica ha dato il via a indagini che hanno portato alla pubblicazione di articoli riguardanti doppie azioni. Azioni di facciata di grandi multinazionali che promuovevano iniziative ispirate da un generale sentimento allarmista-bio-ecologista, per poi continuare nella serializzazione di prodotti e servizi altamente inquinanti. Con questo stesso lemma prende l’abbrivio la collettiva di venticinque artisti, provenienti da tutto il mondo e riuniti negli spazi della Fondazione Sandretto, per formulare e rappresentare quello che è, oggi, il sentire ecologico. Il visitatore non troverà soluzioni ragionate, strategie coercitive o ingombranti compensazioni progettuali; niente che riguarderà sceintificamente l’ambiente e i relativi processi d’inquinamento. Ogni pensiero sull’ecologia verrà a mischiarsi in mezzo al numeroso assembramento di artisti che, su ogni supporto conosciuto, dal dipinto, all’installazione, al video per arrivare alla fotografia e alla performance, riproporrà una versione alternativa alla ecosostenibilità. Posta prima del consueto giro palatino negli spazi della Fondazione si trova l’installazione di Jorge Peris. L’artista solitamente distrugge gli spazi, alfine scuoiati di pareti e fondamenta, per ritrovarne la vera, impalpabile anima di luoghi. Anche per Greenwashing ha smontato le pareti in cartongesso di una piccola stanzetta dietro il desk d’accoglienza e, grazie all’argilla sparsa attorno alle pareti, ha costruito un ambiente umido e ovattato, separato dal resto. Una bolla per la percezione di suoni che si avvicinino il più possibile a rumori di origine naturale. Quando si entra in mostra, sembra di ritrovarsi a casa. In una casa fatta di persone che hanno usato, chi più chi meno, l’idea di ecologia come un fondale scenico, per diventarne attori. Per citare alcuni esempi, si trova l’installazione costellata di elettrodomestici, sparsi nel buio e lasciati con le spie di stand-by accese, di Chun Yun. Poi un video dai toni e dai colori retrò di Fiona Tan, che interpreta il livello crescente dell’innalzamento delle acque con un filmato in continuo salendo. Di grande portata l’installazione di Santiago Sierra, che lascerà per tre giorni consecutivi i motori di due automobili accese, all’interno degli spazi, facendo convogliare i gas di scarico fuori dalla Fondazione con l’uso di enormi tubi di plastica. Da notare il lavoro a forma di cactus di Simon Starling: l’artista inglese sceglie di assemblare un calorifero inglobato in spoglie e forme naturali, stabilendo durante la notte, come durante il ciclo clorofilliano, una diversa distribuzione dell’energia del riscaldamento.
dal 28 febbraio al 18 maggio 2008
Greenwashinga cura di Max Andrews, Ilaria Bonacossa e Mariana Cánepa Luna
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane, 16 (Borgo San Paolo) - 10141 Torino
Orario: da martedì a domenica ore 12-20; giovedì ore 12-23
Ingresso: intero € 5; ridotto € 3; gratuito il giovedì ore 20-23
Catalogo in mostra
Info: tel. +39 0113797600; fax +39 01119831601; info@fondsrr.org; www.fondsrr.org

marzo 10, 2008

Poesia come luogo di Libertà


Prima di leggere il mio breve intervento, desidero fare una premessa, questa: dire che cosa sia la poesia in sé è impossibile.La possiamo descrivere, seguirne gli svolgimenti tematico-formali, ma senza mai raggiungere il suo nocciolo irradiante, quel nucleo che costringe i poeti a parlare la loro lingua, che nelle loro mani, pur continuando a essere la lingua a tutti nota, si carica di un più che ne fa altro, qualcosa che riesce a toccarci, a prenderci.Ma ecco soltanto due punti di vista che lo suffragano. Sono di due poeti italiani : Umberto Saba e Giorgio Caproni, l'uno scomparso nel 1957 e l'altro nel 1990. Ma molti altri potrebbero essere citati, tanti quanti sono i poeti.Umberto Saba affermava che la poesia vera, autentica, è soltanto la poesia onesta .Era quanto restava da fare ai poeti : negarsi a una poesia cerebrale, intellettualistica o frutto d'ambizione. Infatti, diceva, " Chi non fa versi per il sincero bisogno di aiutare con il ritmo l'espressione della sua passione, ma haintenzioni bottegaie o ambiziose, e pubblicare un libro è per lui come urgere una decorazione o aprire un negozio, non può nemmeno immaginare quale tenace sforzo dell'intelletto, e quale disinteressata grandezza d'animo occorra per resistere ad ogni lenocinio, e mantenersi puri e onesti di fronte a se stessi; anche quando il verso menzognero è, preso singolarmente, il migliore". La poesia onesta era, per Saba, la poesia sincera, che tende all'intimo vero, alla" verità che giace al fondo". Per Giorgio Caproni, vocazione alla poesia è sempre stata - affermava - " quella di riuscire, attraverso la pratica del verso, a trovare,cercando la mia, la verità di tutti. O – diceva - per essere più modesti e precisi, una verità ( una delle tante ipotizzatoli ) che possa valere non soltanto per me ma per tutti gli altri ( o "me stessi" ) che formano il prossimo (l'Altro, diciamo pure ), del quale io non sono che una delle tante cellule viventi.Anche per lui il poeta è un minatore: " E' poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las segretas galerias del alma.Se così non è, affermava Caproni, "l'esercizio della poesia rimane puro narcisismo...Ogni narcisismo cessa appena il poeta, partendo dalle proprie personali esperienze, e costruendo con esse le proprie metafore, riesce a chiudersi e a inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi e portare a giorno, quei nodi di luce che sono non soltanto dell'io, ma di tutta intera la tribù. Quei nodi di luce -continuava - che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere, o riescono a individuare.".Due opinioni, due idee di poesia che altri poeti possono certamente contestare, negare o far proprie o arricchire, secondo altri o corrispondenti punti di vista.Se così è per poeti come Saba e Caproni, figuriamoci se non resta opinione contestabile la mia, che cercherò ora d'esprimere.Sulla poesia "luogo" di libertà
L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura celebra la poesia (2000) il 21 marzo, quando dalla porta del tempo stagionale muove i primi passi la primavera. Sarà una banalità affermarlo e farlo notare, ma a me sembra coincidenza non casuale. Infatti, stagione e atto creativo della parola rimandano entrambi a un'idea di risveglio, di rinascita, di uscita da un sonno. Per quanto riguarda il mondo della natura, si passa gradualmente dalla spoliazione, dal rinsecchimento alla bellezza di una vita in atto e gli umori sotterranei trasformano la terra in un paesaggio, in disposizione di cose che, per simmetrie o negazioni, toccano le corde del nostro vedere,!'azione che ci fa percepire con gli occhi e poi sentire e capire realtà.Dal sentire e capire, dal loro intrecciarsi e cedersi reciprocamente umori nasce anche il germoglio della poesia, la necessità di far sbocciare dal nostro mondo interiore la bellezza dell'espressione, della parola che dice creando, combinando sensazioni sentimenti e pensieri alla nostra memoria, ai sedimenti del nostro vissuto.E poter dire, poter comunicare rappresenta sempre, e insieme, conoscenza di sé e degli altri. " Di ciò che sono - scrive il filosofo Karl Jaspers - non prendo coscienza come essere isolato. Mi sperimento soltanto nella comunicazione."La poesia è dunque comunicazione dialogica, seppure complessa. La sostanza della poesia appare complessa perché fonde sollecitazioni che provengono dall'esterno, dal mare della realtà, a umori di interiorità, a modi personali di reazione, che assumono uno stile particolare nel loro rapportarsi alle situazioni, coagulandosi in strutture lunghe o brevi, di genere aperto o chiuso, dalle quali emana sempre un ritmo, una musicalità particolare nel loro "cantare" sentimenti e pensieri, perché, afferma George Steiner, la poesia " anela anche allo statuto della musica ".Tutto questo respira l'aria del tempo storico, essendo la poesia il più vasto e fornito catalogo- di esperienze individuali, sommate a riflessi collettivi, della cultura umana, In esso il privato , l'intimitàdei poeti, e il pubblico formano un amalgama estetico nel cui cuore occhieggia la tensione alla verità, a quella determinata dallo spirito del tempo e che l'uomo persegue lungo il cammino della propria esistenza. Infatti, non è forse possibile ricavare dalla poesia, dallo sviluppo delle sue tendenze, anche gli aspetti meno appariscenti di un dato tempo storico, le sue micropulsazioni e pulsioni, i suoi impulsi, le sue spinte?Sempre che la storia non sia concepita come pura e semplice catalogaziene di fatti, piuttosto di essere analisi degli intimi congegni dei destini umani, sostanziati di sensibilità, mentalità, tecniche, economia, cultura. In una parola: storia nutrita, di volta in volta, da ciò che sorge e si sviluppa da problemi contemporanei.I percorsi della storia non seguono una linea retta che vada dal bene al meglio. Essi,invece,accanto a periodi di stasi, al mantenimento di un dato profilo di sviluppo, contano anche salti, deviazioni o nette, rivoluzionarie fratture, oppure l'andamento può essere incerto, combattuto tra conservazione dell'esistente e spinte a superarlo. All'interno di questi percorsi accidentati si formano ,per una causa o per l'altra, quei modi di malessere che definiamo crisi. Anche l'epoca che stiamo vivendo è di crisi, di rottura di un precedente assetto. Oggi, il nuovo passo della storia è contrassegnato dalla cosiddetta mondializzazione e dal peso sempre più determinante e invasivo assunto dalla tecnologia. La teoria della mondializzazione, che vede nel mondo non più una entità smisurata, ma un "villaggio ", aveva mosso i primi passi con McLuhan, il famoso semiologo, che aveva visto nella tecnologia dei mass-media, nel loro linguaggio e ruolo, il fattore rivoluzionario del XX secolo, quello che avrebbe prodotto un'evoluzione storica, influenzando non solo l'organizzazione sociale, ma anche la psicologia individuale e collettiva, fino a una profonda mutazione antropologica, creando le condizioni per una società integrata, tendenzialmente planetaria.A questo evento di omologazione, già ampiamente realizzato nelle società industriali definite avanzate , si aggiunge ora, sul terreno già ben spianato dalle tecnologie dei mass-media, la globalizzazione,dell'economia. Il che significa, grosso modo, riduzione o totale eliminazione delle barriere commerciali tra gli Stati, e la liberalizzazione del mercato dei capitali, vale a dire la possibilità, per essi, di trasferirsi dove trovano una remunerazione più alta, con la conseguenza che non è più possibile parlare di industrie nazionali, cioè di industrie i cui processi avvengono in singoli paesi. Con gli effetti che possiamo immaginare, soprattutto in presenza di una politica che stenta a gestire il fenomeno, a mantenerlo entro i limiti dell'equilibrio. Per non permettere lo scardinamento o l'azzeramento di conquiste sociali raggiunte nel secolo scorso. Per non permettere la subordinazione dei valori della politica al potere dell'economia. E per non dimenticare che il "villaggio globale" è costituito anche da ampie zone nelle quali dominano incontrastati sottosviluppo, malattie, miseria, fame e morte endemica. Altra causa contemporanea di crisi, abbinata all’appena citata, è fornita dallo sviluppo mastodontico della tecnologia. Essa si è infatti mutata da " mezzo - come scrive il filosofo Umberto Galimberti - da strumento frutto di scienza a servizio dell'uomo in finalità assoluta, in Demiurgo che ha trasformato la Realtà dei fini in Realtà dei mezzi, cioè in una Realtà della quale l'uomo diventa funzionario ". Così - sostiene Emanuele Severino,un altro filosofo - la tecnica "sta portandosi al centro e alla guida della nostra civiltà occidentale perché le grandi forze di pensiero e di vita della tradizione occidentale vanno ritirandosi ai margini. Si tratta di un evento decisivo e tipico della nostra epoca...". Tanto decisivo da far andare in frantumi, progressivamente, valori che avevano al proprio centro la cultura dell'uomo, per sostituirli con i cosiddetti valori "reali" del senso comune e dell'uomo della strada: carriera, reddito, vacanze, minuti piaceri della vita quotidiana, tivù, partecipazione al sistema della pubblicità delle merci. E' sempre Severino a teorizzarlo.In simile processo di mutazione, si perde il significato stesso di consapevolezza di sé nel mondo, e viene cancellato qualsiasi imperativo non corrispondente a una morale degli strumenti, perché a dettare i princìpi dell'azione non sono più gli uomini, ma le cose. La poesia sta oggi dentro a tutto ciò, ma come luogo della libertà, nel quale convergono voce e valori umani di quell'essere che definiamo persona e poeta. Persona,cioè "non oggetto...essa anzi è proprio ciò che in ogni uomo non può essere trattato come un oggetto.... La persona è un'attività vissuta come autocreazione, comunicazione, adesione, che si coglie e si conosce nel suo atto, come movimento di personalizzazione..." . Lo affermava il filosofo Emmanuel Mounier, per vari aspetti ancora attuale, da leggere.II poeta è persona naturalmente destinata a essere memoria sensibilmente vissuta di un vasto ventaglio di esperienze esistenziali, storiche e civili. Una memoria frutto d'armonia o disarmonia con le realtà del mondo, trasferita in un particolare modo di comunicazione retto da una parola nella quale il tempo risuona con profondità.A differenza di tutti i metodi di comunicazione individuale e di massa, la poesia è in grado di conservare al patrimonio culturale degli uomini la parte più segreta delle cose, degli eventi, delia storia. La poesia è vedere, sentire , pensare senza fini strumentali. E' solo umanità. Essa libera dai meccanismi tesi al potere e al suo esercizio. E' parola ricercata per il suo lume , e perciò al margine, è domina-ancilla che nel suo implicito fine fonde l'aristocraticità della solitudine e l'alta democrazia del suo desiderio di umane conquiste. E' questo l'immutabile destino della Parola-poesia, dentro la storia che muta e le lingue che si trasformano, dentro le crisi che nel nome dell'uomo essa evidenzia.

Di Luciano Morandini per http://www.globalocale.net/

marzo 04, 2008

Vogliamo anche le rose


Ogni volta che si parla di emancipazione femminile si parla, immancabilmente, di femminismo, portando all’esasperazione una rivoluzione sociale a cui il connotato di estremismo è sostanzialmente esagerato. Quando si parla di femminismo si pensa alla famosa frase “Io sono mia”, motto della rivoluzione sessuale femminile, senza pensare alle ragioni umane e profonde di intere generazioni di donne che, ostacolate dal cosiddetto “sesso forte” e dalla legge stessa, hanno lottato per giungere alla parità dei sessi in ogni aspetto della vita di tutti i giorni. Con “Vogliamo anche le rose”, la regista Alina Marazzi ha deciso di raccontare a modo suo i vent’anni che sono serviti alle donne per emanciparsi e ottenere i giusti diritti che, per troppo tempo, erano stati loro negati. Attraverso il montaggio sapiente di immagini di repertorio, che vanno dagli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta, la regista ha saputo parlare con delicatezza delle lotte politiche, sociali, e familiari che hanno portato le donne ad affermare diritti, autonomia e identità in un’Italia che fino a poco tempo fa aveva uno stampo tipicamente patriarcale. Sulla grandissima varietà di immagini raccolte dalla Marazzi e dai suoi collaboratori, si snodano le storie di tre ragazze, ognuna con un’età diversa, ognuna appartenente a un’epoca diversa. Queste esistenze sembrano prendere corpo ancora di più attraverso la lettura dei loro diari privati realmente scritti e narrati dalle voci di Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti. Anita ha quasi 17 anni, e nel 1964 inizia a sentire i turbamenti tipici della sua età, l’inadeguatezza di una giovinezza che sboccia, e comincia a confrontarsi con le prime divergenze nei confronti della sua famiglia. Più matura, sebbene di pochi anni, Teresa è una ventenne che nel 1976 si trova, incinta, a sottoporsi ad un aborto clandestino, visto che la legge non è ancora stata approvata. Valentina invece, trentenne indipendente e combattiva, è un’attivista che si trova a vivere il momento di stanca di un movimento che per un ventennio, quasi, ha scaldato gli animi di passione e di voglia di lottare. E’ il momento in cui il cambiamento è ormai arrivato e si è definito, non c’è nulla per cui lottare ancora.
di Daria Ciotti per http://www.ecodelcinema.com/


Il film uscirà il 7 marzo 2008 nelle sale italiane

Sottsass


Abbiamo voluto bene a Ettore Sottsàss, quasi come lui ne ha voluto al mondo. E' stato uno dei più importanti autori, intellettuali e progettuali, del nostro tempo. Leggete le sue parole e guardate i suoi progetti, senza pregiudizio. Disarmatevi e commuovetevi, e andate avanti.Ha sempre avuto le sue idee confuse ben chiare, curioso di provare tutto, con confini fragili e significativi, e questo gli ha permesso di essere pronto ad accogliere vibrazioni e punti fermi, come pensare / dire / scrivere / disegnare che: "sono passate migliaia di anni per inventare un muro tutto diritto", o capire che: "basta un fiore per muovere l'aria".

E partendo anche da questo, il suo ruolo storico (come ricorda Alessandro Mendini) è stato quello di aver aperto il primo contraddittorio culturale, operativo e linguistico ai modelli del funzionalismo, e di essere divenuto il perno attorno a cui hanno gravitato tutti coloro che cercano una architettura più libera. "L'architettura può essere fatta di poco, di molto poco, purché questo poco sia tutto quello che gli uomini devono avere per non dimenticarsi di essere uomini, e niente altro". Ha avuto la sensibilità che deve stare sempre prima del gesto progettuale -"in realtà, semplicemente, penso prima di fare". Osservazioni del reale e dell'immaginario, perché che si traducono in forme, materie ed espressioni, a volte in emozioni. "Vorrei sapere perché", appunto, è il titolo dell'ultima mostra che lui quasi non voleva, ma che poi ha benedetto (e ne ha detto bene). Basta il titolo, ripreso dalle sue note dei viaggi in India mentre si interrogava sul senso del sacro di alcune costruzioni, per capire l'importanza del primo passo di un progettista e il necessario continuo coraggio di mettersi in discussione, fino alla fine. E forse è tutto lì.Per alcuni di noi, recenti allievi-non allievi della Scuola di Architettura, conoscerlo da dentro cercandolo di fuori, è stato come prendere uno schiaffo con una carezza (e viceversa). Un maestro-non maestro, uno di quelli per cui i veri Maestri danno dei perimetri, poi siamo noi che dobbiamo muoverci, lì dentro. Il suo, un pittore, non gli spiegava mai qualcosa, faceva discorsi circolari: "per cui, se avevo voglia e se ero capace, imparavo". Credo davvero non volesse allievi, ma solo amici... con cui continuamente discutere, per progettare, disegnare, e far volare nuvole di pensieri. All'inizio non voleva mai, poi, quasi non poteva più smettere. E' stato molto esigente e generoso, diretto e silenzioso, vivace e operoso, ma alla fine, non sapeva più per chi disegnare, pur protetto dai suoi tanto amati amici, allievi. Forse ora è tornato libero. Lascia un grande vuoto, ma tanta fiducia per questo grande spazio da riempire.A qualcuno ha raccontato che nei suoi viaggi (come nei suoi progetti) voleva trovare "l'uccello del paradiso". Penso che se l'avesse trovato, l'avrebbe disegnato così.Anzitutto dipingere una gabbiacon la porticina apertadipingere quindiqualcosa di graziosoqualcosa di semplicequalcosa di belloqualcosa di utileper l'uccelloappoggiare poi il quadro ad un alberoin un giardinoin un boscoo in una forestanascondersi dietro l'alberosilenziosiimmobili...A volte l'uccello arriva prestoma può anche impiegare degli anniprima di decidersi.Non scoraggiarsiattendereattendere se è il caso per anni,la rapidità o la lentezza dell'arrivonon ha nessun rapportocon la riuscita del quadro.Quando l'uccello arrivase arrivaosservare il più profondo silenzioaspettare che l'uccello entri nella gabbiae quando è entratochiudere dolcemente la porta col pennellopoicancellare una dopo l'altra tutte le sbarreavendo cura di non toccare nessuna piuma dell'uccello.Fare quindi il ritratto dell'alberoscegliendo il ramo più bello, per l'uccellodipingere anche il verde fogliame e la frescura del ventoil pulviscolo del solee il fruscio delle bestie dell'erba nella calura estivae poi aspettare che l'uccello si decida a cantare.Se l'uccello non cantaè cattivo segnosegno che il quadro è sbagliatoma se canta è buon segnosegno che voi potete firmare.Allora strappate con tanta dolcezzauna piuma all'uccelloe il vostro nome scrivete in un angolo del quadro. (Per fare il ritratto di un uccello, Jacques Prévert)
Grazie Ettore,
ciao e vai.

pubblicato in Editoriali da Matteo Pirola