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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 20, 2008

Bruce Sterling - Conversazione su Torino


Bruce Sterling è uno scrittore di fantascienza americano, noto in particolare per i suoi romanzi e l'autorevole progetto antologico Mirrorshades, che ha definito il genere letterario cyberpunk. Ma è anche un acclamato futurologo e un critico di design. Nel suo libro di recente pubblicazione "Shaping Things", Bruce ha coniato il termine "spime" per indicare oggetti di futura fabbricazione, che si basano su un supporto informatico talmente esteso e vario, da renderli esemplificazioni materiali di un sistema immateriale. Nel 2003 ha ottenuto la cattedra presso l'European Graduate School, dove in estate tiene dei Corsi Intensivi di media e design. Nel 2005 è stato invitato a curare il programma "Visionary in residence" presso l'Art Center College of Design di Pasadena, in California. Da quest'autunno, vive a Torino con la moglie Jasmina Tešanović , scrittrice e regista serba, e ha collaborato in veste di guest curator all'allestimento del Torino SHARE festival.
Dom.: Come sei approdato a Torino?
Sono stato invitato. Lo scorso anno, ho partecipato allo SHARE Festival e mi ha profondamente colpito. E' un piccolo festival, ma ogni anno acquisisce più importanza. Mi hanno proposto di diventare il curatore ospite e aiutarli ad organizzare l'edizione successiva. Allora mi sono detto: "Beh, ecco un peccato che non ho ancora commesso!". E non avevo alcun motivo per rifiutare. Parafrasando Carla Bruni: "Non potevo dire di no al Presidente. Non c'era motivo per rifiutarlo!". Neanche io avevo alcun motivo per dire di no, e ho ottenuto ottimi risultati con il lavoro svolto qui. Dom.: Ti sei fatto un nome a Torino. Ti vedo spesso sul podio, come oratore, anche a fianco di rappresentanti politici.
Questo perché sono un giornalista. Mi interesso a ciò che fanno. Inoltre scrivo per la stampa italiana, e la gente è molto disponibile con i giornalisti, perché ama apparire sui giornali. Personalmente, non mi dispiace affatto. Non chiedo niente in cambio, per altro. Non sono qui per fare pressioni o avanzare richieste assurde. Sono un tipo allegro e innocuo, davvero.
Dom.: E nel frattempo hai avuto l'opportunità di comprendere a fondo la città.
Gli stereotipi non fanno mai giustizia a nessuno, ma se dovessi descrivere in poche parole i torinesi, dovrei rifarmi ai tratti classici per cui sono noti in tutta Italia: freddini, formali, squadrati, militarizzati, ingegneri, cervellotici, intellighenzia, con in più una bizzarra vena mistica. Torino può sopravvivere senza l'Italia, ma l'Italia non sopravvivrebbe senza Torino. I torinesi sono aristocratici, immersi nel proprio universo mentale... So che sto esagerando, ma c'è anche un briciolo di verità.
LA TRASFORMAZIONE COME CAPITALE SOCIALE
Dom.: Ma è anche una città in piena trasformazione. Desideravi prendervi parte?
Come americano, quando vedo un posto in fase di radicale cambiamento, mi domando quali siano le leve che mettono in moto il meccanismo. Di conseguenza, all'inizio, quando sono arrivato, ponevo le domande sbagliate, nel tentativo di individuare la mente alla base della trasformazione. E invece quest'ultima non viene dettata dal tecnocrate di turno, come accadrebbe negli Stati Uniti. Si tratta piuttosto di un fenomeno socio-culturale.
Dom.: In che senso? In America, un forte cambiamento a livello sociale di solito è messo in moto da due categorie, avvocati e finanzieri, ed implica una revisione delle norme giuridiche. Inoltre gli americani si aspettano che i problemi e le sfide siano affrontate con una soluzione di natura tecnica.
All'estero, come americano, ho applicato la stessa logica e cercavo di individuare i soggetti che, da dietro le quinte, controllano il cambiamento. Tali individui esistono anche in seno alla società italiana, ma non hanno lo stesso peso. La società italiana, soprattutto a Torino, è dotata di un capitale sociale di gran lunga superiore a quello americano.
L'America è molto più atomizzata: le relazioni sociali fondamentali sono di natura economica e legale. Sono fondate sulla Costituzione oppure sul dollaro onnipotente. Noi americani vogliamo arrivare al succo della questione: una cosa o è illegale o ha arricchito qualcuno.
I MOVIMENTI E LE MULTINAZIONALI
Trovo che quello che sta accadendo in Piemonte sia affascinante. La regione ha molto da offrire al mondo esterno: ad esempio, il movimento Slow Food.
Tanto per cominciare, si tratta del "movimento" Slow Food, invece che di Slow Food Spa. Negli Stati Uniti, Slow Food sarebbe una catena anti-Mc Donald's. Il fondatore avrebbe professato: "Odio Mc Donald's, quindi creo il mio franchising". Come è stato per Apple in opposizione a IBM.
Slow Food si fonda su una solida base sociale e rappresenta un autentico modus vivendi, con volti diversi: una scuola, una casa editrice, un'università, una serie di conferenze, un network internazionale, un dominio privatizzato di sistemi di controllo e garanzia, ed un guru culturale.
Definire Slow Food è un'impresa ardua. In inglese non lo si può descrivere in parole semplici, e anche questo mi ha colpito. All'inizio ero un po' perplesso, ma il punto è che funziona perfettamente e probabilmente non sarebbe possibile gestirlo in nessun altro luogo, se non qui.
Oggi il movimento Slow Food è popolare anche negli Stati Uniti, ma l'America non sarebbe mai stata in grado di partorire un'idea simile. È il frutto di un'invenzione sociale, e del genio piemontese.
Dom.: Che cos'altro ti ha colpito?
Il rapporto che Torino ha instaurato con la sua storia: questa è la prima città al mondo a considerare l'industria automobilistica come parte del proprio passato economico. E lo fa in maniera delicata e rispettosa, senza voltare le spalle alla vocazione industriale di un tempo, e senza negare il XX°secolo. Ha semplicemente ideato un metodo, educato e conforme ai dettami del XXI°secolo, per la gestione di strutture in disuso come il Lingotto (ex-fabbrica FIAT), che a Detroit sarebbero state abbandonate, invase dai tossicodipendenti, ricoperte di graffiti, e con gli alberi che crescono da tutte le parti.
La versione americana di questa trasformazione probabilmente avrebbe fallito. In passato ho affermato che le rovine dello sviluppo non sostenibile sono la frontiera del XXI°secolo. Il pianeta è giunto a saturazione e non ci sono altre vie d'uscita.
Attualmente sono i centri urbani decadenti, ristrutturati e trasformati in quartieri signorili, ad essere teatro dello sviluppo più vivace. O siti come il Lingotto, in cui un'immensa fabbrica di montaggio auto si è trasformata in polo commerciale e di ristorazione. Oggi il Lingotto costituisce uno spazio per i giovani che vogliono inserirsi nel mondo del lavoro. Trovo che sia una trasformazione formidabile.
UNA CITTA' DEL XXI°SECOLO "ANTE LITTERAM"
Torino vanta anche il recupero di altri siti, alcuni dei quali sono un po' grotteschi, come la chiesa del Santo Volto. In pratica hanno preso una ciminiera, l'hanno ricoperta e trasformata in campanile. È un po' stravagante, a dire il vero. È un esempio di "sprezzatura", la ricercata trascuratezza per cui era noto Agnelli. Si presentava in completo blu e scarponi da sci e sconcertava l'opinione pubblica. "Potrei vestirmi in maniera impeccabile, ma ho deciso di attirare l'attenzione, dunque indosserò l'orologio sopra la manica della giacca."
Convertire una ciminiera in campanile è in qualche misura un'iniziativa simile. Inizialmente, come americano, ho pensato: "Ma che roba! Ma cosa gli è saltato in mente?" Adesso lo trovo affascinante. Finirà molto presto nelle guide turistiche.
A Torino ho l'impressione di vivere in una città del XXI°secolo "ante litteram". La città è in anticipo sui tempi. La sua capacità di operare un recupero del paesaggio urbano non solo è molto avanzata, ma è anche esportabile. Potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo su base regionale.
I torinesi potrebbero diventare esperti di recupero del patrimonio architettonico. Immaginate un pieghevole pubblicitario di questo tipo: "Vi ricordate quell'osceno cumulo di macerie subito fuori città, di cui nessuno ha saputo cosa fare per due secoli? Ecco, abbiamo appena trasformato la Venaria Reale in un'attrazione turistica di prim'ordine!".
"E possiamo trasformare il vostro penoso castello Prussiano in rovine in un fiore all'occhiello. Vi forniremo le risorse, ricostruiremo l'opera e quando avrete fatto un sacco di soldi, ce ne darete una parte". Come ha fatto l'industria del petrolio texana: "Avete del petrolio sotto la sabbia? Noi ve lo estraiamo e ce ne date metà."
Dom.: Molte città stanno facendo lo stesso. Perché Torino?
La grande sfida per il recupero del patrimonio artistico è rappresentata dalle opere risalenti al XX°secolo, perché sono di gran lunga più numerose di tutte le altre. E parliamo di un divario di diversi ordini di grandezza. C'è più spazzatura del XX°secolo a Torino che da qualunque altra parte. Molta di più del patrimonio lasciato in eredità dai Savoia. Probabilmente si potrebbero nascondere tutti gli edifici progettati da Juvarra e Guarini all'interno di una di queste strutture FIAT.
È questa la vera sfida del futuro. E il modo in cui la stanno affrontando qui, indica che sarà vinta. Ho visitato Detroit e Los Angeles, l'area sud del Bronx e il centro di Washington. Ho percorso in lungo e in largo l'Europa dell'Est, che ha vissuto il crollo un intero sistema economico e poi la transizione ad un nuovo sistema. La capacità di realizzare un cambiamento economico radicale senza disgregarsi è rara! E ritengo che si possa esportare.
Essa rappresenta inoltre un nuovo movimento di avanguardia per la città. Torino vanta già un'avanguardia storica. L'Italia è la patria del futurismo più antico al mondo. Così vecchio che figura addirittura sulle monete! Torino è anche sede del parco a tema, dedicato al patrimonio artistico, più vecchio al mondo: il Borgo Medievale, eretto nel 1880, è così antico che costituisce in se stesso un patrimonio artistico: le vestigia dell'industria passata. È il sito dedicato al patrimonio architettonico più vecchio al mondo. Anche questo mi ha molto colpito.
ABBIAMO FATTO LE COSE PER BENE, ADESSO TOCCA A VOI
Pertanto la trasformazione di Torino rappresenta ai miei occhi il frutto di un impulso organico a livello sociale. Non ha molto a che spartire con la propaganda condotta dagli ideologi del design, come il sottoscritto. È un fenomeno molto comune che la teoria segua la pratica e che un'avanguardia - ideata nei garage o scaturita dalle circostanze del caso - nasca in maniera spontanea ed organica, per poi strutturasi ed essere esportata.
Ovviamente non la si può esportare senza farsi prima un'idea chiara del suo valore, definire gli intenti e presentarla a qualcun altro. Questo comporta una professionalizzazione di quanto Torino sta attualmente portando avanti in modo inconsapevole e con una certa grazia.
Dom.: Una "certa grazia"?
Camminare per Via Roma sotto quei portici barocchi così spaziosi eleva lo spirito. L'impressione che ti trasmette è che siano lì appunto per risollevare il tuo spirito.
I portici veicolano un messaggio semiotico: "Diventa uno di noi! Adotta dei modi aristocratici! Non vedi cosa abbiamo edificato qui! I marmi indicano che questo è un luogo di nobiltà e grandeur! Guarda le strade come sono rettilinee! Abbiamo fatto le cose per bene, adesso tocca a voi".
Nietzsche racconta di come arrivato Torino, i pensieri si schiarissero nella sua mente. Calvino ha affermato che l'impostazione rettilinea delle strade conduce ad una follia creativa: solleva la nostra mente dall'onere di memorizzare i nomi delle vie e quindi ci lascia liberi di seguire ciascuno la propria eccentricità interiore.
Quando parlo della grazia di Torino, mi riferisco a questa semiotica urbana. È impressa nei palazzi e influenza gli abitanti, che, a loro volta, esercitano un influsso sui palazzi. "Così come noi diamo forma ai nostri edifici, anch'essi ci modellano" diceva Churchill.
Esistono modi meno dispendiosi e affascinanti di farlo, ma i Torinesi non sceglierebbero nessuna di quelle vie. E non perché siano illegali, semplicemente non vengono loro in mente. La loro grazia è parte della loro "facciata."
DADI, BULLONI E INDUSTRIA
Dom.: Nel tuo libro "Shaping Things", hai trattato ampliamente della fabbricazione di prodotti, la produzione e l'industria, tutti aspetti di primo piano a Torino, visti il settore e il Politecnico. Eppure, in questa sede, parli di aspetti culturali, dell'atmosfera e della grazia della città.
Sono giunto alla conclusione che i dadi e i bulloni svolgano un ruolo meno importante di quanto ci si immagini. È ovvio che in qualche misura dipendiamo dalla produzione industriale, ma gli oggetti prodotti costituiscono in realtà relazioni socio-tecnologiche irrigidite.
Non mi interessa qui l'antiquata ferramenta industriale, quanto la comprovata vocazione di Torino a città che riflette e lavora. La città vanta davvero delle scuole formidabili e un'eccezionale cura per i dettagli. In futuro ridurrà in parte la propria capacità di produzione di massa, ma un taglio era inevitabile, in quanto il sistema è del tutto insostenibile. La produzione industriale è destinata a chiudere con o senza l'arrivo dei cinesi.
Ciò che conta è la capacità di sopravvivere alla transizione, di essere agile e flessibile e allo stesso tempo sufficientemente con i piedi per terra da intraprendere un'attività che sarà fonte di reddito. Questa non è una città povera. E la FIAT non è affatto morta. Tanto che la FIAT ha improvvisamente ottenuto un grande successo. La tradizione delle piccole auto europee è destinata a prosperare, man mano che le SUV escono di scena.
In Italia mi preoccupa di più il calo demografico che il numero di fabbriche in attività. Il fatto che gli anziani siano sempre più prominenti in seno alla società italiana - se si va al parco, ci si potrebbe imbattere in un gruppo di cinque nonne intorno ad un bambino di sei anni - è un indicatore ben più preoccupante del calo dell'occupazione a livello impiegatizio o operaio. Quei posti di lavoro sono comunque destinati a scomparire.
UNA VISIONE PER IL FUTURO DI TORINO
Dom.: Ritieni che settori come il recupero del patrimonio architettonico e Slow Food siano sufficienti per una città di quasi un milione di abitanti?
Non è una città enorme, non deve mica fare tutti i mestieri del mondo. L'industria automobilistica non è scomparsa, e in più vi sono i settori della governance e dell'istruzione. Avete turismo e cultura, cioccolato e caffè. E anche l'industria alimentare, il modello dell'experience tourism, e la città è il centro della Regione Piemonte.
Mi piacerebbe assistere alla rapida transizione di questi settori a un sistema sostenibile, basato sulle energie alternative e sul modello "cradle-to-cradle", ma questi sono concetti di moda.
I torinesi saranno sicuramente all'avanguardia in questo campo, e non è il loro unico pregio. Ancora più promettente è quel cocktail interessante di eredità industriale e futurismo post-industriale che li caratterizza.
E poi ci sono tutta una serie di altri fattori: il nord Italia è un paradiso naturale. Gli affitti sono inferiori alla media europea. E mi piace il fatto che qui il Comune e la Regione abbiano preso in mano il cablaggio della fibra ottica ed abbiano messo a punto una politica per la banda larga. È stata un'operazione lungimirante.
Torino e il Piemonte possono anche contare su un'amministrazione comunale e regionale relativamente stabili, per lo standard italiano. E sono stati in grado di eseguire una serie do progetti di rimodernamento urbano che richiedono molta pazienza e la capacità di incassare alcuni colpi, come nel caso della Spina o della metropolitana. Hanno saputo portare a termine i progetti, praticamente nel rispetto dei tempi e a volte non così distanti dal budget. Queste sono tutte operazioni complesse. Sono vere avventure, una lezione che Boston ha imparato con il "Big Dig."
I cittadini qui attendono con pazienza, e hanno lo sguardo rivolto al futuro. Inoltre l'attivismo stile "non nel mio cortile" non è molto diffuso.
Dom.: Esiste nei confronti della linea ad alta velocità e dei grattacieli.
Ma non si tratta di atteggiamenti congelati in una politica locale polarizzata e avvelenata, in cui ci si pugnala alle spalle. Rispetto a Washington D.C., New Orleans o Detroit, questa città ha una consapevolezza più seria delle proprie possibilità, ed una più spiccata volontà di farsi strada.
Sono cosciente del fatto che Torino abbia attraversato un periodo buio, ma alla fine si è risollevata, che è più di quanto possa dire Detroit.
Quando vado in un posto nuovo, cerco sempre dei segni premonitori. Cosa si porterà dietro con sé Torino? Una gestione oculata dell'eredità del proprio passato e la capacità di lasciarsi alle spalle il XX°secolo. Torino è a pieno titolo una città del XXI°secolo: in qualche modo è riuscita ad affrontare problemi con cui moltissime altre città, regioni, culture e nazioni non hanno ancora fatto i conti.
IL RUOLO DEL DESIGN
Dom.: Quest'anno Torino è Capitale Mondiale del Design. Tu ti definisci teorico, autore e giornalista di design. Che ruolo riveste il design in questa città?
Il contributo apportato dal design consiste in una nuova concezione del prodotto, e nell'intesa che è in grado di formare grazie al suo approccio ortogonale, alla sua capacità di risolvere i problemi e consentire a tutti gli attori di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda, per dare vita ad un prodotto più facile da usare, più economico, innovativo e bellissimo.
Torino sotto svariati punti di vista ha il potenziale per voltare pagina, servendosi del design come veicolo del cambiamento: "Siamo una città che agisce e pensa! Siamo in fase di cambiamento, ma un cambiamento flessibile. Stiamo cambiando il modo in cui cambiamo!"
Qualcuno potrebbe affermare che questi sono slogan privi di significato, ma non se alla fine Torino porta a termine una trasformazione concreta sul campo. Ad esempio: quando la città riesce a tramutare il peggio in meglio, creando una base di consenso attorno ad un progetto. Hanno trasformato un malfamato quartiere di tossici di periferia in parco ambientale. Ecco cosa può fare il design.
Ma c'è anche bisogno di qualcuno che metta insieme il progetto e reperisca i fondi. E occorre anche la volontà politica per far fronte al difficile periodo della transizione. Se c'è sfiducia nei confronti dell'amministrazione, o scetticismo verso la realizzazione del cambiamento, è molto difficile portare avanti questo genere di progetti. Ma se i designer escono per le strade e instaurano un rapporto con la popolazione, per coinvolgerla nel progetto, allora può funzionare.
Dom.: E occorre anche un certo branding...
Torino ha bisogno di branding urbano, ma molto meno di quindici anni fa, quando si confrontava con un branding metropolitano negativo: "Città in declino", "Operai in piazza" e quant'altro. Oggi Torino è la "Città Olimpica", la "Città del Design", la città di questo e di quello, e poi ci sono "L'Anno dell'Architettura" e "L'Anno del Risorgimento". Quello viene fatto per il turismo, che va piuttosto bene, ma Torino non è Praga.
In realtà gli abitanti della città sono persone molto serie, capaci, estremamente competenti, ingegneri, militari e tecnocrati. Non è verosimile che finiscano tutti a gestire bed and breakfast. Considerata la loro natura, è più probabile invece che si inventino qualcosa.
SCRIVERE A TORINO
Dom.: Hai appena scritto un libro, vero?
Sì, è una storia fantasy ambientata a Torino. Il protagonista è un direttore FIAT, ma è anche un negromante. Il racconto si svolge in una Torino esoterica, in cui tutte le storie di magia che i seguaci della New Age narrano su Torino sono assunte come dati di fatto.
Torino racchiude un pezzo della Nuova Croce e anche il Sacro Gral. La Sindone è davvero imbevuta del sangue di Gesù Cristo; e tutte queste ley-lines e gli assi dei poteri mistici si intersecano. L'eroe della storia è un investitore del reparto R&D in FIAT, e viene convocato all'inferno alla presenza di Gianni Agnelli, che è morto, eppure ancora infervorato dai problemi di sviluppo urbano di Torino. Quindi l'ex-presidente lo manda a chiamare all'inferno per convocare un consiglio di amministrazione.
L'eroe, il negromante, viene accompagnato dal suo consulente spirituale, una mummia egizia del Museo Egizio, che ha riportato in vita dal mondo dei morti. La mummia lo scorta e svolge il ruolo di saggio consigliere. Lui e la mummia sono un po' come i protagonisti della serie "Lone Ranger and Tonto". È un racconto comico, esagerato e satirico, una favola su Torino e sui suoi problemi. Non avrei mai potuto scriverla se non qui.
In precedenza, ho scritto un breve pezzo per Wired Magazine, una storia di fantascienza incentrata su un weblogger ed ambientata a Torino nel 2017. Il protagonista si trova di passaggio a Torino un paio di volte e ci trasmette alcune immagini di come sarà la vita in città nel 2017.
Volevo prima farmi un po' le ossa con questo strambo racconto di immaginazione. Ed è azzardato, come alcuni passaggi delle Cosmicomiche di Calvino. Aspiro a quel genere di giubilo fantastico.
LO SHARE FESTIVAL
Dom.: Raccontaci qualcosa del festival che state organizzando.
La maggior parte delle opere d'arte elettroniche high-tech che presentiamo sono di natura profondamente concreta. Si tratta di installazioni che puoi toccare con mano, afferrare, spostare, che svolgono delle funzioni e così via. Come ho scritto nel mio libro "Shaping Things", Internet diventerà un giorno una piattaforma di produzione, allo stesso modo in cui è già una piattaforma di compravendita, bancaria, editoriale, mediatica e musicale. Conquisterà anche il settore produttivo. Questa non è certo una novità per molti designer, ma penso che suonerà come una novità alle orecchie del pubblico che parteciperà al festival. Abbiamo organizzato degli incontri con autorevoli esperti del design e dell'architettura digitale. E vi prenderà parte anche Don Norman. Sarà senz'altro l'edizione più ricca e ambiziosa di tutte le edizioni dello SHARE festival organizzate fino ad oggi.
CITTA' DEL DESTINO
Dom.: Tornerai ancora a Torino dopo la conclusione del festival?
È una città a cui sono legato per destino. Sono già venuto molte volte. Adesso ho molte più amicizie e motivi per tornare. Non sono torinese, né ho la residenza in città, ma, come giornalista, Torino è diventata uno dei miei "beat". Ciò che più mi interessa sono i progressi che fa anno dopo anno: come evolve la situazione. Sotto molti punti di vista sta cavalcando l'onda. Sarei davvero felice di vederla sbocciare, e diventare ricca, se arrivasse un flusso di gente nuova, se una così piccola regione acquistasse un prestigio globale, se la gente iniziasse a considerarla come la città del design - più che un polo turistico - e un hub animato da una piccola classe creativa, dove l'innovazione è in fase di crescita ed espansione.
Non penso di essere qui per caso; questo è uno di quei luoghi conformi alla mia natura. Io stesso sono figlio di un ingegnere. Per quanto sia uno scrittore e un fantasista, ho anche delle doti rettilinee e metodiche. Mi interesso di fabbricazione, finanza, design e architettura e di tutte le attività che si fondano sulla logica, la matematica e le scienze esatte.
Come spirito creativo, se fossi italiano e non texano, sarei probabilmente nato a Torino. Non è poi così difficile immaginare un Bruce Sterling torinese: un tizio, italiano, che fa lo scrittore e si interessa di scienza e design, viaggia molto e scrive per i giornali. Questa città mi è congeniale, è il genere di città che dà i natali ad un tipo come me.
Austin non è del tutto diversa: è la sede del governo statale e in passato fu la capitale di una Repubblica chiamata Texas. Anche ad Austin abbiamo molti ingegneri ed informatici. La Dell vi ha stabilito la sua sede. Ha all'incirca le stesse dimensioni di Torino e c'è un fiume che l'attraversa. Ma Austin ha anche molto in comune con Bologna: una città del sud, calda, con un sole splendente, gremita di gente di sinistra... Quindi, forse Austin è più simile a Bologna che a Torino. Ma io, personalmente, mi sento senz'altro più un torinese che un bolognese.
Intervista di Mark Vanderbeeken

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