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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 31, 2008

I bambini e la loro rappresentazione coloristica

Il bambino è ormai da tempo al centro di ogni interesse e la cassa di risonanza di questo atteggiamento resta comunque la scuola, la quale ha la responsabilità del suo sviluppo espressivo e cognitivo, funzionale e necessario alla corretta interpretazione di sé, della realtà naturale e dell’ambiente in cui vive. La finalità dell’educazione è quella di produrre comportamenti dotati di senso in un costante impegno che va dalla famiglia, alla scolarizzazione, all’auto-formazione secondo la concezione di educazione permanente: il filo conduttore di un percorso di crescita culturale che inizia con la nascita e si conclude con la morte.
Ci domandiamo, pertanto, quale è il senso che può essere attribuito ad una corretta funzionalità della performance coloristica che spontaneamente viene praticata fin dalla prima infanzia, ma che, proprio per la sua natura spontanea, spesso è abusata come atteggiamento di controllo della esuberanza infantile. Quando, insomma, si vuole, a casa come a scuola, che il bambino stia fermo e, per ottenerlo, gli si mette a disposizione carta, matite colorate e, quel che è peggio, pennarelli. Se il disegno e, ancor prima, il ghirigoro, una volta che hanno assolto al loro compito, vengono abbandonati, ammucchiati come cartaccia e addirittura stracciati senza tanti complimenti, che senso ha che poi si enfatizzi l’importanza di queste specifiche espressioni di sé e non si impegni in questi tentativi di creazione tempo e competenze come si fa con le altre discipline curricolari.
In altri ambiti, come quello psicologico, psicanalitico, neuro-scientifico, al ghirigoro e al disegno viene attribuita la funzione di rivelare, ad occhi attenti e competenti, alterazioni e imperfezioni psichiche, mentali, cerebrali. Insomma, in un modo o nell’altro, l’espressività coloristica e grafica è utilizzata per ragioni diverse da quella per cui dovrebbe essere esercitata: la pratica di una capacità che è sintomo positivo che ogni persona dovrebbe poter sperimentare, qualunque sia la sua età, le sue condizioni mentali, psichiche, biologiche o cerebrali.
In questa sua pratica la persona manifesta ed esplicita con un manufatto, con un oggetto realizzato da sola una forma di cognizione di sé e di rapporto interattivo con l’ambiente nel quale afferma la propria presenza, viva e concreta, con un potente mezzo comunicativo, quale il simbolo e l’immagine, che danno conto della necessaria dimensione socializzante, della inesauribile funzione interpretativa e immaginifica che sono la ragione prima di ogni espressione.
Quando ancora mancano le parole ed il linguaggio verbale è incerto e zoppicante la persona conferma già la sua adesione al mondo urlando, sì, ma scarabocchiandolo e successivamente disegnandolo in forma rappresentativa e finalizzata; con questa spontanea e perciò semplice operazione ne connota la rubricazione visiva sempre più consapevole e ricca di particolari, lo organizza, lo definisce e lo rende fruibile. L’esercizio, l’abitudine a disegnare, a colorare danno un senso di stupore emozionante che fa scoprire la propria influenza nella rappresentazione dell’ambiente che sempre più si dilata e si allarga sulla esperienza in cui si esercita la propria qualità percettiva ed espressiva. Quei tentativi grafici e coloristici, compiuti con la semplicità, la spontaneità e l’innocenza di chi, ancora inconsapevole, dà forma e contenuto al pensiero critico, educano alla capacità di esercitarlo, strutturano la simbolizzazione e la corretta fruizione delle immagini che la fanno recepire. Il simbolo, la libera e consapevole padronanza dei suoi significati, della sua applicabilità e adattabilità sono elementi indispensabili da padroneggiare con il senso di fiduciosa solidarietà alla quale ci ha abituati il disegnarli e il colorarli, perché eravamo disposti a farlo anche se “i grandi”, i nostro genitori i nostri maestri, attribuivano poca importanza a quelle esperienze che, quando si è piccoli, debbono sembrare sicuramente enormi.
Spesso, con il trascorrere del tempo, non continuiamo a colorare e riempire di immagini fogli ed album, perché il vivere ci fa trascurare quella frequentazione che, quantunque per i nostri genitori e maestri potesse essere un modo per riprender fiato e respiro, noi, magari, l’aspettavamo con ansia e così facendo assumevamo il comportamento di soggetti dotati di capacità simbolizzanti, di entità pensanti che teorizzano la realtà e l’ambiente dove vivono, lo sublimano perché lo fanno essere come vogliono che sia: colorato e alla loro portata.
L’ansia e la paura di vivere che spesso assalgono la persona, indipendentemente dalla sua età cronologica, trovano risposta e soluzione nella disponibilità a far emergere, dandogli forma e contenuto, la propria espressività che non produrrà un’opera d’arte e forse neppure una creazione artistica, quanto invece il recupero di una abitudine a colorare e disegnare con quella curiosità libera e innocente che è propria della percezione creativa.
La percezione si associa strettamente all’arte, una delle forme, uno dei possibili motori di approccio al mondo della cultura umana, la quale trova giustificazione ermeneutica e statuto epistemologico nelle forme culturali primigenie che qualificano i simboli in raggruppamenti semantici e simbolici. L’arte unitamente alla lingua, alla scienza, alla storia, alla religione ha la grande responsabilità educativa di far approcciare ed indagare il mondo e la propria persona dentro alla grande ed infinita azione connotativa della cultura che è dicibile e fruibile, funzionale e adattativi in relazione alla relazione con l’azione umana.
Al pari delle altre forme culturale, dalla cui intersezione si specifica il tessuto dell’azione scientifica, all’arte spetta il compito di indagare, ma anche di predisporre la struttura mentale che sarà indispensabile per apprezzare il bello e le forme belle, siano esse naturali o artistiche. Allora non il disegno, la performance coloristiche come puro “riempiticcio” di spazi vuoti e di tempi morti, ma attenta affermazione di una qualità che dà sollievo allo spirito e sprona a riconoscere il mondo che ci circonda come fonte inesauribile di stimolo alla conoscenza e confronto con l’idea di perfezione, attivando la funzione simbolizzante a cui tutto si riconduce nell’inarrestabile, grande fluire della cultura umana.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:
ARNHEIM R., Verso una psicologia dell’arte. Espressione visiva, simboli e interpretazione, Einaudi, Torino 1969.
GOMBRICH E.H., A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell’arte, Einaudi, Torino 1971.
HEIDEGGER M., Sentieri interrotti, a cura di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1997.
READ H., Educare con l’arte, Edizioni di Comunità, Milano 1954.
ROSATI L., Paradigmi culturali e didattica, La Scuola, Brescia 1998.
di Ornella Bovi per http://www.unipg.it/vega/

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