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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 25, 2008

Il teatro di Eduardo: Le voci di dentro.


Dato che Titina all'inizio del dicembre 1948 si era ammalata e il medico le aveva prescritto un periodo di convalescenza piuttosto lungo, consapevole di non poter replicare il suo solito repertorio fino a Natale, Eduardo, chiuso nella camera 24 dell'hotel Continental a Milano, in diciassette ore, scandite in tappe notturne, scrisse Le voci di dentro, "tarantella in tre atti" rappresentata la prima volta, al Nuovo, la sera del 12 dicembre 1948. Nel contesto della produzione dell'autore, si tratta di una commedia noir che, malgrado sia stata scritta solo tre anni dopo Napoli milionaria!, segna il momento di passaggio, come ha detto Luca De Filippo, «da un Eduardo in cui è ancora viva la speranza nei grandi cambiamenti e nel recupero dei valori fondamentali, dopo il terribile dramma della guerra, ad un Eduardo in cui la disillusione ed il pessimismo prevalgono in misura crescente».
Dopo aver sognato che i suoi vicini di casa, i Cimmaruta, hanno commesso un omicidio, Alberto Saporito è convinto si tratti della realtà e li fa arrestare. Invece di proclamare la propria innocenza, i Cimmaruta cominciano a sospettare l'uno dell'altro, temono che Saporito possa tirare fuori da un momento all'altro le prove della loro colpevolezza e arrivano a prendere la decisione di ucciderlo.
Da assassini finti a veri assassini. Come gli italiani del dopoguerra possono essere tutti dei ladri di biciclette, così possono trasformarsi facilmente anche in assassini: «io vi ho accusati - dice alla fine il protagonista ai suoi vicini - e non vi siete ribellati, eppure eravate innocenti tutti quanti… Lo avete creduto possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni… il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia! […] la stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci appacia con noi stessi, l'abbiamo uccisa… E vi sembra un assassinio da niente? Senza la stima si può arrivare al delitto. E ci stavamo arrivando».
Specchio dell'Italia del tempo, Le voci di dentro riflette i traumi di un paese dove tutti sospettano di tutti (le mogli dei mariti, i mariti delle mogli, i fratelli delle sorelle, le zie dei nipoti), dove i valori sembrano scomparsi, dove i più saggi preferiscono non parlare perchè sanno di non poter essere ascoltati o compresi quasi da nessuno (come il vecchio Zì Nicola Saporito, che comunica sparando bengala e mortaretti e che solo Alberto riesce a capire), di un paese intimamente sconvolto e ormai poco fiducioso nella possibilità di un'autentica rinascita dopo la tragedia della guerra.
La dimensione del sogno si mescola e confonde con quella della realtà: tutti i tipi di orrore sono già stati visti, vissuti, metabolizzati a livello inconscio e nessuna efferatezza sembra più impossibile. «Il sogno - dirà lo stesso Eduardo in una intervista rilasciata nel 1977 - è la spia di una inquietudine che ci attanaglia. I personaggi di questa commedia portano in sé l'ansia di una guerra appena finita, di violenze non dimenticate».
Nella ripresa televisiva dello spettacolo andata in onda per la prima volta il 30 e 31 dicembre del 1978, Luca De Filippo interpretava la parte di Carlo, il fratello del protagonista, ovvero di colui che, non appena vede Alberto in difficoltà, quasi sul punto di finire sotto processo per calunnia, si adopera immediatamente per sottrargli tutto il magro patrimonio familiare. Alberto Saporito, allora, era incarnato da Eduardo, suo padre. Adesso, a trent'anni di distanza, è Luca a interpretare Alberto e il tono delle Voci di dentro cambia. Cambia completamente. Tanto sul piano del cast (alla diffidente severità di Pupella Maggio, per esempio, si sostituisce la debordante simpatia di Antonella Morea), quanto su quello delle scene e dei costumi (al posto della livida, plumbea, itterica scenografia di Bruno Garofalo, ecco quella vivace e luminosa di Enrico Job) e anche su quello dell'atmosfera generale, prima opprimente e realistica e ora molto più agile e anche lievemente onirica (la cameriera Maria e Rosa Cimmaruta, adesso, all'inizio, non parlano più dei propri sogni fra di loro ma li raccontano "a parte", a se stesse, e li sentono talmente reali da riviverli nel momento stesso in cui li descrivono).
Nello spettacolo di Eduardo, infine, Zì Nicola se ne stava rintanato in una specie di pulpito sistemato in un angolo di casa Saporito, sorta di magazzino ingombro di vecchie sedie e arredi sacri: da lì sopra, esercitava il suo diritto misantropo di non parlare, dialogava a suon di botti e fuochi d'artificio, sputava sulla testa dei passanti di turno e ogni tanto, di nascosto, scendeva di sotto a bersi un goccetto. Questo personaggio, che nella versione cinematografica della commedia (Spara forte, più forte… non capisco!, 1966) ne diventava il vero protagonista ed era interpretato dallo stesso Eduardo, adesso non è altro che una figuretta farsesca: non vive più rifugiato in un pulpito ma se ne sta chiuso in un teatrino di legno. Da qui, dall'alto del suo palco, assiste, in basso, alla "tarantella nera" di tutti quelli che vivono nella realtà e ogni tanto, quando è da solo, acceso il giradischi, esce per poter caracollare buffamente a suon di musica. Volontariamente incompreso, è un artista in volontario esilio nell'ultima isola felice rimasta, nell'unico posto dove si può stare certi di essere al sicuro dagli attacchi della vita reale: il teatro.
Insieme a Francesco Rosi che firma la regia dello spettacolo, Luca De Filippo, al contrario del padre, preferisce dedicarsi ad approfondire il lato comico del testo: le parti più lunghe appaiono tagliate, alcune scene sveltite, mentre di certe battute, recitate a effetto in modo da renderle più efficaci, si mira a moltiplicare la presa sul pubblico. Il risultato è una vera "tarantella" scenica: «l'accumularsi di sospetti e di verità negate», infatti, - dice lo stesso Rosi - dà vita a un «ballo disordinato, ritmico, pazzoide, che non ha slanci melodici e che tutti possono ballare». Dove prima c'era una paradossale tragicommedia, ora c'è una commedia degli equivoci e dello straniamento. E il pubblico ride. Ride spesso amaro ma ride.
Alla fine del terzo atto, dopo aver dato uno schiaffo al fratello, e aver pronunciato a chiare lettere, lentamente, il monologo finale, rivolgendosi a tutti e cinque i membri della famiglia Cimmaruta, l'Alberto Saporito di Eduardo chiedeva loro di andarsene e di lasciarlo riposare: «i due fratelli sono rimasti soli, - si legge nella didascalia conclusiva del testo - l'uno di spalle all'altro. Alberto seduto al tavolo, in primo piano a sinistra, col capo chino sulle braccia. Carlo, accasciato su di una sedia, in fondo allo stanzone. Alberto, dopo una piccola pausa, solleva il capo lentamente, e con uno sguardo pietoso cerca il fratello. Dopo averlo fissato per un poco, per non prorompere in lacrime, con gesto che ha della disperazione, comprime fortemente le mani aperte sul suo volto». Nella prima redazione del testo, la commedia si chiudeva così e il tono moralistico di questo finale non piacque molto né al pubblico né alla critica: nella seconda redazione - unica concessione alla speranza accordata dall'autore -, un raggio di sole entrava nella stanza attraverso la finestra e illuminava i due fratelli («il sole inaspettatamente, dal finestrone in fondo, taglia l'aria ammorbata dello stanzone e, pietosamente, vivifica le streminzite figure dei due fratelli»). Da parte dell'Alberto di Eduardo, mettersi le mani sul volto significa arrendersi al fatto di non riuscire a vedere possibilità di salvezza: lui stesso sente di far parte di quel mondo che accusa, lui stesso è stato il primo a credere che i suoi vicini di casa fossero degli assassini.
Adesso, a trent'anni di distanza dalla ripresa televisiva e a sessanta dalla prima al Nuovo di Milano, Alberto, dopo aver dato uno schiaffo al fratello, si rivolge ai Cimmaruta e parla in modo sbrigativo, antipredicatorio, la testa quasi china, la voce bassa, con fare trasognato, come se, infondo, sapesse benissimo di non essere ascoltato: usciti poi i cinque interlocutori, rimane da solo col fratello, si siede accanto a lui, lo guarda e appoggia affettuosamente la mano sulla sua. Ex Carlo a fianco di Eduardo, Luca così si prende forse lo sfizio di far fare ad Alberto quello che, in passato, ma sempre disilluso dal pessimismo paterno, avrebbe tanto desiderato vedergli fare. Prendendo le mani del fratello nelle sue anzichè usarle per coprirsi il volto, l'Alberto di Luca dichiara di non aver perso e di non voler perdere la fede nell'uomo e nelle sue risorse. Nonostante tutto.
Tipo di comico triste, misurato, quasi sottotono, più caratterista che prim'attore, più adatto alla battuta e a dialoghi veloci che non al monologo, Luca addolcisce la medicina amara servita da Eduardo al pubblico e regala alla commedia quel finale conciliante che l'autore non aveva voluto concederle: il suo Alberto Saporito non smette di sperare che le cose possano cambiare e non esita a imboccare la strada della riconciliazione col fratello. Alle sue spalle, il teatrino di legno: il sipario aperto, una sedia vuota in mezzo al palco, ed è come se il compianto Zì Nicola, morto alla fine del secondo atto, fosse ancora seduto lì e vegliasse su di lui. Chi riusciva a capire il linguaggio di un uomo abituato a esprimersi attraverso i fuochi artificiali e a vivere dentro un teatrino non può, nonostante tutto, non continuare a credere che la famiglia possa sempre riuscire a essere - come dice Luca De Filippo - «esempio di nobili ideali quali fraternità, solidarietà, pietà» e non «espressione di ipocrisia, tornaconto personale e cinismo».
In fondo al tunnel, in un 2008 che non appare troppo migliore del 1948, il figlio vede un chiarore che il padre, sessant'anni fa, non vedeva ormai più, e offre delle Voci di dentro, alla luce di un vero e proprio ottimismo nell'umanità, una inedita versione riveduta e corretta.
Attorno all'ammirevole capocomico, esemplare antiattore che recita sempre in sordina, fra le scene ideate da Enrico Job (31 gennaio 1934 - 7 marzo 2008) con un occhio alla "Napoli nera" e uno alle possibilità metateatrali offerte dal testo, si muove - diretta con grazia, naturalezza e senso del ritmo da Francesco Rosi - una nutrita schiera di svegli e vivacissimi attori, dalla già nominata Antonella Morea, alla giovane Anna Moriello nel ruolo di Maria, da Marco Manchisi nei panni di Carlo a Gigi Savoia e Carolina Rosi in quelli dei coniugi Cimmaruta.


di Giulia Tellini per http://www.drammaturgia.it/

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Noto che è stata postata la mia recensione alle Voci di dentro. Bello essere postati. Ma non conosco l'opinione del blogghista in merito alla recensione in questione. Favorevole o contraria?

F(ot)D ha detto...

Avendo ospitato la sua critica sul blog non potrebbe che essere favorevole. Mi è piaciuta perché non era una semplice critica dello spettacolo, ma un elegante parallelo di due diverse visioni della vita. Mi auguro di poterla rileggere.

Anonimo ha detto...

Grazie mille. Sono molto lusingata:) Complimenti per il suo blog. Quanto a rileggermi, sono su www.drammaturgia.it