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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 17, 2008

Nureyev, mito intramontabile


Il 17 marzo avrebbe compiuto 70 anni. Se non lo avesse colto quel virus mortale che gli minò il corpo - sua prima arma di bellezza e grandezza - dopo un'esistenza vissuta all'insegna dell'arte e dell'eccesso. «La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei quando finirò di vivere». Questo è stato il programma della sua vita. Vita che sembra un film (e prima o poi qualcuno dovrà realizzarlo). Di quelli leggendari. Basta solo pensare a come è nato: in viaggio su un treno, nei pressi di Irkutsk, una regione del lago Baikal, direzione Vladivostok dove la madre era diretta per raggiungere il marito, un commissario politico dell'Armata Rossa. Il ballerino di origine tartara crebbe così in un villaggio della steppa nei pressi di Ufa in Baschiria. Qui, all'età di undici anni, inizia a prendere lezioni di danza da un'anziana insegnante, una certa Udeltsova, che aveva fatto parte nientemeno che dei leggendari Ballets Russes di Sergej Diaghilev. E poi - altro tassello di una non comune biografia - la sua eclatante fuga in Occidente per sfuggire al regime sovietico, quando, quel 21 giugno del 1961, all'aeroporto parigino di Le Bourget, riuscì ad abbandonare l'aereo che doveva rientrare in Russia dopo una tournée con la compagnia del Kirov di Leningrado, il Teatro che lo aveva visto studiare e muovere i primi passi. Si scatenò un caso internazionale. Il suo nome, da allora, fu conosciuto da un pubblico più vasto non strettamente interessato alla danza. Nella sua biografia scrisse: "Un uccello deve volare, andare oltre i monti, scegliere la libertà". E lui scelse di essere libero fuori dalla sua terra, anche se la nostalgia di casa, l'esilio, furono le sue fitte che lo accompagnarono quotidianamente. Non avrebbe rivisto più la sua patria fino al 1989, anno in cui potè rientrarvi grazie ad un invito di Mikhail Gorbaciov per visitare la madre ormai agonizzante alla quale rimase sempre legato. Il proseguimento della sua vita è un succedersi di avvenimenti più o meno eclatanti, ma sempre emblematici di una personalità unica ed estrema, sregolata e tormentata, che ha incarnato in maniera ineguagliabile il simbolo della danza. L'immenso talento che gli era stato donato, forgiato da una tecnica che rasentava la perfezione, e unito ad un magnetismo personale, si accompagnava ad un carattere estremamente difficile, e ad un modo di essere e di vivere che voleva sempre costituire una sfida, un azzardo. Nulla, comunque, potrà intaccare il mito di un ballerino senza eguali nel suo e nostro tempo, che ebbe come unico grande amore della sua vita il palcoscenico. Dai tempi di Nijinskij non c'era più stato artista in grado di assurgere al ruolo di "divo". Divo per vocazione, dotato di quella naturale immedesimazione che rendeva il ballerino anche un grande attore capace di coinvolgere il pubblico e trascinarlo nel vortice delle storie raccontate, impose sulla scena coreutica una figura d'interprete più umana e veritiera. Rivoluzionò l'importanza del ruolo maschile facendo del ballerino, l'uomo, figura predominante accanto alla donna. Nella sua versione, per esempio, del "Lago dei cigni", pur restando fedele alla natura profondamente romantica del balletto, egli fece del principe Siegfried il personaggio chiave. Un principe immerso in un lungo sogno che, secondo le parole di Nureyev, «rifiuta la realtà del potere e del matrimonio che gli impongono la madre e il precettore». Un autentico eroe romantico, profondamente malinconico e intimamente tormentato, che cerca il sogno dell'assoluto.Chi ha avuto la fortuna di veder danzare Nureyev ne conserva un'impressione e un ricordo indelebile. Era insieme pantera e fauno. Il premio Nobel Eugenio Montale in un articolo del 1965 dopo il debutto scaligero di Nureyev in "Romeo e Giulietta" scrisse: «Agile come un folletto, vertiginoso come una trottola, apparentemente quasi infantile, di un'eleganza che non è mai leziosa, egli è un Romeo di cui non si potrebbe immaginare l'eguale». La sua inesauribile vitalità e forza espressiva diede una scossa salutare all'assopita scena europea. Infondendo nuova linfa ai classici del repertorio, li rivitalizzò in un perfetto equilibrio tra modernità e tradizione, interpretandoli da par suo. Aprì alla danza, moderna alla quale si applicò con caparbietà e intelligenza, abbattendo così il confine tra i due linguaggi. Per lui crearono alcuni tra i più grandi geni della coreografia, fra cui Frederic Ashton, Roland Petit, Kenneth MacMillan, Martha Graham, George Balanchine, Maurice Béjart, Paul Taylor. Danzando entrambi gli stili, Nureyev fu precursore di quella versatilità oggi assolutamente normale per un ballerino. Al Royal Ballet, che lo adottò subito dopo la sua defezione dal Kirov, divenendo subito "principal guest artist", instaurò con Margot Fonteyn un sodalizio artistico che fece storia e destinato ad incantare le platee di tutti i teatri del mondo. Dopo Vienna, la città dove per lunghi anni ebbe la residenza, l'Opéra de Paris lo volle negli anni Ottanta come direttore artistico. Rilanciò alla grande il Corpo di Ballo che divenne una delle compagnie migliori al mondo, dedicandosi poi alla promozione di giovani ballerini. Dopo il compimento dei quarant'anni nonostante l'inizio del suo declino fisico, continuò ancora per molto tempo a danzare da protagonista nei grandi balletti sia classici che moderni. La sua voglia di sperimentare lo portò, negli ultimi anni della sua vita, a cimentarsi anche come direttore d'orchestra e a interpretare il Re del Siam nel musical "The King and I" a Broadway. LAids segnò gli ultimi anni della sua vita, e lo condusse alla morte prematura all'età di 54 anni. Fino all'ultimo egli continuò a lottare e ad apparire pubblicamente. Alla sua ultima uscita pubblica, nel 1992, con la sua versione coreografica di "Bayadère" al Palais Garnier di Parigi, fu accolto da una emozionante standing ovation del pubblico. Che salutò uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. «Si diventa un mito – diceva Nureyev – quando nessuno è in grado di conquistare il cuore del pubblico dopo che tu te ne sei andato». E un mito egli rimane ancora oggi. Perché, come scrisse ancora, «Chi vola alto vola solo».

Di Giuseppe Distefano per http://www.ilsole24ore.com/
Per saperne di più: http://www.rudolfnureyev.it/

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