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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 07, 2008

Psicologia della cultura


L'uomo, e i suoi processi psicologici, è frutto del contesto in cui vive o esistono delle invarianti naturali? Che rapporto esiste tra la cultura, l'ambiente, l'epoca e la psicologia dei singoli individui? Intellettuali di diversa formazione si interrogano da secoli ormai su questo tema, che attraversa la storia della psicanalisi, e non è priva di implicazioni politiche: che cosa possiamo riuscire a cambiare dell'essere umano cambiando il contesto in cui egli vive?
Il volume di Luigi Anolli, Psicologia della cultura, costituisce la prima opera sistematica che affronta in modo innovativo il vasto, affascinante e attuale tema della cultura da un punto di vista psicologico. Un libro che fa il punto sui vari settori della psicologia della cultura, uno degli ambiti più strategici della psicologia perché è la cerniera tra lo studio della mente individuale e le indagini sulle collettività quali culture, tradizioni e costumi. La disputa tra intellettuali sullo statuto di sapere scientifico della psicologia della cultura è ormai più che antica. Una disputa che ha coinvolto anche la cultura italiana del dopoguerra. Già nel 1954 Banfi e Musatti, entrambi di tendenze politiche progressiste dell'area di sinistra, si domandarono se era possibile attuare una scienza della psicologia, ma le loro conclusioni furono opposte: Banfi decise che della psicologia non si poteva realizzare una scienza, perché molto arduo e difficile fare scienza dell'individuo, se non delle sue basi biologiche, secondo Musatti, invece, si poteva costruire la psicologia in quanto sapere scientifico. Coloro che hanno manifestato dubbi su tale questione, li hanno molto spesso corroborati proprio con un tema di psicologia della cultura, nel senso che era difficile trovare leggi del comportamento individuale. Il livello di spiegazione del comportamento di una persona doveva essere ancorato al contesto storico, culturale in cui questa persona pensava, agiva, si comportava. Questo era un livello di spiegazione che si poteva affiancare al livello biologico, ossia alla spiegazione delle basi materiali del comportamento, che da sempre era un argomento cardine ed un cavallo di battaglia anche nell'ambito della sinistra.Se si volesse tornare indietro, all'intenso dibattito registrato su riviste come "Società", "Rinascita" ed altre ancora, troveremmo l'eco di un discorso che è sullo sfondo del trattato di Anolli, perché la psicologia della cultura cerca di rispondere al quesito: i fattori culturali influenzano i meccanismi psicologici e individuali? Oppure: è legittimo studiare i fattori psicologici individuali sia come processi cognitivi, sia nei suoi elementi di tipo clinico, psicanalitico, indipendentemente dal contesto culturale in cui l'individuo agisce? È una questione plurisecolare della psicologia. Il punto di vista allora prevalente era che l'uomo tolto dalla sua cultura e collettività si trasformasse in qualcosa di astratto, per cui le scoperte che venivano fatto analizzando l'uomo in questo modo, non erano trasferibili fuori dal laboratorio d'azione. Questa contrapposizione che segna tutto il dibattito sulla psicologia nel secolo scorso, il Novecento, vede aprirsi scontri di tipo filosofico, tutti giocati su questo punto saliente: si potevano presupporre delle invarianti del comportamento umano? Sì, era la risposta che veniva data, ma solo se queste avessero avuto un'origine biologica, ossia i tempi della storia naturale.Se invece ci si spostava dalla storia naturale a quella culturale, risultava difficile studiare l'individuo isolato dal suo contesto sociale e culturale. Il dibattito su tali questioni nasce con il nascere dello stesso sapere psicologico: la psicanalisi è una scienza della Vienna di fine 800, o la lettura della mente intrapresa da Freud con vari livelli di consapevolezza? È qualcosa che vale indipendentemente dal contesto studiato da Freud?Tutti gli studi e i lavori di antropologia si sono scontrati e confrontati con tali punti di vista, per vedere se esistono delle varianti o invarianti che prescindono la cultura e fin dove ci si può spingere nello studio di queste variabili. L'idea, centrale nel secolo scorso, di poter costruire un uomo nuovo era basata sulla deduzione che le invarianti vincolanti la specie umana erano molto modeste. Questo concetto risulta molto forte e pregnante con Pavlov in Unione Sovietica e con Watson negli Stati Uniti: l'uomo è plasmabile solo se è prodotto del suo contesto storico culturale, per cui intervenendo su quest'ultimo, muta anche il soggetto.Negli ultimi anni però le ricerche scientifiche condotte negli STati Uniti da studiosi del calibro di Noam Chomsky avvallano invece la tesi opposta. L'assunto in questo caso è che le invarianti di origine naturale, persino il linguaggio, grande cavallo di battaglia del relativismo culturale, e le invarianti di natura biologica sono molto più vincolanti di quanto il senso comune non ritenga. Questo è anche l'assunto principale diffuso anche nella divulgazione culturale italiana.


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