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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 30, 2008

Il cappello del signor Campbell, Wu Ming


Al mercato di Covent Garden, per sedici scellini, il signor Campbell comprò un cappello di castoro da regalare a suo figlio.L'ambulante giurò che si trattava di castoro puro, niente pelo di coniglio mescolato in mezzo.In realtà non poteva saperlo.Aveva preso il cappello all'ingrosso, insieme a un sacco di altra merce, a casa di Greasy Harry, che viveva proprio dietro la piazza.Harry aveva due mocciosi che lavoravano per lui. Li aveva comprati all'inizio dell'inverno da uno spazzacamino che non sapeva più che farsene. Li aveva pagati una sterlina, ed era stato un buon investimento. I due avevano un talento speciale per i cappelli. Per un tricorno come quello del signor Campbell, che sembrava nuovo di zecca, ricevevano un pollo da sbafare per cena.L'importante era che sembrasse nuovo. Se fosse castoro puro o mezzo castoro, nemmeno Harry lo sapeva capire.Quando i due gli avevano rubato il cappello, il signor Devon stava comprando un sacchetto di arance da tirare a teatro. Aveva sentito la testa farsi più leggera, s'era girato di scatto ma, in mezzo alla folla di Drury Lane, nessuno fuggiva con l'aria del ladro. Nascosto dentro la gerla, sulle spalle di suo fratello, il piccolo Nathaniel aveva carezzato il feltro.Nemmeno tre giorni prima, il prezioso copricapo faceva bella mostra di sé nella bottega di Amber & sons, venduto al prezzo ragguardevole di una ghinea.Il signor Amber era famoso in tutta Londra per i suoi pezzi di castoro puro lavorato in Russia. I Russi avevano finito da tempo la materia prima, ma custodivano il segreto per produrre il feltro dalle pelli secche senza carotarle. Amber acquistava le pelli una volta all'anno dal signor Pond, un affiliato della North West Company. Pagava quindici scellini per il castoro grasso e diciassette per quello secco. Spediva in Russia le migliori pelli secche e teneva il resto per la sua fabbrica di Spitalfield. Almeno sei lavoratori a giornata, aiutati dalle mogli, ripulivano le pelli dai peli esterni, tosavano la lanugine, la trattavano col nitrato di mercurio. Purtroppo il carroting comportava sempre una perdita di qualità e la lana prendeva una netta sfumatura arancione. Un'alternativa era il castoro grasso, che non richiedeva quel passaggio, ma era comunque più scadente. La seconda alternativa era il segreto dei Russi, ma tra viaggio di andata, manodopera e ritorno, i pezzi di feltro finivano per costare tre volte tanto. Ai carotari, il signor Amber dava due scellini a giornata. Alle mogli, niente. Poi c'erano gli operai che pettinavano la lana sui tavoli traforati, la scaldavano a vapore, la bollivano nelle vasche di metallo. Asciugavano i pezzi sulle forme di legno, li passavano con la pomice, li indurivano con l'amido. Ogni mese il signor Amber pagava due ghinee agli operai specializzati, e qualche volta anche di più, per tenerli buoni, ché le loro mattane mettevano paura.A Montreal, i francesi che lavoravano per il signor Pond erano pagati poche sterline a stagione. Quella primavera, nel viaggio di ritorno da Fort William, s'erano dovuti spezzare la schiena più del solito, perché un paio di loro aveva lasciato la brigata per correre dietro a due squaw. Jacques Dupont e Anton Martin volevano cambiare vita. Basta con la bassa manovalanza, gli ingaggi, l'ernia, le scadenze. Basta viaggi di duemila miglia aggirando rapide e cascate con le canoe sulle spalle e quintali di pelli. Dupont e Martin volevano sposare un'indiana, avere figli métis, guadagnarsi il diritto di svernare con la tribù. Quella era vita. La vita di Bernard Seurac.Seurac viveva con gli indiani tutto l'anno. Al primo disgelo, caricava la sua canoa con un migliaio di pelli e in capo a cinque settimane tornava da Fort William con la mercanzia. Per ogni pelle secca pagava una libbra di polvere. Ce ne volevano sette per una coperta, quattro per un gallone di brandy, quattordici per un fucile, sedici per una libbra di pigmenti cinesi per il corpo. I prezzi erano appena più bassi per il castoro grasso, cioè la pelliccia indossata per un anno, ammorbidita dal sudore ma sciupata per l'uso.In quella stagione di caccia Guillaume Tekanstewhere aveva raccolto centoventi pellicce. Centoventi roditori che s'erano avvicinati alla trappola, attratti dall'odore del muschio impregnato di castoreum, il liquido che usciva dalle ghiandole dell'animale. Centoventi roditori annegati, le zampe bloccate nella morsa di ferro. Centoventi roditori che fiutarono l'aria e squittirono, nel loro torrente celeste, quando il signor Campbell consegnò a suo figlio un cappello di puro castoro per il suo compleanno.
di Wu Ming per http://manituana.com/

maggio 29, 2008

Proust era un neuroscienziato


Il primo libro di Jonah Lehrer, venticinquenne laureato in neuroscienze alla Columbia University e giornalista scientifico di testate come «Nature» e «Science», non delude le aspettative create dal curioso titolo. Il suo libro regala al lettore una panoramica di intuizioni neuroscientifiche raggiunte da grandi artisti nelle loro opere.Come l'unità fra mente e corpo della poesia di Whitman (che studiava manuali di anatomia cerebrale), l'illuminazione di Proust, che prima di ogni fisiologo riconobbe l'importanza di olfatto e gusto nella rievocazione della memoria (oggi sappiamo che olfatto e gusto sono gli unici sensi ad avere un collegamento diretto con l'ippocampo, il centro della memoria a lungo termine), o il processo della visione svelato con prodigiosa esattezza dall'arte di Cézanne.La scienza non è dunque l'unica strada per la conoscenza, e Lehrer si rivela molto abile a gettare un ponte fra scienza e arte. Il libro è composto da otto capitoli monografici dedicati rispettivamente a Walt Whitman, Thomas S. Eliot, Auguste Escoffier, Marcel Proust, Paul Cézanne, Igor Stravinsky, Gertrude Stein, Virginia Woolf.L'autore tratteggia con linguaggio efficace e netto l'atmosfera intellettuale che circonda il processo creativo, raggiungendo il risultato di un libro stimolante, la cui morale è che "noi siamo fatti di arte e di scienza. Sappiamo abbastanza del cervello per capire che il suo mistero rimarrà sempre tale. Alla scienza occorre l'arte per dar forma al mistero, ma l'arte ha bisogno della scienza perché non tutto sia un mistero".


di Stefano Pisani per Le Scienze



Paul Valéry nell’ "Hommage à Marcel Proust" così commenta la teoria del romanzo e l’uso particolare che ne fece Proust:
“Il romanzo può dunque ammettere tutto ciò che richiede e ammette ogni sviluppo ordinato della nostra memoria, quando essa riprende e commenta un tempo che abbiamo vissuto: non solamente ritratti, paesaggi, e la cosiddetta “psicologia”, ma anche ogni sorta di pensieri, allusioni a tutte le conoscenze. Può agitare, compulsare l’intero spirito. Sotto questo aspetto il romanzo si avvicina al sogno, da un punto di vista formale; di entrambi si può dire, a causa di questa curiosa proprietà, che tutti i loro scarti gli appartengano ... Proust ha tratto uno straordinario profitto da queste condizioni così semplici e così ampie. Non ha colto la “vita” mediante l’azione, l’ha raggiunta, e come imitata, mediante la sovrabbondanza delle connessioni che la più insignificante immagine trova con tanta facilità nella sostanza propria dell’autore. Era capace di dare delle radici infinite a tutti i germi di analisi che le circostanze della sua vita avevano seminato nella sua durata. L’interesse delle sue opere risiede in ogni frammento.”

maggio 28, 2008

Bedazzled: the great and sometimes scandalous artist Gustav Klimt


His work is a heady mix of colour and eroticism. But Gustav Klimt is a mystery to us


He is the golden boy of the art world. And it’s easy to see why. It’s right there on the surface of his shimmering confections. We slip into the opulent world of the artist Gustav Klimt like Hollywood movie stars slip into satin dressing-gowns. No wonder his pictures have become commonplace as posters. And yet, what do we know about Klimt the man?
Very little, is the answer. For while Klimt undoubtedly counts as a celebrity A-list artist, he had absolutely no interest in the cult of personality. “I am quite sure that as a person I am not particularly interesting,” he insisted. “There is nothing special about me. I am a painter who paints day after day from morning to night. Whoever wants to know something about me ought to look carefully at my pictures.”
Now, at last, we can do this. Later this month, Tate Liverpool will present this country’s first comprehensive show of Klimt’s work. It will be a glittering spectacle. But what can the works add to our meagre knowledge of the artist himself?
Klimt was born in 1862 in a suburb of Vienna, the capital of the Austro-Hungarian empire in which, despite occasional trips abroad and summers spent by mountain lakes, he was to remain all his life. He was the second of the seven children (three boys and four girls) of an impoverished immigrant gold-engraver from Bohemia and his wife who, having longed to be a musical performer, encouraged the artistic dreams of her offspring.
“At Christmas there wasn’t even bread, let alone presents,” one of the Klimt girls later recalled, and little Gustav often had to stay at home because he had no trousers. The memory of this poverty remained with him all his life. But, just as reality is transformed by the Midas touch of his paintings, it was transmuted by his own into something more glamorous. Klimt, believing that the hoarding of capital was a source of economic misery, would spend liberally. He paid his models generously and bought lavish presents of robes and jewels for his many ladies.
He was a bright boy, but without money to pay for school his education was mostly practical. At 14, he enrolled in Vienna’s School of Applied Arts. His brother followed him a year later and together they teamed up with a friend, Franz Matsch, in 1879, to form the artists’ company through which he was to come to recognition as a painter of public murals.
The forthcoming show will follow his career on from there, looking at his great and sometimes scandalous decorative cycles, and his appointment as the first president of the innovative Vienna Secession (a movement stylistically allied to Art Nouveau), which, founded in 1897, fought free of stuffy tradition. It moves on through his so-called “golden phase” when, inspired by trips to Venice and by the Byzantine glint of Ravenna’s basilica, he started to create the wonderful mosaic-style pieces that transformed the Viennese bourgeoisie into seductive beauties.
It is hardly surprising that people started to wonder what went on in his studio. Eroticism was barely made decent by his allegorical veils. Klimt may not have looked much like a Lothario. He was a stocky, rather chubby, man with “the cheerful brusque manners of a boy,” recalled the director of the Kunsthalle. But his studio was clearly a factory for lascivious fantasies where compliant models laid themselves bare to the artist’s brush. Nothing was taboo for the artist, who drew anything from copulating couples through masturbating women to homosexual love. Though Klimt never married or had his own home (he lived with his mother and two sisters), he made an incalculable number of conquests, ranging from the prostitutes whom he paid to sit for him to the wives of the patrons he cuckolded even as they paid him to paint.
On the surface, Klimt complied with respectable tradition. He was a creature of habit. When in Vienna, he would walk to the same café every morning, where he would take breakfast, read the papers and write postcards before taking a cab to his studio. There he worked uninterruptedly – drawing for several hours a day. He was obsessed with his health, working out with dumb-bells or throwing the discus with male models. And he was a terrible hypochondriac, nurturing among his many imaginary diseases a fear of the madness that he believed he would inherit from his mother, who suffered from depression. In the evenings he would break his loner’s routine, sometimes to meet Egon Schiele, an artist who was imprisoned for painting his stark pornographic fantasies, but with whom Klimt was to remain a lifelong friend. Klimt was an enormous influence on Schiele’s work, as he was on that of Oskar Kokoschka and other Secessionists.
In the few surviving photographs of him, Klimt, more often than not, seems to be floating around flowerbeds in the open sandals and flowing robes espoused by the Wiener Werkstätte (Viennese Workshops), a crafts organisation formed to provide an alternative to shoddy mass production. One woman recalled that his body exuded a peculiar, almost animal odour.
He was exceptionally animal-like, she insisted. And she was probably right. This was the man who fathered as many as 14 children by several different women, who had a tempestuously passionate affair with Alma Schindler (who went on to marry Mahler), and who kept a studio full of cats whose urine, he swore, made a perfect fixative for his drawings.
Klimt’s most valued companion was a woman called Emilie Flöge. The two passed indolent summers together on lakeside holidays, and shared intellectual discussions around café tables. Flöge was Klimt’s muse and companion. He wrote to her sometimes as often as eight times a day, and the 400 postcards that survive are one of the most important records of an artist who wasn’t really interested in recording either personal details or painting methods. And yet nobody even knows whether Flöge was simply a friend or whether the pair had once been lovers.
Klimt – perhaps hardly surprisingly – contracted syphilis. In retrospect, it has been suggested that this explained his obsession with his health. Some say that the increasingly voyeuristic erotic drawings of his later age can be explained by the impotence caused by his illness, that he was satisfying his lusts in the only way that he now could.
In January 1918, Klimt suffered a stroke. He lay on the bed, his afflicted hand limp and useless. “Do you know what annoys me most of all?” he told a nephew. “That I have to be taken care of by women’s hands while I lie helpless.” He died a month later of influenza.
But he left behind a legacy in the form of the femmes fatales that he laid down upon his canvases, drifting luxuriously upon their beds of gold. These shimmering lovelies speak of a fundamental – and characteristically modernist – clash between an impassioned individual and the traditional society in which he grows up. And it is precisely this tension that makes them so entrancing, that lends his pictures their timeless allure.
Gustav Klimt: Painting, Design and Modern Life in Vienna 1900, Tate Liverpool, Albert Dock, Liverpool (www.tate.org.uk/liverpool 0151-702 7400), May 30-Aug 31 2008


Rachel Campbell-Johnston - Time

maggio 27, 2008

Karl Popper: Televisione e violenza


1 Sir Karl, Lei ha affermato che la televisione ha, specialmente per i ragazzi, il valore di un'autorità morale. Quindi, secondo Lei, la televisione ha un ruolo educativo. Ciò sembra contraddire l'ideale liberale, secondo cui non bisogna educare le persone, ma informarle. Lei pensa allora che la televisione dovrebbe avere una funzione educativa?
Penso proprio di sì. Credo che distinguere in questo caso tra educare e informare non sia soltanto falso, ma decisamente disonesto. Mi dispiace doverlo dire, ma la mia opinione muove dal presupposto che non ci può essere informazione che non esprima una certa tendenza. E ciò si vede già nella scelta dei contenuti, quando si deve scegliere su che cosa la gente dovrà essere informata. A tale scopo, bisogna determinare che cosa si pensa dei fatti, decidere circa il loro interesse e il loro significato. Questo basta a provare che non esiste informazione che non sia "dipendenza". Bisogna scegliere e il nostro intendimento determina la nostra scelta. Così, per esempio, Lei può chiedere a qualsiasi professionista della televisione di far parlare una persona frontalmente o di farla parlare lateralmente: c'è una bella differenza. Tutto è il risultato di una scelta. Dire che esiste della pura informazione, come semplice trasmissione di fatti, è falso. Voi tentate continuamente di imporre il vostro punto di vista al telespettatore e non potete impedirvi di farlo. Perciò la distinzione tra educare ed informare non regge. Ma questa distinzione non è semplicemente falsa, risponde piuttosto ad un preciso obiettivo, perché permette di dire: "Noi siamo obiettivi, vi comunichiamo soltanto i fatti, i fatti come sono e non i fatti come vorremmo che voi li vedeste: semplicemente i fatti come sono". Questo è falso. D'altronde, si parla dell'educazione come di una imposizione necessaria. L'insegnante impone il suo punto di vista all'allievo, al ragazzo che deve essere educato. Questo non dovrebbe succedere. Da una parte l'educatore è gravato da una grande responsabilità, dall'altra colui che informa, il puro "informatore", pare che non ne abbia alcuna. Non è questa la vera differenza: se voi siete informatori responsabili, siete anche educatori. Ma se siete educatori irresponsabili, allora non state alle regole del gioco; in realtà, Lei non può sottrarsi all'obbligo di educare. Lei come educatore ha una grande responsabilità e così pure la televisione ha una grande responsabilità. Io credo che la maggioranza dei professionisti della televisione non si rendano conto appieno della loro responsabilità. Credo che non siano capaci di valutare l'ampiezza del loro potere. Secondo il mio parere, la televisione ha un immenso potere educativo. Questo potere può far pendere la bilancia dal lato della vita o da quello della morte, dal lato della legge o da quello della violenza. Evidentemente si tratta di cose terribili: fa una gran differenza. Lei mi dice che io difendo, contro l'ideale liberale, il fatto che le persone debbano essere educate e non informate. Questo ideale sedicente liberale è stato inventato ad hoc per non dover rivedere e trasformare il mondo dell'informazione. È stato inventato proprio e soltanto per questo. Non è stato mai veramente un ideale liberale. Il liberalismo classico sotto tutte le sue forme ha sempre accordato una grande importanza all'educazione e un'importanza ancora più grande alla responsabilità. D'altronde tutte le correnti del liberalismo classico hanno insistito sulla necessità di controllare il potere. Il miglior mezzo è quello dell'autocontrollo. Un certo autocontrollo ci deve essere in ogni caso. Ogni potere, e soprattutto un potere gigantesco come quello della televisione, deve essere controllato. Vorrei dire qualcosa sull'estensione di questo potere. Si può considerare l'educazione da un punto di vista psicologico, dal punto di vista della psicologia del bambino o dell'adulto in quanto soggetto dell'educazione. È in termini biologici che si può spiegare meglio la psicologia del bambino. Il bambino che cresce ha un compito essenziale iscritto in lui: apprendere i fatti del mondo. Deve apprendere, perché si deve adattare al suo ambiente. Il bambino viene al mondo con tutta una serie di aspettative. Egli si aspetta, innanzi tutto, di essere nutrito e di essere amato. Queste sono le principali aspettative del bambino. Aspettative che possono essere deluse: un bambino può morire di fame o essere trattato con odio piuttosto che con amore. I casi ordinari si sviluppano in una via di mezzo fra questi estremi. Il bambino deve imparare ad adattarsi alle realtà del suo piccolo ambiente particolare. Il suo ambiente diventa sempre più grande man mano che lui cresce. E in un ambiente sempre più complesso le sue aspettative saranno sempre più difficili da realizzare e lui sarà quindi portato a cambiarle. Dal punto di vista della biologia la trasformazione delle aspettative è identica all'adattamento all'ambiente. Disgraziatamente - bisogna sottolinearlo - la televisione ha un ruolo enorme e molto pericoloso nel processo di adattamento all'ambiente. In ciò consiste il suo immenso potere. Essa può distruggere la civiltà. Che cos'è la civiltà? È la lotta contro la violenza. C'è progresso civile, se c'è lotta alla violenza: per la pace tra le nazioni, per la pace all'interno delle nazioni e specialmente per la pace nelle nostre case. La televisione costituisce una minaccia per tutto questo. La minaccia, beninteso, sarebbe peggiore sotto una dittatura. In questo caso ci sarebbe una vera manipolazione. Si possono manipolare le persone allo scopo di far accettare loro la dittatura. E come ha mostrato George Orwell, ciò può avvenire senza che la gente si renda conto di quello che sta succedendo. Perciò non si deve soltanto rimettere in causa il potere della televisione o interrogarsi sui modi per limitarlo. Bisogna piuttosto domandarsi, in rapporto al potere attuale della televisione, se non sia mal impiegato. Io credo che questo avvenga spesso, anzi che sia per lo più male impiegato, perché la mia esperienza dell'ambiente televisivo mi insegna che i suoi professionisti non sanno quello che fanno. Si pongono scopi del tipo "essere realista", "essere avvincente", "interessare", "eccitare". Questi sono gli obiettivi che si pongono consapevolmente. Ciò che misura l'arte, la tecnica di un uomo di televisione è realizzare tali obiettivi. Non ha coscienza della sua funzione educativa, non ha coscienza del potere enorme che esercita. Per tornare alla domanda che Lei mi aveva posto, secondo la dottrina liberale l'individuo deve avere delle responsabilità. tutto va bene finché si assume delle responsabilità e vi conforma i suoi comportamenti. Ma se diventa violento e aggredisce i suoi vicini deve essere punito. C'è una bella battuta sulla libertà, nata in un Tribunale americano. Un uomo dice: "Sono un uomo libero e quindi posso dirigere il mio pugno in qualsiasi direzione". Al che il giudice gli risponde: "È vero che lei è un uomo libero, ma il limite al movimento del suo pugno è il naso del suo vicino". In due parole il limite del vostro movimento è il naso del vostro vicino, se vogliamo una società da cui sia esclusa la violenza e in cui si possa attingere alle fonti della violenza solo in caso di necessità. Questo è il fondamento di una società civile. È una cosa semplice da definire. Ci sono due tipi di società: il primo è quello dove regna la legge, in cui la legge è introdotta e perfezionata gradualmente in funzione dei seguenti scopi: limitare la libertà individuale(G), solo quando è necessario, ed evitare per quanto possibile la violenza. Ecco il principio razionale che deve ispirare la legge. Il contenuto della legge deve essere semplicemente, come dicevo prima, che il naso del mio vicino segni un limite al libero movimento dei miei pugni, o meglio che quel limite sia stabilito a una distanza, diciamo, di 8 centimetri dal naso del mio vicino. Questo deve dire una buona legge. La seconda possibilità è il regno del terrore, il regno della violenza e della paura. Ne abbiamo vista troppa, in particolare sotto i regimi nazista e comunista. Milioni e milioni di gente ha sofferto nei modi più orribili sotto il regno della violenza. Noi dobbiamo lavorare attivamente per contrastarlo. Perciò bisogna formare gli individui alla civiltà, influendo sulle loro aspettative. Questo è il mio progetto educativo.
2 Sir Karl, che cosa pensa della violenza mostrata dall'informazione televisiva in occasione della guerra in Jugoslavia?
Certo che bisogna mostrarla, ma la si mostra un po' troppo. Non c'è solo violenza nel mondo. La televisione ha fatto per anni dei bei programmi e ancora ne fa di tanto in tanto. Il problema che si pone è il problema della selezione. C'è già abbastanza violenza nel mondo, non c'è affatto bisogno di aggiungere delle violenze inventate per mostrarle a gente divenuta gradatamente insensibile a qualsiasi tipo di violenza, che non sia quella fatta a loro stessi. Ho lavorato per parecchi anni quando ero giovane come educatore di bambini difficili. I più difficili erano quelli che avevano patito violenza nelle loro famiglie. Possiedo una certa esperienza in merito. A volte portavo quei bambini al cinema. A quel tempo la televisione non esisteva. Secondo la mia esperienza i bambini hanno paura della violenza. Un bambino normale chiude gli occhi per non vederla. Il fatto che la gente si abitua vedere violenza, che essa diventi il suo pane quotidiano distrugge la civiltà. Questa è la mia tesi. È una tesi assai semplice. Coloro che lavorano per la televisione non hanno sufficiente coscienza di ciò che fanno. Vogliono mostrare cose che impressionino, vogliono "essere realisti". Non si rendono conto dei guasti che fanno in questo modo. La maggior parte di loro non se ne rende conto.
Io penso che dei princìpi dovrebbero guidare coloro che lavorano alla televisione e determinare le loro scelte. Lei mi domanderà ora quali sono questi princìpi. Glieli ho già indicati e penso che bisogna limitarsi a quelli. Le leggi positive possono essere stabilite poi solo sulla base dell'esperienza. È più importante tornare alla questione del liberalismo. Lei ha parlato, se non mi sbaglio, contro l'ideale liberale, per il quale non si tratta di educare la gente, ma di informarla. Ma che cos'è un ideale liberale? Il più importante di tutti gli ideali liberali: ogni potere dovrebbe essere limitato da altri poteri. Il potere del governo dovrebbe essere controllato dal potere del parlamento. In particolare ci dovrebbe essere la possibilità di controllare l'esecutivo. Bisognerebbe poter accedere alle amministrazioni e vedere quello che si fa. Una parte di questo controllo è esercitata dal parlamento. Il potere di muovere il pugno devo controllarlo con la mia coscienza per non colpirla e se non lo faccio la legge sa come punirmi per rendermi docile e nel caso in cui io sia del tutto privo di senso della responsabilità, mi commina il carcere a vita. È falso dire che il liberalismo abbia mai difeso la libertà incontrollata di fare quello che si vuole. Sarebbe un puro non senso. La mia libertà è controllata dalla legge. In un certo senso si può dire che io sono associato agli altri nella produzione di questa legge; beninteso, lo Stato nel quale mi trovo a vivere comporta certe leggi, ma se le trovo ingiuste posso scrivere e lavorare per cambiarle. Questo è liberalismo. Il liberalismo non significa fare qualsiasi cosa mi piaccia; posso fare qualsiasi cosa, purché non metta in pericolo gli altri cittadini. E se faccio qualcosa che mette gli altri in pericolo, allora devo essere privato del diritto di farlo. È assai semplice. Se uno dice: "Posso guidare alla velocità che voglio, dalla mano che preferisco", quell'uomo rappresenta un pericolo per sé e per gli altri. Ci vuole una legge precisa: o guidare a sinistra, come in Gran Bretagna, o a destra, come in Italia.
3 Lei pensa che i princìpi di cui abbiamo parlato dovrebbero valere non solo per i lavoratori della televisione, ma anche per quelli del cinema e della radio?
No. Bisogna aver di mira innanzi tutto il gruppo più influente e quello che ha maggior potere è quello dei professionisti della televisione. La mia proposta è questa: fondare una istituzione come quella che esiste per i medici. I medici si controllano attraverso un Ordine, la cosa non riesce sempre perfettamente. Ci sono medici che fanno gravi errori e medici che commettono dei crimini. Ma ci sono sempre le regole elaborate dall'Ordine. Beninteso, il Parlamento ha un potere legislativo superiore a quello dell'ordine dei medici. In Germania e in Inghilterra questa istituzione si chiama "Camera dei medici". Sul loro modello si potrebbe creare un "Istituto per la televisione". La mia proposta è che tutti voi, tutti voi che siete qui, siate registrati provvisoriamente come membri dell'"Istituto per la televisione". Poi dovreste partecipare a una serie di corsi per sensibilizzarvi al pericolo che la televisione fa correre ai bambini, agli adulti e all'insieme della nostra civiltà. Così molti di voi scoprirebbero degli aspetti ignorati della vostra professione e sarebbero indotti a considerare in modo nuovo la società e il vostro ruolo. Ritengo che in un secondo tempo dovreste sostenere un esame per vedere se vi siete impadroniti delle idee fondamentali. Superato l'esame, dovreste prestare giuramento come i medici: dovreste promettere di tenere sempre presenti quei pericoli e di agire di conseguenza in modo responsabile. È soltanto allora che potrete entrare come membro permanente nell'"Istituto per la televisione". Non mantenendo quella promessa perdereste la vostra licenza. Per avere la licenza, che permette di lavorare in televisione, bisognerebbe aver superato con successo l'esame e aver prestato giuramento, nello stesso modo in cui i medici ottengono una licenza per lavorare in ospedale. Non rispettando il giuramento potreste perdere la vostra licenza. Vi dovrebbe essere possibile allora fare appello a una istanza di giudizio superiore. Ma se questa confermasse che avete agito irresponsabilmente, perdereste il diritto a lavorare in televisione. beninteso, queste istituzioni dovrebbero essere elette a maggioranza da voi stessi. E la misura disciplinare che potrebbe togliervi la licenza dovrebbe provenire da una corte in cui fossero dei professionisti come voi a detenere il più alto potere. Bisogna stabilire delle regole. Quanto poi al modo in cui quelle regole devono essere formulate e modificate, appartiene alla sfera dell'esperienza pratica.
4 Sir Karl, sono state fatte delle obiezioni contro le Sue proposte di regolamentazione dell'informazione televisiva. Molti, per esempio, giudicano paradossale che un liberale come Lei affermi la necessità di limitare la libertà di espressione. Lei che cosa ne pensa?
Devo confessare che faccio fatica a capire queste obiezioni. Potrei aver voglia di esprimermi colpendovi con un pugno, ma è chiaro che non posso, non devo farlo. È forse antiliberale impedirmi di colpirvi? Se la risposta è no, allora potremmo dire che qui è in gioco lo stesso principio. Perché dovrebbe essere antiliberale o paradossale per un liberale come me affermare la necessità di limitare la libertà? Ogni libertà deve essere limitata. Non esiste libertà che non abbia bisogno di essere limitata. Dovunque ci sia libertà, la miglior forma di limitazione è quella che risulta dalla responsabilità dell'uomo che agisce. se è un irresponsabile cadrà sotto i colpi della legge. La sua libertà sarà limitata dalla legge, se necessario anche per tutta la durata della sua vita. Certo noi speriamo che una tale necessità sparisca un giorno. È questo che definisce lo sviluppo della civiltà: aumentare il grado di incivilimento e ridurre la necessità di imprigionare delle persone per tutta la vita. In ciò si vede lo sviluppo di una civiltà. Ma ciò non vuol dire affatto che sia paradossale per un liberale come me affermare che bisogna limitare la libertà di espressione. Così un uomo può essere felice per la sua nuova automobile, e può avere il sentimento che solo guidando molto veloce può esprimere la sua felicità e la passione per la sua automobile. Vorrebbe traversare Roma a 200 all'ora per esprimersi chiaramente. Qual è la differenza tra questo modo di esprimersi e quello che rivendicano certi artisti o professionisti della televisione? C'è una vera differenza? Bisogna vedere se col vostro modo di esprimervi mettete o no gli altri in pericolo. In altri termini si tratta sempre dello stesso principio. La vostra libertà, che sia quella di agitare i pugni, quella di parlare o di diffondere l'informazione o qualsiasi altra, è limitata dal naso del vostro vicino. È sempre lo stesso principio, è il principio più semplice che si possa immaginare. E tutti quelli che invocano la libertà, l'indipendenza o il liberalismo per dire che non si possono introdurre delle limitazioni in un potere pericoloso, come quello della televisione, sono degli idioti. E se non sono degli idioti, sono degli imbroglioni che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza, educando alla violenza. Si tratta quindi di un principio assolutamente semplice. Se a scuola un professore vi insegna quello che bisogna fare per introdursi illecitamente in una banca o per avvelenare un genitore, se vi dà tutte le informazioni utili per diventare un criminale, voi direte che quel professore deve essere rimosso, questo non vuol dire che debba essere messo in prigione, ma che quantomeno debba essere rimosso. La stessa cosa dovrebbe valere per i professionisti della televisione. Io posso qui soltanto presentare la cosa nella sua generalità. Mi è impossibile dire quali regole precise dovrebbe avere l'"Istituto per la televisione" dato che è quell'Istituto stesso che dovrebbe elaborarle. Io ho certamente delle idee su che cosa dovrebbero essere, ma per entrare nei particolari ci vorrebbero almeno una ventina di pagine di regolamenti ed io non posso farlo ora. L'essenziale è comprendere ciò che deve essere alla base di questi regolamenti, quale deve essere l'atteggiamento da adottare rispetto alla situazione generale. La gente deve capire, per ora, che la civiltà è messa in pericolo dalla televisione. Ammetto anche che delle regole simili potrebbero diventare necessarie per i giornali e per altri settori dell'informazione, ma non è questo il soggetto della nostra conversazione. Nel caso della televisione è facile mettere in opera una istituzione per prevenire il cattivo uso di un potere sociale pressoché illimitato.
5 Un'ultima domanda: non c'è il rischio che la regolamentazione possa produrre involontariamente una televisione simile al "Grande Fratello" di Orwell?
Certo bisogna che l'organizzazione stessa lo metta in conto. Simili pericoli esistono sempre. l'esistenza di una società civile comporta tali pericoli. In Italia la mafia rappresenta un pericolo di questo genere. la corruzione è sempre possibile. Bisogna continuamente lottare contro simili eventualità. Ma per ora, allo stato delle cose, mi sembra che sia più vicina al "Grande Fratello" (Big Brother) del romanzo 1984 di George Orwell, una televisione non regolamentata, che non quella che noi vogliamo promuovere. Bisogna fare qualcosa per difendere la civiltà.
6 Sir Karl, e per ciò che riguarda coloro a cui piace guardare la violenza alla televisione, ne saranno privati?
Lei ha ragione. Un argomento contro la mia posizione è che io limito non solo i produttori di televisione, ma anche i consumatori. Bisogna privare il consumatore di un certo piacere. Si tratta dello stesso principio: bisogna privare di una quota di piacere l'uomo che ha comprato un'automobile che corre a 300 all'ora. Il suo piacere costituisce un pericolo per gli altri. Lo stesso ne è della violenza alla televisione. Certi guidatori potrebbero non avere incidenti a 300 all'ora anche attraversando una città. Si potrebbe dire che essi a differenza di altri non costituiscono pericolo. Ma la legge deve avere una certa universalità. Non si possono fare dei test alla gente e dire: "La tua velocità massima deve essere di 70 Km all'ora e per te invece è di 200 Km all'ora". È impossibile. Certe persone con il loro atteggiamento di rifiuto della violenza non diventerebbero pericolose anche se vedessero le peggiori cose alla televisione, mentre altri possono esserne impressionati. Non si può negare che in molte vicende criminali, l'assassino è in grado di citare con precisione il film o il telefilm che gli ha fornito l'idea del suo delitto. È un fenomeno abbastanza frequente, benché non succeda sempre. Ma è spesso possibile identificare il momento in cui l'idea di un delitto o della violenza è stata suggerita.
7 Sì, Sir Karl, non dovrebbe il cinema essere soggetto anch'esso a una forma di autorizzazione poiché, come Lei sa, la maggior parte dei film che si vedono alla televisione provengono dal cinema?
È proprio quello che io vorrei. ma c'è una grande differenza. I bambini passano una parte considerevole del loro tempo davanti al video. Per loro la televisione è una parte importante della realtà. Non sanno più fare distinzione tra ciò che vedono e la realtà. Ma bisogna andare oltre. Ho dimenticato le statistiche relative, ma in America esse stabiliscono che parecchi ragazzi passano in media più di sei ore al giorno davanti al loro apparecchio. E, se si considera che probabilmente restano in piedi per il doppio di questo tempo, se non si contano i pasti eccetera, questo equivale più o meno alla metà della loro vita. Io penso che è molto diverso nel caso del cinema, dove bisogna darsi la pena di andare e dove non si resta normalmente più di due ore o di due ore e mezzo. Il problema della televisione è dunque più urgente. In effetti, come Le ho detto, a più di 90 anni, ho visto questi fenomeni svilupparsi dalla nascita della televisione. nessuno avrebbe immaginato, 45 anni fa, che la televisione sarebbe divenuta un fattore preponderante nella vita delle persone, specialmente in quella dei bambini e nella diffusione dell'educazione dei bambini alla violenza. La televisione permette oggi di diffondere la violenza e di fare della violenza una componente essenziale dell'ambiente dei bambini. Essa li educa quindi e li precipita nella violenza. Agli inizi della televisione, nessuno avrebbe immaginato questa involuzione e la situazione peggiora di anno in anno. Prima di autorizzare la diffusione della televisione il governo britannico aveva domandato ad uno psicologo un rapporto sulla eventuale nocività della televisione nell'educazione dei bambini. Il suo rapporto non ha fatto menzione di questi fatti e ne ha tratto la conclusione che non c'era nessun pericolo. Quello psicologo era evidentemente uno stupido ed io non ho mancato di dirglielo. Abbiamo avuto uno scontro e da quella volta non ci rivolgiamo più la parola. Ma alla base c'era solo mancanza di immaginazione. Intendo dire che a quel tempo le cose non sembravano tanto pericolose. Bisognava avere un po' di immaginazione per immaginare che cosa sarebbe successo nel corso del tempo. Adesso c'è una escalation nel modo di fare televisione. Le cose devono essere rappresentate sempre più forti, sempre più reali, più orribili. Questa escalation è cominciata qualche anno fa. E dopo di allora le cose sono peggiorate continuamente. È dunque estremamente urgente intervenire. E non vedo perché lo stesso argomento non dovrebbe valere per il cinema, i libri e i giornali. Secondo me esiste un solo metodo valido: quello dell'autocensura. Gli irresponsabili devono essere ricusati dai loro colleghi. È un metodo perfettamente liberale in una società retta dal diritto e non dal terrore. Ed è una cosa semplice, non ci trovo niente di complicato.
Nel caso della televisione, secondo Karl Popper, non si può distinguere nettamente tra educazione ed informazione, poiché ogni informazione infatti è già scelta di significati e pertanto responsabilità educativa, di cui gli operatori devono essere consapevoli; nella difesa di una pretesa imparzialità dell'informazione non ci si può appellare del resto a valori pretestuosamente liberali. La scelta di mostrare troppe scene di violenza può avere effetti deleteri e giungere alla distruzione del tessuto civile; a questo proposito Popper ricorda anche la sua esperienza di educatore di bambini vittime di violenze familiari. Ritornando sul problema dell'ideale liberale sul rapporto tra informazione ed educazione, Popper parla dei criteri della limitazione dei poteri e del controllo della libertà da parte della legge. Sul modello dell' Ordine dei medici, Popper propone la fondazione di un «Istituto per la televisione» che promuova corsi di formazione, conferisca licenze, vincoli alla responsabilità professionale anche attraverso interventi disciplinari. Ogni libertà deve essere infatti limitata, e tale principio non è affatto in contrasto con il liberalismo; al contrario ne è parte integrante. Il criterio della limitazione della libertà di informazione deve valere anche per il teleschermo, affinché questo non diventi in realtà palestra di violenza. Una televisione non regolamentata può correre il rischio di diventare una sorta di «Grande Fratello» orwelliano, molto più che non una struttura autoregolamentata. Certamente anche il consumatore che ama scene di violenza risulterebbe poi forzatamente limitato, ma una tale privazione di piacere sarebbe motivata dall'esigenza di evitare pericoli ormai riconosciuti come reali perfino dalla casistica criminale. Per Popper nessuno avrebbe immaginato alcuni decenni fa che la televisione sarebbe diventata un fattore preponderante di educazione alla violenza dei bambini, in un crescendo di crudeltà e di orrore; per questo motivo egli esorta ad intervenire al più pesto e suggerisce come correttivo il metodo dell'autocensura.

maggio 26, 2008

Il pensiero di Nietzsche e di Leopardi a confronto sulla tematica del rapporto con il nulla e con l'annientamento.


Anche Nietzsche dirà, seguendo Leopardi, che le illusioni dell'arte sono la condizione unica e essenziale della sopravvivenza: il "vero mondo", egli scrive, è "falso, crudele, contraddittorio!" e "noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere questa verità, cioè per vivere. L'uomo deve essere per natura un mentitore, dev'essere prima di ogni altra cosa un artista" (Opere, Adelphi, VIII, 2). Ma Nietzsche aggiungerà che al di sopra dell'uomo, che è destinato all'annientamento, è possibile l'esistenza del "superuomo", ossia di chi, oltrepassando il proprio essere uomo, gode ogni aspetto della vita, gode la totalità della vita, e quindi anche gli aspetti dolorosi e terribili di essa; e nel quale, dunque, la "volontà di vivere si rallegra della propria insaziabilità" e "l'eterno piacere del divenire" comprende in sé anche il piacere dell'annientamento.

Ma il piacere per il proprio annientamento presuppone che la volontà di vivere ("amor proprio" dice Leopardi) sia e si senta eterna, al di là dell'annientamento delle sue forme particolari e individuali. Nietzsche afferma l'eternità del divenire, perché per lui la negazione degli immutabili e degli eterni esige anche che la vita non abbia alcuno scopo, nemmeno quello di andare nel niente. Ma nel pensiero di Leopardi la negazione di ogni eterno e di ogni immutabile esclude anche , e coerentemente, che la volontà di vivere sia qualcosa di eterno, capace di sollevarsi al di sopra dell'esistenza individuale; e quindi esclude che possa esserci un "piacere dell'annientamento" in chi conosce la propria finitezza e la propria destinazione al nulla. Nel "genio", a cui si rivolge il pensiero di Leopardi, non ci può essere "piacere dell'annientamento", ma piacere per la potenza con cui egli vede ed esprime, nella propria "opera", la nullità delle cose e il dolore e l'angoscia per l'annientamento.


Emanuele Severino, Il nulla e la poesia: Leopardi, in La filosofia contemporanea

Solo decostituendo i concetti identitari si può capire la relazione


La libertà è come uno sciame di stelle.

E' felice l'uomo che non esaurisce

la dimensione del desiderio

nell'atmosfera sublime

e resta consapevole

degli eventuali e probabili

crateri da impatto.

Io sono la luna

che ha voluto cercare

e saputo trovare

l'atmosfera di cui respirare

e in cui vivere.

Il tuo respirò è un poco il mio.


-pek-

maggio 23, 2008

La metamorfosi e la società immutata.


Hai mai visto un elefante ben nascosto dietro una piantina di prezzemolo? Neanche in uno Swarovski shop? Senz’altro no. Nessun elefante è così stupido da provarci. Allora, domanda di riserva meno facile: hai visto per caso un uomo trasformarsi in un asino d’oro o in un maiale del tipo A, senza alcun filtro maligno? Forse?! E una donna assumere un aspetto equino, ridere come una iena e pavoneggiarsi per la ruota di banconote policrome con cui si sventola? Continuamente!?Bene, quindi nessuno qui è distante anni luce e così gelido nel suo cuore di iceberg alla deriva in tutti i ghiacciai dell’universo, da non poter immaginare come si sentirebbe un umano, ridestandosi un mattino, tramutato in un enorme insetto bitorzoluto. Immondo sì, ma a chi dona l’infelicità? Isolato nella sua stanza – cella, già. E dove altrimenti spiaccicano le inique accuse della barbarica incomunicabilità paterna? Paralizzato dalla realtà circostante come parassita, logico. Perché, a questo globo, chi ha il diritto di consumare energia senza produrne? Suicida per inedia d’amore, normale. E quando mai è stato l’odio il peggior delitto contro i nostri simili, laddove vigeva l’indifferenza stessa a tradire la struttura della disumanità? Morto in muto dolore, inevitabile. E da quando l’intima essenza vitale non rinasce all’affetto? Rassegnato alla negazione di sé per il qualunquistico vegetare altrui, ovvio. Come altrimenti placare quell’assoluto bisogno che più non si riceve e più si desidera?Ma chi è dunque Gregor Samsa? Solo un figlio alacre tuttavia inetto? Un fratello biasimevole se insolvente? Un impiegato zelante purché remissivo? Un fidanzato qualora fantoccio da vetrina? Questo sì, ma anche l’anti-eroe quotidiano, reo confesso di un fallimento esistenziale, i cui sensi ormai appiccano dentro un fuoco che può soltanto distruggere – e non purificare – la parvenza umana. E chi si nasconde davvero dietro la giustificazione narrativa della sua identità bestiale? Un ebreo mitteleuropeo? Un profugo? Un ammalato? Un vecchio? Uno straccione? Di quale di tutti gli ultimi e miseri relitti dell’anonima routine di una megalopoli rappresenta il dramma dell’angoscia più opprimente?Da questa lunga formidabile favola moderna del 1916, che punge con irrefutabile secchezza descrittiva e morde con mesto lirismo - colpi tipici della nemesi kafkiana - proviene un potere reale ed una grande responsabilità: disincantare l’altro, il diverso.Spiando quello che realmente succede nella gretta alienata società piccolo borghese, in cui gli adeguati sopravvivono ed i malvagi prosperano, tantissimo resterà non detto a favore della verità e dell’altruismo che troppi venerano nel prossimo, mentre ne infrangono entusiasmi e speranze, a forza di persuasione. Eppure se c’è ancora una qualsiasi magia in questo mondo, deve essere nello sforzo di capire qualcuno condividendo qualcosa, a cominciare dalle sue debolezze e dai suoi errori. Certo, sarà quasi impossibile riuscirci, ma da sempre ciò che avvalora una titanica impresa è tentarla.

Per saperne di più:

maggio 22, 2008

Epicuro: la concezione filosofica, la fisica e la cosmogonia


LA CONCEZIONE FILOSOFICA

Per Epicuro la filosofia ha in primo luogo una funzione terapeutica: "Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche sofferenza umana", egli diceva.Una delle metafore da lui preferite per indicare l'obiettivo della vita filosofica é il galhnismoV, la quiete del mare dopo la tempesta, ma questa situazione di quiete é minacciata e impedita dalle credenze infondate che sovente si generano in noi e procurano ansie e timori: l' uomo che vive con animo sereno é paragonato a coloro che, al sicuro sulla terraferma, osservano distaccati il mare in tempesta, l' altrui pericolo.La filosofia deve dunque liberarci da queste credenze e condurci in un porto sicuro senza turbamenti.A tale scopo essa deve preliminarmente mostrare che cosa si può realmente conoscere e come lo si può conoscere.La filosofia si articola pertanto in tre parti: dottrina della conoscenza, fisica ed etica.La dottrina epicurea della conoscenza, o canonica, ravvisa il punto di partenza e il criterio, o canone, del conoscere nelle percezioni sensibili, le quali sono prodotte da qualcosa di esterno o interno a noi.Le sensazioni sono sempre vere, non ingannano mai sulla rappresentazione sensibile dell'oggetto, ma non tutte sono egualmente evidenti.Soltanto quelle evidenti sono testimonianze attendibili sulla realtà oggettiva; le altre, invece, attendono conferma dalle prime.Il ripetersi di rappresentazioni sensibili evidenti e simili tra loro dà luogo ai concetti generali o prolessi, termine che significa letteralmente anticipazioni.Tali concetti ( per esempio il concetto di uomo o di cavallo ) consentono, infatti, di conoscere in anticipo, in base alle sensazioni già avute dai singoli oggetti, che cosa li contraddistingue.E così, vedendo un certo oggetto, in base a queste anticipazioni, sarà possibile riconoscerlo e dire: questo oggetto che ora percepisco, presentando un certo insieme di proprietà già conosciute mediante un determinato concetto o anticipazione, é un cavallo o un uomo e così via.L'esperienza si genera, infatti, dalla conservazione nella memoria di tali concetti.L'errore nasce, invece, quando le parole che usiamo significano concetti che non corrispondono all'oggetto, e ciò deriva da quello che l'opinione aggiunge alla sensazione.Ciò può dipendere dall'ambiguità delle parole o dalla confusione tra rappresentazioni evidenti e non evidenti.Le rappresentazioni evidenti sono il canone, o criterio, che consente di testimoniare a favore o contro i giudizi che mediante i concetti ci formiamo sugli oggetti.La conferma meno forte é data dall'assenza di una attestazione contraria: per esempio, la proposizione che gli uomini sono mortali riceve una conferma di questo genere dal fatto che la nostra esperienza non ci attesta alcuna eccezione rispetto ad essa.La percezione e i concetti sono collegabili tra di loro in modo da dar luogo a inferenze, che permettono di risalire da ciò che é chiaro a ciò che non lo é: questo punto é di estrema importanza per costruire i capisaldi della dottrina fisica.

LA FISICA E LA COSMOGONIA

La fisica epicurea é, infatti, caratterizzata dal risalire, mediante ragionamento, da ciò che é evidente ai sensi a principi che tali non sono, ossia gli atomi e il vuoto.Epicuro riprende per lo più questi concetti da Democrito e ritiene che un numero infinito di corpi indivisibili, che si muovono entro il vuoto infinito, é ciò che può spiegare il mondo fisico quale appare ai nostri sensi.Egli inferisce questa tesi a partire dall'esperienza, la quale ci attesta che nulla può nascere dal nulla e nulla può finire nel nulla, altrimenti il tutto si sarebbe dissolto col tempo: di qui si giunge alla conclusione che l'universo é sempre stato e sempre sarà quale é ora.D'altra parte, é evidente ai sensi che i corpi dotati esistono e sono dotati, sicchè possiamo inferirne l'esistenza del vuoto, che non é di per sé evidente e contro alla quale aveva già dimostrato Melisso.Infatti se il vuoto non esiste, non può esistere il movimento; ma il movimento esiste, e tutti possiamo vederlo, dunque esiste anche per forza il vuoto.I corpi, a loro volta, sono suscettibili di disgregazione, ma poichè nulla scompare nel nulla, ciò significa che essi sono composti di entità che permangono indistruttibili: queste entità sono gli atomi.Gli atomi sono di forme innumerevoli, ma non sono dotati di qualità come colore, temperatura e così via.Per Democrito gli atomi, probabilmente, non avevano peso, nè esisteva una direzione privilegiata del loro movimento.Epicuro, invece, attribuisce peso agli atomi, forse in base alla tesi che un corpo privo di peso non é in grado di muoversi.Nell'universo infinito non ci sono un centro, un alto, un basso assoluti: ma per Epicuro si può parlare di un alto e basso relativi ed é appunto verso il basso che gli atomi si muovono grazie al loro peso.Ma se gli atomi si muovono verso il basso verso linee parallele, come é possibile la formazione di corpi? In queste condizioni, infatti, gli atomi non potrebbero incontrarsi e dare luogo ad aggregazioni.I testi conservatrici di Epicuro non rispondono a questo interrogativo, ma, secondo Lucrezio, Epicuro avrebbe introdotto a questo proposito la dottrina del clinamen o declinazione.Attraverso di essa, egli attribuiva agli atomi anche una tendenza a deviare casualmente dal loro moto perpendicolare verso il basso.In tal modo, gli eventi, e in particolare le aggregazioni tra atomi che danno luogo alla formazione dei corpi composti, perdono ogni carattere di necessità.Riprendeva la dottrina democritea dell'atomismo e dell'infinità: però Democrito diceva che gli atomi si muovevano con moti corpuscolari, Epicuro invece si serve dei concetti di alto e basso, sebbene nell'infinito essi non esistano: gli atomi cadono dall'alto verso il basso ( immaginiamoci una specie di pioggia di atomi ): ma se andasse così, a rigore, il mondo non potrebbe generarsi perchè gli atomi non potrebbero mai scontrarsi tra loro e cadrebbero verso il basso all'infinito: quindi Epicuro introduce questa teoria della deviazione o klinamen secondo la quale gli atomi avrebbero deviazioni tali da consentir loro di scontrarsi e di creare il mondo.E' una sorta di correzione del meccanicismo, ossia del mondo visto come grande macchina dove il semplice sbattere d'ali di una farfalla ha il suo spessore.Il klinamen é imprevedibile e questo stona con il meccanicismo.La fisica epicurea, quindi, oltre a non essere farina del suo sacco ( non a caso Cicerone dice " in physicis totus est alienus ", ossia sottolinea come Epicuro sia totalmente dipendente da altri " fisici ", e soprattutto Democrito ), é forse il suo " punto debole ", probabilmente quello meno riuscito.Va poi detto che Epicuro ha anticipato per alcuni aspetti la fisica moderna: l'idea del klinamen ( e della sua imprevedibilità ) é simile al principio di indeterminazione definito da un fisico moderno tedesco, Werner Heisenberg: " E' impossibile conoscere simultaneamente la posizione esatta e la esatta quantità di moto di una particella subatomica.Tanto più esattamente conosciamo la posizione, tanto meno sicuri siamo della quantità di moto, e viceversa ": é una questione strutturale: l' osservazione stessa che si effettua di una cosa la modifica già: è già legata a noi per il fatto che la si osservi; la situazione delle particelle é indeterminata.La struttura dell'universo é spiegabile univocamente, secondo Epicuro, soltanto mediante la nozione di atomo e vuoto presenti nell'universo.Egli respinge la costruzione di modelli astronomici e matematici per spiegare i fenomeni celesti; su questo punto egli conduce una polemica esplicita nei confronti dell' Accademia platonica, ma di fatto si allontana anche dalla pratica degli astronomi del suo tempo.

maggio 21, 2008

Un classico del pacifismo: Mattatoio N.5


Nel libro di Kurt Vonnegut, la durezza della guerra raccontata attraverso una comicita' paradossale, tra l’assurdo di cio' che non e' possibile che accada e l’assurdita' di cio' che invece e' realmente successo. Febbraio 1945. Dresda era una delle piu' belle citta' tedesche dell’epoca, tanto da essere definita la “Firenze dell’Elba”. Non aveva industrie belliche, nonostante il periodo storico, ma solo numerosi tesori artistici e architettonici. Autorita' e civili credevano che Dresda fosse estranea alla guerra e, per questo motivo, migliaia di tedeschi si rifugiarono in questa citta' durante l’avanzata sovietica verso il confine con la Germania. Ma il 13 febbraio si scateno' un inferno che duro' tre giorni. Gli Alleati attaccarono la citta' dal cielo, con un quadruplice attacco, benche' nella citta' ci fossero circa 26. 000 prigionieri di diverse nazionalita', tra cui americani e inglesi. Testimone insieme agli altri di questi bombardamenti, fu un giovane Kurt Vonnegut, nascosto nel mattatoio che da' il nome al titolo del libro, scritto nel 1968 e ristampato per la seconda volta da Feltrinelli nel 2005: Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini. Il sottotitolo del libro si spiega nelle prime pagine, quando Billy Pilgrim, il protagonista, va a trovare un vecchio commilitone, Bernard V. O’Hare, amico durante la guerra, per ripercorrere insieme i ricordi che serviranno a Pilgrim per scrivere il suo libro. La moglie di O’Hare, Mary, e' indignata dai discorsi dei due amici e dall’idea di Pilgrim di ricavarne un libro: “Eravate solo dei bambini, durante la guerra. . . Fingera' che eravate degli uomini anziche' dei bambini, e poi ne tireranno fuori un film interpretato da Frank Sinatra e John Wayne o da qualcun altro di quegli affascinanti vecchi sporcaccioni che vanno pazzi per la guerra. E la guerra sembrera' qualcosa di meraviglioso, e cosi' ne avremo tante altre. E a combatterle saranno dei bambini come quelli che ho mandato di sopra”. La guerra non e' giustificabile, la guerra e' assurda, la guerra non ha senso e Vonnegut decise di rappresentarne l’assurdita' attraverso una precisa scelta stilistica: il paradosso. “Un tedesco americano di quarta generazione, oggi residente in mezzo agli agi di Cape Cod (dov’e' fin troppo schiavo del vizio del fumo), ebbe modo di assistere, molto tempo fa, come soldato di fanteria hors de combat, prigioniero di guerra, al bombardamento di Dresda, in Germania, ‘la Firenze dell’Elba’, e di sopravvivere per narrarne la storia. Questo e' un romanzo scritto un po’ nello stile telegrafico e schizofrenico in uso sul pianeta Trafalmadore, da dove vengono i dischi volanti. Pace”. L’esigenza, richiamata dallo stesso scrittore, di fornire ai posteri una testimonianza, si intreccia a inserti di fantascienza attraverso i quali Billy Pilgrim ripercorre la storia del Novecento, finendo prigioniero degli alieni del pianeta Trafalmadore, dai quali verra' esposto in uno zoo come esemplare maschio della razza umana, insieme a un’ex attrice pornografica. Vonnegut utilizza questo espediente per passare dal presente al futuro e dal futuro al passato: durante la Seconda Guerra mondiale, quando era poco piu' che un ragazzino, fino agli anni Settanta, quando Billy e' un anziano signore che fa arrabbiare la figlia perche' pubblica sul giornale locale le cronache dei suoi viaggi e della sua permanenza su Trafalmadore, passando cosi' per un vecchio pazzo. È proprio su questo pianeta alieno che Pilgrim afferra la non sensatezza della guerra di cui lo stesso chiedere un perche' non ha senso: “Questa e' un tipica domanda da terrestri, signor Pilgrim. Perche' proprio lei? Perche' proprio noi, allora? Perche' qualsiasi cosa? Perche' questo momento semplicemente e'. Ha mai visto degli insetti sepolti nell’ambra? [. . . ] Be’, eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell’ambra di questo momento. Non c’e' nessun perche'”. La guerra non e' in alcun modo giustificabile e Vonnegut ha realizzato con questo libro un classico, una bandiera del pacifismo, inserendo, qua e la' tra le pagine, parole su cui riflettere:

“Dio mi conceda la serenita' di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di comprendere sempre la differenza”.


di Donatella La Viola per http://www.educational.rai.it/

maggio 20, 2008

L'educazione democratica


Professoressa Gutmann, i più grandi teorici della democrazia hanno sottolineato l'importanza dell'educazione democratica dei cittadini per i regimi di quel tipo. Può fornirci un quadro del pensiero classico sull'educazione democratica?
Sin dagli albori, la democrazia non si è mai basata esclusivamente sul potere della maggioranza. I più grandi esponenti del pensiero democratico classico - filosofi come Rousseau, John Stuart Mill e John Dewey - erano convinti che il potere della maggioranza nascondesse il pericolo di una sua tirannia. Si rendeva, dunque, necessario studiare il modo migliore di affidare alla maggioranza il destino politico di un paese e vedere per quale motivo l'unico modo per riuscirci era far sì che tutti i cittadini venissero educati a conoscere i propri interessi. La democrazia, infatti, si basa sulla premessa che i cittadini conoscano perfettamente i loro interessi. Tale premessa è realizzabile solo se le persone non sono analfabete, se ricevono un'istruzione che chiarisca loro cosa è meglio, sia per se stessi che per la società in generale.
Quali sono i motivi per cui l'istruzione è così importante per la democrazia?
La mia posizione consiste in un'estensione del pensiero democratico classico, ma con una piccola variazione. L'estensione sta nell'idea che ogni democratico conosce i propri interessi meglio di chiunque altro se ne occupi al suo posto. In questo senso, un democratico rifiuta il concetto di élite; egli è convinto che, sia nella teoria che nella pratica, la gente debba occuparsi in prima persona dei propri interessi. Per questo ritengo che l'educazione sia essenziale per la democrazia. La variazione è la seguente: l'educazione non è solo strumentalmente necessaria alla democrazia (cioè, essa non è solo un mezzo per arrivare alla democrazia), ma fa parte del concetto stesso di cittadinanza. L'educazione rientra nel concetto dell'essere cittadino perché non insegna solo a leggere e scrivere, ma insegna anche determinati valori, che sono appunto i valori democratici. Fra questi c'è, ad esempio, quello del rispetto per coloro con cui ci troviamo in disaccordo, o il cui stile di vita differisce dal nostro; senza educazione - e per educazione intendo quella pubblica - tale rispetto non può esserci. L'educazione è importante per la democrazia semplicemente perché l'essenza della democrazia sta nella virtù civica. La virtù civica richiede comprensione e rispetto per i modi di vivere degli altri. L'unico modo in cui le persone che fanno parte di una famiglia, o di una comunità, possono riuscire a conoscere e a rispettare stili di vita diversi dal proprio è quello di essere educate a contatto con persone diverse da loro, di comprendere gli altri osservando come sono fatti, di rendersi conto sin da bambini che ci sono sia differenze che somiglianze. A mio avviso, dunque, capire l'importanza di un'educazione democratica è tutt'uno con il capire cosa significhi essere un cittadino democratico e possedere una forma di virtù civica. Senza educazione non può esserci virtù civica.
Professoressa Gutmann, nel suo lavoro sul governo della Polonia Rousseau sembra vedere l'educazione democratica indirizzata alla formazione di patrioti. Lei è d'accordo con questa interpretazione dell'educazione democratica?
No, io non credo che l'educazione democratica debba essere rivolta alla formazione di patrioti. Vorrei però aggiungere che Rousseau e la sua teoria hanno avuto una profonda influenza sul modo di intendere l'educazione. Nel mio paese - gli Stati Uniti - esiste oggi un movimento caratterizzato da uno spirito molto rousseauiano che, pur non facendo diretto riferimento a Rousseau (forse perché Rousseau non è molto noto all'americano medio), si propone di educare al patriottismo. Sono convinta che si tratti di un movimento minoritario, ma al tempo stesso decisamente pericoloso. Il motivo per cui lo ritengo pericoloso dal punto di vista democratico è che sono convinta che i cittadini debbano conoscere pregi e difetti del loro paese. Virtù civica non significa "il mio paese ha sempre ragione", non significa che sosterrò il mio paese qualsiasi cosa faccia. Virtù civica significa assumersi la responsabilità di fare in modo che il proprio paese si trovi dalla parte della ragione. L'unica forma di educazione alla virtù civica che sia compatibile con l'obiettivo di migliorare il proprio paese è quella che insegna alla gente a pensare in modo critico al proprio paese, al suo ruolo nel mondo e al suo modo di trattare gli altri cittadini. Questa non è affatto un'educazione al patriottismo nel senso rousseauiano del termine. Certo, è importante e necessario sentirsi patriottici nel senso di avere a cuore il proprio paese, perché è lì che ognuno ha maggiori responsabilità e capacità di intervento. In questo senso, dunque, siamo tutti patrioti e se possediamo un senso di virtù civica dobbiamo sentirci responsabili innanzi tutto di quanto succede intorno a noi, nel quartiere, nello stato e nel paese in cui viviamo.
Finora abbiamo parlato solo dell'educazione dei cittadini. Non crede, invece, che una parte fondamentale dell'educazione democratica dovrebbe riguardare gli uomini politici? E quali potrebbero essere i criteri fondamentali di una tale educazione?
Sì, educare i cittadini significa anche educare i leaders politici. In democrazia, i cittadini diventano leader, ma se l'educazione si rivolge solo ai cittadini comuni, rischia di trascurare l'educazione dei leader. Parte dell'educazione democratica invece deve occuparsi della formazione dei futuri leader della società, affinché essi comprendano esattamente le particolari responsabilità di cui sono investiti proprio in base al maggior potere di cui dispongono rispetto ai cittadini comuni. Ora, se diamo per scontato che il potere corrompe, e che il potere assoluto corrompe in modo assoluto, ci sono diversi principi che andrebbero insegnati a coloro che detengono il potere. Il tutto non si risolve nel seguire semplicemente il volere della maggioranza. Al contrario, questo principio fa parte di un'educazione sbagliata, perché governare un paese comporta necessariamente la responsabilità di guidarlo. Naturalmente, non si tratta neanche di fare tutto quello che si ritiene giusto, senza curarsi dell'opinione altrui. Ci sono, quindi, due aspetti che riguardano l'educazione di un leader democratico. Il primo riguarda la necessità d'ispirargli il coraggio e la capacità di capire che vale la pena di battersi per ciò che si ritiene giusto, e di spiegarlo alla gente. Il secondo è quello di fargli capire che, anche se ritiene che le sue azioni siano giuste, ed anche se le illustra ai cittadini in modo a suo avviso soddisfacente, può succedere che i cittadini rispondano: "Ci dispiace, ma secondo noi è sbagliato". In tal caso, indipendentemente dal suo valore come politico, è suo dovere ritirarsi.
Professoressa Gutmann, come sa, uno dei mali più seri che minacciano le società democratiche è la corruzione del mondo politico. Cosa pensa di questo problema?
L'elemento più comune che porta un politico alla corruzione è la convinzione che riuscirà a farla franca, non solo nel senso che non verrà scoperto, ma anche in quello di pensare che i cittadini comuni non riusciranno mai a capire veramente cosa sia la politica. Partendo da questa visione, gli uomini politici, sebbene democraticamente eletti, possono fare praticamente ciò che vogliono e possono farlo in un modo che li soddisfi in pieno. L'educazione democratica è il miglior antidoto che abbiamo contro questa forma di corruzione, che si nutre di due elementi. Il primo è la visione dall'alto, dalla posizione dei leader politici, da cui il cittadino comune non appare abbastanza intelligente, o interessato alla propria società democratica, da riuscire a esercitare un controllo sui suoi rappresentanti. Il secondo è ciò che io chiamo l'"apatia" dei cittadini, cioè la sensazione provata da questi ultimi che gli uomini politici siano in ogni caso incontrollabili, che non ci sia nulla che i cittadini possano dire, o fare, per impedire ai politici di fare ciò che vogliono. E' proprio questa la ricetta per la corruzione: l'arroganza da una parte e l'apatia dall'altra.
Esistono rimedi per correggere queste deviazioni?
L'educazione democratica, se riesce nel suo intento, dovrebbe rappresentare un antidoto sia per l'apatia che per l'arroganza, un antidoto che lavora in modo molto sottile. Per prima cosa, pur non trasmettendo ai cittadini comuni la sensazione che possono fare quello che vogliono, o di essere più potenti di quanto non siano in realtà, l'educazione democratica può fare in modo che essi comprendano meglio cosa sia la politica e che osservino con molta attenzione gli atti dei loro leader politici. Il migliore, l'unico antidoto sia all'apatia e all'arroganza, quindi, è la comprensione, la conoscenza, lo studio. Quello di sconfiggere l'ignoranza di fondo di molti cittadini è un passo importantissimo, che nessuna società democratica ha ancora compiuto con successo. Un altro antidoto alla corruzione è una valida educazione democratica, cioè un'educazione basata sulla filosofia democratica, che insegni ai futuri leader che il politico non è al di sopra della gente comune, se non per le responsabilità che comporta il suo compito di governare e di rendere conto del suo operato alla maggioranza. Parte dell'educazione democratica dei futuri leader quindi sta nel far comprendere loro che dovranno dar conto alla gente di tutte le loro azioni, che la loro capacità di giudizio non è affatto migliore di quella della gente comune, se non per il fatto che essi si trovano in una posizione da cui è possibile difendere il proprio operato in pubblico e che hanno il dovere di difenderlo. La più grande lezione di educazione democratica per i leader politici è quella impartita da Kant quando affermò che la condizione assoluta per qualsiasi azione etica è il suo carattere pubblico, la sua trasparenza. Se non può sostenere l'esposizione alla luce del sole, o lo sguardo del pubblico, allora è necessariamente un'azione corrotta. E' l'apparenza della corruzione, e l'apparenza della corruzione in democrazia corrisponde alla realtà della corruzione stessa: essa non può sostenere la chiarezza del controllo pubblico, né attraverso il normale processo decisionale, né attraverso un processo di qualsiasi altro tipo.


Intervista a Amy Gutmann di Maurizio Viroli

maggio 19, 2008

Il 26 maggio a Palazzo Greco convegno “P.P. Pasolini, poeta civile”


Il convegno La Fondazione Banco di Sicilia e la Fondazione INDA promuovono una giornata di studi, proiezioni, testimonianze e letture drammatiche dedicata a Pier Paolo Pasolini. Il convegno si terrà lunedì 26 maggio a Palazzo Greco, sede dell’INDA, dalle 9.30 alle 19.00. h. 9.30 Saluto dell'Istituto Nazionale del Dramma Antico Domenico Mirabella, Presidente Fernando Balestra, Sovrintendente Saluto degli Autori e degli Editori italiani Giorgio Assumma, Presidente S.I.A.E. Presiede Salvatore Nicosia 10.15 Nico Naldini, Gli esordi del poeta civile 11.00 Anna Beltrametti, La storia incomincia là dove finisce. Fascinazione per l'antico e impegno nel contemporaneo 11.45 Giuseppe Fornari, Sacrificio e oggetto del desiderio nella Medea di Pisolini 12.15 Monica Centanni, Pasolini e i filologi Presiede Giovanni Puglisi Fernando Balestra, Per un teatro di parola Virgilio Fantuzzi, Pasolini e il dramma antico Mario Dondero, Sincerità e umanità di Pasolini Proiezione di immagini, Pasolini nelle foto di Dondero Proiezione in anteprima del documentario di Barbara Bouley Et maintenant la quatrième partie de la trilogie commende.

Coordina Giuseppina Norcia

Lettura drammatica Alle 21.30, nella suggestiva cava di Melilli, la “Pirrera”, gli interpreti del XLIV Ciclo di Rappresentazioni Classiche leggeranno “Le Ceneri di Gramsci” di Pier Paolo Pasolini

maggio 16, 2008

La necessità dell’intellettuale e il ruolo dell’ironia di Socrate nella nostra società


«L’ironia è l’interrogazione diretta allo scopo di svelare all’uomo la sua ignoranza, di gettarlo nel dubbio e nell’inquietudine per impegnarlo nella ricerca. L’ironia è il mezzo per svelare la nullità del sapere fittizio, per mettere a nudo l’ignoranza fondamentale che l’uomo nasconde anche a se stesso cogli orpelli di un sapere fatto di parole e di vuoto. L’ironia è l’arma di Socrate contro la boria dell’ignorante che non sa di essere tale e perciò si rifiuta di esaminare se stesso e di riconoscere i propri limiti. Essa è la scossa che la torpedine marina comunica a chi la tocca e difatti scuote l’uomo dal torpore e gli comunica il dubbio che lo avvia alla ricerca di se» (1). L’ironia socratica, dunque, «scuote l’uomo»; essa è una specie di scarica elettrica simile a quella della «torpedine marina». Oggi come oggi il panorama è deserto. E non solo per quanto riguarda l’ironia. «Ciò che non va nella società in cui viviamo, ha affermato Cornelius Castoriadis, è che ha smesso di mettersi in discussione. La nostra è un tipo di società che non riconosce più alcuna alternativa a se stessa e di conseguenza si ritiene esente dal dovere di esaminare, dimostrare, giustificare (e ancor meno provare) la validità dei suoi assunti taciti ed espliciti» (2) ha detto Zygmunt Bauman. La nostra è una società che è convinta di se stessa comunque sia e qualunque cosa possa voler dire questo esser convinta di se stessa. Oggi noi già abbiamo tutte le risposte ancor prima di aver ascoltato le domande. E le risposte sono merci, derrate, generi, roba, articoli, prodotti: gli effetti/eventi del capitalismo esteso a tutto il pianeta. Ogni desiderio è inscatolato in un oggetto di consumo Ogni desiderio è previsto ancora prima di poter venire formulato e formalizzato da qualcuno. Il marketing ed i sondaggi d’opinione, evidentemente, servono proprio a questo, hanno questo scopo. Qualsiasi cosa noi possiamo desiderare la troviamo bella e pronta, cotta e mangiata, pret a porter, usa e getta. La nostra è una società che non desidera più niente perché ha già soddisfatto ogni suo desiderio. Perché può soddisfare ogni desiderio ancora prima che esso si produca. Just in time. In tempo reale. Ma una società che non desidera più niente è anche una società che non progetta; è una società che non investe più sul proprio futuro. E’ una società fissa, bloccata dentro un fermo-immagine lungo tutta una vita. Dentro uno spot che ripete continuamente se stesso. O dentro un videoclip con la stessa musica e le stesse scene.
In una società del genere qual’è il ruolo degli intellettuali? Socrate, come ci ha detto sopra Nicola Abbagnano, possedeva l’«ironia». Una società «che ha smesso di mettersi in discussione» è una società dove non c’è affatto l’ironia. Essa si trova ad essere così perché se l’ironia è la svalutazione, reale o simulata, di se stessi, del proprio pensiero e della propria condizione, in una società simile vengono meno appunto tali presupposti dell’ironia. Come può essere svalutata la propria condizione se la propria condizione è il paradiso dei desideri che si hanno? Come può essere svalutato il proprio pensiero se esso è pacificato, appagato, normalizzato e tranquillo? Come si può svalutare se stessi se oggi (come recitava un triste slogan della pubblicità circolante fino a un po’ di tempo fa), ogni uomo è un «uomo che non deve chiedere mai»? La risposta a tutte queste domande è che ciò non può essere fatto, che non si può! L’ironia non può più venire esercitata in una società simile. E dunque, se l’intellettuale è sempre stato (ed oggi più che mai dovrebbe essere) lo spirito critico, il grillo parlante, la Cassandra e/o la Bocca della Verità di una certa collettività, il suo ruolo oggi dovrà per forza di cose essere quello di esercitare tale ironia. Ma, perché appunto l’intellettuale e non - mettiamo - lo spazzino, il Top Manager, la parrucchiera, il politico, il religioso o lo psicologo? Perché l’intellettuale rispetto a tutte le altre figure e categorie sociali esistenti possiede una caratteristica specifica.
Egli si pone sempre come l’interprete della realtà in cui vive. Ovvero, un interprete che non è un semplice espositore di cliché, archetipi e modelli sociali ma un innovatore, un architetto: un progettista di vie d’uscita e di scenari. L’indicatore di una nuova via. Il battistrada. Il designer del cammino da seguire. E dunque, se caratteristica dell’intellettuale è la dimensione progettuale, egli non potrà esimersi dal (di)mostrarsi critico rispetto alla società in cui sta vivendo. Dall’essere al tempo stesso lucido analista del suo tempo ed infaticabile ri-cercatore di soluzioni alternative ai problemi presenti. Per cui, nel cercare l’origine dei problemi, l’intellettuale dovrà mettere in discussione la propria società. Che è appunta quella società «che ha smesso di mettersi in discussione». L’intellettuale, è ovvio, capirà questo fatto in maniera precisa per mezzo dell’analisi che egli farà della realtà. E proporrà così una certa soluzione. Un progetto. Un progetto per cambiare le cose. Ed allora questo cambiare le cose (in una società ed in una realtà del genere) non sarà altro che la dismissione delle certezze, la messa in mora delle verità, la fine del mondo dove tutto sembra essere giunto alla fine. Questa presa di congedo dalle certezze, l’intellettuale la farà intervenire facendo entrare sulla scena qualche dubbio. Svalutando qualche cosa che oggi appare così tanto valutata. Questa svalutazione è dunque già l’ironia! L’intellettuale perciò non può che essere ironico oggi, al pari di Socrate nel V secolo a.C. Proprio come una «torpedine marina» l’intellettuale dovrà scuotere, destare, agitare (e se del caso: percuotere) e far entrare nella testa dei suoi contemporanei qualche insicurezza, qualche incertezza, qualche perplessità, qualche esitazione, qualche sospetto. Perché di questo c’è bisogno oggi. Sia detto per inciso io non so certamente diverse cose: 1) io non so affatto per esempio se esista ancora l’intellettuale; 2) io non so nemmeno chi sia oggi l’intellettuale? 3) ne (sempre ammesso che l’intellettuale ci sia) se egli sarebbe in grado di esercitare effettivamente questo ruolo? 4) o in quale modo lo dovrebbe fare? 4) e se qualcuno lo starebbe poi oggi a sentire? 6) e neppure che fine farebbe chi si comportasse in questo modo in una società come la nostra? E’ vero: io non so tutte queste cose e non le so davvero, lo giuro. Ma sono convinto che il ruolo dell’intellettuale oggi dovrebbe essere proprio quello che ho appena detto. Perché ne sono convinto? Beh, perché un compito di questo tipo è più che mai necessario oggi. E solamente un intellettuale autentico può incarnare questa necessità. Questa necessità che è, al contrario di quella di Severino (3) : una privazione. Chi altri se no?

di Gianfranco Cordì per http://www.riflessioni.it/


(1) Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Volume Primo: La filosofia antica- la filosofia patristica- la filosofia scolastica, UTET, Torino, 1999 (Ristampa), p. 71.
(2) Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2005, p.p 11-12.
(3) Emanuele Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano, 1980.

maggio 15, 2008

Gomorra: il film di Matteo Garrone


Non c’è davvero spazio per un barlume di luce nel film di Matteo Garrone. Scelta voluta e inequivocabile, perché Gomorra va oltre il racconto delle trame camorriste per esplicitare l’esigenza e la volontà per il cinema di riappropriarsi di una contemporaneità su cui c’è davvero poco da ridere.
Un film talmente nero, Gomorra, da generare solamente sentimenti come oppressione, angoscia e disagio. Non c'è davvero spazio per un barlume di luce nel film di Matteo Garrone. Scelta voluta e inequivocabile, perché Gomorra va oltre il racconto delle trame camorriste per esplicitare l'esigenza e la volontà per il cinema di riappropriarsi di una contemporaneità su cui c'è davvero poco da ridere. "E se è sempre tempo per una commedia", è anche tempo per un noir di allontanarsi dalle derive estetizzanti e spettacolari, per raccontare senza fronzoli un mondo chiuso, violento e spietato. Anche a rischio di cadere nella trappola del pedagogismo, ma documentando una realtà che ha nella sua stessa descrizione, tutta la portata drammaturgica di cui il cinema è potenzialmente capace. Una realtà che ovviamente ci sembra inafferrabile. Troppo lontana dalle ossessioni e dagli isterismi adolescenziali, dai trentenni in cerca di sé stessi, o dall'alienazione da call center, e dal generale impoverimento culturale di un paese in cerca d'identità. In Gomorra l'unica identità data è la sopraffazione e l'unico obiettivo è la sopravvivenza. E' la sconfitta dell'idea stessa di socializzazione primaria e financo di quella di familismo mafioso come idea di Anti-Stato. 25 mila affiliati e 200 mila fiancheggiatori sono numeri che non colpiscono l'immaginario quanto alcune biografie. Lo sa bene Garrone che i numeri li mette in coda e adatta il celebre e omonimo romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, con una durezza sorprendente, filtrandone abilmente le suggestioni visivamente più colme di significato in una struttura da dramma corale che non concede nulla all'immaginario più comune del cinema noir. Un film che tra paesaggi deprimenti, sopraffazioni economiche, evocazioni dialettali e eccellenti attori non professionisti, illustra forse troppo, rinunciando a una chiave di lettura più interpretativa, conscio delle potenzialità visive di un universo criminale che lascia allibiti in tutte le sue manifestazioni. Ma è una scelta che alla fine paga, perché si assiste davvero con un profondo senso di malessere al percorso dei protagonisti che si muovono all'interno di una guerra sanguinaria: da Ciro, pagatore delle famiglie dei clan, ai due ragazzi non affiliati e col mito di Scarface, al giovanissimo Totò, dall'opportunista Franco, fino al sarto Pasquale, la figura umana più riuscita del film. E ogni volta che si prova a respirare, come nell'apertura umana tra Pasquale e il cinese che lo ingaggia, un'improvvisa esplosione di violenza deflagra nel petto dello spettatore. Riportandoci nel dominio della violenza. Un po' come la barbara iniziazione dei giovanissimi, pronti a farsi sparare attraverso il giubbetto antiproiettile, per potersi sentirsi finalmente importanti, dentro la camorra e contro un mondo "civile" che gli è indifferente. Perché la guerra è ben lontana dall'essere terminata.

maggio 13, 2008

Parlare e la P.N.L.


Quando parliamo con qualcuno, la prima cosa da fare è spedire il messaggio nella porta giusta. I cinque sensi sono le nostre finestre sul mondo, le nostre porte percettive spalancate sulla realtà esterna. La vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto sono le vie d’ingresso degli stimoli che riceviamo dal mondo esterno. I sistemi sensoriali agiscono in due direzioni: ci mettono in grado di decodificare le informazioni provenienti dall’esterno e ci forniscono la materia per costruire o ricostruire le esperienze con la mente. La capacità del nostro cervello di creare immagini o suoni mai vissuti si fonda proprio sulla elaborazione di esperienze sensoriali archiviate nella memoria, che sono poi assemblate secondo nuovi schemi per generare prodotti originali. Pensiamo, ad esempio, alla pittura, alla musica e a tutte le forme di creazione artistica.
Con i sensi si percepiscono immagini, suoni, sensazioni, sapori e odori che, passando per i canali sensoriali, contribuiscono a costruire la nostra rappresentazione interna soggettiva della realtà esterna. Quale sia la forma di archivio preferito, però, dipende dal canale sensoriale dominate di ciascuno di noi. Secondo la P.N.L (Programmazione Neuro-linguistica), infatti, le persone sviluppano una preferenza per un canale sensoriale che, intorno ai 12 anni, diventa la corsia preferenziale attraverso cui transitano le informazioni che provengono dall'esterno.
La Programmazione Neuro-linguistica ha elaborato un modello che identifica tre tipi "umani", ovvero tre principali gruppi di persone che interpretano la realtà secondo un canale sensoriale: il Visivo, V, l’Auditivo, A, ed il Cinestesico, K. Quest'ultimo fa riferimento alla preferenza per il tatto, il gusto e l'olfatto.La presenza di una via privilegiata per alcune tipologie di stimoli significa solo mettere in ordine i dati secondo un preciso criterio, per ritrovarli ed utilizzarli con facilità. Il nostro cervello, infatti, utilizza comunque anche gli altri sensi, anche se lo fa in misura minore. Ad esempio, se preferisco memorizzare le esperienze come fotografie (tipo Visivo), potrò anche aggiungere suoni o profumi, ma il primo ricordo sarà sempre fatto di forme e colori.
Ecco un esempio più concreto. Una persona con sistema preferenziale visivo darà maggior peso alle immagini (il concetto di ‘gatto’ richiama l’immagine dell’animale); una persona di tipo auditivo è sintonizzata sui suoni (del gatto percepisce il miagolio o il rumore delle fusa); una persona cinestesica, è concentrata sulle sensazioni (e del gatto, la prima cosa che percepisce è la sensazione del pelo al tatto o magari le vibrazioni delle fusa).
Quando si conversa con qualcuno, quindi, è essenziale parlare con chiarezza e con calore al suo cervello: se entriamo dall'ingresso preferenziale, troveremo la sua disponibilità ad ascoltare tutto quello che abbiamo da dire.

maggio 12, 2008

Sul valore comunicativo del silenzio


Una proprietà essenziale della comunicazione, che contribuisce a definire anche uno dei principali assiomi della pragmatica comunicativa, è l'impossibilità di non-comunicare (1): nel senso che sia le parole sia il silenzio veicolano messaggi specifici, realizzati con l'ausilio della comunicazione non verbale, vale a dire con quel complesso di movimenti, gesti ed espressioni che sono riconducibili alla categoria della cinesica del corpo umano. Provate a pensare al caso di una conversazione e a quanto sarebbe difficile dialogare con gli interlocutori presenti avendo le mani legate; la comunicazione sarebbe così priva di quei gesti che svolgono un compito di conferma nei confronti delle parole. Per quanto riguarda, invece, il silenzio, raramente se ne può riscontrare uno totalmente assoluto. La postura, l'atteggiamento e i movimenti di chi lo assume integrano il silenzio con tutta una serie di messaggi complementari, non meno essenziali di quelli che esso stesso trasmette. Un esempio? Si pensi al passeggero d'aereo che, in fase di decollo, siede con gli occhi chiusi e le braccia saldamente ancorate ai braccioli del suo sedile. Secondo voi, ciò a cui aspira più di ogni altra cosa in quel momento è una parola di conforto oppure di essere lasciato in pace? E' evidente che la sua intenzione è di evitare qualsiasi forma di intrusione esterna ed essa non è di certo fraintendibile. Infatti chi la recepisce correttamente agirà nel modo più conveniente solo se deciderà di lasciarlo stare. Quindi il silenzio è di fatto presente, ma la postura, occhi chiusi e braccia rigide, non possono che contribuire a guidare gli altri passeggeri verso un'unica interpretazione. Siamo di fronte a un chiaro caso di comunicazione, anche se non direttamente reciproca: quella che abbiamo definito reciprocità indiretta consiste infatti non in una reazione che si manifesta tramite enunciazione linguistica ma in una reazione "corporea" che vieta qualsiasi movimento, reazione corporea che è presente pur in assenza di gesti e che ci consente di comprendere quanto sarebbe inopportuno avvicinarsi al passeggero e chiedere come sta o cos'è che lo turba. Il silenzio rappresenta, quindi, una strategia comunicativa che, dal punto di vista di chi la impiega, comporta una gestione attenta e una giusta consapevolezza, mentre, dal punto di vista di chi la rileva od osserva, richiede uno sforzo impegnativo per evitare di mal interpretarla. Un esempio renderà tutto più chiaro: chissà quante volte, nel bel mezzo di un litigio furibondo, una delle parti ha chiesto disperatamente il vostro appoggio o semplicemente una vostra opinione consolatoria e voi invece avete scelto la via del silenzio, magari credendo che fosse quella più giusta e neutrale. Scelta legittima, soprattutto se la volontà era quella di non esporsi pericolosamente schierandosi a favore o sfavore di una parte o dell'altra. Legittima sì, ma sconveniente e inadeguata, perché, così facendo, avete dato inconsciamente torto a chi vi ha chiesto di intervenire - teoricamente a suo favore - e al contempo avete dato ragione all'altra parte. Dunque, è meglio dirlo chiaramente che intendete rifiutare qualsiasi forma di intrusione, pur di non correre il pericolo che il vostro tacere venga interpretato in modo errato.
Sarebbe però fortemente riduttivo guardare al silenzio esclusivamente come fosse uno strumento che, se mal gestito e mal controllato, può produrre effetti negativi. Talvolta infatti esso risulta una scelta obbligata se l'interazione comunicativa avviene in particolari circostanze. Come ha affermato anche uno dei più grandi sociologi del secolo scorso, Erving Goffman, "il silenzio è la norma e parlare è qualcosa che esige una giustificazione". (2) Nel senso che il silenzio può rappresentare anche una forma di rispetto all'interno di una situazione sociale quale la conversazione. E' noto che essa è sempre costruita su dei ruoli e dei turni di parola, che, periodicamente o meno, ruotano fra tutti i partecipanti. Con questo vogliamo argomentare che colui che prima vestiva i panni del parlante potrà successivamente vestire quelli dell'ascoltatore o del destinatario e viceversa, pur essendo possibili casi di monopolizzazione della parola. Mentre il parlante è impegnato in prima persona nella conversazione, il silenzio degli ascoltatori (tutti, attivi o passivi che siano) segnala a chi sta parlando la giusta attenzione ed il rispetto che gli altri nutrono verso le sue parole. Il loro obbligo all'ascolto comunica perciò il riconoscimento di una delle regole fondamentali della conversazione, quella per cui si parla solo uno alla volta, e al contempo è, unito a una vera e propria azione di monitoraggio degli altri interlocutori, condizione necessaria della loro eventuale e prossima partecipazione alla conversazione. Nel riconoscere il nostro esser parte di un'interazione "focalizzata", all'interno della quale cioè il focus dell'attenzione è rivolto alle parole del parlante, dimostriamo di non ritenere ciò che personalmente abbiamo da dire come più urgente o più rilevante del discorso messo in atto da uno dei partecipanti all'interazione. Insomma, il silenzio è qualcosa che "in una situazione sociale dobbiamo a tutti gli altri presenti". (3) Va, quindi, visto come dovere: che poi non tutti lo accettino sotto questa veste costituisce un'altra questione.
Per riassumere, nell'ottica in cui il silenzio è comunicazione, chi prende parte ad una situazione di interazione nel ruolo di parlante (ma non solo) deve prestare attenzione a ciò che dice, in modo tale da non correre il rischio di offendere se stesso, l'idea che gli altri si sono fatti di lui, gli ascoltatori e naturalmente anche il destinatario specifico delle sue parole, e deve persino minimizzare e gestire con raziocinio le pause, gli intervalli della conversazione, i momenti di silenzio che tipicamente possono presentarsi in corrispondenza del passaggio da un turno all'altro.
Va precisato però che esistono situazioni in cui il silenzio è d'obbligo e situazioni in cui esso è facoltativo, così come esistono circostanze in cui parlare è legittimo e circostanze in cui è meglio tacere. Si guardi al caso di una conferenza: come direbbe Goffman, essa è "una istituzionalizzata e prolungata presa del diritto di parola in cui un parlante comunica le sue idee su un tema". (4) Goffman intende evidenziare che la conferenza è uno di quei casi in cui vi è un parlante fisso e un pubblico di ascoltatori altrettanto fisso. Ciò è evidente, visto che il pubblico non può intervenire nella conferenza in modo diretto o quando lo ritenga opportuno. Può farlo solo nei casi in cui, a conclusione della stessa, il conferenziere dedichi un esiguo lasso di tempo per soddisfare le domande e i dubbi degli spettatori. Questa sua condizione di solo ascoltatore è però il risultato di una negoziazione del turno di parola, per cui chi assiste ad una conferenza sa che chi parla monopolizzerà la discussione. E per certi versi la presenza o meno di un momento di discussione aperta con il conferenziere dipende da quanto il pubblico si sia precedentemente dimostrato attento e partecipe - il cosiddetto pubblico vivace, che riesce ad essere tale pur tacendo - e da quanto si sia dimostrato invece indifferente e poco predisposto a cogliere i sarcasmi del parlante - tipicamente il pubblico non reattivo.
Il silenzio, quindi, come rispetto ma anche come forma di condizionamento: un silenzio partecipe, che fa leva sulla comunicatività dei segnali non verbali di apprezzamento come l'annuire, condiziona il conferenziere ad assumere una buona predisposizione verso il pubblico. Un silenzio di non partecipazione lo indurrà probabilmente a terminare il suo discorso il più presto possibile, senza dilungarsi più di tanto sulle questioni da lui trattate. Tra il silenzio del pubblico e il discutere del conferenziere si stabilisce pertanto una connessione comunicativa: il primo veicola dei messaggi che influenzano il secondo e questo non può che rispondere a queste comunicazioni comunicando anch'egli.
Ogniqualvolta evidenziamo l'importanza di questo concetto ci balza alla mente il proverbio "chi tace acconsente"; non possiamo perciò fare a meno di procedere ad una breve disquisizione. Nel caso di tale proverbio il silenzio condiziona il comportamento altrui, che rappresenta la risposta ad un meccanismo di azione-reazione, in cui il tacere è l'azione comunicativa di partenza. Il silenzio si trasforma quindi in una modalità di giustificazione di una particolare azione, in una legittimazione a compierla, in un permesso implicitamente concesso che ne favorisce l'esecuzione. E chi la "subisce" non può appellarsi al fatto di non aver proferito parola, in quanto il suo silenzio è stato, per l'interlocutore, più loquace di qualsiasi altra parola che avrebbe potuto pronunciare in sua sostituzione. Il torto sta quindi dalla sua parte, proprio perché non è stato in grado di raggiungere la giusta consapevolezza delle conseguenze del silenzio che ha messo in atto.
Un altro esempio di silenzio come obbligo viene da una situazione di interazione in cui quotidianamente ci imbattiamo e che è stata spesso oggetto di studi (si veda Simmel): vi siete mai domandati perché vicino al conducente di un mezzo di trasporto pubblico (l'autobus su tutti) è sempre ben evidente la scritta "non parlate all'autista"? E' semplice: per non distrarlo dal suo compito. Il silenzio, quindi, è un obbligo nei suoi confronti, obbligo che viene sottolineato non da un debole infinito (non parlare all'autista), bensì da un severo imperativo (non parlate all'autista) e il cui riconoscimento è affidato alla responsabilità dei passeggeri. Come dire: a vostro rischio e pericolo.
In sintesi, l'aver riflettuto sul ruolo giocato dal silenzio in rapporto alla comunicazione non verbale e alla organizzazione della conversazione e della conferenza ci ha consentito di concludere che esso non va per niente sottovalutato, nemmeno in quei casi in cui sembra non incida per niente sulla situazione che fa da sfondo alle nostre azioni. Esso rappresenta uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una discussione animata; esso può rappresentare un dovere, una scelta, una forma di rispetto o di condizionamento. Per questo motivo, il silenzio è una delle armi più efficaci di cui l'uomo può disporre. E saperla usare nel modo corretto non è da tutti.