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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 23, 2008

La metamorfosi e la società immutata.


Hai mai visto un elefante ben nascosto dietro una piantina di prezzemolo? Neanche in uno Swarovski shop? Senz’altro no. Nessun elefante è così stupido da provarci. Allora, domanda di riserva meno facile: hai visto per caso un uomo trasformarsi in un asino d’oro o in un maiale del tipo A, senza alcun filtro maligno? Forse?! E una donna assumere un aspetto equino, ridere come una iena e pavoneggiarsi per la ruota di banconote policrome con cui si sventola? Continuamente!?Bene, quindi nessuno qui è distante anni luce e così gelido nel suo cuore di iceberg alla deriva in tutti i ghiacciai dell’universo, da non poter immaginare come si sentirebbe un umano, ridestandosi un mattino, tramutato in un enorme insetto bitorzoluto. Immondo sì, ma a chi dona l’infelicità? Isolato nella sua stanza – cella, già. E dove altrimenti spiaccicano le inique accuse della barbarica incomunicabilità paterna? Paralizzato dalla realtà circostante come parassita, logico. Perché, a questo globo, chi ha il diritto di consumare energia senza produrne? Suicida per inedia d’amore, normale. E quando mai è stato l’odio il peggior delitto contro i nostri simili, laddove vigeva l’indifferenza stessa a tradire la struttura della disumanità? Morto in muto dolore, inevitabile. E da quando l’intima essenza vitale non rinasce all’affetto? Rassegnato alla negazione di sé per il qualunquistico vegetare altrui, ovvio. Come altrimenti placare quell’assoluto bisogno che più non si riceve e più si desidera?Ma chi è dunque Gregor Samsa? Solo un figlio alacre tuttavia inetto? Un fratello biasimevole se insolvente? Un impiegato zelante purché remissivo? Un fidanzato qualora fantoccio da vetrina? Questo sì, ma anche l’anti-eroe quotidiano, reo confesso di un fallimento esistenziale, i cui sensi ormai appiccano dentro un fuoco che può soltanto distruggere – e non purificare – la parvenza umana. E chi si nasconde davvero dietro la giustificazione narrativa della sua identità bestiale? Un ebreo mitteleuropeo? Un profugo? Un ammalato? Un vecchio? Uno straccione? Di quale di tutti gli ultimi e miseri relitti dell’anonima routine di una megalopoli rappresenta il dramma dell’angoscia più opprimente?Da questa lunga formidabile favola moderna del 1916, che punge con irrefutabile secchezza descrittiva e morde con mesto lirismo - colpi tipici della nemesi kafkiana - proviene un potere reale ed una grande responsabilità: disincantare l’altro, il diverso.Spiando quello che realmente succede nella gretta alienata società piccolo borghese, in cui gli adeguati sopravvivono ed i malvagi prosperano, tantissimo resterà non detto a favore della verità e dell’altruismo che troppi venerano nel prossimo, mentre ne infrangono entusiasmi e speranze, a forza di persuasione. Eppure se c’è ancora una qualsiasi magia in questo mondo, deve essere nello sforzo di capire qualcuno condividendo qualcosa, a cominciare dalle sue debolezze e dai suoi errori. Certo, sarà quasi impossibile riuscirci, ma da sempre ciò che avvalora una titanica impresa è tentarla.

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