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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 16, 2008

La necessità dell’intellettuale e il ruolo dell’ironia di Socrate nella nostra società


«L’ironia è l’interrogazione diretta allo scopo di svelare all’uomo la sua ignoranza, di gettarlo nel dubbio e nell’inquietudine per impegnarlo nella ricerca. L’ironia è il mezzo per svelare la nullità del sapere fittizio, per mettere a nudo l’ignoranza fondamentale che l’uomo nasconde anche a se stesso cogli orpelli di un sapere fatto di parole e di vuoto. L’ironia è l’arma di Socrate contro la boria dell’ignorante che non sa di essere tale e perciò si rifiuta di esaminare se stesso e di riconoscere i propri limiti. Essa è la scossa che la torpedine marina comunica a chi la tocca e difatti scuote l’uomo dal torpore e gli comunica il dubbio che lo avvia alla ricerca di se» (1). L’ironia socratica, dunque, «scuote l’uomo»; essa è una specie di scarica elettrica simile a quella della «torpedine marina». Oggi come oggi il panorama è deserto. E non solo per quanto riguarda l’ironia. «Ciò che non va nella società in cui viviamo, ha affermato Cornelius Castoriadis, è che ha smesso di mettersi in discussione. La nostra è un tipo di società che non riconosce più alcuna alternativa a se stessa e di conseguenza si ritiene esente dal dovere di esaminare, dimostrare, giustificare (e ancor meno provare) la validità dei suoi assunti taciti ed espliciti» (2) ha detto Zygmunt Bauman. La nostra è una società che è convinta di se stessa comunque sia e qualunque cosa possa voler dire questo esser convinta di se stessa. Oggi noi già abbiamo tutte le risposte ancor prima di aver ascoltato le domande. E le risposte sono merci, derrate, generi, roba, articoli, prodotti: gli effetti/eventi del capitalismo esteso a tutto il pianeta. Ogni desiderio è inscatolato in un oggetto di consumo Ogni desiderio è previsto ancora prima di poter venire formulato e formalizzato da qualcuno. Il marketing ed i sondaggi d’opinione, evidentemente, servono proprio a questo, hanno questo scopo. Qualsiasi cosa noi possiamo desiderare la troviamo bella e pronta, cotta e mangiata, pret a porter, usa e getta. La nostra è una società che non desidera più niente perché ha già soddisfatto ogni suo desiderio. Perché può soddisfare ogni desiderio ancora prima che esso si produca. Just in time. In tempo reale. Ma una società che non desidera più niente è anche una società che non progetta; è una società che non investe più sul proprio futuro. E’ una società fissa, bloccata dentro un fermo-immagine lungo tutta una vita. Dentro uno spot che ripete continuamente se stesso. O dentro un videoclip con la stessa musica e le stesse scene.
In una società del genere qual’è il ruolo degli intellettuali? Socrate, come ci ha detto sopra Nicola Abbagnano, possedeva l’«ironia». Una società «che ha smesso di mettersi in discussione» è una società dove non c’è affatto l’ironia. Essa si trova ad essere così perché se l’ironia è la svalutazione, reale o simulata, di se stessi, del proprio pensiero e della propria condizione, in una società simile vengono meno appunto tali presupposti dell’ironia. Come può essere svalutata la propria condizione se la propria condizione è il paradiso dei desideri che si hanno? Come può essere svalutato il proprio pensiero se esso è pacificato, appagato, normalizzato e tranquillo? Come si può svalutare se stessi se oggi (come recitava un triste slogan della pubblicità circolante fino a un po’ di tempo fa), ogni uomo è un «uomo che non deve chiedere mai»? La risposta a tutte queste domande è che ciò non può essere fatto, che non si può! L’ironia non può più venire esercitata in una società simile. E dunque, se l’intellettuale è sempre stato (ed oggi più che mai dovrebbe essere) lo spirito critico, il grillo parlante, la Cassandra e/o la Bocca della Verità di una certa collettività, il suo ruolo oggi dovrà per forza di cose essere quello di esercitare tale ironia. Ma, perché appunto l’intellettuale e non - mettiamo - lo spazzino, il Top Manager, la parrucchiera, il politico, il religioso o lo psicologo? Perché l’intellettuale rispetto a tutte le altre figure e categorie sociali esistenti possiede una caratteristica specifica.
Egli si pone sempre come l’interprete della realtà in cui vive. Ovvero, un interprete che non è un semplice espositore di cliché, archetipi e modelli sociali ma un innovatore, un architetto: un progettista di vie d’uscita e di scenari. L’indicatore di una nuova via. Il battistrada. Il designer del cammino da seguire. E dunque, se caratteristica dell’intellettuale è la dimensione progettuale, egli non potrà esimersi dal (di)mostrarsi critico rispetto alla società in cui sta vivendo. Dall’essere al tempo stesso lucido analista del suo tempo ed infaticabile ri-cercatore di soluzioni alternative ai problemi presenti. Per cui, nel cercare l’origine dei problemi, l’intellettuale dovrà mettere in discussione la propria società. Che è appunta quella società «che ha smesso di mettersi in discussione». L’intellettuale, è ovvio, capirà questo fatto in maniera precisa per mezzo dell’analisi che egli farà della realtà. E proporrà così una certa soluzione. Un progetto. Un progetto per cambiare le cose. Ed allora questo cambiare le cose (in una società ed in una realtà del genere) non sarà altro che la dismissione delle certezze, la messa in mora delle verità, la fine del mondo dove tutto sembra essere giunto alla fine. Questa presa di congedo dalle certezze, l’intellettuale la farà intervenire facendo entrare sulla scena qualche dubbio. Svalutando qualche cosa che oggi appare così tanto valutata. Questa svalutazione è dunque già l’ironia! L’intellettuale perciò non può che essere ironico oggi, al pari di Socrate nel V secolo a.C. Proprio come una «torpedine marina» l’intellettuale dovrà scuotere, destare, agitare (e se del caso: percuotere) e far entrare nella testa dei suoi contemporanei qualche insicurezza, qualche incertezza, qualche perplessità, qualche esitazione, qualche sospetto. Perché di questo c’è bisogno oggi. Sia detto per inciso io non so certamente diverse cose: 1) io non so affatto per esempio se esista ancora l’intellettuale; 2) io non so nemmeno chi sia oggi l’intellettuale? 3) ne (sempre ammesso che l’intellettuale ci sia) se egli sarebbe in grado di esercitare effettivamente questo ruolo? 4) o in quale modo lo dovrebbe fare? 4) e se qualcuno lo starebbe poi oggi a sentire? 6) e neppure che fine farebbe chi si comportasse in questo modo in una società come la nostra? E’ vero: io non so tutte queste cose e non le so davvero, lo giuro. Ma sono convinto che il ruolo dell’intellettuale oggi dovrebbe essere proprio quello che ho appena detto. Perché ne sono convinto? Beh, perché un compito di questo tipo è più che mai necessario oggi. E solamente un intellettuale autentico può incarnare questa necessità. Questa necessità che è, al contrario di quella di Severino (3) : una privazione. Chi altri se no?

di Gianfranco Cordì per http://www.riflessioni.it/


(1) Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Volume Primo: La filosofia antica- la filosofia patristica- la filosofia scolastica, UTET, Torino, 1999 (Ristampa), p. 71.
(2) Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2005, p.p 11-12.
(3) Emanuele Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano, 1980.

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