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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 23, 2008

Appunti di evoluzione


A ridosso del 2009 a.d. (anno darwiniano, perché 150° anniversario della pubblicazione dell'Origine delle Specie e bicentenario della nascita di Charles Darwin), ci ritroviamo tra le mani un documento prezioso, tradotto per la prima volta in italiano. I tre Taccuini ora pubblicati sono la testimonianza diretta del percorso personale e intellettuale che portò il giovane naturalista inglese alla teoria dell'evoluzione per selezione naturale: appunti autografi di uno studioso che raccoglie materiale, si fa domande, abbozza risposte, scarabocchia immagini per aiutare la mente a visualizzare concetti.
Attività normali per i ricercatori, che tuttavia in questo caso hanno prodotto un risultato fondamentale per il nostro modo di vedere il mondo. Un risultato ottenuto per lenta accumulazione, a partire dalla necessità fondamentale di spiegare la diversità della vita e della natura, osservata negli anni di viaggio intorno al mondo che precedono l'inizio della stesura dei taccuini.
Non si parla infatti solo di esseri viventi, anzi. Una buona parte del primo taccuino, che copre i mesi a cavallo tra 1836 e 1837, è dedicata alla geologia: con una forzatura storica, si potrebbe quasi pensare che Darwin stesse mettendo in piedi il grande scenario per la sua teoria dell'evoluzione. Lo studio della geologia permise infatti a Darwin di ampliare, come molti altri prima di lui, la dimensione temporale, portando l'età della Terra a una grandezza indefinita ma comunque sufficiente per accogliere i mutamenti graduali delle forme di vita.
Tuttavia, e qui è uno dei punti più interessanti che emergono dalla lettura di questi taccuini, la gradualità dell'evoluzione biologica non è stata immediatamente intuita dal giovane Charles. Anzi, come mettono bene in luce i commenti dei curatori di questa edizione italiana, Darwin fu all'inizio orientato a una teoria maggiormente saltazionista, con le nuove specie che comparivano in modo quasi improvviso. Solo più avanti sposerà quel natura non facit saltus che gli fu spesso rimproverato a fronte della mancanza di forme fossili intermedie e della difficoltà di connettere la grande varietà di piani anatomici presenti in natura.
L'intuizione della selezione naturale prende forma nell'ultimo taccuino qui tradotto, scritto tra la fine del 1838 e il 1839, cioè poco dopo la lettura dell'opera di Malthus che costituì il punto di svolta per creare una teoria capace di comprendere tutto ciò che fino ad allora Darwin aveva osservato. Ecco quindi un «Hurrah!» gioioso, quasi fuori luogo per la figura di compassato studioso che siamo abituati a conoscere.
È questa una delle caratteristiche principali di questi scritti, l'apertura di piccole finestre sul mondo privato di Charles Darwin, sugli entusiasmi e sulle preoccupazioni scientifiche che invece sono quasi del tutto esclusi dai lavori destinati al pubblico. Viene dato modo al lettore di partecipare quasi «in diretta» alla scoperta scientifica, con i corollari emotivi e le difficoltà teoriche della nuova ipotesi, nuove metafore, riletture di testi che assumono diversi significati, fino alla costruzione di una teoria che solo molti anni più tardi verrà divulgata compiutamente. Anche qui si evidenzia la grandezza di Darwin, un rivoluzionario che fu capace di frenare i suoi entusiasmi per eliminare ogni residuo dubbio, e solo di fronte alla possibilità di vedersi negata la paternità dell'idea di selezione naturale si decise a pubblicare i suoi risultati.
La lettura, accompagnata anche dall'ottimo commento dell'edizione inglese (disponibile on line, come tutte le opere di Darwin), rivela inoltre la mappa culturale in cui si muovevano i naturalisti della prima metà dell'Ottocento. Ci viene mostrato un lavoro scientifico affascinante, che davvero si svolge «sulle spalle dei giganti», in un panorama estremamente variegato da cui il genio darwiniano riuscì a estrarre una nuova visione del mondo, intrecciando discipline diverse e interrogando in modo innovativo i risultati dei suoi colleghi.

di Mauro Capocci per "Le Scienze"

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