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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 27, 2008

Cibo e desiderio nella filosofia letteraria del libertino


All’interno della simbologia connessa al concetto di cibo troviamo senza dubbio significati diversi e molteplici, eppure un aspetto in particolare è bene sottolineare, poiché da sempre ha assunto un valore particolare soprattutto all’interno delle più svariate opere scritte: si tratta del legame che unisce l’atto del mangiare all’atto di possedere una donna.

La vicinanza del testo culinario al testo erotico è cosa nota: “non è casuale” - sostiene Augusto Ponzio – “che il linguaggio comune permetta passaggi dall’uno all’altro metaforizzando l’uno mediante l’altro. (…) Come non è casuale che non solo il linguaggio verbale, ma il corpo stesso metaforizzi tramite spostamenti tra alimentare ed erotico”.

Nella sua opera L’uomo dei lupi, così si esprime Sigmund Freud:: “Si parla correntemente di un oggetto amore ‘appetitoso’, e per descrizione la donna amata si dice che è dolce. L’obiettivo erotico dell’organizzazione orale ricompare al culmine del parossismo amoroso (‘ti mangerei per quanto ti amo’)”. A tal proposito, un caso esemplare è rappresentato dalla polisemia del termine “piccante”, teso a designare non soltanto la qualità, il sapore, di un cibo, ma anche a descrivere il genere di una storia che abbia, per così dire, implicazioni scandalose, soprattutto di natura sessuale.

Convivialità ed erotismo – poli antitetici dell’esistenza - si accostano dunque idealmente, e insieme rimandano a temi di scrittura, immaginario, letterarietà, intercorporeità. In gioco è sempre il corpo, nella sua valenza di minimo comune denominatore, e tuttavia si tratta in questo caso non più di corpo organico, considerato nella sua fisicità, bensì di corpo simbolico, metafora di significati aggiunti.

Ed è proprio all’interno di tale contesto che possiamo inscrivere la famigerata figura letteraria di Don Giovanni: “Nel mito di Don Giovanni” - sostiene Guido Almansi - “che ha ispirato e generato un gran numero di testi e ha avuto un ruolo centrale nella fantasia del sesso e nei codici della trasgressione degli ultimi secoli, la tavola ha sempre mantenuto un ruolo complementare, ma non sussidiario, rispetto al letto” Parallelismi, dunque, tra erotismo e gastronomia, laddove il desiderio per la donna (amata, ma, soprattutto, “consumata”, desiderata, davvero con la bramosia dell’affamato) si fonde col desiderio del cibo; coronamento e insieme sfondo, contestualizzazione delle imprese amorose. E tuttavia, in questo caso, il cibo (da sottolineare: sempre e comunque molto elaborato, “iper-contaminato” dall’intervento umano) e la donna sono entrambi per Don Giovanni, esperienza del proibito, espressione di una perversione del palato come della libido, entrambi considerati anti-naturali, manifestazione perversa di una cultura urbana decadente, nettamente in antitesi con un altro mito - letterario anch’esso - che è quello della vita arcadica, in cui la memoria di un ambiente pastorale idealizzato diviene portatrice di un ideale di purezza-naturalità legato al cibo come all’amore.

Don Giovanni dunque vive in un perenne stato contraddittorio: cibo amato-odiato e donna amata-odiata, piacere edonistico e insieme trasgressivo, pericolo di un processo, come si diceva, bulimico, in cui nell’ansia di consumare si finisce per essere, alla resa dei conti, consumati.

Sulla stessa linea di pensiero, ma ben più rimarcata e portata alle estreme conseguenze, la filosofia gastronomico-sessuale dei personaggi di De Sade. Da sottolineare, in tal caso, il discorso che pone la realtà del cibo in relazione alla filosofia del libertino (discorso valido, bisogna dire, anche per la figura di Don Giovanni). Vediamo infatti che la tavola occupa un posto privilegiato nel sistema organizzato del libertinaggi, talvolta come contrappunto alle sfrenatezze sessuali, talvolta in armonia con esse. Per Noëlle Châtelet “di tutte le altre parti del corpo, la bocca libertina diventa perciò, per la durata del pasto, la regina incontrastata del piacere, il punto centrale e cruciale delle onde lubriche. Vuol forse dire, questo, che essa si limita a una pura funzione di assorbimento? Certamente no, nella misura in cui essa si associa ad un’altra funzione, che è quella del proferimento: la bocca mangia e la bocca parla. (...) Afrodisiaco il cibo, afrodisiaca la parola (…)”. E dunque il binomio cibo-sesso pare basarsi sulla corrispondenza ideale delle parti del corpo che entrano in gioco in entrambe le attività, sublimandole entrambe al loro valore simbolico - come si è detto - piuttosto che nella loro realtà organica, che tuttavia non è del tutto priva di importanza.

In base a questa logica, tanto speziati e abbondanti sono i piatti a tavola, quanto piccanti e abbondanti gli argomenti criminali che giustificano il libertinaggio. Al pari del cibo, la parola mantiene vivo, attraverso l’atto eccessivo, il fuoco della concupiscenza, esasperandone sempre di più le passioni intime. Il cibo, dunque, contro-canto delle imprese erotiche (affatto eroiche) dei protagonisti, cibo, come si diceva, sempre e comunque “eccessivo” in qualche sua parte.

Un acuto senso del rituale sta dunque alla base dell’ideale del libertino: in entrambi gli aspetti - consumazione del cibo, atto sessuale - nulla è lasciato al caso, ogni particolare ha una sua valenza interiore ed esteriore da non dover in alcun modo trascurare, pena un ritorno alla naturalità, all’intiepidimento dello spirito di trasgressione, e quindi, forse, nella peggiore delle ipotesi, ad un “ripensamento” morale.

Altri famosi esempi si possono ravvisare in letteratura, che evidenziano lo stretto legame che unisce il cibo al desiderio carnale.

La tradizione popolare offre, in tal caso, un vasto panorama: si è già parlato del Paese di Cuccagna, a proposito del quale si deve aggiungere che il sogno di un eccesso alimentare si trova raramente disgiunto dalla sfera del desiderio sessuale, ma si può ricordare anche il caso di un libertino “nostrano”, per così dire: Pulcinella, che nelle sue rocambolesche avventure mostra di non disdegnare (e a volte non distinguere, nel desiderio) un piatto di maccheroni dalle grazie della sua bramata donzella. Non è un caso, del resto, che Pulcinella sia stato, nel corso del XVII° secolo, associato alla figura di Don Giovanni, del quale, ad un certo punto, divenne addirittura servo fedele.

Identità con il nobile libertino, dunque, ma nello stesso tempo antagonismo, dal momento che la sfrenatezza di Pulcinella si oppone a quella del padrone in veste, se così si può dire, più schietta. Nello stesso tempo, l’interconnessione all’interno della coppia parodica si realizza pienamente laddove, mentre il padrone supera il servo nella trasgressione morale, quest’ultimo detiene il primato di una violazione verbale, trasgressione linguistica. Troviamo dunque in Pulcinella la piena realizzazione del legame parola/sessualità/alimento, con la fondamentale discriminante che, in tal caso, la perenne ricerca del cibo avviene sotto la persistente spinta della fame… bisogno endemico delle classi popolari di cui il personaggio è espressione.

di Nicoletta Moretti per www.essereemangiare.it

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