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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 30, 2008

Joice e la memoria




La Parigi di inizio Novecento era, come noto, un importante centro culturale e scientifico: "Dublin's antithesis", secondo Ellmann (JJ 115). Joyce soggiornò in questa città in due riprese: la prima, da studente di medicina, tra il 1902 e il 1903, e la seconda parecchi anni dopo, a partire dal 1920, sollecitato da Ezra Pound affinché portasse a termine Ulysses. Tra i due momenti si inserisce, oltre al periodo triestino, anche una lunga permanenza a Zurigo (1915-1919) i cui "effetti" si sarebbero fatti sentire, forse, durante la seconda e definitiva residenza parigina.
Quando Joyce giunse a Parigi la prima volta, la città era, per l'appunto, la meta ideale di ogni aspirante medico. Chiunque, in quegli anni, avesse ambizioni e volesse studiare medicina, sognava di farlo a Parigi. In verità, Joyce aveva già cercato di studiare medicina a Dublino, ma senza grandi risultati. Il suo nome figura tra gli studenti immatricolatisi al Trinity College il 2 ottobre 1902 (JJ 769, n.20), e cioè qualche giorno prima di ricevere, in una turbolenta cerimonia, il diploma di Bachelor of Arts (JJ 109). È probabile che Joyce avesse scelto medicina senza molta convinzione,forse per compiacere suo padre che voleva che il figlio riuscisse là dove egli aveva fallito (ibid.).
Joyce seguì lezioni di biologia, chimica e farmacologia senza distinguersi e senza sentirsi del tutto portato per quel genere di studi (ibid.). Il trasferimento a Parigi appare, quindi, davvero sorprendente. Forse Joyce avvertiva il fascino di quella città e colse l'occasione di una presunta congiura del Trinity College contro di lui per lasciare Dublino e l'Irlanda (JJ 111). Così, in breve tempo, Joyce si ritrovò a essere un "Paysayenn" come Stephen in Ulysses, cioe uno studente di "P. C. N., you know: physiques, chimiques et naturelles" (U 51), ossia uno studente dell'anno propedeutico agli studi di medicina incluso nei curricula francesi fino a pochi anni fa.
La reputazione di Parigi nell'ambito degli studi medici era legata in gran parte, anche se non esclusivamente, ai tentativi di classificare un certo tipo di sofferenza psichica in un preciso quadro nosologico di riferimento. A partire dalla seconda metà dell'Ottocento, due paesi europei avevano cercato di affrontare sistematicamente il problema dell'isteria: la Germania e la Francia. La bibliografia medica relativa agli studi compiuti sull'argomento rimanda, in quegli anni, costantemente ad autori francesi o tedeschi, anche se molto diversi potevano essere i procedimenti terapeutici propugnati. La stessa terminologia scientifica destinata a diffondersi sarebbe stata, almeno per qualche tempo, prevalentemente francese, testimonianza di una grande dimestichezza francese con lo studio, l'analisi, e soprattutto l'inquadramento anamnesico del fenomeno. Quando, ancora nel 1892, Freud e Breuer si accingono a descrivere le varie fasi del "grande attaque hystérique" secondo Charcot, essi enumerano "1) quella epilettiforme, 2) quella dei movimenti ampi, 3) la fase delle attitudes passionnelles, 4) quella del délire terminal".
Se Jean-Martin Charcot (1825-1893), il grande neurologo francese, appare oggi quasi un antesignano dei primi studi sistematici sull'argomento, egli era in realtà la punta di un iceberg di una lunga, e talvolta anche monumentale, serie di studi. Prima di lui, alla clinica Salpêtrière di Parigi, il suo ruolo era stato ricoperto da Paul Briquet (1796-1881), autore del ben noto Traité clinique et thérapeutique de l'hystérie (1859). Così scriveva Freud nella sua relazione alla comunità medica viennese, dopo il suo soggiorno di studio a Parigi compiuto dall'ottobre 1885 al marzo 1886:
La Salpêtrière, dove mi recai subito, è un vasto insieme di edifici che per le sue casette a un piano disposte a quadrilatero, per i suoi cortili e i suoi giardini, ricorda molto l'Ospedale generale di Vienna: nel corso del tempo è stata adibita a vari usi diversi (come la nostra Gewehrtfabrik), per divenire infine [nel 1813] un ospizio per donne anziane ("Hospice pour la vieillesse (femmes)") che può ospitare più di cinquemila persone.

Charcot aveva vinto nel 1848, al secondo tentativo, il concorso per ottenere l'internato presso gli Hôpitaux di Parigi entrando nell'équipe del patologo Rayer alla Salpêtrière, tra le cui mura si sarebbe svolta tutta la sua attività successiva. Nel 1870, in segno di riconoscimento, ebbe la possibilità di organizzare un servizio di nuova istituzione destinato a due classi di degenti: epilettiche (senza complicazioni psichiatriche) e isteriche.
Charcot si aggirava per le corsie di quel cronicario, nel quale aveva passato gran parte della sua vita, "catalogando e battezzando una serie di malattie del sistema nervoso con un'aria di Adamo della neurologia". Il giovane Freud era stato molto colpito dalla personalità di Charcot (allora sessantenne) e dal suo metodo ipnotico applicato ai pazienti isterici (di ambo i sessi). Attraverso l'ipnosi (che Freud difenderà con veemenza dagli attacchi di molti suoi colleghi, convinti che fosse inutile o anche dannosa) era possibile giungere a un "ampliamento della coscienza" e far riaffiorare "ricordi, pensieri e impulsi" fino a quel momento esclusi dalla vita consapevole del paziente. Dopo aver cercato di affrontare, sulla scia dello stesso Charcot, la sofferenza psichica con l'elettroterapia e i massaggi, Freud comincia a riflettere sulla possibilità di intendere l'isteria in termini di deficit della memoria. Sia pure prendendo le distanze da Pierre Janet e da parte della scuola francese, che riteneva "la 'scissione della personalità' [...] basata su una originaria debolezza mentale (insuffisance psychologique)", Freud interpreta la sofferenza del malato come il risultato di un vuoto nella sua capacità di ordinare e valutare i ricordi.
L'atto costitutivo della psicanalisi è pertanto fondato sull'amnesia del paziente e sulla labilità della memoria: "Trovammo infatti [...] che i singoli sintomi isterici scomparivano [...] quando si era riusciti a ridestare con piena chiarezza il ricordo dell'evento determinante, risvegliando insieme anche l'affetto che l'aveva accompagnato".
Il concetto di memoria qui (e in seguito) esposto da Freud è quindi di tipo unicamente retrospettivo e diacronico, e il compito del terapeuta è quello di ripristinarne le facoltà, ora attraverso un procedimento (ipnotico) che scavalca le resistenze del paziente e consente (in teoria) di arrivare a profonditè impensabili della sua psiche, e in seguito, con il varo di una nuova topica e di un nuovo approccio psicanalitico, interpretando queste stesse resistenze e mettendo a disposizione dell'Io strati sempre più ampi di inconscio. Può essere interessante notare che i "sintomi isterici tipici" comprendono, secondo gli autori, anche "un restringimento del campo visivo" e quindi una diminuzione più o meno temporanea delle capacità percettive secondo modalità che, sia detto per inciso, Bloom si troverà a sperimentare in più di un'occasione da "Lotus-Eaters" in poi.
Che di questo concetto di memoria, fallace e porosa, vi siano tracce in Ulysses è stato già ampiamente documentato: "Ulysses si snoda al ritmo del ricordo perduto e incardina la propria materia narrativa nelle voragini del passato che si sottrae".
La memoria del testo, storica e individuale, si iscrive nel paesaggio di Bloom e del popolo irlandese lasciandone i segni ed evidenziandone pateticamente le amnesie. Il testo si costruisce cioè anche grazie ai propri vuoti, alla propria friabilità, simile in questo all'effimera materia che raccoglie il fuggevole insight di Bloom, "I. AM. A." (U 498), "inciso" sulla sabbia di Sandymount Strand. Se, come diceva Jung, il testo di Ulysses poteva essere letto anche in senso contrario, e cioè dalla fine all'inizio, è proprio dall'incompletezza della frase di Bloom che si diparte un ulteriore senso, ancora una volta, si direbbe, imperniato sulla moglie Molly. Dalla stessa giornata di Bloom iniziata, secondo lo Schema Linati, alle otto del mattino del 16 giugno 1904 e conclusasi dopo le due del mattino successivo, manca, del resto, il resoconto di un'infinita quantità di momenti. Nonostante l'audace restringimento di prospettiva a un'unica giornata della vita di un uomo, noi finiamo per "assistere" a non più di nove ore su diciotto.
Accanto a questa predominante concezione "retroattiva" della memoria, fondante, come si è detto, dello stesso procedimento psicanalitico, sembra però profilarsi in sede scientifica anche un altro senso di percorrenza, o una diversa funzione delle capacità "mnemoniche" attribuibili all'individuo. Soltanto pochi mesi prima dell'inizio del trattamento "catartico" con Bertha Pappenheim (poi passata alla storia della psicanalisi con lo pseudonimo di Anna O.), l'amico e collega di Breuer, Meriz Benedikt, aveva esposto ai membri della Società Viennese di Medicina le sue ricerche su "Catalessia e mesmerismo", che comprendevano un resoconto delle capacità ipermnestiche di alcuni pazienti manifestatesi durante alcune sedute ipnotiche.
Come scrive Mikkel Borch-Jacobsen,
Some patients could recite whole passages from books. Others spoke languages forgotten since childhood, vividly recalling past events and even past lives. Still others remembered (as Bertha Pappenheim also did) everything that had taken place during previous somnambulistic states, events of which thay retained no memory in their normal waking state.

Anna O. (che fu curata dal solo Breuer dal dicembre 1880 al giugno 1882) apparteneva appunto a questa categoria, dal momento che manifestava, oltre al ben noto restringimento del campo visivo,
l'abitudine (della quale non sembrava rendersi conto) di parlare solo inglese, e "[n]elle sue ore migliori, più libere, [...] francese o italiano". Ancora più sorprendente è il fatto che la paziente fosse in grado di rivivere, nella sua memoria, giorno per giorno l'inverno precedente:
Bastava presentarle un arancio (suo nutrimento principale durante il primo periodo della sua malattia), per buttarla indietro dall'anno 1882 nell'anno 1881. [...] Avrei potuto soltanto sospettarlo, se nell'ipnosi serale non si fosse liberata giornalmente a parole di quel che nel giorno corrispondente del 1881 l'aveva emozionata e se un diario segreto della madre, dell'anno 1881, non avesse fornito la prova irrefutabile della veridicità dei fatti in questione.

Nonostante Breuer fosse - a quanto pare - particolarmente interessato a questo genere di fenomeni, gli Studi sull'Isteria ne recano traccia unicamente nel caso clinico di Anna O., e senza alcuna reale discussione dell'evento o un'analisi delle eventuali connessioni con altri casi. Sembra calare, in altre parole, una sorta di silenzio, o addirittura di censura, su manifestazioni di tipo ipermnestico e/o telepatico che esulino dalla tipologia di quello che si sta per costituire come casus classicus. Se, da un lato, gli Studi sono il luogo per la discussione di un complesso caso "eccentrico" come quello di Anna O., può essere interessante notare che soltanto qualche anno prima Freud aveva affermato con decisione che
per esempio la cosiddetta "lettura del pensiero" (Gedanken erraten) si spiega attraverso i piccoli, involontari movimenti muscolari che il medium compie quando si fanno esperimenti con lui, poniamo quando ci si fa guidare da lui per ritrovare un oggetto nascosto. Tutto il fenomeno merita piuttosto il nome di "tradimento del pensiero" (Gedanken verraten).

Il ruolo e l'importanza di Breuer nel momento fondante della scienza psicoanalitica, a lungo apparso marginale, è da qualche tempo al centro di una revisione teorica che sembra far luce sulle rispettive responsabilità e rapporti di forze all'interno della diade originaria.
La travagliata gestazione degli Studi sull'isteria, in cui i due autori si trovarono a firmare congiuntamente un testo quando ormai erano sorti insanabili dissidi pratici e teorici, sembra fornire una conferma di questa sopraggiunta divergenza di orientamenti. L'approccio "globale e non dogmatico" di Breuer lasciava spazio anche alla valutazione di fenomeni quali l'ipermnesia, la criptomnesia e la telepatia, rispetto ai quali Freud mantenne sempre un discreto distacco scientifico pur mostrando un certo interesse in privato. La stessa scelta dello pseudonimo "Anna O." per Bertha Pappenheim sembra voler eludere un eccessivo dogmatismo scientifico e interpretativo, celando l'identità della donna dietro un nome composto da un palindromo (che quindi può essere letto anche da destra a sinistra) seguito da un cerchio (che esclude a priori qualsiasi direzione). La conclusione del trattamento con la giovane e brillante paziente, in cui Breuer (allora sessantenne) sembrò - a quanto è dato sapere - lasciarsi travolgere dalle dinamiche di transfert, segnarono il suo allontanamento da Freud e dalla sua utilizzazione della "catarsi" (come veniva definita allora la psicanalisi), e quindi anche da un approccio culturale di una certa matrice. Paradossalmente, la sua eredità sarebbe stata raccolta, più che da Freud, da Jung, che dedicò i suoi primi lavori proprio allo studio dei fenomeni paranormali e criptomnestici. Jung avrebbe tratto, infatti, ben diversa lezione dalla frequentazione, nel 1902, dei corsi di Pierre Janet presso la clinica Salpêtrière di Parigi, cominciando a concepire la memoria e il tempo in termini assai più rizomatici e meno lineari di Freud.
I corsi di Joyce a Parigi sembrano essere cominciati proprio nel 1902 (il 7 dicembre), e interrotti poco dopo (JJ 117). Che cosa Joyce abbia potuto assorbire di una simile temperie culturale in rapido mutamento è cosa difficile a dirsi, anche in virtù della cortina di silenzio gravante, da sempre, sugli anni parigini di Joyce (sul primo soggiorno e anche sul secondo, più lungo). Ciò che conta è che proprio in questi anni si assiste alla fissazione, in sede scientifica e culturale, di una certa modalità della memoria, destinata a imporsi non solo in ambito psicanalitico ma anche nel nostro tradizionale immaginario occidentale e novecentesco. La "nostra" memoria, sempre fallace e spesso ostacolata da veri e propri sabotaggi della rimozione, ci consente di ricordare eventi passati nei quali siamo, direttamente o indirettamente, implicati. Ma di quell' "altra" memoria, circolare e sincronica, Joyce e Ulysses avrebbero avuto ben diversa esperienza.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e