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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 10, 2008

Mishima e la carne


Un libro, ogni libro, dovrebbe nascere e circolare anonimo. Solo così si potrebbe apprezzarlo in sé e per sé, con il dovuto distacco. E la fama dovrebbe, semmai, toccare all’opera, non all’autore. Ma quella che si usa definire cultura di massa presuppone e impone invece una miriade di idoli, personaggi, guru e rabbi, e ne consegue che non si dà libro senza che case editrici, media e critica illustrino l’autore-personaggio, il quale, se la sua opera ha successo, diviene più importante di essa, immediatamente reclutato dall’onnina industria dello spettacolo in crescita insaziabile. Anzi, è la sua opera a impallidire: resta il nome dell’autore, marchio di garanzia. Si perde così di vista — lo si è dimenticato da un pezzo, anche se di tanto in tanto si torna a proclamarlo — che non si scrive ma si è scritti, che non si parla ma si è parlati; e che l’autore, la figura di carne e ossa che prende in mano la penna, è solo un intermediario tra la pagina coperta di caratteri e il serbatoio inesauribile e insituabile da cui sgorgano le parole. D’altra parte, lo scrittore è anche uomo; e da molto tempo, precisamente da quando esiste la “funzione” del letterato, corollario della specializzazione artistica, è in atto l’irrisolto e irrisolvibile confronto tra arte e vita. ...


(Francesco Saba Sardi, da “Yukio Mishima e la Carne”, in La via del samurai, Bompiani, Milano, 1983. Ora in Zibaldone2 – introduzioni, retroazioni e fanfaluche varie, Bevivino, Milano, 2006)


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