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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 05, 2008

Paolo Poli e le sue favole


Una intensa prova di attore al Teatro della Tosse di Genova, che ha ospitato, purtroppo per soli due giorni di fine maggio, Paolo Poli con il suo Favole. L’attore toscano, in frac impeccabilmente demodé, era accompagnato al pianoforte dal bravo Antonio Ballista, con cui si intuiva una intesa robusta, fatta di tempi in scena precisi e di continui rimandi dialettici. Tra le sue mani poi, affettuose e un po’ gelose come di bimbo con i suoi giocattoli prediletti, i burattini creati da Bruno Cereseto da bozzetti del rimpianto Emanuele Luzzati. Finalmente pieno, infine, il teatro e tale sarebbe stato, credo, ad ogni altra replica se queste fossero state più numerose. Lo spettacolo lo meritava, uno spettacolo che sotto l’apparenza della improvvisazione nascondeva, ma non troppo, un pieno controllo della scrittura scenica, dei movimenti recitativi come del supporto sonoro, all’interno della quale il testo, anzi i testi utilizzati a mo’ di canovaccio gozziano, si travestivano di significati inaspettati, di allusioni e corrispondenze inedite e nuove ma, per così dire, spontaneamente naturali e quasi indiscutibili. Il filo dell’ironia, che è una qualità quasi fisica in Paolo Poli, ne attraversava le trame leggere per guidarle alla scoperta di verità antiche e di riscontri nell’attualità, sempre accennati con garbo ma comunque taglienti. Insieme a quelle, Poli riesce a guidare noi spettatori, i bambini per anagrafe, non molti in verità, ed i più numerosi bambini per il desiderio di una sera. Non regressione dunque ma recupero, ispirato nelle modalità stesse del suo muoversi nello spazio e nel tempo della scena, di quella capacità, troppo spesso dimenticata da adulti, di raccontare per scoprire e conoscere e per elaborare i lutti ed il male della realtà, capacità grazie alla quale la crudeltà che le fiabe non risparmiamo diventa, da mostro incontrollabile, una opportunità, opportunità di cambiare e dunque di crescere e riscattare quella stessa crudeltà non più nascosta e denegata. È in fondo l’intuizione - insegnamento di Collodi che di alcune delle fiabe narrate in scena è stato traduttore e travestitore, in questo citato con sola apparente disattenzione dal nostro attore drammaturgo. Da “Cenerentola” a “Pollicino”, dalle “Tre Melarance” gozziane-sanguinetiane al più moderno elefantino “Babar”, la narrazione di Paolo Poli ha srotolato in scena disegni da cantastorie, burattini e bambole di legno che come attori portavano in scena la parola e la animavano, con noi, di senso e di significato. Vi è in Poli una vena surrealista ed anche metafisica che ha radici nella prima metà del secolo, e le citazioni musicali finali da Sati a Poulenc lo confermano, epoca che mostra di aver lasciato con rimpianto, vena unita però ad un gusto dell’affabulazione che fa dell’ironia uno strumento forte e razionale quasi bontempelliano. La sua capacità mimica e mimetica poi, grazie alla quale può continuamente travestirsi senza mai cambiar d’abito, si è alla fine manifestata nei bis d’obbligo (visto che glieli chiedevano sempre, Poli, per sua diretta ammissione, ha deciso di farli anticipando ogni nostro desiderio) con acuti calambour musicali e brevi racconti tanto icastici da apparire figurativi, con siparietto finale a portare sul proscenio il suo fidato pianista. Gioco teatrale, leggero come seta, potranno dire i molti amanti del falso impegno che non si accorgono come raccontare è soprattutto costruire mondi di affettività e di pensiero, dunque di conoscenza.Ma ieri sera il pubblico ha applaudito per molti minuti, avendo prima vissuto un esperienza di intelletto e di cuore, cosa che il teatro non concede spesso. Senza essere presi o prenderci troppo sul serio, però, come ci ha ricordato lo stesso Poli che, firmando un autografo ad una bimba che lo chiedeva, le ha detto con ironia : “Se penso che Leonardo da Vinci non firmava i suoi capolavori, mentre noi che facciamo “cretinerie” in scena firmiamo autografi….”

di Maria Dolores Pesce per http://www.dramma.it/

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