______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 18, 2008

Racconto l'orrore della guerra e del Biafra soffocato nel sangue


Quando verso la fine degli anni Sessanta le fotografie dei bambini denutriti del Biafra fecero per la prima volta il giro del mondo, in molti chiesero da dove spuntasse quella Nazione sconosciuta, assente da tutte le carte geografiche. Il Biafra non esisteva fino al maggio 1967, quando la parte sudorientale della Nigeria, abitata dagli Igbo, con un colpo di Stato chiese l'indipendenza e si autoproclamò Biafra (da nome del golfo). La Bandiera era un mezzo sole giallo che sorgeva al centro di una striscia nera tra due rosse e verdi. Il sogno dell'indipendenza finì tre anni dopo, con la capitolazione del 15 gennaio 1970 e il terribile bilancio di un milione di morti.
Il dramma del Biafra e del suo popolo ci arriva ora come un pugno nello stomaco nel libro della scrittrice trentenne Chimamanda Ngozi Adichie. "Metà di un sole giallo" è un romanzo evocativo, epico, passionale, premiato nel 2007 con l'Orange Broadband Prize.
I protagonisti vivono nei primi anni Sessanta in un milieu borghese e colto, dove già si avvertono i primi fermenti secessionisti. Le loro vicende personali e amorose si mescolano alla cronaca dei massacri. La storia delle due gemelle igbo Olanna e Kainene corre parallela a quella del tredicenne Ugwu, Houseboy dall'intellettuale rivoluzionario Odenigmo, fidanzato di Olanna. E a quella dell'inglese Richard, trasferitosi in Nigeria per scrivere un libro sull'arte Igbo-Ukwu, e che invece vi troverà l'amore e il dolore. Chimamanda Adichie è nata nel 1977, e già da piccola sapeva che avrebbe scritto un romanzo sulla tragedia del suo popolo. Lei lo spiega senza enfasi, ma con passione.
"In quella guerra sono morti i miei nonni e io sono cresciuta con l'amarezza di non averli mai conosciuti. Un'amarezza nutrita dai racconto dei miei genitori, cui la guerra ha sfregiato la memoria, e con il peso di quel fantasma incombente su tutti noi".
Quanto ha attinto alle storie familiari e quanto alle fonti storiche?
Ho letto quasi tutto quel che è stato scritto sulla guerra, ma a formare la spina dorsale del romanzo sono stati i racconti della mia famiglia. Quasi tutto ciò che accade ai personaggi è basato su avvenimenti reali o su personaggi reali che ho conosciuto o di cui mi hanno raccontato.
I suoi protagonisti sembrano tutti incapaci di prevedere il futuro, e si fanno prendere alla sprovvista. Continuano a ripetere: "non ci sarà la guerra", "non ci sarà la guerra", per poi venir puntualmente smentiti dai fatti. Perché questa negazione continua?
Credo sia la natura umana. Molta gente, anche prima della Grande guerra o della Seconda guerra mondiale, era convinta che non ci sarebbe stato alcun conflitto. Lo pensavano gli inglesi, gli americani, i francesi...
La stessa incapacità di fare i conti con la realtà mostrano Ojukwu e gli altri leader che attaccarono la Nigeria convinti di vincere.
Non posso dare un giudizio storico sulla leadership biafrana. Perché non sono del tutto certa di quanto le loro pubbliche dichiarazioni si fondassero su delle speranze reali. E anchepossibile che fossero soltanto affermazioni propagandistiche. So, però, cosa pensavano i biafrani, la gente comune, come i miei genitori e i loro amici, che hanno creduto ferocemente nel Biafra perché sapevano di sostenere una causa giusta. Avevano torto, sbagliarono le previsioni. Ma ci hanno creduto e, se ci fosse una giustizia nell'universo, avrebbero vinto. Ciò detto, gli Igbo hanno avuto sempre enorme fiducia nelle proprie capacità e nelle loro forse. La nostra cultura non ha mai smesso di voler essere autosufficiente.
Perché ha scelto una costruzione a singhiozzo, procedendo continuamente avanti e indietro tra i primi anni Sessanta e la fine del decennio?
Per creare una tensione narrativa. Ma ancora di più per non perdere mai di vista l'umanità dei miei protagonisti. Quando i personaggi si muovono e agiscono in tempo di guerra è facile dimenticare che prima hanno avuto vite ordinarie, fatte di una miscela di pettegolezzi, cibo sesso, musica, libri, idee e lavori, a volte poco gratificanti.
Le reazioni personali dei suoi protagonisti hanno qualcosa di selvaggio. Penso a Kainene che brucia il manoscritto di Richard.
Non credo che sia una reazione selvaggia. Penso, invece, che attaccare quando sei stato profondamente ferito sia una reazione molto umana. Lei perdonerebbe il suo uomo, se andasse a letto con sua sorella, con la quale, per di più, ha un rapporto complicato?
Per scrivere un romanzo realistico, quanta libertà si è presa rispetto ai fatti reali?
Il più delle volte ho usato dei fatti, anche se sono molto più interessata alla verità emotiva. Ho inventato alcune cose, per esempio, la stazione ferroviaria a Nsukka, che non esiste. Ho cambiato l'ordine in cui le città sono cadute. Ma la maggior parte degli eventi sono presi dai racconti dei superstiti. Tutto reale.
A chi si è ispirata per i personaggi principali?
Sono nati dalla mia testa. C'è solo un personaggio, Harrison, che ri rifà a una persona reale, un ragazzo simpatico che ha vissuto con la mia famiglia fino a poco tempo fa.
Quanto conta per lei lo stile letterario?
Ho impiegato quattro anni a scrivere il romanzo proprio perché lo stile ha una estrema importanza per me. Ammiro gli scrittori che hanno grande cura dello stile, ma non permettono che questo diventi un ostacolo al racconto o allo svelamento di un personaggio e di un'emozione.
Ha impiegato più tempo a cercare le fonti o nella ricerca della scrittura perfetta?
A cercare le parole.
Come ha fatto a trovare il giusto equilibrio tra la sua storia privata e la Storia del Paese?
Quando vengo sopraffatta dagli eventi, ricordo a me stessa che ho scritto un libro sulle persone. Che parla della vita e del respiro degli essere umani.

di Brunella Schisa per "Il Venerdì"

Nessun commento: