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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 14, 2008

L'integralismo tecnologico


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La rivoluzione delle trasmissioni, delle telecomunicazioni, usa, generalmente parlando, la velocità assoluta, cioè la velocità delle onde ellettromagnetiche. Era già avvenuto con la radio e con il telefono, ma ormai avviene anche con la tele-audizione, con la televisione e con la tele-azione o interattività. Ora l'interattività è, in un certo senso, la nascita di un mondo uno, di un mondo unico. Unito da che cosa? Dal tempo reale, dall'immediatezza, dall'ubiquità, dall'istantaneità. Viviamo dunque un tempo ineguagliabile, un tempo mondiale, che non trova equivalenti nel passato, se non nel tempo astronomico. Tutta la storia delle società si fa nei tempi locali, di un paese, di una regione. La storia di domani, la storia che oggi comincia, si fa in un tempo unico, il tempo mondiale, il tempo dell'immediatezza, quello che si chiama 'live", "tempo reale". Questo comporta un trauma, a mio avviso. Il tempo reale, il tempo mondiale ha il sopravvento sullo spazio reale, sullo spazio tempo locale, sullo spazio-tempo della storia. Le tre grandi rivoluzioni tecnologiche sono: la rivoluzione dei trasporti con la rivoluzione industriale che l'ha determinata; poi la rivoluzione delle trasmissioni, di cui ho già detto, cioè la rivoluzione della comunicazione immediata, delle tele-tecnologie, eccetera; si prepara adesso, con le nuove tecnologie, la rivoluzione dei trapianti, cioè la possibilità per le micro-tecnologie di investire il corpo dell'uomo e non più soltanto, come al tempo della locomotiva, di sistemare il territorio con ferrovie, autostrade, aeroporti, canali, acquedotti. Allora la tecnica si era impiantata sul corpo della terra, aveva trasformato la città. Adesso con la miniaturizzazione delle tecnologie, con quelle che si chiamano micro-macchine o micro-tecnologie, l'innesto di stimolatori della vita, della memoria, della percezione è ormai possibile. Si assiste a un processo di fagocitazione della tecnica. La tecnica si introduce nel vivente: è in un certo modo realizzato il sogno futurista di Marinetti: l'uomo si alimenta di tecnica, non soltanto di chimica, come chimica degli alimenti, ma di tecnica delle micro-macchine. Marvin Minsky propone degli stimolatori della memoria, una memoria supplementare, che si potrebbe innestare sul corpo e che ha, come modello, un oggetto già esistente, che è lo stimolatore cardiaco.
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La passività, l'inerzia, è già un grande problema. Il fatto di aver messo in opera, per la prima volta nella storia, su scala mondiale, la velocità assoluta, la velocità delle onde elettro-magnetiche, comporta infatti una inerzia. Farò un esempio: un uomo, l'uomo, andava incontro all'evento o all'informazione nel tempo, si spostava, nel mondo, verso l'evento.. Ma, poiché ormai l'evento viene a lui non ha più bisogno di spostarsi. L'arrivo dell'evento ha soppiantato la partenza e il viaggio. E' un fenomeno di inerzia. E, a mio avviso, questa inerzia del corpo del telespettatore o del tele-attore, dell'uomo inter-attivo, rischia di fargli perdere la memoria del viaggio. Privato del viaggio, rischia di perdere la memoria delle acquisizioni, che il viaggio rendeva possibili. Farò un esempio chiarissimo. In Francia si dice: "I viaggi formano la gioventù". E' il mito di Ulisse. Ma quando non ci sono più viaggi, non c'è più memoria, ci sono solo calcolatori. Dunque è possibile una passività davanti a questa immediatezza dell'informazione, della memoria morta del calcolatore, che minaccia di colpire in profondità la coscienza dell'uomo. C'è in questo momento effettivamente un grande problema: è l'integralismo: integralismo cristiano, integralismo musulmano, integralismo ebreo. E' un grande problema. La guerra santa è all'ordine del giorno perfino a Parigi con la "Jiad". L'integralismo mistico del monoteismo, che è un fatto pericolosissimo per la pace civile, si incontra in Algeria, ma anche nel Medio Oriente, e adesso anche in Francia, e si accompagna a un integralismo tecnologico, cioè a un culto della tecnica, a un tecno-culto per un "deus ex machina". Non è più il dio della trascendenza del monoteismo, e quindi dell'integralismo religioso, è l'integralismo di un dio-macchina, capace di risolvere tutti i problemi. Io sono scandalizzato effettivamente da coloro che presentano le nuove tecnologie in una dimensione, direi, di fede quasi religiosa. Io dico: di fronte alla tecnica ci sono i taumaturghi e i drammaturghi. Taumaturghi sono quelli che gridano al miracolo perché Bill Gates ha lanciato "Window 95" o perché "Apple" ha prodotto un nuovo modello. Penso che tutto ciò è grave, assai grave. Manca la distanza critica che bisognerebbe avere di fronte a qualsiasi oggetto tecnico.
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Si può dire, per dare un'immagine della cosa, che il computer è un sintetizzatore di informazione, come certi pianoforti sono sintetizzatori di musica. Quando si ascolta un violoncello, suonato da un vero violoncellista, come Pablo Cazals, per esempio, è straordinario. Quando si ascolta un sintetizzatore di violoncello è molto diverso. In un certo senso il computer è un sintetizzatore di informazione, non è informazione nel senso dell'evento, ma la sua riduzione a un segnale, a un "bit" di informazione come si dice. Quindi, in un certo senso, l'informazione è stata aritmetizzata, digitalizzata, e ha perduto il suo spessore. Ma, credo, che si possa andare ancora più in là. E' curioso vedere che la materia nel passato era percepita sotto due aspetti. In primo luogo sotto l'aspetto della massa: massa, inerzia, pesantezza - e l'architetto sa bene che cos'è -; poi nell'età moderna sotto l'aspetto dell'energia, ma ormai ha una terza dimensione: l'informazione. Cioè oggi la materia è sempre massa, è sempre energia, ma oltre a ciò è informazione. Questo vuol dire che la materia ha ormai tre dimensioni e che la terza dimensione oggi pone dei problemi. Bisogna considerare la materia come informazione? Evidentemente sì: la pietra è informazione. Ma questo approccio alla materia ci fa perdere, forse, il contatto fisico. Tuttavia è un fatto che la materia ha tre dimensioni e che la terza dimensione è l'informazione
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Va da sè che la memoria morta del calcolatore rischia di provocare una perdita della memoria viva dell'uomo. L'accumulazione dell'informazione nelle banche-dati è una forma di capitalizzazione dell'informazione, che può portare - credo che questo processo sia già cominciato - a una specie di atrofizzazione della memoria viva dell'uomo e di oblio della tradizione. Ricordo che la memoria orale è già scomparsa a profitto della memoria libresca. La perdita della memoria orale è assai grave. Le società antiche e ancora la mia famiglia, i contadini in Bretagna, hanno una memoria orale che risale a parecchi secoli. Questa memoria è stata praticamente abolita, non ne resta più nulla. Allora si può dire che la memoria orale è scomparsa a profitto della memoria libresca. Ce ne sono prove da per tutto. Ora il passaggio dalla memoria libresca della lettura, cioè il passaggio dalla lettura dell'uomo alla lettura della macchina di un soft-ware, di una banca-dati, rischia a sua volta di far perdere la memoria libresca, come si è perduta la memoria orale. Dunque c'è un rischio di oblio e la possibilità di una industrializzazione dell'oblio, come ho detto....
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Non ci può essere, a mio avviso, avanzamento nel campo della tecnica, che mediante la critica. Non ci si può interessare a un oggetto tecnico, senza interessarsi alla sua negatività. Faccio sempre questo esempio: inventare la nave è lo stesso che inventare il naufragio, inventare il treno è inventare il deragliamento, inventare l'elettricità è inventare la scossa. Ora l'invenzione delle telecomunicazioni, delle reti telematiche, di internet, del "cyber-spazio" è anche l'invenzione di un incidente specifico, che non è altrettanto appariscente dell'incidente ferroviario, che fa dei morti e crea disordine. C'è una negatività, ed è questa negatività che io indago, non per negare il progresso della tecnica, ma, al contrario, nel tentativo di superare questa situazione. Faccio un esempio: quando è stata inventata la ferrovia, c'erano due tipi di ingegneri: gli ingegneri civili, quelli che facevano le strade ferrate, i binari ferroviari, i ponti e le gallerie, e gli ingegneri meccanici, che costruivano le locomotive. E la cosa funzionava, deragliamenti a parte. Un giorno, intorno al 1880, forse nel 1888, gli ingegneri europei - questa è storia - si sono riuniti a Bruxelles - il luogo è importante - e hanno detto: il vero problema non è il progresso della macchina a vapore, della locomotiva, non è lo straordinario progresso dei ponti metallici, l'apertura di gallerie, ma i troppi incidenti. Dunque bisognava impedire il moltiplicarsi degli incidenti. Fu inventata allora l'ingegneria del traffico. Il traffico è diventato un problema a sè, problema immateriale, ma problema di fondo. Fu inventato allora il sistema di blocco, che impedisce il deragliamento, un sistema segnaletico, assai sofisticato, con torri di controllo, che dirigono il traffico, e il sistema di blocco ha reso possibile la sicurezza della rete ferroviaria. Ancora oggi sul TGV (Train Grande Vitesse), il sistema di blocco - su cui ho fatto una trasmissione televisiva -, che si chiama "cap-signal", permette al TGV di andare sempre più veloce. Oggi nelle reti elettroniche bisogna individuare gli incidenti, i deragliamenti che, in questo caso, non sono materiali. Benché talvolta la disoccupazione... C'è una comprensione della immaterialità della rete, che è il lavoro che io tento di fare. Tento di farlo perché credo che sono tutti troppo impegnati - Bill Gates e gli altri - nella pubblicità di questi nuovi prodotti e nessuno si preoccupa della negatività, cioè nessuno si preoccupa del progresso. Chi si preoccupa della negatività si preoccupa del progresso, cioè della prevenzione dell'incidente.
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E' noto che l'invenzione della prospettiva è l'invenzione di una città nuova, della città europea. L'apparizione di un'ottica ondulatoria, la prospettiva del tempo reale, la trasmissione di un segnale che non è più del raggio solare, ma della radiazione elettromagnetica, è l'apparizione di una prospettiva del tempo reale e quindi un diverso rapporto con il mondo e un diverso rapporto con la città. E' a mio avviso un evento notevole. L'urbanismo era effettivamente una messa in opera della localizzazione delle popolazioni nelle grandi città e nei luoghi di produzione. Questo movimento si risolveva in una urbanizzazione dello spazio reale della geografia. E' un elemento fondamentale nella formazione dell'Europa. Ciò che avviene adesso, con le telecomunicazioni, è l'urbanizzazione del tempo reale, cioè la costituzione di una città virtuale, di una specie di iper-centro, che non sarebbe più una cosmopoli come Roma o Londra, dove c'era la capitale di uno stato, quindi di uno spazio reale, come l'Impero romano e l'Impero britannico, ma l'iper-centro del mondo. In un certo senso non si deve più parlare di "cosmopolis", ma di "omnipolis", la "città delle città". Le telecomunicazioni favoriscono una prossimità temporale, che forma - lo si voglia o no - il centro assoluto del mondo. Quindi questa specie di città virtuale delle telecomunicazioni è il vero centro. Ma non è più un centro geometrico e tutte le città reali non sono che la periferia di questo iper-centro delle telecomunicazioni. Una specie di città delle città che non è situata in nessun luogo, ma che sta da per tutto ed è il luogo del potere. E le città reali non sono più che la periferia di questo iper-centro. Credo che il tele-lavoro, le telecomunicazioni, la tele-conferenza, i traffici di ogni specie, e non soltanto le operazioni di borsa, portano all'emergere di una 'omnipolis", di una "città delle città" virtuale, altrettanto virtuale che le "bolle virtuali" nel mondo finanziario. Penso a un'economia locale, che, a un certo momento, ha delle esplosioni di virtualità assai destabilizzanti per l'economia di mercato, per l'economia mondiale. Ebbene, io direi che queste esplosioni virtuali, queste "bolle virtuali", come noi diciamo, non sono altro che eccessi, della stessa natura della città virtuale che comincia a delinearsi, a posizionarsi.
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Non ci sono molti miti della tecnica così forti come la torre di Babele. La torre di Babele mette in opera la tecnica, l'architettura e l'informazione, il linguaggio - e la città, perché, devo ricordare che Babele è una città verticale, è una torre. Dunque la situazione presente finirà, o meglio già sta finendo in un caos, nell'inquinamento dell'informazione, nella mancanza di controllo, nella "deregulation". Io penso che tutto questo sarà superato, ma, per ora, stiamo entrando nel caos, nella confusione babelica. Credo che c'è un enorme lavoro da fare per tentare di conoscere questa situazione, con i suoi annessi e connessi. Per esempio, la fine del dentro e del fuori è semplice disorientamento. L'uomo non sa più dov'è. Certo è nello spazio reale, è "in", ma "dove"? Non è più nell' "hic et nunc" non è più "in situ", l'essere non è più "in situ", non è più "hic et nunc", è qui e là al tempo stesso; A questo punto comincia la confusione. Il vicino e il lontano si confondono. Faccio un esempio: la socialità è basata sull'amore del prossimo. Oggi ci viene detto di amare il lontano come noi stessi. Non il lontano nel senso metaforico, ma colui che è nella "strana lucerna"*, colui che non puzza, colui che non mi infastidisce. Assistiamo a una straordinaria inversione: il lontano la vince sul prossimo. Nelle nostre città, le persone che appaiono nella "strana lucerna"*, che facciamo apparire con lo "zapping", non ci scomodano, non ci disturbano, non fanno rumore, non puzzano, non vengono a bussare alla porta a mezzanotte. Al contrario il vicino, il prossimo mi infastidisce, mi secca, mi disturba. Quindi siamo di fronte a una inversione: nel passato il prossimo era l'amico e il lontano il nemico - straniero e nemico -, oggi è l'inverso. Colui che bussa alla mia porta è il nemico, mi infastidice, mi disturba: è la solitudine dei grandi insiemi urbani. Al contrario, colui che appare sullo schermo è sublimato perché è, in un certo senso, uno spettro, uno zombi, un'ombra fuggevole, che io posso controllare con il mio "zapping". E' un segno notevole, questo, della rottura del legame sociale. Ricordo che una volta fare una città era mettere insieme le persone perché si incontrassero nell'"agorà", nel foro, perché entrassero in società. Oggi siamo di fronte a una disintegrazione.

di Paul Virilio tratto da http://www.emsf.rai.it/

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