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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 02, 2008

Weegee e N.Y.C.

Summer, the Lower East Side, c. 1937

La prima immagine, del ’37, è di un uomo dietro le sbarre, e se la didascalia non dicesse che è un autoritratto potresti anche pensare che sia di uno dei tanti criminali che Weegee fotografava a pochi dollari lo scatto per i tabloid o i quotidiani di New York. The murder is my business, l’assassinio è il mio mestiere, aveva ironicamente titolato una sua mostra alla Photo League nel ’41, dove aveva voluto accanto alle foto fumetti con pistole grondanti sangue. Sulla New York nera di quegli anni, Weegee emigrato adolescente dall’Europa (all’anagrafe faceva Arthur Fellig: i genitori arrivarono dall’Austria nel 1910 quando la Mela non era ancora grande) aveva costruito la sua carriera. Prima si era guadagnato qualche soldo come assistente di camera oscura nei laboratori fotografici del New York Times e di Acme, poi si era messo in proprio come freelance. E non c’era omicidio, incidente stradale, rivolta razziale, incendio più o meno catastrofico (ad esempio quello che nel 1944 distrusse a Coney Island il più grande ottovolante del mondo) che non lo vedesse in prima fila. Stazionava nel quartier generale della polizia pronto a fiondarsi sul luogo del delitto e fu il primo fotografo cui le autorità concessero di avere in automobile il collegamento con le loro radio. L’epopea del suo lavoro ritorna nelle oltre cento immagini, provenienti dall’International Center of Photography di New York, proposte dalla mostra «Unknown Weegee», curata da Cynthia Young, al Palazzo della Ragione di Milano. Ci offrono una viaggio lungo quasi vent’anni nella vita della metropoli, dalla Grande Depressione alle inquietudini e alle tensioni dell’immediato dopoguerra. È un viaggio in cui non mancano ironia (basta leggere le didascalie che apponeva alle sue foto) e cinismo (antidoto indispensabile per un simile «mestiere») ma anche tanta umanità, perché Weegee non è solo un fotografo «pulp», il suo sguardo si ferma sugli effetti che gli eventi di cui si occupa hanno sulla gente, soprattutto se povera. «Quando scatto una foto mi sembra davvero di entrare in trance: è l’effetto del dramma in corso o in procinto di scatenarsi: nasconderlo e andarsene in giro con occhiali dalle lenti rosa è impossibile. In altre parole, abbiamo bellezza e bruttezza: tutti amano la bellezza, ma la bruttezza permane. Non dimentichiamo che si tratta di un fattore umano» spiegò in un’intervista radiofonica del ’45. Così vediamo lo smarrimento della famiglia di immigrati che si trova di notte per strada dopo un incendio (in braccio la ragazza tiene stretto il suo cagnolino), l’agitazione degli infermieri d’un ospedale che accolgono una «barella di contenzione» al reparto di psichiatria, un poliziotto sosia di Gary Cooper che arresta un omicida cieco appena sceso dal treno, gli ubriachi o i barboni che dormono per strada (notevole la sequenza in cui riprende per quattro notti un androne dove si alternano homeless sempre diversi). Ci mostra i ragazzi neri sorpresi a rubare nei negozi e quelli pronti alla sommossa a Harlem. E quanto a cinismo non ne hanno forse di più i turisti della domenica che decidono di partecipare lo stesso a una gita in battello a vapore benché nella calca sul molo siano rimaste uccise tre donne? Lui ci restituisce un cadavere sotto una coperta e l’urlo della ragazza che scopre in quel momento che si tratta del corpo di sua madre. Come i paparazzi nostrani di cui può ritenersi il padre, anche Weegee è attento al mondo dello spettacolo, ma più che dalle grandi dive sembra affascinato da attricette, ballerine di fila, spogliarelliste dal costume dipinto d’oro. Fotografa le ragazze che si divertono alle feste chic e anche baci (qui si respira quasi l’aria del realismo francese alla Doisneau) travolgenti, magari di ragazzi vestiti da marziani. È colpito dalle insegne curiose come quella del negozio che recita «il mondo va a noccioline» e dagli spettatori al circo con le scimmiette in grembo. Quello che fa grande Weegee è che riesce a coniugare l’immediatezza dello scatto con la sapienza visiva: nelle sue immagini puoi sempre perderti dietro a un particolare solo apparentemente casuale (le sue fotografie entrarono nella collezioni del Moma - a comprarle fu Edward Steichen - ben prima che morisse nel 1968). Nei suoi vintage in bianco e nero sembra di vivere in quel mondo che noi conosciamo attraverso l’immaginario della letteratura (forse Hammett più che Chandler) o del cinema: anche Weegee fu attratto dal grande schermo al punto da trasferirsi per qualche tempo a Hollywood: il suo libro Naked City divenne un film e una fortunata serie televisiva e lui stesso si divertì a interpretare sul grande schermo in particine secondarie i personaggi (barboni o piccoli criminali) delle sue fotografie.

di Rocco Moliterni per

"The people loved their children and, no matter how poor they might be, they managed to dig up the money for my pictures. I would finish the photographs on the contrastiest paper I could get in order to give the kids nice, white, chalky faces. My customers, who were Italian, Polish, or Jewish, liked their pictures dead white."
Weegee by Weegee: An Autobioography, 1961

Tratto da

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