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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 25, 2008

Zeret, la strage occultata


E' il 30 marzo del 1939 e la guerra in Etiopia e' ormai in corso da tre anni. L'areonautica italiana ha intercettato un consistente numero di “ribelli” e fornito le coordinate a una colonna di militari che si mettono all'inseguimento. Ma non si tratta di un'operazione di ordinaria controguerriglia. Non che tra gli etiopi in fuga non vi siano combattenti: c'è ad esempio Tesciommè Sciancut, un capo cui gli italiani danno la caccia da tempo. Ma la maggior parte dei fuggiaschi – un fatto che gli avieri devono aver notato - è composta di feriti, anziani, donne e bambini parenti degli uomini in arme. Quelli che oggi definiremmo “sfollati”, civili in fuga dall'orrore della guerra. Trovano rifugio in una grande grotta nella regione di Gaia Zeret-Lalomedir. La caverna sembra un rifugio sicuro, non solo per l'ampiezza ma per la difficoltà di penetrarne gli anditi più reconditi, dove è facile nascondersi nell'oscurità del vasto labirinto sotterraneo. Ma, dopo un lungo assedio, con un accorto e spericolato operativo, gli italiani hanno la meglio. Calano dall'alto sull'imboccatura dell'anfratto alcuni bidoncini di iprite, gas che provoca morte e ampie lacerazioni, già ampiamente usato dalla nostra aviazione. “Il mio compito – scrive nel suo diario il sergente maggiore Boaglio che, nel commando italiano, ha il compito di calare e poi far detonare l'iprite all'ingresso della grotta – era far scendere e scoppiare i bidoncini...nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente....”. Ma quando, dopo una notte, gli etiopi ancora non si sono arresi “si scatenò l'inferno”, scrive ancora Boaglio. Mitragliatrici, lanciafiamme, granate e proiettili lacrimogeni. Gli etiopi si arrendono, uscendo in massa dalla grotta, almeno quelli che già non sono stati uccisi dal gas e dai proiettili. Paradossalmente Sciancut e una quindicina di partigiani riescono a scappare mentre gli italiani dividono, all'uscita, gli uomini da donne e bambini. I primi vengono mitragliati a gruppi di cinquanta sull'orlo del burrone che farà loro da tomba. Gli altri vengono risparmiati, ma su di loro marcia inesorabile l'effetto dell'iprite, gas vietato dalle convenzioni internazionali. L'11 aprile è tutto finito. E' già passato. Storia. Ma è una storia rimasta ignota fino a qualche anno fa, quando un giovane storico, Matteo Dominioni, non si imbatte nei documenti che descrivono la strage all'Ufficio storico dello stato maggiore a Roma e, in seguito, nel diario inedito di Boaglio.Dominioni però non si ferma alle carte. E, costume non sempre condiviso dagli studiosi, vuole andare sul posto. Vedere la grotta coi suoi occhi. Ragionare sulla strage non solo per capirne il meccanismo tecnico ma anche per tentare un bilancio dei numeri delle vittime che alla fine stima tra 1200 e 1500. “Lo sfascio dell'Impero” (Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza) non è dunque solo un manuale di storia della guerra etiopica che racconta lo sconosciuto massacro di Zeret, ma anche l'ammissione di una necessità: coniugare a quel che divoriamo con gli occhi sulla carta, ciò che la nostra fibra ottica può restituire alla ragione, seppur mezzo secolo dopo, su un paesaggio soltanto immaginato. Il libro inizia con un'onesta ammissione:”La grotta non era per nulla simile a come l'avevo immaginata”. Così che il prologo del saggio dovrebbe forse andare alla fine quando anche il lettore, che dal percorso di ricostruzione minuziosa di Dominioni tra le carte si è fatto la “sua” idea della caverna, possa adesso confrontarla col reportage compiuto settant'anni dopo grazie al sostegno dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. “Stava davanti a noi, imponente: una parete alta centocinquanta metri, un'imboccatura alta come un paio di persone e larga come mezzo campo di calcio...” scrive come farebbe un bravo cronista. C'è spazio anche per una notazione sul comportamento dei locali: “per tenersi lontana dalla grotta la comunità ha creato un tabù; è difficile stabilire se ciò sia avvenuto per rispetto nei confronti dei martiri o per paura”. Un tabù che per settant'anni ha occultato anche a noi una delle pagine più infelici della nostra storia coloniale.
Emanuele Giordana per http://www.lettera22.it/

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