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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 30, 2008

"Il senso del viaggio: un percorso attraverso la storia del viaggio e la psicologia del viaggiatore"


Percorrendo a grandi passi la storia del viaggio, tra le pagine di questo lavoro si incontrano popoli nomadi, eroi dei miti più antichi, filosofi, mercanti, navigatori, pellegrini, cavalieri erranti, studiosi, esploratori, poeti, scienziati, artigiani, ricchi nobili e poveri disoccupati, scrittori e cantanti, turisti globetrotter e motociclisti stile Easy Rider. Toccando le vite dei grandi viaggiatori e attraversando diverse epoche storiche, questo lavoro vuole scoprire se c'è qualcosa che accomuna tutti coloro che fanno del viaggio non solo il loro sogno, ma anche la propria realtà. Dipingendo l'identità del viaggiatore, si scopre che cosa accade in una personalità quando lascia le proprie sicurezze per andare alla ricerca del nuovo, quali emozioni accompagnano chi si mette in cammino, perché viaggiare può essere un mezzo di crescita e formazione personale. Attraverso il percorso storico e l'analisi psicologica, si cerca il significato di una delle attività più antiche e più amate dall'uomo e si va alla scoperta del senso del viaggio.

How many roads must a man walk down,before you can call him a man?
(Bob Dylan, Blowin' in the Wind)

Introduzione

Perché l'uomo viaggia?
Ogni uomo va alla ricerca della propria felicità: c'è chi la cerca nella stabilità di una casa, chi nelle soddisfazioni di un lavoro, chi nella fede; c'è chi cerca la felicità dentro se stesso e chi vive per gli altri. E c'è chi viaggia.

Veniamo inondati di consigli sul dove, ma poco o nulla ci viene domandato circa il come e il perché del nostro andare. Eppure l'arte di viaggiare pone una serie di interrogativi nient'affatto semplici o banali, e il cui studio potrebbe modestamente contribuire alla comprensione di ciò che i filosofi greci indicavano con la bella espressione eudaimonia, ovvero felicità.
(Alain de Botton,2002)

Ma il viaggio può donare felicità?

La strada, fatta di polvere, asfalto o fango.può davvero essere una strada che porta il viaggiatore prima alla scoperta del mondo e poi di se stesso? Perché alcuni sentono il bisogno, irrefrenabile, di partire? Di che cosa vanno in cerca? Che cosa li spinge ad abbandonare le abitudini e le sicurezze della propria casa, per andare alla scoperta del mondo?I cieli girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l'aria è in perpetua agitata dai venti, le acque crescono e calano.per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento.
(Robert Burton, 1951)

L'impulso a viaggiare è irrefrenabile, fa parte della natura umana, è una passione che divora e arricchisce allo stesso tempo, come il desiderio della felicità. Gli innumerevoli scopi del viaggiare si intrecciano e non sempre sono chiari per chi resta, ma spesso neppure per chi parte.C'è l'irrequietezza, che è bisogno di conoscere cose sempre nuove, far spaziare lo sguardo, perdersi nell'immensità del mondo:mi svegliai una mattina mezzo cieco. L'oculista disse che guasti organici non c'erano. Forse mi ero sforzato troppo a guardar quadri? E se avessi provato orizzonti più vasti?
(Bruce Chatwin, 1996)

Con un telegramma inviato al Sundey Times, dove lavorava, Chatwin dà così inizio al suo primo grande viaggio: "Sono andato in Patagonia".C'è il coraggio di lasciare le proprie sicurezze, che poi può essere anche necessità di lasciare una quotidianità che soffoca. E' l' horreur du domicil di Baudelaire:
Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori da questo mondo!
(Charles-Pierre Baudelaire)

C'è il bisogno di conoscenza, la voglia di scoprire ed imparare:
Ecco perché il Piccolo Principe aveva dovuto lasciare la sua stella e la sua rosa. Per prendere a poco a poco conoscenza.
(Antoine de Saint-Exupérie, 1943)

Ma perché è più interessante ciò che è lontano? Perché non è sufficiente conoscere il proprio mondo?
Quelle cose per conoscere le quali ci mettiamo in cammino e attraversiamo il mare, se sono poste sotto i nostri occhi non ce ne curiamo.
(Plinio il Giovane)

Forse perché viaggiare permette di conoscere gli altri, ed attraverso gli altri, se stessi. Permette di scoprire alternative inimmaginate, di svincolarsi dai lacci dei sistemi sociali, basati sulla fissità della persona, sulla sua continuità ed immutabilità, considerate come garanzia di onestà e di carattere: le società fanno pressione sugli individui ad essere "una cosa sola". Ma l'identità umana è mutevole e molteplice.
Lo scarto tra l'immagine che gli altri hanno di una persona e quella che lei ha di se stessa, tra quello che è nella realtà e quello che vorrebbe essere, è lo spazio in cui prende vita il desiderio del viaggio.
Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un unico sistema e capire altre culture: è la possibilità di scegliere i modi in cui dare senso alla propria vita che permette di essere liberi. E' la libertà di credere in se stessi, nei propri sogni, come fa il gabbiano Jonathan Livingston:
Altro che far la spola tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell'ignoranza, ci accorgeremo d'essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!
(Richard Bach, 1970)

E all'inizio di un viaggio spesso c'è un sogno: un nome che stimola la fantasia, un richiamo della strada, delle montagne, del mare, del deserto.

Capii che ci sono viaggi che scegliamo noi, e che ce ne sono altri dai quali veniamo scelti.
(Bruce Feiler, 2001)

Solo facendo quel viaggio, si capirà perché lo si doveva fare, e si darà voce ad una parte di sé che chiede di venir fuori. E se qualche volta è difficile partire, le abitudini, il dovere, gli impegni, la mancanza di tempo, il dubbio, le aspettative della altre persone. sembrano ostacoli insormontabili, non dimentichiamo che
C'è solo una cosa peggiore del viaggiare, ed è il non viaggiare affatto.
(Oscar Wilde)

di Chiara Meriani per http://www.markos.it/

agosto 07, 2008

"Di viaggiare alla sola cura..."


Di viaggiare alla sola cura

Oltre un Oriente splendido e oscuro

- Questo saluto sia messaggero

Del tempo, capo che doppi a prora

Come su qualche antenna in basso

Tuffantesi con la caravella

Spumeggiava sempre in sollazzo

Un uccello d'un'altra novella

Che gridava monotonamente

Senza che mutasse il timone

Un inutile giacimento

Notte, gioielli e disperazione

Nel canto che il riso richiama

Del pallido Vasco de Gama.


Stéphane Mallarmé

agosto 06, 2008

Radici: Quelli che ci circondano da dove veniamo

Salvador Dalì - La persistenza della memoria

E' partito dal 2 agosto, da Torino, e per un mese toccherà ventisei cittù in tutta Italia, il furgoncino di Banca della Memoria. Il progetto è nato dall'idea di Franco Nicola, Lorenzo Fenoglio, Luca Novarino e Valentina Vaio, quattro giovani di Pino Torinese che, dopo una vacanza in Vietnam, hanno pensato di archiviare e rendere accessibili a tutti i ricordi degli italiani nati prima del 1940.
"Se non ricordiamo non possiamo comprendere" è la massima di Edward Morgan Forster che fa da leimotiv al progetto. Sul sito http://www.bancadellamemoria.it/ si possono vedere i primi video, dai tre agli otto minuti, dove gli anziani raccontano tutto del loro passato, dalle ricette ai giochi di quando erano bambini, dalla guerra al primo amore.
Il sito ha già oltre centocinquanta testimonianze catalogate per argomento, in modo da realizzare veri e propri percorsi tematici. "L'obiettivo" spiega Franco Nicola "è arrivare a oltre cinquecento interviste. Abbiamo raccolto storie di persone famose e non , come Andrea Camilleri, che intervisteremo a settembre". Ad agosto partirà una collaborazione con Scatole Cinesi, il programma di Rai Radio 2 che manderà in onda i brani audio tratti dai filmati.
La Banca della Memoria è un progetto no profit (senza profitto): le sponsorizzazioni che i quattro ideatori cercano serviranno, infatti, a coprire i costi dei software necessari e a finanziare iniziative a sostegno della terza età e dell'infanzia. Per questo è stata allestita una sezione aperta alle aziende, che possono promuoversi caricando in cambio sul sito i racconti dei propri dipendenti.

di Sabrina Roglio per "Il Venerdì"

agosto 05, 2008

La Grande Galleria (o Galleria di Diana) della Reggia di Venaria diventa un corridoio a luci spente grazie al terrificante allestimento.


La reggia di Venaria Reale è una delle maggiori residenze sabaude in Piemonte, probabilmente la più grande per dimensioni, è paragonabile quanto a struttura alla reggia francese di Versailles che fu costruita tenendo a mente il progetto della dimora reale piemontese (secondo alcuni, i disegni progettuali della Venarìa furono trafugati notte tempo a Parigi per volere del monarca di Francia).
Denominata Galleria di Diana in anni recenti, ma in realtà indicata storicamente come Galleria Grande e dedicata alle glorie e alle virtù del regno Carlo Emanuele III, costituisce l'ambiente più spettacolare di tutto il palazzo. Alta 15 circa metri, larga 11 e lunga 73, presenta una raffinata decorazione a stucco che ricopre l'intera superficie di volta e pareti. L'ambiente, oltre a essere luogo di rappresentazione del Potere, risulta elemento fondamentale del lungo percorso che attraverso anticamere, saloni e gallerie, univa la parte residenziale del complesso alla cappella e alle scuderie. Il volto attuale della galleria è sostanzialmente frutto della riplasmazione, effettuata da Filippo Juvarra a partire dal 1716, di quanto già eseguito su progetto di Michelangelo Garove fra il 1703 ed il 1708. Costruendo la volta Juvarra mantiene - enfatizzandole - le già previste aperture ovate, mentre modifica le pareti già realizzate inserendo grandi arcate aperte verso la corte d'onore e il Giardino a fiori, con un ritmo ispirato alla navata centrale della basilica borrominiana di San Giovanni in Laterano.
Ne risulta uno spazio in competizione con le altre grandi gallerie europee, estremamente luminoso, un vero e proprio teatro di luce. Con i successivi interventi decorativi, completati solo a fine Settecento, viene così realizzato un ambiente fra i più prestigiosi nelle residenze sabaude, descritto e lodato da tutti i viaggiatori. La decorazione a stucco di volta e pareti è frutto di due grandi campagne decorative: una eseguita sotto la regia di Juvarra (1718-19) per mano di Pietro
Filippo Somasso e la sue équipe di luganesi, l'altra (1768-72) nel periodo di Benedetto Alfieri, grazie all'équipe di Giuseppe Bolina, Antonio Papa e Giovambattista Sanbartolomeo, attivi anche nelle residenze di Racconigi e Agliè. Alla prima fase spetta la decorazione della fascia di finestre ovali e il cornicione, con i relativi pannelli dedicati alle allegorie delle virtù, da intendere come attributi del sovrano e del Potere. Alla seconda, invece, spettano le pareti scandite da lesene a capitello composito e la volta, eseguita in base al modello pensato da Juvarra e tracciato su di una campata campione già in quegli anni. I soggetti delle scene realizzate a stucco costituiscono una celebrazione del regno di Carlo Emanuele III e dello Stato: sono presenti infatti figure con gli
attributi del Potere e del Governo, le Arti e le Scienze da questo promosse, i frutti rigogliosi della terra e del mare, le Stagioni. Alle pareti i piedistalli semicircolari posti fra le lesene erano destinati ad ospitare una serie di allegorie marmoree delle diverse Province del Regno, affidate a fine Settecento allo scultore di corte Ignazio Collino, mai realizzate e di cui si conserva il probabile bozzetto della Sardegna (Torino, Accademia di Belle Arti). Le grandi edicole che enfatizzano le due aperture verso l'appartamento del Re a ovest e l'appartamento dei duchi di Savoia a est, sono state realizzate da Juvarra riutilizzando quattro delle circa 170 colonne in marmo d'Arzo scolpite a partire dal 1674 per la Grande Galleria di Carlo Emanuele II in Torino, mai completata. Il pavimento attualmente visibile non è originale: realizzato in marmo nel 1720-21 su progetto juvarriano, venne poi smontato e trasportato a Torino negli anni dell'occupazione francese. L'operazione (1811) - effettuata sotto la direzione dell'architetto Giuseppe Battista Piacenza e la valutazione dell'architetto Ferdinando Bonsignore - era mirata all'abbellimento della Galleria del Beaumont (attuale Armeria Reale), dove le lastre vennero in parte ricomposte solo nel 1820. Recentemente (1995) il pavimento marmoreo - in lastre quadrate bianche e verdi poste a 45° - è stato ricostruito seguendo il disegno juvarriano del 1720. La galleria - oltre a garantire i collegamenti interni - era anche stata concepita come spazio di passaggio, secondo un asse trasversale, fra corte d'onore e giardino. Il panorama che offrivano le arcate della galleria rivolte a sud, infatti, era un tempo costituito dalle architetture verdi del Giardino a fiori, filtrate dalle balaustre della grande terrazza ornate da 14 grandi vasi marmorei scolpiti da Ignazio e
Filippo Collino tra il 1769 ed il 1773. Anche queste opere subirono la sorte del pavimento: trasferiti nei medesimi anni a Torino vennero collocati nel 1812 quale ornamento del Giardino Reale, dove sono tuttora visibili a lato del parterre di Levante.



Dopo aver letto una rapida storia della Grande Galleria (o Galleria di Diana), non vi sarà sfuggito che l'opera architettonica, soprattutto i rimaneggiamenti di Filippo Juvarra, esaltano la prospettiva e la leggerezza, nonchè la luminosità catturata dalle singole finestre. Ultimamente ci sono state delle mostre all'interno di questa galleria che hanno svilito l'opera architettonica per dare spazio al lancio di un nuovo modello di macchina o alla mostra "Manti Regali a corte". Segnando il punto più basso della, finora eccelsa, esaltazione della Grande Galleria (o Galleria di Diana). Evidentemente chi si appropria di uno spazio espositivo come questo, dovrebbe esaltare la struttura e non eliminare prospettiva e luce. Chi visiterà la mostra ora in corso per la prima volta, non si renderà conto della ferita inferta alla Galleria, perché troppo occupato a dover guardare i vestiti tutti uguali al buio (visto che in certe ore del giorno vengono chiuse le tende per non rovinarli). L'allestimento è a dir poco vergognoso frutto di scelte poco accorte e nocive per la qualità della Reggia di Venaria.

agosto 04, 2008

Biennale del Cinema. Tra vecchie passioni, nuove sfide e impegno civile


“E' assolutamente evidente che l'arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla televisione”. L’ironica citazione di Woody Allen ben inquadra il rapporto tra grande e piccolo schermo, quest’ultimo sempre più specchio che deforma la realtà. “Ma al cinema non chiediamo nessun ruolo salvifico, semmai di stare dentro i problemi quotidiani e interpretarli con linguaggi diversi. Con questo spirito abbiamo aderito con convinzione alla proposta di Articolo21 e abbiamo deciso di dedicare una proiezione speciale della Mostra al cinema sul lavoro”. Così Marco Muller, direttore della Biennale del Cinema di Venezia ci introduce alla kermesse che partirà il 27 agosto prossimo.
65 anni di vita per la Biennale. Un traguardo importante. Un festival che è uno sguardo sul mondo. Con che spirito affrontate l’imminente edizione?Uno sguardo sul mondo lei dice. Beh, non possiamo non partire dal concetto che per noi il cinema non necessariamente permette di vedere di più ma di vedere meglio. E di capire più a fondo. Attraverso le emozioni che suscita il cinema cambia il modo di sentire e spesso alcuni problemi si capiscono meglio. Ci si entra dentro, senza voler trovare una risposta, una soluzione.
Spesso i film “a basso costo” sono quelli che più efficacemente rappresentano la realtà. Ma hanno non poche difficoltà per ottenere visibilità. C’è una forte divaricazione tra il cinema italiano cosiddetto “medio” e quello “low budget” dove spesso i soldi a disposizione non bastano per ottenere neanche un minimo di visibilità. Di altri invece, forti di un budget enorme di pubblicità, conosci praticamente tutto del film addirittura prima che venga girato. Una difformità che andrebbe sanata…
Cinema e realtà. Qual è il rapporto anche in conseguenza del prepotente impeto della fiction? Il cinema del reale ha un suo diritto di cittadinanza nella mostra ma senza che questo determini alcun ghetto per i documentari. C’è un equilibrio che vogliamo rispettare e consolidare abbattendo gli steccati che separano un genere dall’altro. Mischiare le carte affinché originalità e molteplicità dei programmi siano le chiavi delle nostre scelte. Vorremmo davvero che ogni film rispondesse e contraddicesse quello che lo precede o lo segue…
In questi due ultimi anni molti registi italiani, tra film, documentari, lungometraggi, fiction, hanno trattato un tema che purtroppo fotografa un aspetto angosciante della realtà: quello della sicurezza sul lavoro. Tema peraltro non nuovo alle vostre recenti edizioni.Infatti. Già da alcuni anni, nelle nostre programmazioni, abbiamo raggiunto una relazione forte tra cinema e mondo del lavoro. Mi piace ricordare ad esempio il film di Daniele Vicari “Il mio Paese”, un film che riflette sul declino industriale e su nuove forme di povertà, e che si è affermato come una delle voci più interessanti ottenendo il David di Donatello 2007 come miglior documentario.
Quest’anno avete deciso di dedicare alle morti bianche una proiezione speciale con due film ai quali seguiranno incontri e dibattiti.Abbiamo accolto con convinzione la proposta lanciata dall’associazione Articolo21 perché riteniamo che tra le varie sfaccettature dei problemi del lavoro questa è una delle più drammatiche. Abbiamo scelto pertanto di proiettare due film: “La fabbrica dei tedeschi” di Mimmo Calopresti e “ThyssenKrupp Blues” di Pietro Balla e Monica Repetto.
Quale approccio hanno avuto questi due registi nel trattare l’argomento? Entrambi i film pongono problemi cinematografici autentici. Il film di Balla e Repetto pone il problema della giusta distanza da un evento. Non è movimentista nè militante ma denuncia senza gridare. Il film di Calopresti abbraccia il problema con attenzione e ci consente una riflessione profonda stilizzando e mescolando con armonia fiction e racconto in prima persona. Due opere che da angolazioni diverse sono importanti per immergerci in questo dibattito.
I film saranno proiettati il 5 settembre alla vigilia della chiusura. Il giorno prima sarà proiettato Yuppy Du di Adriano Celentano, che lei ha definito il primo importante film italiano sullo “sviluppo insostenibile”. Il film di Celentano nel 75, che presentiamo restaurato, e che racconta Marghera oltre 30 anni fa, può essere considerato davvero uno dei primi film sulle morti bianche (nella pellicola un operaio, amico del protagonista Celentano-Felice, muore travolto da un'enorme cassa sganciatasi da una gru a Porto Marghera, ndr). Un film che prende chiaramente posizione su questo dramma. E sono convinto che anche lo stesso Celentano aderirebbe volentieri alla vostra campagna.

di Stefano Corradino per http://www.articolo21.info/

agosto 01, 2008

"Lo specchio dell'arte"

Pittore,mettiti ben saldo e non cadere.Non cadere, sii svelto e pronto, trasporta il tuo corpo nel regno del colore….”.Così iniziava “La canzone del pittore”, di Ludwig Meidner (1918) e così inizia il percorso artistico di Jole Caleffi.La sua esperienza frutto non solo di studi, ma di innata propensione ed attitudine, sviluppate fin dall’infanzia.E’ la curiosità del sapere, dell’investigare,che formerà quella nota distintiva che è una particolare “energia interiore”, che prenderà vigore fin dalle prime opere della pittrice Jole.
Il senso delle cose,la ricerca delle combinazioni, lo sperimentare la “corporeità” dei colori, danno quel senso di equilibrio e di profonda trasformazione, anche quando la risoluzione si caratterizzerà nella composizione formale.La fine degli anni cinquanta,del secolo scorso, vede la giovane artista Caleffi impegnata a guardare la realtà con gli occhi delle nuove tendenze artistiche, che come tanti altri prodotti industriali e commerciali, provenivano dai paesi anglo-sassoni: dalla scuola di New York all’avanguardia inglese.Nuove esperienze saranno,però, fondamentali ed importanti per la pittrice Jole, quelle soprattutto di “scuola italiana”: dalla scuola di Roma, allo spazialismo, ai neo naturalisti.Tra gli anni cinquanta e sessanta, quindi si aprirà un nuovo dibattito che vedrà alcuni sostenitori dell’arte come impegno sociale rispetto a coloro che sostenevano l’arte come un continuum sperimentale, senza preoccuparsi delle connotazioni ideologiche o la necessità di determinarle.La pittrice Jole Caleffi non si sente coinvolta in questo ampio contesto di produzioni culturali delle finalità dell’arte: è un altro il suo impegno.In questo primo periodo di formazione artistica è decisiva la scelta rivolta alla ricerca dei mezzi espressivi, quella dotazione plurilinguistica della comunicazione, che avrà grande influenza per l’individuazione del “campo giusto” nel quale ritrovarsi e rinnovarsi.

SEZIONE II
Agli inizi degli anni Sessanta si registrava la scomparsa dei grandi protagonisti della pittura informel (da Gorky a Pollock ) e si chiudeva,così, uno dei periodi più prolifici e contrastanti della storia della pittura (1945 – 1960), che avrà epigoni,significativi,nella evoluzione e/o involuzione dell’ inesauribile filone della produzione vitalistica e degli ultimi cascami del surrealismo. L’Europa andava,in questo stesso periodo, accademizzando le nuove e vecchie teorie dell’astrattismo e dell’informale e nello stesso tempo si imponevano,come correnti dominanti e di tipo manieristico: la produzione artistica dell’action painting e
l’avvento del materico che comunicavano i sensi di disperazione e di angoscia, che si condensarono,principalmente in Italia, nell’opera del “cinico” Burri. La pittrice Jole preferisce non sentirsi influenzata da questi cambiamenti epocali della cultura dell’arte contemporanea e quindi sintonizza le sue esperienze nel desiderio di sperimentare le proprie capacità e la propria dotazione intuitiva e compositiva. Di fronte all’enciclopedismo sempre più dilagante dei vari saperi caldi e freddi, l’artista Jole Caleffi è determinata a ricercare il fattuale creativo nel suo costante sogno di sentirsi realizzata, utilizzando,anche, materiale della quotidianità come il vetro e la stoffa. Il contatto con la materia Le offre occasioni tangibili per riconoscere quella che Barthes chiamava la posa degli oggetti, cioè un approccio quasi fotografico con la realtà e le sue basilari componenti.E’ il gioco dell’empatia che nasce tra l’idea e l’emozione: un anello indissolubile, che diventerà la fonte inesauribile e critica della discontinuità tra informazione ed espressione.

SEZIONE III
“Per un’estetica della psicoanalisi. Vita e morte dell’Eros. Paper performance di Jole Caleffi”, Modena, Foto-Lito Dini, 1980. La lettura di questa antologia dei progetti artistici legati a parole chiave come : narcisismo – coscienza – frustrazione – fascinazione – l’Eros viene crocifisso – arte marziale, ci comunica l’universo culturale ed estetico dell’artista Caleffi , che in una vera e propria immersione sulla ricerca delle identità e del “tempo” e della “memoria”, fissa, in modo, efficace la performance della vita e degli indelebili simboli della nostra esistenza.Esaurito lo spazio come dimensione rappresentativa e comunicativa, l’artista della
seconda metà del secolo scorso, si rivolge alla scoperta dell’io psicologico,alla percezione del proprio tempo , alla soggettività del proprio esistere.E’ il nuovo programma per ri-scoprire valori antichi e nascosti dall’irruenza delle realtà effimere e dei sogni senza “chimere”.La pittrice Jole Caleffi coglie questo periodo di transizione e di messa al bando di ogni idealità di un mondo che appare sempre più passatista e privo di genuinità e di autenticità.L’artista compie, in questo periodo, in particolare dal 1977 al 1984, un’intelligente operazione di costruzione ed integrazione dei diversi linguaggi espressivi e comunicativi.Percorre,con temperamento, la geografia della creatività in sintonia con i linguaggi che denotano e connotano il senso profondo del sentire intimo attraverso la scrittura dei simboli del comunicare.Questa instancabile ricerca traduce le ansie del doppio specchio dell’anima vincolata dalle maglie simboliche che oppongono la voglia di vivere alla sua inevitabile morte.“I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto,sono i suoi autentici ricordi.Sono anche vere e proprie scoperte” (C. Pavese).

SEZIONE IV
Nel periodo che va dagli anni ’80 agli anni ’90 Jole Caleffi continua la sua ecclettica esperienza artistica e mostra,altresì, la voglia di andare oltre. Nelle produzione della metà degli anni ’80 si nota il desiderio di trovare qualcosa di nuovo,qualcosa che esca dai canoni determinati ed obbligati. L’attività didattica e l’insegnamento Le offrono occasioni per sentirsi sollecitata a non abbandonare il senso della ricerca,anche se si fosse presentata in modo estemporaneo.Questa occasione arrivò e fu come un colpo di fulmine.Il nuovo che aspettava si presentò con la dolcezza di un soffio di brezza primaverile.
La scoperta e l’ascolto di musiche soavi eseguite dal valente violinista Uto Ughi, segnano una proficua produzione dell’artista Caleffi.In una breve poesia a lui dedicata,intitolata “Violini”, l’eccitazione del testo musicale,farà dire:”Le note come rugiada, purificano l’anima che si schiude assetata di profondo amore e d’infinita luce”.La musica, l’esecuzione, il violino, il talento di Uto Ughi diventano una miscela esplosiva di composizioni, fortemente cromatiche, che sembrano materializzare i suoni e gli andamenti ritmici dei singoli brani ascoltati. E’ la musica che si fa materia,non per rintracciare ideali binari linguistici da opporre o da coniugare, ma per costruire delle tracce, che diventano l’impronta di una trascendenza che incanta l’ascoltatore e in particolare l’artista.La pittrice Jole fulminata da questa influenza creativa, ha dato testimonianza di sé, in un periodo fondamentale, per la sua maturità artistica.Ciò che ci diventa necessario è considerare che dall’esperienza della “performance” a questa della “magia della luce” che unisce il suono ed il colore nell’intreccio compositivo , l’ideazione non è più memoria delle cose, ma specchio interiore, parte autentica del sentimento e delle nostre emozioni.

SEZIONE V
Cézanne ci ricorda che la pittura si concretizza attraverso i colori delle sensazioni e delle percezioni.Sensazioni e percezioni che obbligano lo spettatore ad interagire per cogliere non gli oggetti della pittura ma l’azione.L’arte diviene così una parte del “sensibile” che condiziona la verità dello choc sensoriale del sogno estetico.Questa illusione e questo sentire sono la nuova “poetica” dell’artista Jole Caleffi. La sensazione di un ricco mondo interiore diventa, fondamentalmente, un modo di
comunicazione: è nel sentire-percepire che noi viviamo il nostro essere con la realtà che ci circonda.E’ ciò che ci comunica la pittrice Jole. La sua ricerca continua nello sperimentare equilibri ritmici e geometrici tra le forme fatte di linee su grandi macchie policrome che dànno la profondità del mistero dell’Io come identità e dell’Io come pensiero individuale.Il senso drammatico dell’esistenza come atto creativo e non evolutivo.In questo periodo si consolida una riflessione anche sull’orientamento religioso. C’è una crisi in atto: l’artista desidera trovare nel suo agire pittorico una ri-scoperta di valori religiosi e morali, che aprano a nuove vie, a nuove affermazioni e serenità, il sommerso che è vivo in noi. Siamo alla vigilia di una grande e decisiva scelta: le aspettative per un luminoso cambiamento verrà attraverso il sogno trasfigurato dalla luce. Gli occhi socchiusi sono rivolti al sole e questo provoca un caleidoscopio di forme di colori incandescenti che daranno vita ad una nuova produzione,denominata:Nuovi cieli Nuove terre.E’ la preghiera della nuova scelta religiosa,libera e ricca di tensioni vitali che ci ripetono le meraviglie dell’universo, in una visione intima di congiunzione tra il sentire-percepire e capire.Qui l’artista Caleffi ha raggiunto la sua piena maturità e le convinzioni più solide per nuove forme di costruzione e di ideazione.

SEZIONE VI
“Il silenzio è la consacrazione generale dell’universo;esso è al tempo stesso la più innocua e la più terribile cosa dell’intera natura”.Una frase illuminante di Melville per entrare nel periodo aureo dell’artista Jole Caleffi. Questo periodo che comprende gli ultimi dieci anni e l’attuale momento ricco di intensa e luminosa produzione artistica. Siamo di fronte alla sublimazione dei sentimenti che si aprono sullo scenario,senza fine, degli arcobaleni dei “nuovi cieli e nuove terre”.“E vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra sono passati e il mare non c’è più”.
Così dal testo dell’Apocalisse,un’attesa millenaria per un nuovo mondo, senza il mare,da dove era emersa la bestia satanica.L’avvento di una nuova Gerusalemme.I quadri della pittrice Jole sono la visualizzazione mistica della nuova Gerusalemme della vita, della rinascita di sé, dei sogni che ricorrono nella nostra memoria, del nostro essere “immortale”, della consapevolezza del nulla nella proiezione infinita di un divenire perenne. L’artista mentre si rende interprete di questi caledoiscopi della contemplazione, ci conduce sul limitare di una porta invisibile dove non con gli occhi della vista, ma con quelli della mente e dei nostri più profondi sentimenti, trasformiamo le immagini in parole e le parole in un canto di polifoniche armonie, per sentirci, per un attimo, sospesi senza tempo e senza memoria in un’unica “realtà” che è principio e destino della nostra vita.

SEZIONE VII
“Nuovi cieli e nuova terra”
“Il cielo stellato è di cristallo fuso:era così nell’Eden.Ora risplendinel mio pensiero”.
E’ un frammento,significativo, di una poesia della Caleffi,dedicata ad un amico, dove sono evocate, quasi rapite, immagini trasognate che scolpiscono nella mente i segni di antiche visioni del mondo.Dalla poesia all’arte il percorso della creatività dell’artista si fa azione: le opere della Caleffi, infatti, suggeriscono ricerche di indagine sul rapporto spazio – forma / linea e ritmo / colore-contenuto. Tutte categorie che costituiscono il lessico fondamentale della grammatica dell’arte e diventano la tavolozza ideale dell’artista per scoprire ed inventare nuove soluzioni, soprattutto, in senso metaforico e performativo. E’ la realizzazione di campi visivi che , come un caleidoscopio, in modo circolare, si materializzano in figure geometriche che, con rinnovate energie, vengono proiettate nel vortice misterioso dell’infinito cosmico . Nella ricerca di “nuovi cieli e nuova terra” si avverte una sofferenza esistenziale, una esigenza di dare delle risposte, di superare una opprimente limitazione degli eventi, che condizionano e vincolano la nostra esperienza quotidiana.Si coglie nella struttura compositiva dell’artista una lettura intimistica: la magia dei colori e delle geometrie quale conforto psicologico al senso della precarietà e dell’incertezza dell’esistenza. Tutto questo è altrettanto espressione di un sentimento religioso del mondo: un sentimento fatto di silenzi e di ascolto delle “atmosfere” celesti, quasi il voler ritrovare una musicalità primordiale, dove l’uomo è realtà spirituale e testimone eterno del tempo della vita.Caleffi, per la sua ricca formazione artistica, teatrale e letteraria, tra le prime laureate al Corso di laurea in Arte del DAMS dell’Università di Bologna, ci offre una preziosa opportunità: leggere con gli occhi della mente l’utopia degli universi impossibili per ritrovare in noi quell’Eden luminoso, stella polare e sogno vivificante del destino dell’umanità .Le immagini delle sue opere si trasformano,quindi, in sequenze didattiche per un apprendimento non dottrinale e ci sottopongono nuovi modelli di ricerca,quasi una nuova esigenza ermeneutica delle sacre scritture, quelle stesse che hanno parlato di “nuovi mondi” solo con lo sguardo della trascendenza e della devozione assoluta.La Caleffi tenta,invece, attraverso l’arte, forme nuove di comunicazione, con intenti non celebrativi, ma antinomici e dicotomici, senza oscurare il significato più puro di esistere e di esistenza come microcosmo, specchio di focalità nascoste dei sentimenti e della realtà effettuale.E’ il mito di Prometeo che ritorna e che la Caleffi sembra voler ri-considerare, quale antidoto ai rischi di una crisi di identità e di civiltà, soprattutto per aiutarci e liberarci dalle ipocrisie sociali, dalle menzogne ideologiche e dalle conoscenze globalizzanti e dogmatiche.
di Franchino Falsetti per http://www.iolecaleffi.com/