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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 04, 2008

Biennale del Cinema. Tra vecchie passioni, nuove sfide e impegno civile


“E' assolutamente evidente che l'arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla televisione”. L’ironica citazione di Woody Allen ben inquadra il rapporto tra grande e piccolo schermo, quest’ultimo sempre più specchio che deforma la realtà. “Ma al cinema non chiediamo nessun ruolo salvifico, semmai di stare dentro i problemi quotidiani e interpretarli con linguaggi diversi. Con questo spirito abbiamo aderito con convinzione alla proposta di Articolo21 e abbiamo deciso di dedicare una proiezione speciale della Mostra al cinema sul lavoro”. Così Marco Muller, direttore della Biennale del Cinema di Venezia ci introduce alla kermesse che partirà il 27 agosto prossimo.
65 anni di vita per la Biennale. Un traguardo importante. Un festival che è uno sguardo sul mondo. Con che spirito affrontate l’imminente edizione?Uno sguardo sul mondo lei dice. Beh, non possiamo non partire dal concetto che per noi il cinema non necessariamente permette di vedere di più ma di vedere meglio. E di capire più a fondo. Attraverso le emozioni che suscita il cinema cambia il modo di sentire e spesso alcuni problemi si capiscono meglio. Ci si entra dentro, senza voler trovare una risposta, una soluzione.
Spesso i film “a basso costo” sono quelli che più efficacemente rappresentano la realtà. Ma hanno non poche difficoltà per ottenere visibilità. C’è una forte divaricazione tra il cinema italiano cosiddetto “medio” e quello “low budget” dove spesso i soldi a disposizione non bastano per ottenere neanche un minimo di visibilità. Di altri invece, forti di un budget enorme di pubblicità, conosci praticamente tutto del film addirittura prima che venga girato. Una difformità che andrebbe sanata…
Cinema e realtà. Qual è il rapporto anche in conseguenza del prepotente impeto della fiction? Il cinema del reale ha un suo diritto di cittadinanza nella mostra ma senza che questo determini alcun ghetto per i documentari. C’è un equilibrio che vogliamo rispettare e consolidare abbattendo gli steccati che separano un genere dall’altro. Mischiare le carte affinché originalità e molteplicità dei programmi siano le chiavi delle nostre scelte. Vorremmo davvero che ogni film rispondesse e contraddicesse quello che lo precede o lo segue…
In questi due ultimi anni molti registi italiani, tra film, documentari, lungometraggi, fiction, hanno trattato un tema che purtroppo fotografa un aspetto angosciante della realtà: quello della sicurezza sul lavoro. Tema peraltro non nuovo alle vostre recenti edizioni.Infatti. Già da alcuni anni, nelle nostre programmazioni, abbiamo raggiunto una relazione forte tra cinema e mondo del lavoro. Mi piace ricordare ad esempio il film di Daniele Vicari “Il mio Paese”, un film che riflette sul declino industriale e su nuove forme di povertà, e che si è affermato come una delle voci più interessanti ottenendo il David di Donatello 2007 come miglior documentario.
Quest’anno avete deciso di dedicare alle morti bianche una proiezione speciale con due film ai quali seguiranno incontri e dibattiti.Abbiamo accolto con convinzione la proposta lanciata dall’associazione Articolo21 perché riteniamo che tra le varie sfaccettature dei problemi del lavoro questa è una delle più drammatiche. Abbiamo scelto pertanto di proiettare due film: “La fabbrica dei tedeschi” di Mimmo Calopresti e “ThyssenKrupp Blues” di Pietro Balla e Monica Repetto.
Quale approccio hanno avuto questi due registi nel trattare l’argomento? Entrambi i film pongono problemi cinematografici autentici. Il film di Balla e Repetto pone il problema della giusta distanza da un evento. Non è movimentista nè militante ma denuncia senza gridare. Il film di Calopresti abbraccia il problema con attenzione e ci consente una riflessione profonda stilizzando e mescolando con armonia fiction e racconto in prima persona. Due opere che da angolazioni diverse sono importanti per immergerci in questo dibattito.
I film saranno proiettati il 5 settembre alla vigilia della chiusura. Il giorno prima sarà proiettato Yuppy Du di Adriano Celentano, che lei ha definito il primo importante film italiano sullo “sviluppo insostenibile”. Il film di Celentano nel 75, che presentiamo restaurato, e che racconta Marghera oltre 30 anni fa, può essere considerato davvero uno dei primi film sulle morti bianche (nella pellicola un operaio, amico del protagonista Celentano-Felice, muore travolto da un'enorme cassa sganciatasi da una gru a Porto Marghera, ndr). Un film che prende chiaramente posizione su questo dramma. E sono convinto che anche lo stesso Celentano aderirebbe volentieri alla vostra campagna.

di Stefano Corradino per http://www.articolo21.info/

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