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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 05, 2008

La Grande Galleria (o Galleria di Diana) della Reggia di Venaria diventa un corridoio a luci spente grazie al terrificante allestimento.


La reggia di Venaria Reale è una delle maggiori residenze sabaude in Piemonte, probabilmente la più grande per dimensioni, è paragonabile quanto a struttura alla reggia francese di Versailles che fu costruita tenendo a mente il progetto della dimora reale piemontese (secondo alcuni, i disegni progettuali della Venarìa furono trafugati notte tempo a Parigi per volere del monarca di Francia).
Denominata Galleria di Diana in anni recenti, ma in realtà indicata storicamente come Galleria Grande e dedicata alle glorie e alle virtù del regno Carlo Emanuele III, costituisce l'ambiente più spettacolare di tutto il palazzo. Alta 15 circa metri, larga 11 e lunga 73, presenta una raffinata decorazione a stucco che ricopre l'intera superficie di volta e pareti. L'ambiente, oltre a essere luogo di rappresentazione del Potere, risulta elemento fondamentale del lungo percorso che attraverso anticamere, saloni e gallerie, univa la parte residenziale del complesso alla cappella e alle scuderie. Il volto attuale della galleria è sostanzialmente frutto della riplasmazione, effettuata da Filippo Juvarra a partire dal 1716, di quanto già eseguito su progetto di Michelangelo Garove fra il 1703 ed il 1708. Costruendo la volta Juvarra mantiene - enfatizzandole - le già previste aperture ovate, mentre modifica le pareti già realizzate inserendo grandi arcate aperte verso la corte d'onore e il Giardino a fiori, con un ritmo ispirato alla navata centrale della basilica borrominiana di San Giovanni in Laterano.
Ne risulta uno spazio in competizione con le altre grandi gallerie europee, estremamente luminoso, un vero e proprio teatro di luce. Con i successivi interventi decorativi, completati solo a fine Settecento, viene così realizzato un ambiente fra i più prestigiosi nelle residenze sabaude, descritto e lodato da tutti i viaggiatori. La decorazione a stucco di volta e pareti è frutto di due grandi campagne decorative: una eseguita sotto la regia di Juvarra (1718-19) per mano di Pietro
Filippo Somasso e la sue équipe di luganesi, l'altra (1768-72) nel periodo di Benedetto Alfieri, grazie all'équipe di Giuseppe Bolina, Antonio Papa e Giovambattista Sanbartolomeo, attivi anche nelle residenze di Racconigi e Agliè. Alla prima fase spetta la decorazione della fascia di finestre ovali e il cornicione, con i relativi pannelli dedicati alle allegorie delle virtù, da intendere come attributi del sovrano e del Potere. Alla seconda, invece, spettano le pareti scandite da lesene a capitello composito e la volta, eseguita in base al modello pensato da Juvarra e tracciato su di una campata campione già in quegli anni. I soggetti delle scene realizzate a stucco costituiscono una celebrazione del regno di Carlo Emanuele III e dello Stato: sono presenti infatti figure con gli
attributi del Potere e del Governo, le Arti e le Scienze da questo promosse, i frutti rigogliosi della terra e del mare, le Stagioni. Alle pareti i piedistalli semicircolari posti fra le lesene erano destinati ad ospitare una serie di allegorie marmoree delle diverse Province del Regno, affidate a fine Settecento allo scultore di corte Ignazio Collino, mai realizzate e di cui si conserva il probabile bozzetto della Sardegna (Torino, Accademia di Belle Arti). Le grandi edicole che enfatizzano le due aperture verso l'appartamento del Re a ovest e l'appartamento dei duchi di Savoia a est, sono state realizzate da Juvarra riutilizzando quattro delle circa 170 colonne in marmo d'Arzo scolpite a partire dal 1674 per la Grande Galleria di Carlo Emanuele II in Torino, mai completata. Il pavimento attualmente visibile non è originale: realizzato in marmo nel 1720-21 su progetto juvarriano, venne poi smontato e trasportato a Torino negli anni dell'occupazione francese. L'operazione (1811) - effettuata sotto la direzione dell'architetto Giuseppe Battista Piacenza e la valutazione dell'architetto Ferdinando Bonsignore - era mirata all'abbellimento della Galleria del Beaumont (attuale Armeria Reale), dove le lastre vennero in parte ricomposte solo nel 1820. Recentemente (1995) il pavimento marmoreo - in lastre quadrate bianche e verdi poste a 45° - è stato ricostruito seguendo il disegno juvarriano del 1720. La galleria - oltre a garantire i collegamenti interni - era anche stata concepita come spazio di passaggio, secondo un asse trasversale, fra corte d'onore e giardino. Il panorama che offrivano le arcate della galleria rivolte a sud, infatti, era un tempo costituito dalle architetture verdi del Giardino a fiori, filtrate dalle balaustre della grande terrazza ornate da 14 grandi vasi marmorei scolpiti da Ignazio e
Filippo Collino tra il 1769 ed il 1773. Anche queste opere subirono la sorte del pavimento: trasferiti nei medesimi anni a Torino vennero collocati nel 1812 quale ornamento del Giardino Reale, dove sono tuttora visibili a lato del parterre di Levante.



Dopo aver letto una rapida storia della Grande Galleria (o Galleria di Diana), non vi sarà sfuggito che l'opera architettonica, soprattutto i rimaneggiamenti di Filippo Juvarra, esaltano la prospettiva e la leggerezza, nonchè la luminosità catturata dalle singole finestre. Ultimamente ci sono state delle mostre all'interno di questa galleria che hanno svilito l'opera architettonica per dare spazio al lancio di un nuovo modello di macchina o alla mostra "Manti Regali a corte". Segnando il punto più basso della, finora eccelsa, esaltazione della Grande Galleria (o Galleria di Diana). Evidentemente chi si appropria di uno spazio espositivo come questo, dovrebbe esaltare la struttura e non eliminare prospettiva e luce. Chi visiterà la mostra ora in corso per la prima volta, non si renderà conto della ferita inferta alla Galleria, perché troppo occupato a dover guardare i vestiti tutti uguali al buio (visto che in certe ore del giorno vengono chiuse le tende per non rovinarli). L'allestimento è a dir poco vergognoso frutto di scelte poco accorte e nocive per la qualità della Reggia di Venaria.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Il titolo del post è quello che avevo pensato ritornando dopo molto tempo alla Venaria Reale sabato scorso.