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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 16, 2008

Hirst, l'artista imbalsamatore

Bad boy della Young British Art, è uno degli artisti moderni piu’ noti, dileggiati, osannati e pagati degli ultimi anni.
Hirst è forse il punto di svolta (o di non ritorno?) dell’arte moderna: sfuggente, inconsistente, imbarazzante (godetevi una galleria di vignette a lui dedicate con ferocia), di cattivo gusto, commerciale, ma innegabilmente di impatto.
Una vera e propria puttana d’avanguardia.
Dopo aver annichilito i critici ed estasiato i fans (accaniti e numerosi quanto i detrattori) con mostre in puro hirst-style che esponevano animali sezionati e ingabbiati nella formaldeide (a voler essere maligni, si potrebbe commentare che Hirst è la versione per snob schizzinosi di Hermann Nitsch, che insieme agli azionisti viennesi si è sempre sporcato le mani nel sangue e nelle budella proprie o altrui), ed aver scandalizzato un folto gruppo di ben pensanti con la sua statua “The virgin mother“, ritorna combattivo e provocatorio con la mostra “New religion“, che si esaurisce in realtà nel concetto stesso su cui si fonda e intorno a cui ruota, autoreferenzialmente, ma che offre precisi e profondi spunti di riflessione, beffandosi, con la sua fake-art, di chi lo accusa di essere niente meno che un vuoto provocatore, un perfetto mercenario al servizio del proprio portafoglio.
A pochi giorni dalla notizia secondo cui durante l’esposizione Beyond Belief verrà esposta l’opera piu’ costosta mai realizzata (un cranio di platino tempestato di diamanti, intitolato “For the love of god” e valutato 100milioni di euro), i nuovi trenta e maliziosi prodotti dell’antieroe dell’arte li si puo’ vedere gratuitamente presso il Palazzo Pesaro Papafava di Venezia, proprio nel periodo della Biennale di Venezia.
Exibart ne offre un tour virtuale commentato dal curatore della mostra.
Paradossalmente è proprio con la sua esibizione meno materica, plastificata, dal concept esplicato quasi completamente tramite poster, piuttosto che con cadaveri di animali, che Hirst porta al culmine il discorso intorno alla morte ed al corpo che ha iniziato da un po’ di tempo.
Qualcuno ricorderà “L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo“.
La nuova religione è la farmacopea, è l’addiction ai farmaci.
La nuova ostia tramite cui ritornare in mistica unione coi nostri corpi e col nostro sangue è una pastiglia di anticoagulante, il vino della celebrazione uno sciroppo per la tosse.
Ad ogni apostolo puo’ essere associato un farmaco, la santa trinità viene ridotta ad una mera composizione di diverse percentuali spirituali, la salvezza passa attraverso i dosaggi di sostanze chimiche e non piu’ attraverso una ricerca mistica o la preghiera comunemente intesa.
A tal scopo Hirst ha realizzato anche un altare (rigorosamente in copie a numero limitato e contenente tutte le opere esposte: se la religione puzza ormai di stantio, pecunia non olet) i cui strumenti di culto sono un cranio, un crocifisso contenente, come reliquie, pasticche colorate ed un cuore trafitto da aghi e lamette che rappresenta la scienza.
Concetto semplice, ma efficace, ripreso nella crocefissione costituita da pannelli in cui al posto del sacro cuore o delle stimmate sono inserite fotografie di interventi chirurgici.
L’umano, depauperato di una fede che offra concreta salvezza, si rifugia nelle formule chimiche, si ripiega sul corpo e la sua matematica apparentemente esatta pensando di poterne controllare le equazioni di funzionamento calibrando i milligrammi di sostanze da assumere, senza che cio’ lo privi della morte, del dolore, dell’agonia, e trasformandosi in un macchinario organico pienamente consapevole della propria marcescenza da ritardare, senza altra prospettiva se non quella di allontanare da sè quel famoso calice del Getsemani, il momento in cui questo equilibristico modo di vivere si frantumerà contro un feretro e le mosche carnarie.
Hirst va persino oltre e sovrapponendo episodi neotestamentari all’attualità realizza addirittura la sua Ultima Cena in cui i dodici apostoli sono, tra gli altri, alcuni degli stati firmatari del trattato di non proliferazione nucleare, che ovviamente la contabilità dei loro armamentari rende ridicola carta straccia, e non esita ad attribuire agli U.S.A. il ruolo di Giuda Iscariota.
L’uomo rappresentato da Hirst celebra la sua mortalità trasformandosi prima in automa, e poi, su larga scala, nella causa ultima della propria distruzione, un lento processo di presa di coscienza dell’impossibilità di comprendere ed accettare la morte che approderà all’autodistruzione quando perderemo il controllo sui nostri corpi e non ci resterà che dissolverci per sempre non tra le emorragie da Toradol, ma tra i brucianti vapori atomici dei nostri missili.
I dosaggi o i numeri dei depositi di armi non sono solo cifre su un poster, ma sono l’inizio di un conto alla rovescia iniziato già ai tempi della cacciata dall’Eden, come già ci aveva suggerito in “Adam and Eve (Banished from the garden)“.
E’ forse giunto il momento di pensare che dovremmo ascoltare quel macabro clown dell’arte moderna di nome Hirst prima di diventare la pantomima di un superuomo che pensa di poter essere il salvatore di se stesso?

5 commenti:

chiara ha detto...

riporto qui il commento su Controreazioni.
mi permetto di intervenire dal momento che il caso mi ha permesso di scovare Fenjus in un angolo della rete. e probabilemnte come già ribadito più volte il caso non esiste poiche ricordo perfettamente il percorso elaborato per giungere al suo spazio virtuale attraverso ricerche su un testo (introvabile) della Galas. vorrei ringraziarti Fenjus per l’ospitalità accordataci in termini di scambi reciproci nell’ottica di un confronto e di una crescita comune. come già detto P ha anticipato su tanti e riconosciuto tra molti gli elementi di un’era che va privandoci di una autentica libertà. vorrei solo aggiungere che riproporre(come accadde per il fascismo ma anche in altre condizioni di totalitarismo) una imposizione dei termini, una parola unilaterale e una sottocultura imperativa produce un’operazione di annullamento della persona. il rischio di smarrire autonomia intellettiva e intellettuale è altissimo là dove chi amministra un popolo sovrano ha come priorità l’affermazione della sua sola e unica persona. ricordo una frase già citata a Paul, è un’affermazione di Godard sul valore del cinema: “La televisione crea l’oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi”.
lavoriamo perchè la miseria della televisione non soffochi la pluralità che il cinema ci concede e perchè la memoria non venga ridotta a una semplice distrazione da rinchiudere in un salotto la sera dopo l’ufficio.

Anonimo ha detto...

In my opinion you are mistaken. Let's discuss it.

Anonimo ha detto...

The author is really cool. But some of the commentators are just posting stupid words.

Anonimo ha detto...

It is very helpful!

Anonimo ha detto...

Grazie per le informazioni