______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 03, 2008

La teoria della deindividuazione


Il concetto di deindividuazione è indissolubilmente legato al concetto di significato opposto, cioè al concetto di individuazione. Lo stato di individuazione favorisce il pieno controllo degli atti personali, ed una corretta valutazione delle conseguenze dei comportamenti effettuati; rappresenta cioè la condizione in cui l’uomo può compiere delle scelte coscienti e rispettose delle norme sociali, favorendo in tal modo il corretto funzionamento dell’intera società in cui vive. L’individuazione garantisce l’ordine dell’attività psichica dell’individuo: essa favorisce la permanenza dei freni inibitori, meccanismi psicologici senza i quali l’uomo agirebbe quasi istintivamente, generando gravi conseguenze sia a causa della valutazione negativa ricevuta dagli altri nei suoi confronti, sia per la salute dell’intera società. Lo stato di deindividuazione invece, genera una situazione ben diversa; quando sopraggiunge la condizione di deindividuazione infatti, nell’uomo si indeboliscono le forze che impedivano l’esecuzione di atti istintivi e nocivi, ed egli diventa capace degli atti più impensabili e meschini. Il controllo dell’azione viene meno, e si genera confusione e caos. Zimbardo sostiene che i concetti di individuazione e di deindividuazione possano essere accostati a immagini «mitiche ed eterne», e possano inoltre essere pensati come due forze perennemente contrastanti: “What we are setting up as protagonists are not simply Cognition and Action, but more basically the Forces of Individuation versus those of Deindividuation. These forces are hardly new to each other; their antagonism can be traced back through all recorded history, as an integral part of the myth and ritual of people everywhere” (Zimbardo, 1970, pag.248). Egli ad esempio, fa riferimento al concetto di «dionisiaco» e di «apollineo» presente in Nietzsche, e sfrutta questi due concetti per operare un paragone con i fenomeni di individuazione e di deindividuazione.Zimbardo paragona perciò la contrapposizione tra «apollineo» e «dionisiaco» alla contrapposizione tra individuazione e deindividuazione, generando un’affascinante e suggestiva immagine: l’eterna lotta tra l’ordine ed il caos. Zimbardo, concludendo, scrive che “Mythically, deindividuation is the ageless life force, the cycle of nature, the blood ties, the tribe, the female principle, the irrational, the impulsive, the anonymous chorus, the vengeful furies. To be singular, to stand apart from other men, to aspire to Godhead, to honor social contracts and man-made commitments above family bonds, is to be individuated” (Zimbardo, 1970, pag.249).1.2 L’entrata del singolo nel gruppo La teoria della deindividuazione nasce, come teoria organica e distinta, intorno agli inizi degli anni Cinquanta; sono infatti Festinger, Pepitone e Newcomb a formulare una prima definizione specifica del concetto. Successivamente, molti studiosi riprenderanno e analizzeranno tale teoria, permettendo anche degli sviluppi particolari ed in parte contrastanti con la teoria originaria, come ad esempio la emergent norm theory o la self-awareness theory. Tra gli studiosi che si sono dedicati con maggior attenzione al fenomeno della deindividuazione, ci sono soprattutto Zimbardo e Diener, i quali si basano per le loro ricerche sulle intuizioni iniziali di Festinger, Pepitone e Newcomb. È doveroso precisare, comunque, che la specifica teoria della deindividuazione trova le sue premesse in concetti che erano stati oggetto di studio circa mezzo secolo prima, da parte di studiosi interessati al comportamento delle folle. L’analisi della teoria della deindividuazione cioè, non può assolutamente prescindere da uno studio generale delle proprie radici concettuali: i presupposti della teoria si trovano infatti già a fine Ottocento, soprattutto nel prezioso contributo del celeberrimo libro Psychologie des foules, opera scritta da Gustave Le Bon nel 1895. Prentice-Dunn e Rogers, così come gli psicologi interessati al comportamento umano in gruppo, basano le loro analisi scientifiche su molte intuizioni effettuate da parte degli studiosi della psicologia delle folle, riconoscendo inoltre loro di aver messo in evidenza degli aspetti molto importanti del comportamento collettivo.Diener, uno degli studiosi che ha dedicato più attenzione al fenomeno della deindividuazione, così sintetizza il fondamentale apporto di Le Bon per i futuri studi sulla deindividuazione: “What forces lead crowd members to behave at times in uncivilized and violent ways? Le Bon believed that when men are immersed in crowd they are turned into mindless brutes, incapable of reason. Le Bon’s seminal idea was reconceptualized by Festinger, Pepitone and Newcomb” (Diener, 1976, pag.497).Anche studiosi come Mc Dougall e Freud si sono concentrati su tali oggetti di studio, fornendo a loro volta una propria interpretazione del fenomeno; la specifica posizione dell’uomo «immerso» in una folla, inizia ad essere oggetto di numerose trattazioni, che ricorreranno spesso anche ai concetti di inconscio, contagio e ipnosi, concetti che appunto cercheranno di spiegare la particolare condizione mentale del singolo. Soprattutto Freud, nel suo libro Psicologia delle masse e analisi dell’Io, tenta di fornire una spiegazione dei fenomeni psicologici che si osservano tra gli appartenenti ad una massa; egli concorda con Le Bon nell’assegnare un ruolo determinante ai fattori inconsci, ma sostiene che una massa è tenuta insieme non tanto grazie a fenomeni di suggestione o di ipnosi, bensì grazie a legami di origine libidica e al processo di identificazione. Freud percepisce che l’individuo facente parte di una massa è soggetto ad alcune limitazioni, che gli impediscono il corretto svolgimento dell’attività psichica, e inoltre lo liberano dalle consuete rimozioni: Freud capisce e afferma che “quest’individuo […] sente, pensa e agisce in maniera affatto diversa da quella che da lui dovremmo attenderci”, aggiungendo inoltre che “tale circostanza è costituita dalla sua inclusione in una moltitudine umana che ha acquisito la qualità di una «massa psicologica” (Freud, 1971, pag.67). Anche se la trattazione di Freud è decisamente incomparabile a quella dei teorici della deindividuazione, trovandosi infatti all’interno del paradigma psicoanalitico, si notano comunque subito delle piccole analogie con quelle che saranno le analisi degli studiosi della teoria della deindividuazione; sia questi ultimi che Freud, intuiscono come l’uomo della folla sia più aggressivo, crudele e violento di quanto accade quando egli è lontano da questa. Entrambe le impostazioni notano cioè che ogni individuo, “quando è associato ad altri in gruppi di vaste dimensioni, subisce trasformazioni anche impressionanti” (Palmonari, 1982, pag.93). Freud infatti dice che “nello stare insieme degli individui riuniti in una massa, tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti inumani, crudeli, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano e aspirano al libero soddisfacimento pulsionale” (Freud, 1971, pag.74); in un altro passo della sua trattazione, Freud continua a caratterizzare la situazione psicologica dell’uomo della folla, sostenendo che all’interno di questa è facile notare “la scomparsa della personalità singola cosciente, l’orientarsi di pensieri e sentimenti nelle medesime direzioni, il predominio dell’affettività e dello psichismo inconscio, la tendenza all’attuazione immediata delle intenzioni via via che affiorano” (ivi, pag.120). Lo psicanalista Jung, nel suo studio sullo sviluppo della personalità, dedica ampio spazio al concetto di «individuazione». Jung definisce la nozione di individuazione “il processo di formazione e di caratterizzazione dei singoli individui, e in particolare lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto dalla generalità, dalla psicologia collettiva”; inoltre, il grande allievo di Freud, afferma: “L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale. La necessità dell’individuazione è una necessità naturale, in quanto che impedire l’individuazione, mercè il tentativo di stabilire delle norme ispirate prevalentemente o addirittura a criteri collettivi, significa pregiudicare l’attività vitale dell’individuo […]. Per il fatto stesso che l’individuo non è soltanto un essere singolo, ma presuppone anche dei rapporti collettivi per poter esistere, il processo di individuazione non porta all’isolamento, bensì a una coesione collettiva più intensa e generale ” (Jung, 1921, pag.463).


Tratto da www.psicologiadelmale.it

Nessun commento: