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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 18, 2008

Pop Art

La Pop Art è quella corrente artistica che più di tutte ha avuto influenza, diretta o meno, sulla vita quotidiana dei cinquant'anni successivi alla sua nascita e sviluppo.
La teoria che ne sta alla base, i suoi sviluppi e i suoi effetti negativi sono alla portata di chiunque abbia un briciolo di spirito di osservazione.
Quella che segue è una lunga analisi critica della Pop Art e del pensiero politico che è riuscita a diffondere in tutto l'Occidente.

Storia
La Pop art emerge in Inghilterra verso la metà degli anni '50 ma si realizza pienamente a New York nei primi anni '60, dove divide, insieme al Minimalismo, l'attenzione del mondo dell'arte.Il termine Pop art, che deriva letteralmente da "arte popolare", fu usato per la prima volta dal critico inglese Lawrence Alloway nel 1958 sulla rivista Architectural Digest per descrivere quei dipinti che celebravano il consumismo post bellico, sfidando la psicologia dell'espressionismo astratto e idolatrando il dio del materialismo.
Nella Pop art, l'epica viene sostituita dal quotidiano e la produzione di massa viene elevata al rango di oggetto di cultura. Viene annullata la separazione tra arte "alta" e arte "bassa". I media e la pubblicità sono i soggetti preferiti dall'arte pop, che celebra spesso ambiguamente la società dei consumi. L'artista che probabilmente ha influenzato la maggior parte dell'arte susseguente è stato lo statunitense Andy Warhol (928-1987).

Caratteri
La Pop art si impadronisce dello spazio circostante, sostituendo l'immagine dell'oggetto con l'oggetto stesso ed accentuando la dimensione grottesca della società dove la prepotenza martellante dei mass media annulla ogni giudizio autonomo. È un'arte aperta alle forme più popolari di comunicazione: i fumetti, la pubblicità, i quadri riprodotti in serie; nell'era della riproduzione meccanica dove la ripetibilità è l'unico valore riconosciuto, la ripetizione seriale è fondamentale.
La differenziazione si gioca soprattutto su quella che si può definire "nuova oggettualità", contrapposta alla astrazione e all'informalità. L'assunto di mettere sulla tela o in scultura oggetti quotidiani elevandoli a manifestazione artistica si può idealmente collegare al movimento svizzero Dada, ma completamente spogliato da quella carica anarchica e provocatoria dei Dada. La critica alla società dei consumi, degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che si pone sul mercato (dell'arte) completamente calato nella logica mercantile.
Ciononostante gli artisti che hanno fatto parte di questo movimento hanno avuto un ruolo rivoluzionario introducendo nella loro produzione l'uso di strumenti e mezzi non tradizionali della pittura, come il collage, la fotografia, la serigrafia, il cinema, il video.Sul piano dell'evoluzione del costume la Pop Art ha segnato fortemente campi adiacenti all'arte come l'arredamento, la moda, il gusto estetico diffuso.
Ho voluto iniziare questo articolo con questa premessa che ci permette di inquadrare la Pop Art nel suo significato primario, ovvero quello di corrente artistica.
Tuttavia, come ogni arte che si rispetti, o meglio come ogni forma d'arte che merita rispetto, la Pop Art non può però essere analizzata solo nella sua forma più immediata, ovvero quella appunto di "arte" fine a se stessa, finalizzata cioè alla realizzazione di "forme creative di espressione estetica" .
L'arte, si sa, è anche pensiero.E il pensiero, come sto imparando a capire, è sempre politico.
Come interpretare dunque la Pop Art dal punto di vista politico?
"la PopArt eleva al rango di "oggetto di cultura" la produzione di massa, la produzione industriale".
La Zuppa di Wahroll, che ho riportato in questo articolo, ne è esempio perfetto: l'oggetto più banale, una zuppa in scatola prodotta in serie a livello industriale, trasposta in immagine e ri-riprodotta a sua volta in serie su tela, diviene arte, oggetto da guardare, ammirare esposto non più in uno scaffale di una cucina, ma in un museo.
La zuppa, prodotto industriale del valore di pochi dollari, si sdoppia nella sua ripetizione della sua immagine che infine acquista più valore del prodotto stesso E che valore: ben 9.590.000,00 euro!
La Pop Art, nata come detto tra gli anni '50 e '60, ha quindi la grande responsabilità, o meglio la colpa per il sottoscritto, di aver contribuito in modo decisivo ad innalzare al rango di Arte ciò che di artistico esiste solo in origine, nell'idea e nella prima realizzazione che si concretizza nel prodotto industriale.
Mi spiego: è innegabile che un prodotto industriale come può essere una sedia o una forchetta siano comunque il frutto di una attività umana.
Ciò che crea la distinzione tra la forchetta e la Monna Lisa, per citare l'opera d'arte più famosa in assoluto, è il concetto di unicità.
La Monna Lisa è unica, la forchetta è molteplice.
La Monna Lisa è il prodotto dell'estro di un artista che in quel momento e in quella circostanza si è concretizzato in quell'unico, singolo quadro. La forchetta è il prodotto dell'estro di un "artista" che si concretizza in un oggetto riprodotto in modo identico, e sempre autentico, in milioni e milioni di esemplari.Non esiste la "forchetta originale", così come i suoi cloni non possono essere definiti "imitazioni": è sempre lo stesso prodotto, sia esso il primo o il milionesimo.
Di imitazioni della Monna Lisa ne esistono altrettanti milioni, ma solo una è l'opera d'arte vera, autentica, orginale, di valore.Tutto il resto sono solo copie di scarso valore. La Pop Art è riuscita a scardinare questo concetto chiave, introducendo quel tremendo elemento che è il valore messo in relazione alla copia.La regola è semplice: più una cosa è diffusa-ripetuta, più ha valore.
Il momento chiave si ha quando si smette di parlare di prodotti industriali e si inizia a parlare di persone: più una persona è diffusa, ovvero famosa, più ha valore. Attenzione però: non è l'immagine della persona ad acquistare valore, ma è la persona stessa ovvero l'originale, cosa ben diversa rispetto a quel che accade per la Zuppa di Wahrol dove è l'immagine ad acquistar valore, e non la zuppa vera e propria.
Qui dunque si compie il passo successivo rispetto alla prima regola: la ripetizione che crea valore nell'originale. L'immagine ripetuta della persona conferisce valore intrinseco alla persona stessa, indipendentemente dalle qualità oggettive non tanto dell'immagine ripetuta (e della sua vendita che ovviamente sarà sempre attentamente pianificata) quanto della persona che vende la sua immagine. In breve, questo è il passaggio:
PopArt...oggetto anonimo,
neutrale -> creazione, ripetizione e vendita dell'immagine dell'oggetto -> creazione di un enorme valore artistico ed economico dell'immagine dell'oggetto, ma non dell'oggetto stesso;... e sua conseguenza:
persona, anonima, neutrale -> creazione, ripetizione e vendita dell'immagine della persona -> ritorno di immagine che conferisce enorme valore alla persona -> la persona -ovvero la fonte- acquista valore, "diventa migliore".
La Pop Art dunque non solo ha fatto tirare un grosso sospiro di sollievo a tutta l'industria mondiale che, così nobilitata e resa "arte", ha ancor di più potuto produrre in modo incessante e bulimico prodotti su prodotti "di valore" non solo intrinseco, bensì anche estetico o addirittura artistico.
Un'unica e normale forchetta di metallo di scarso valore materiale acquista un valore centinaia di volte superiore nel momento in cui la si definisce di "design", e più viene venduta (replicata, clonata, moltiplicata, insomma più perde la sua unicità) più acquista di valore e, andando anche al sodo, più costa alla gente che la vuole possedere.
La Pop Art ha anche gettato le basi della nostra società attuale, la società dello spettacolo e dell'immagine: oggi non si dice più "voglio emergere", ma si dice "voglio apparire", e possibilmente apparire il più frequentemente possibile e ovunque, su manifesti, giornali, poster, radio e televisione.
L'unicità dell'individuo è stata spazzata via dall'omologazione: quante volte passeggiando per il centro della nostra città assistiamo a vere e proprie sfilate di ragazzine e ragazzini vestiti in modo assolutamente identico?
E' la dimostrazione pratica della produzione industriale in serie di un presunto "valore" che il soggetto pensa di acquistare assumendo le sembianze di ciò che tutti sono, o ambiscono ad essere.
Ed ecco che nella musica i giovani musicisti rinunciano fin da subito o abbandonano l'originalità, la ricerca, l'unicità, puntando tutto sulla canzone Pop (PopArt e PopMusic sono dunque la stessa cosa), ovvero quel tipo di musica-canzone che rispetta determinati parametri da sempre fissati da capostipiti come i Beatles o gli Stones: introduzione, strofa, ritornello, strofa, ritornello, parte musicale solista (non indispensabile, perchè richiede tecnica ed estro) e ritornello finale.
Attorno a questa ossatura si aggiungono pochi canonici giri armonici, testi dalle facili rime o nella peggiore delle ipotesi dalle presunte e mai veramente ricercate -la ricerca è fatica- aspirazioni intellettuali (la nicchia, nella musica pop, non è altro che una sotto categoria che fa comunque parte del sistema e che segue perfettamente le sue regole) e soprattutto la bella presenza.
Queste sono le regole base che tutti i gruppi che vogliono sfondare devono seguire.
La moda?
Lasciando perdere l'Alta Moda -perchè dire "alta"? Esiste forse una "Bassa moda?" Se sì, dove posso trovarla?- assistiamo allo stesso identico processo: per le ragazze si parte da capelli in stile Barbie (nelle sue tre varianti industriali: neri, biondi, rossi) con relative pettinature, vestiti firmati-ma-casual (ma che di casuale non hanno nulla, anzi sono il frutto di attente ed elaborate ricerche e frustrazioni), ombelico scoperto, ricerca di un corpo anoressico con curve pneumatiche, scelta dei colori che rispetti rigorosamente la moda imperante.
Nota fondamentale:
in un contesto di ricercata banalità, "deve" emergere il dettaglio che, ingenuamente, "distingue".
Per i ragazzi, un tempo abbastanza refrattari a questi discorsi, si sta verificando lentamente ed inesorabilmente la stessa medesima cosa.
Riguardo alla moda in senso stretto, ovvero ai capi di abbigliamento, il discorso è identico: la parole "Guru" vi dice niente?
Guru è quella linea di abbigliamento che deve il suo successo ad una margheritona stampata e ripetuta sempre identica nella forma ma con diversi colori su vari tipi di magliette (in puro stile Pop Art).
Torna l'elemento della ripetizione, appunto.
Ma da sola non basta: cos'ha contribuito in modo determinante far diventare quella margheritona un successo?
La sua presenza sui toraci di famosi e famose, che hanno così dato valore all'oggetto e creato la tendenza, con relativa corsa all'accaparramento e successiva omologazione.
Altra ripetizione.
E così via.
In tutto questo mix di esempi resta evidente il concetto chiave: ripetizione - diffusione - valore dell'oggetto; e parallelamente ripetizione - omologazione - valore della persona.
A prima vista tutto ciò può apparire come circolo vizioso, ma non lo è affatto: vi è una chiara evidenza di ciò che è causa e ciò che è effetto.
La causa è la fine dell'antropocentrismo, che vedeva l'Uomo al centro dell'universo e l'avvento, nel 900, di un mix tra prodotto, immagine, imitazione e valore da cui l'uomo fa dipendere se stesso.
L'effetto è la perdita di identità e di valore dell'individuo.
Sappiamo che una delle regole base dell'economia è quella che illustra l'inflazione:il termine inflazione deriva dal latino "inflatus", gonfiato, ed "indica una crescita nell'utilizzo di un determinato oggetto o comportamento, precedentemente di uso sporadico". (wikipedia)
Ebbene, si spera che prima o poi arrivi una gigantesca ondata di inflazione dell'arte, dei consumi e dei valori che si sono imposti a partire dagli anni 50;auspicando che, nel frattempo, si sia provveduto all'ideazione e alla creazione di degni sostituti, applicabili (prendendo nuovamente la definizione di "arte" tratta da wikipedia) "in ogni attività umana - svolta singolarmente o collettivamente - che, poggiando su accorgimenti tecnici e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza", portino a forme rivoluzionarie di pensiero.


di Dario Serventi

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