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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 28, 2008

Non basta una mostra per le visioni di Barney


Un'esposizione, ma anche film, convegni, workshop: Torino rende omaggio all'artista statunitense. Decisametne onirico.

Il Sole di San Francisco (dove è nato) e il gelo dell'Islanda (la terra della sua compagna, la popstar Bjork). Storie di gnomi, legate alle sue radici irlandesi, e vicende di mormoni, quelli dell'Idaho dove è cresciuto. L'infanzia segnata dall'abbandono della madre artista, e l'esordio da modello nella frenetica New Yprk anni ottanta. Gli studi a Yale, dove si iscrive a medicina e si laurea in arti visive, e poi l'incontro con due donne straordinarie: Barbara Gladstone, la gallersita che produce Creamaster, il primo di un ciclo di video che gli farà ottenere il Premio Europa 2000 alla Biennale di Venezia 1993, e Bjork, sua compagna dal 2001, che compone per lui colonne sonore. Nei lavori prevalentemente video di Matthew Barney, 41 anni e già assurto al pantheon dei più grandi maestri contemporanei, storia personale e suggestioni tratte da molteplici campi di cui s'interessa - fotografia, letteratura, musica, antropologia - s'intrecciano, trasformandosi in immagini oniriche e sofisticate, di cui l'artista è spesso interprete oltre che regista.

Il ciclo di eventi che Torino gli dedica dal 29 ottobre all'11 gennaio 2009 - una mostra alla Fondazione Merz, la rassegna di film al Museo del cinema, un convegno e un workshop in collaborazione con il dipartimento di Filosofia dell'Università - tutti presenziati dall'artista, saranno un'occasione davvero unica per indagare la sua poetica complessa. A Torino infatti sarà possibile non solo vedere i cicli più famosi di BArney, Creamaster e Drawing Restraint, ma anche ripercorrere tutto il suo lavoro, simbolico e sintetico, dove una divinità può avere insieme attributi africani e nibelungici. E scoprire così la sua personale cosmogonia, quella Mitologia visionaria che dà il titolo all'evento.

di Anna Lombardi



Torino - dal 30 ottobre 2008 all'undici gennaio 2009

Matthew Barney - Mitologie contemporanee
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FONDAZIONE MERZ

vai alla scheda di questa sede
Via Limone 24 (10141)
+39 01119719437 (info), +39 01119719805 (fax)
info@fondazionemerz.org
http://www.fondazionemerz.org/


orario: martedì- domenica 11-19

(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: euro 5,00 intero, 3,50 ridotto
vernissage: 30 ottobre 2008. ore 19
curatori: Olga Gambari
autori: Matthew Barney
note:

Preview stampa ore 12 al Museo Nazionale del Cinema.

Venerdì 31 ottobre ore 15 conversazione tra l'artista, Arthur C. Danto e Richard Flood
genere:

arte contemporanea, personale

ottobre 24, 2008

Icaro e Dedalo in chiave di confronto generazionale dell'eterna relazione conflittuale padre-figlio


L'ultimo lavoro scritto e diretto da Gianfelice Facchetti è la rilettura del mito di Icaro e Dedalo interpretato in chiave di confronto generazionale dell'eterna relazione conflittuale padre-figlio; il tutto si consuma all'interno dell'asfittico labirinto costruito dallo stesso Dedalo, metafora del focolare domestico. In un continuo attimo presente, proprio dell'adolescenziale percepire, si consuma tutta intera l'impaziente attesa di Icaro, tenuto prigioniero dall'amore dei genitori: un amore viscerale, ma al contempo poco attento alle reali esigenze della sua crescita. Facchetti si propone di analizzare le dinamiche familiari, di quell'atavico crogiuolo fumante da cui nascono tutte le intricate trame familiari, e lo fa con una visione ampia che innesca domande e reciproche accuse su quello che si pone essere come un furibondo scontro generazionale mancato, uno scontro in cui, seppur spesso il confronto sia tangibile nonché fisicamente violento, si avverte la reciproca mancanza di “presenza”: della figura del Figlio da un lato, come del ruolo di Padre dall'altro, entrambi vittime di un modello da seguire ormai esploso. Resta così ben poco per capacitarsi, rendersi letteralmente capaci, se non esiste più un orizzonte di azioni riconosciute tipiche, tradizionalmente conformi ad una regola generale, riconosciuta come universalmente valida. Icaro e Dedalo, queste due figure ormai smarrite, che la mitologia ci consegna come complici sognatori che a dispetto della distanza anagrafica tendono allo stesso fine, qui scompaiono nella latitanza di un rapporto inconsistente, che quando si rifà a modelli passati ormai divenuti assurdamente anacronistici e poco rispondenti alla reale contingenza di un tempo eternamente presente, senza consequenzialità storica, provoca soltanto la rabbiosa e antica risata della madre: vituperata regina del labirinto, depauperata del suo ruolo di tessitrice e connettore primario di affettività. La madre che, come sempre, sta in mezzo a mediare tra i due titani del suo cuore, e sceglie a scapito di se stessa e della sua tranquillità la libertà del figlio. Sarà proprio lei che narrando la storia di Pinocchio, un meta-testo introdotto nella narrazione, darà giustizia e “le chiavi” al suo Pinocchio per finalmente uscire dalla prigione del labirinto a scontrarsi con il mostruoso Minotauro: il mondo esterno con le sue fagocitanti possibilità, pronto ad inghiottire nella dispersione del sè. Icaro si perderà per le strade del mondo e dei suoi baccanali, e tornerà cambiato, consapevole del pericolo che porta in se stesso, con le parole di Durrenmatt riconoscerà che ognuno è il proprio e più grande nemico; solo ora tenterà il proprio personale volo. La scrittura di questo spettacolo possiede una sua originalità, una sonorità poetica talvolta ancora un po' criptica, ma che ben rende la dinamica sotterranea e ancestrale del rapporto familiare descritto, ed è anche per questo più piena di possibilità evocative date da un suo carico misterioso. Una parola che acquisisce in qualche passaggio una cadenza che dà il ritmo ad una narrazione convulsa, sintetica e lucidissima; universale e insieme particolare, in grado di aspirare all'epica; una parola quindi che forse avrebbe potuto guardare ancora più a fondo, nei gangli di una relazione espansa, divenuta amicale e al contempo brutale nella sua autorità afona, o di sola parola che incolpa in sentenza finale: “bamboccione”, o in modo più raffinato “lattante psichico”, tardiva recriminazione per un processo educativo totalmente ignorato. Forse avrebbe potuto osare, ergersi, mirare al sole... osservando più spietatamente l'odierna dinamica di una struttura spezzata, però la parola di Facchetti non lo fa: affaccia, nomina, afferra per un attimo e poi lascia cadere tenendo però sospeso il finale come ulteriore possibilità, ma che si sia schiantato il sogno senza peso di questo figlio si sapeva già dall'inizio: come il metaforico osare di Icaro, non si salva il suo volo; il suo tendere è lasciato in caduta, arresa. Forse perchè oggi resta poco da sfidare, da contestare rabbiosamente, e forse più che volare si preferirebbe camminare, tornare all'umiltà della terra sotto i piedi, alla costruzione lenta, paziente e costante di un percorso condivisibile, alla serietà di un sacrificio più radicato proprio perché ogni valico sembra essere già stato pericolosamente superato.


di Laura Ghirlandetti, dramma.it

Kagel, l'uomo che metteva in musica l'intelligenza.


Mauricio Kagel è appena scomparso ma il fatto non ha destato attenzione o commozione. Eppure è morto uno dei più ragguardevoli compositori del ventesimo secolo e vale la pena di ricordarlo.
Kagel è stato uno dei protagonisti degli anni Sessanta, erede della lezione di Darmstadt, esponente di un’idea della creazione che ribadisce il principio in base a cui la tensione intellettuale e speculativa portata ai suoi più alti livelli di esasperazione a garantire la possibilità di dare corpo e senso alle proprie emozioni creando l’opera d’arte. Non esiste, cioè, l’ispirazione scaturita dalla sola esperienza. Non esiste la spontaneità dell’atto creativo. Vero o non vero che sia, è stato vero per persone come kagel e altri, della sua stessa epoca, come György Sándor Ligeti e Dieter Schnebel, autori che non godono la fama cui avrebbero diritto. Kagerl era nato a Buenos Aires nel 1931 ma dall’età di ventisei anni si era trasferito in Germania mantenendo questa sorta di doppia polarità di vivace e “ritmico” sudamericano e di energico e poliedrico tedesco. Cultore della tradizione e molto interessato agli aspetti visivi e spettacolari del fatto musicale in sé, Kagel visse l’esperienza creativa come una continua sfida alla sua acuta capacità di sottoporre a critica e revisione le sue stesse proposte. Tutta la sua opera scaturisce dal potere incalzante dell’intelligenza che non si acquieta sull’acquisizione, ma deborda quando avverte di aver raggiunto un supposto livello di guardia. Ne emerge una contestazione radicale di qualunque fomra di ascolto standardizzato, vero figlio in questo del sassantottismo.
Al di là di alcuni pezzi degli anni giovanili è interessante conoscerne gli esiti degli ultimi dieci-quindici ann, ad esempio nel bel cd registrato da Reinbert Dde Leeuw col titolo Tutto cambia.
C’è, tra l’altro, il Bacio d’amore di Quirino (2001) tratto dal poemetto seicentesco di Quirinus Kuhlmann, un Hölderlin barocco, scritto con termini monosillabici. Si scatena una Babilonia di suoni che reggono l’impatto del caos combattendo tra loro come antichi cavalieri nell’agone del piacere e della mestizia su cui plana il canto carezzevole del coro.


di Claudio Strinati docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma


Per saperne di più:

http://www.bbc.co.uk/radio3/cutandsplice/kagel.shtml
Mauricio Kagel Fansite
Mauricio Kagel at UbuWeb Film presents various Kagel films, including a 36 minute excerpt from Ludwig Van, available for free download.
Kagel's Acustica at the Avant Garde Project has FLAC files made from a high-quality LP transcription available for free download.
Edition Peters: Mauricio Kagel October 1998
Interview: There Will Always Be Questions Enough Mauricio Kagel in conversation with Max Nyffeler
UbuWeb: Mauricio Kagel featuring Der Schall (1968) and ACUSTICA for experimental sound-producers and loud-speakers
Argentine-composers
Argentine-Jews

ottobre 23, 2008

La menzogna di Delbono.


Il dramma dell'acciaieria Thyssen-Krupp di Torino, dove nella notte fra il 5 e 6 dicembre 2007 scoppiò un incendio costato la vita a sette operai, è il motivo ispiratore del nuovo spettacolo La menzogna, che Pippo Delbono e la sua variopinta compagnia stanno provando in questi giorni alle Fonderie Teatrali Limone di Moncalieri, dove lo spettacolo debutterà il 21 ottobre, in apertura della stagione 2008-2009 dello Stabile di Torino.Sulla scelta di Delbono come autore in grado di rappresentare lo sgomento della città di fronte al dramma che l'ha così profondamente percossa, ma anche il suo desiderio di farne un'occasione di mobilitazione contro il fenomeno delle "morti bianche", Mario Martone - da circa un anno nominato direttore dello Stabile piemontese - ha detto: "Delbono ha intuito l'importanza che Torino, col suo passato e la sua trasformazione attuale, può rivestire in questo momento di passaggio così cruciale dal punto di vista politico, e ha aderito non solo all'idea di far nascere qui il suo spettacolo, ma di farne per Torino una versione speciale, un debutto che sia anche un pezzo unico. Il luogo non poteva essere che le Limone di Moncalieri, un teatro che contiene la memoria di una fabbrica". Lo spettacolo, che segue cronologicamente Questo buio feroce (leggi la recensione), è prodotto dallo Stabile di Torino con Emilia Romagna Teatro Fondazione (Progetto Prospero), Teatro di Roma e con il Théâtre du Rond-Point di Parigi, la Maison de la Culture d'Amiens e il festival Malta della città polacca di Poznan. In scena troveremo come sempre il folto gruppo di attori professionisti e non che Delbono ha creato attorno a sé nel corso degli anni, di cui fanno parte anche persone profondamente segnate dalla vita, come Bobò e Nelson Lariccia, diventati ormai navigati esperti dell'arte recitativa. "Il nuovo spettacolo non credo sia esclusivamente politico. Sarà politico-poetico - aveva dichiarato il regista in sede di presentazione dello spettacolo -. Credo che questa città (Torino. N.d.T) porti con sé un dolore e la coscienza di un dolore, che mi sembra sia stata nel nostro tempo un po' dimenticata. Quello che ci succede attorno - proseguito Delbono - come delle persone che muoiono ogni giorno in una fabbrica, è qualcosa di profondamente 'umano'. La coscienza di un dolore, che è poi il dolore della nostra nascita, del nostro morire, delle nostre guerre: tutto questo sembra che sia stato dimenticato".Proprio per evitare che la tragedia della Thyssen-Krupp fosse rapidamente "digerita" dalla società onnivora in cui viviamo, essa è stata al centro in questi mesi di molte inchieste giornalistiche, saggi e produzioni artistiche, le più recenti delle quali sono state il film di Mimmo Calopresti La fabbrica dei tedeschi e il documentario di Pietro Balla e Monica Repetto Thyssen Krupp Blues, entrambi presentati a Venezia, nell'ambito della 65.ma Mostra del cinema.
DelTeatro.it

Fino al 2 novembre alle Fonderie Limone, Moncalieri (To)

ottobre 22, 2008

Artissima 15


Lingotto Fiere via Nizza 280

10126 Torino

Italia


6 novembre 2008

Presentazione alla stampa


7-8-9 novembre 2008

Apertura al pubblico

Tutti i giorni

Ore 11.00 - 20.00


131 Gallerie italiane estraniere

17 Paesi:Australia,Austria,Belgio,RepubblicaCeca,Francia,Germania,Giappone,GranBretagna,Grecia,Irlanda,Italia,Olanda,Russia,Slovenia,Spagna,StatiUniti,Svizzera

Oltre

il 50% di espositori stranieri

15 istituzioni pubbliche e artistiche coinvolte

44 tra le più importanti case editrici, riviste del settore, siti web e società specializzate nella comunicazione e progettazione artistica a livello internazionale 15 anni 25 0top collectors, direttori e curatori di museo invitati in qualità di ospiti della Fiera da paesi di tutto il mondo(Francia,Germania,Belgio,Spagna,Olanda,Inghilterra,Grecia,StatiUniti,Messico,Sudamerica,Cina)Oltre 800 giornalisti accreditati

5 numeri di "RadioSick" Electric Repair Enterprise

1 direttore: Andrea Bellini

42.500 visitatori, 5.000 in più rispetto al 2006

4 giorni di Fiera

1.000 artisti coinvolti per Artissima tra italiani e internazionali

circa 3.600 opere esposte

25.000 copie di "RadioSick" distribuite in 2 edizioni: italiano e inglese


I NUMERI DI ARTISSIMA


Biglietti:


Intero: € 13,00

Ridotto: € 9,00 ** Ragazzi 12-18 anni. Over 65 anni.

Studenti universitari su presentazione del libretto universitario.

Militari in divisa

I biglietti per Artissima 15 sono acquistabili in prevendita sul sito http://www.ticketone.it/-->
Il biglietto da diritto ad un ingresso gratuito alla mostra “Paolo Mussat Sartor.

Luoghi d’arte e di artisti. 1968-2008”

Palazzo Cavour, Via Cavour 8 (1 novembre 2008 – 6 gennaio 2009)

ottobre 21, 2008

Picasso e i suoi maestri, sfida fra geni


Ci sono quasi tutti. Tiziano, Velazquez, Rembrandt, Goya, Ingres, Manet, Cézanne, Van Gogh. Tutti loro e molti altri pittori, esposti al Grand Palais per l'immensa esposizione parigina dedicata al celebre artista spagnolo, furono i maestri di Pablo Picasso. Mai ha smesso di guardarli, di studiarli, di copiarli, parafrasarli quasi nei suoi quadri, a volte reinventarli, qualche volta tentando di superarli. L'esposizione di 210 opere eseguite dal XVI secolo al 1971, è una concentrazione raramente eguagliata di capolavori firmati da Picasso e dai grandi maestri della pittura occidentale. Oltre al Grand Palais l'esposizione continua anche al Musée d'Orsay e al Louvre. Nel primo Picasso è confrontato al Déjeuner sur l'herbe di Manet, nel secondo alle Femmes d'Alger di Delacroix. Vissuto fra il 1881 e il 1973, Pablo Picasso è forse "fra tutti i pittori moderni, il solo ad aver tanto investito e indossato la storia della pittura" ama ripetere Anne Baldassarri, direttrice del museo Picasso di Parigi e co-commissario di questa "miracolosa" esposizione. "E' questa confraternita di pari - continua la Baldassarri - che hanno tutti detto alla loro epoca 'sono il pittore che rivoluziona la pittura' che accompagna Picasso e lo porta". L'esposizione tende a mostrare il maggior numero dei suoi maestri, con capolavori che arrivano, fatto tanto eccezionale da poter essere presentato come "unico" dai gelosissimi musei del Prado, del Moma di New York, della Gemälde Galerie di Berlino o della National Gallery di Londra. I loro ritratti aprono l'esposizione: Goya, Cézanne, Ingres, Poussin, Delacroix. Accanto ai padri spirituali il vero padre del pittore, José Ruiz-Blasco, che ha abbandonato i pennelli davanti al genio del figlio.Già a 14 anni infatti Picasso, formato accademicamente alla scuola delle Belle Arti, disegna già dei virtuosi studi di mani, torsi, corpi, riuniti per la prima volta dall'esposizione. Già appaiono i suoi "effetti di decentramento", le sue prospettive e "i tagli dello spazio" spiega Baldassarri "È già il figlio del grande pittore che sarà".

Tematico e cronologico il percorso permette il confronto permanente fra temi ma anche fra colori, nature morte, grandi ritratti, nudi, variazioni sul tema. L'esposizione riesce a sfuggire al semplice confronto, che sarebbe stato riduttore, ed evita di creare dei legami di filiazione immediati fra lui e i maestri. A volte è anche possibile osservare che per una stessa tela il pittore ha preso esempio da diversi artisti. Lo spazio ricorderà un pittore, il fondo un altro, le forme un terzo.
Altre volte si ispira liberamente da un solo dipinto, come l'Arlesienne di Van Gogh. Quasi sempre nella sua furia produttrice, Picasso esegue diverse copie e variazioni dello stesso quadro: come quando si ispira al Ritratto di nano di Velasquez. Le variazioni del Nano non erano mai state riunite dal 1971. Nell'ultima sala, dedicata ai grandi nudi, Picasso compete con una Venere del Tiziano, la Maja desnuda di Goya e l'Olympia di Manet, tre opere che non hanno mai lasciato i loro musei. "Nemmeno Picasso le aveva mai viste assieme" sottolinea la commissaria Baldassari.

Picasso et les maîtres

Galleria Nazionale del Grand Palais
8 ottobre 2008 / 2 febbraio 2009

aperto tutti i giorni salvo il martedì
dalle 10.00 alle 22.00
il giovedì fino alle 20.00

di Giacomo Leso per espresso.it

ottobre 20, 2008

Psicologia Scolastica, l'Italia è in ritardo.


“La psicologia serve alla scuola”: questa la motivazione che orientò nel 1969, a seguito di una delibera del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, la nascita in Italia del primo corso di laurea in psicologia. Di questo nuovo modo di cogliere le aspettative e le esigenze della società italiana si era fatto interprete Padre Valentini ma da allora l’immobilismo politico e culturale ha lasciato del tutto disattesa quell’obiettivo che doveva contribuire ad un rinnovamento italiano.
Le problematiche scolastiche più rilevanti, secondo i dati raccolti dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) in collaborazione con gli Istituti Regionali per la Ricerca Educativa (I.R.R.E.), riguardano principalmente lo scarso impegno nello studio e la mancanza di attenzione durante le lezioni (3,5%)*, le difficoltà di relazione che spesso si riscontra tra il corpo docente (3,3%)*, gli alunni con necessità didattiche particolari (3,15%)*, le difficoltà di tipo organizzativo provocate dalle continue innovazioni e riforme (3,03%)*, infine i comportamenti aggressivi e violenti degli alunni (3,01%)*. *(scala da 1 a 5; 1= assolutamente falso - 5= assolutamente vero) La presenza di uno psicologo nelle scuole potrebbe essere la strada principale per la prevenzione e la comprensione del disagio giovanile, delle problematiche e delle patologie, oltre che degli stili di vita. Se ne parla da anni, senza risultati: l’Italia è rimasta il solo paese europeo a non avere veri e propri psicologi tra i banchi di scuola. Già la riforma sanitaria del 1978 prevedeva la creazione nelle Aziende Sanitarie locali di equipè psicopedagogiche. In Parlamento giacciono diverse proposte per la creazione della figura dello psicologo scolastico. Negli ultimi tre anni solo due scuole su tre, stando al campione della ricerca, hanno ospitato l’intervento di uno psicologo. Questa la proporzione risultante dalla ricerca condotta sullo stato della psicologia scolastica in Italia. Hanno preso parte all’indagine complessivamente 1.511 psicologi (di cui il 71% donne) e 1.921 scuole distribuite su tutto il territorio italiano.
Dai risultati è emerso che nella scuola l’attenzione è orientata prevalentemente sugli alunni, seguono gli interventi rivolti ai genitori e alla scuola nella sua dimensione organizzativa. In particolare, il 37% sono attività di diagnosi legate a delle patologie, il 35% riguarda invece l’osservazione.
Il 93,1% degli psicologi accedono alla scuola a seguito di progetti delle Asl; il 4,8% proviene da cooperative e solo il 2,1% dagli enti locali. Tra le forme contrattuali più utilizzate troviamo le prestazioni professionali con partita Iva (32%), le prestazioni occasionali (20%), le assunzioni a tempo determinato (2%) e per mandato delle Asl (30%).
Solo pochissimi psicologi lavorano all’interno della scuola come insegnanti o delegati in ruoli particolari. Anche per questo le retribuzioni orarie risultano molto variabili e tendono a decrescere all’aumentare del periodo che lo specialista passa all’interno dell’istituzione (variano da meno di 15 euro l’ora ad un massimo di circa 40 euro).
Provenienti da posizioni lavorative differenti, i professionisti psicologi lavorano in più di un istituto di diverso ordine e grado ma per periodi di tempo piuttosto limitati (meno di tre mesi). È la scuola media ad avere il maggior numero di tempo (60,2%) dedicato alle pratiche psicologiche, segue la scuola secondaria (58,8%), la scuola elementari (56,7%), l’Istituto comprensivo (47,4%) e, infine, la scuola dell’infanzia (43%). “I dati presentati oggi – afferma Giuseppe Luigi Palma, Presidente del CNOP – offrono un quadro molto ricco ed articolato sullo stato della psicologia scolastica in Italia. In assenza di un ruolo istituzionale riconosciuto e di chiari ordinamenti professionali in grado di regolamentare la professione, l’attività psicologica nella scuola si riduce sistematicamente ad un’attività di consulenza, dimenticando le pratiche per lo sviluppo della persona, per l’educazione alla socialità e alla convivenza. Lo psicologo – prosegue Palma – in genere donna e altamente specializzato, interviene nella scuola per far fronte a richieste specifiche ma le scarse possibilità remunerative raramente gli consentono l’obiettivo di una carriera professionale. Molto spesso, inoltre, è la scuola stessa – spiega il Presidente Palma – a limitare la possibilità di conoscere da vicino il suo reale funzionamento. L’Italia, stando a questo quadro – denuncia Giuseppe Luigi Palma – registra una grave arretratezza culturale nei confronti di quasi tutti i paesi europei dove esiste una legge che prevede l’inserimento dello psicologo nella scuola come figura stabile e di ruolo”.

Comunicato dell'Ordine Nazionale Psicologi

ottobre 17, 2008

Lettera a una nazione cristiana di Sam Harris


“Da quando è stato pubblicato il mio primo libro, La fine della fede, migliaia di persone mi hanno scritto per dirmi che faccio male a non credere in Dio. I messaggi più ostili in assoluto mi sono giunti da fedeli cristiani. È una cosa ironica visto che, in generale, i cristiani pensano che nessuna fede meglio della loro trasmetta le virtù dell’amore e del perdono. La verità è che molti di coloro che sostengono di essere stati “trasformati” dall’amore di Cristo sono profondamente – se non spaventosamente – intolleranti nei confronti delle critiche. Pur ammettendo che ciò si possa ascrivere alla natura umana, è chiaro che quest’odio trova una buona dose di giustificazione nella Bibbia. Come faccio a saperlo? I più infervorati tra i miei corrispondenti non fanno altro che citare capitoli e versetti”.Inizia così l’ultimo libro di Sam Harris il quale, dopo il grande successo del suo primo libro La Fine della Fede, torna ad occuparsi di religione e ateismo con un libro agile ma poderoso. Si tratta di una “semplice” lettera destinata a un lettore cristiano che si è però tramutata in un successo editoriale tradotto in 9 paesi e ai primi posti della classifica del New York Times per trenta settimane.Se nel suo primo libro Harris si era occupato di decostruire i dogmi dei tre principali credo monoteistici – cristianesimo, ebraismo e islam - qui si concentra sulle credenze religiose cristiane, partendo dalle posizioni integraliste di coloro i quali interpretano la Bibbia in maniera letterale sino a coloro che si professano tolleranti e moderati ma che in realtà non fanno altro che gettarsi nell’irrazionalismo religioso.Come frecce ben scoccate, le sferzate (mai emotive, ma assolutamente razionali) di Harris non risparmiano niente e nessuno e passano in rassegna tutti i punti nodali della predicazione cristiana: l’autorevolezza della Bibbia in quanto parola di Dio, i valori che il cristianesimo si attribuisce ma che in realtà appartengono a culture e religioni assai più antiche, la cieca lotta contro la ricerca sulle cellule staminali, l’ingerenza della religione nei più ampi campi della politica e della società, l’astinenza predicata ai giovani, la condanna delle unioni di fatto od omosessuali.Sam Harris contesta l'idea che la morale si fondi sulla religione, perché i cosiddetti testi sacri contengono troppe contraddizioni perché li si possa prendere sul serio. “Le questioni morali riguardano la felicità e la sofferenza. Ecco perché né io né te abbiamo obblighi morali nei confronti delle rocce. Solo nel momento in cui le nostre azioni possono avere effetti positivi o negativi su altre creature ci troviamo di fronte a questioni morali”. Al contrario, nei secoli i credenti hanno tratto dai testi reputati sacri alcuni principi e non altri, senza motivazioni razionali e soprattutto senza considerare gli effetti, spesso negativi, che avrebbero riportato sulla vita e sulla realtà delle persone.Gli esempi sono innumerevoli, ma quelli più palesi si inseriscono all’interno della "morale sessuale", in cui gli insegnamenti della religione spesso vanno non solo contro ogni buonsenso, ma hanno anche conseguenze perniciose sulla salute delle persone. Harris porta l'esempio del vaccino contro il papillomavirus umano (HPV) che attualmente è la malattia a trasmissione sessuale più diffusa negli Stati Uniti. Questo virus infetta oltre metà della popolazione americana e provoca ogni anno la morte di quasi 5.000 donne per cancro della cervice. Al giorno d’oggi esiste un vaccino per l’HPV, che sembra sicuro quanto efficace. Eppure, i cristiani conservatori americani si sono opposti al programma di vaccinazione sostenendo che l’HPV costituisce un valido deterrente contro i rapporti sessuali prematrimoniali. Lo stesso vale per il rifiuto di finanziare la ricerca sulle cellule staminali. Al riguardo Harris commenta, con amaro sarcasmo: “Un embrione umano di tre giorni, detto blastocita, è formato da 150 cellule. Tanto per fare un paragone, il cervello di una mosca è composto da oltre 100.000 cellule. Se sei preoccupato per la sofferenza che c’è nell’Universo, uccidere una mosca dovrebbe rappresentare per te un problema morale più grave che uccidere un blastocita umano. Forse pensi che la differenza cruciale tra una mosca e un blastocita umano risieda nel fatto che quest’ultimo ha le potenzialità per diventare un essere umano pienamente sviluppato. Ebbene, secondo quanto si è scoperto grazie ai recenti progressi compiuti dall’ingegneria genetica, quasi ogni cellula del tuo corpo costituisce potenzialmente un essere umano. Quindi, ogni volta che ti gratti il naso, ti macchi dell’Olocausto di potenziali esseri umani. È un dato di fatto: la disquisizione sul potenziale delle cellule non porta assolutamente da nessuna parte”. Un corsivo pungente e di stretta attualità. Così come sostiene Harris, attualmente la religione sta mostrando la sua pericolosa penetrazione politica e sociale sia in Italia, dove si discute di moratoria sull’aborto e sull’ingerenza della fede rispetto alla scienza, sia nel resto del mondo dove la religione sta creando comunità morali separate, generando continui conflitti.

ottobre 16, 2008

La nuova scuola: non solo vecchi grembiuli


E’ dal 1° settembre che il decreto Gelmini, sul sistema scolastico italiano, è entrato in vigore tra diverse polemiche e discussioni. A Bologna proprio ieri è stata organizzata la Notte Bianca da alcune scuole della città e provincia per protestare contro questa legge che trasforma le nostre scuole. Ma forse per fare un po’ di chiarezza sarebbe opportuno capire cosa prevede il famoso decreto 137/2008.

Innanzitutto bisogna fare una precisazione: non si tratta solo di grembiuli e di voti in condotta. Queste “riforme” in realtà cambierebbero ben poco nell’attuale sistema scolastico. La questione che maggiormente suscita polemiche riguarda l’introduzione del maestro unico nella scuola primaria (articolo 4). Un ritorno alle origini per nostalgici? Magari sì, ma pensiamo alle conseguenze. Secondo l’articolo i presidi affideranno ogni classe primaria ad un unico insegnante e per un orario di 24 ore settimanali. Questo significa che il tempo pieno alle elementari verrà eliminato –e il problema sorgerà per quei genitori che lavorano e che non possono accudire il figlio al pomeriggio- e che molti insegnanti rimarranno senza lavoro. L’adozione del maestro unico significa infatti 7mila cattedre in meno ogni anno alle elementari. Difficoltà anche per gli studenti con handicap: avranno diritto ad un insegnante di sostegno? Curiosamente le differenziazioni verranno invece fatte per gli studenti stranieri: una mozione votata ieri a Montecitorio considera la possibilità di istituire “classi-ponte” (ovvero "classi a parte") strettamente riservate a studenti stranieri –che saranno così divisi dagli altri compagni italiani (la strada verso l´integrazione appare un po’ lontana).Conseguenze gravi anche per gli insegnanti delle medie: le 33 ore settimanali subiranno una riduzione, alcune materie –e alcuni insegnanti- verranno probabilmente eliminate (20mila posti a rischio). Tagli anche per i licei: anche qui sono previste 30 ore settimanali e una semplificazione dei vari indirizzi.
Seguendo la logica del decreto, un risparmio è necessario visto che in Italia la spesa pubblica per l’Istruzione è cresciuta di oltre 10 miliardi negli ultimi 10 anni, ma secondo i dati Ocse questi eccessi sono dovuti non tanto al fatto che “spendiamo”, ma che lo facciamo male: la spesa per studente è la più alta d’Europa, mentre il rapporto studenti-docenti è tra i più bassi, l’età media degli insegnanti è tra le più elevate e il loro stipendio tra i più bassi.Ma invece di parlare di questo, in Tv o sui giornali si parla spesso solo di grembiuli e di voti in condotta. Nell’articolo 2 del decreto viene in effetti stabilito che il comportamento degli studenti sarà valutato dagli insegnanti con voto espresso in decimi, secondo criteri stabiliti in modo più possibile uniforme. Stesso discorso per quanto riguarda le valutazioni sulle altre materie (articolo 3) espresse da ora in decimi. Come ai vecchi tempi. Non manca un pensiero al portafoglio dei genitori: i libri di testo andranno cambiati ogni 5 anni (circoleranno quindi meno libri e meno aggiornati, ma attualmente sembra più importante pensare al risparmio). E un’altra novità riguarda il programma scolastico: l’articolo 1 introduce la nuova materia di “Cittadinanza e costituzione” (la vecchia “Educazione civica”). Forse l’intenzione è quella di presentarla –insieme al voto in condotta- come possibile soluzione per sconfiggere il bullismo? Molte perplessità in merito.E il grembiule? A quanto pare sul decreto non appare nulla a riguardo.


di Francesca Mezzadri per paceediritti.it

ottobre 15, 2008

Riflessioni su etica e giustizia.


1. Le due etiche

Michele Salvati ricordava la distinzione di Max Weber fra etica della responsabilità, ER, e etica della convinzione, EC. La prima riguarda più direttamente la sfera della politica e accetta che si debbano usare mezzi negativi, qualche cosa che appartiene all’ambito del ‘male’, onde evitare mali peggiori. Questa etica deve misurarsi con l’efficacia dell’azione e quindi può anche accettare azioni ‘malvagie’. L’etica della convinzione è quella assoluta, della testimonianza, quella che ci guida verso comportamenti che non scendono a compromessi con il male in nessun modo. La prima è l’etica del politico, del realismo, la seconda l’etica del santo.
Questa distinzione rappresenta un utile punto di partenza per alcune riflessioni che ci toccano oggi, durante un ennesimo conflitto, e nuove bombe. Come ci poniamo davanti a quest’ennesima guerra ‘moderna’?

1.1 Le vie di mezzo
Inizio con l’aggiungere un elemento al ragionamento. ER e EC sono due schematizzazioni, due esempi, che possiamo considerare come due polarità, ma sarebbe un errore pensare che esse siano nettamente contrapposte, come il bianco e il nero, il più e il meno. Questo ragionamento polare, per contrapposizioni nette, viene spesso utilizzato nella cultura occidentale, qualunque cosa significhi questo termine.
Mi pare più utile pensare ad ER e EC come i punti estremi di un segmento, di cui i punti intermedi rappresentano tutte le possibili combinazioni, tutte le modalità in cui le due etiche si mescolano e confondono fra di loro. Oltre ad essere degli ovvi archetipi stilizzati le due etiche si combinano in infinite modalità, talvolta più vicine ad ER altre più prossime ad EC. C’è contiguità e tensione, di più c’è dialettica continua fra le due soluzioni possibili al problema dell’azione umana: efficacia e purezza possono combinarsi in diversi modi. C’è contaminazione e continuità fra questi due modi di giudicare la virtù dell’agire. Potremmo fare innumerevoli esempi di queste vie di mezzo in cui la politica e la purezza si mescolano in vario modo.

La mescolanza fra EC ed ER è anche all’interno di noi stessi, quando ad esempio siamo combattuti fra due atteggiamenti diversi di fronte alla guerra e non riusciamo ad esprimere un giudizio netto: favorevole o contrario?

1.2 L’evoluzione
Ma se ER e EC non sono solo due poli contrapposti, allora significa che i modi in cui esse possono combinarsi sono molteplici, dando vita a diverse società con istituzioni più o meno riconducibili all’una o all’altra. E quindi è possibile cambiare, le società evolvono e si modificano. Attenzione ovviamente noi auspichiamo che ci si avvicini sempre di più ad EC, ma è anche possibile, e l’abbiamo visto anche in anni recenti, che vi siano situazioni che spingono le società lontano da EC e verso ER, e quindi la politica, l’efficacia, la razionalità strumentale, in cui il mezzo è lecito se il fine lo giustifica e non è lecito o illecito in se.
Tuttavia la possibilità di modificare le società avvicinandole ad EC è un elemento essenziale senza il quale non potremmo comprendere due secoli di storia del capitalismo e gran parte dell’evoluzione dei sistemi politici dal 1776 ad oggi. [Uso questa data a proposito; è l’anno di pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni di Smith, che rappresenterebbe un tipico caso di ragionamento guidato dalla razionalità strumentale ed è anche l’anno della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America.] Le società sono organismi vitali e mobili attraversati da molte tensioni ed una di queste è proprio quelle fra EC ed ER. C’è quindi la possibilità di modificare la situazione; se così non fosse saremmo condannati all’una o beati nell’altra, ma comunque fermi, inferno o paradiso, bene o male.

1.3 La virtù
La politica ha le sue ragioni e non va disprezzata perché essa è ciò che di volta in volta consente la convivenza fra gli individui riuniti in società, secondo regole che comunque sono almeno in parte condivise e accettate. La politica è mediazione, fra interessi e visioni diverse e così forse deve essere, o comunque che cos’altro potrebbe essere? Ovviamente la politica può anche essere puro potere.

Ma perché c’è bisogno di avvicinarsi ad EC, cioè alla purezza, all’azione virtuosa? Non può bastare ER, la politica con la P maiuscola? Per chi come noi crede nell’etica della convinzione la risposta può sembrare ovvia, è l’esempio di Francesco d’Assisi. Eppure una risposta affermativa viene anche da pensatori dell’Illuminismo che forse non ci aspetteremmo. Lo stesso Smith nella Teoria dei Sentimenti Morali del 1759 scrive che le società degli uomini possono sopravvivere anche se gli individui si limitano ad ubbidire senza entusiasmo alle leggi positive, persino a subirle, essi ubbidiscono per costrizione e non per convinzione. Ma egli stesso sottolinea che le società saranno tanto più felici e opulente quanto più gli individui saranno ‘benevolenti’ fra di loro e guidati da sentimenti di condivisione. Insomma una società felice deve avvicinarsi ad EC, ER può bastare a tenere insieme la società ma da sola non ne garantisce prosperità e felicità.
Secondo Smith le società umane non potevano reggersi solo sul self-interest, sulla ricerca dell'interesse economico individuale. C'era bisogno di altro, di quella condivisione di norme e di valori che un sociologo contemporaneo di Chicago, Jon Elster, ha ben definito nel titolo di un suo libro: Il cemento della società. La virtù della socialità ed il sentimento della condivisione dei destini e delle fortune, e quindi l'attenzione ai bisogni degli altri oltre che al proprio interesse è condizione necessaria per l'armoniosa convivenza degli uomini. Di qui le raccomandazioni di Smith a favore dell'istruzione, anche dei più poveri. Il commercio può arricchire gli uomini, ma non è sufficiente a renderli più adatti alla vita sociale.

2. I principi e la vicinanza: universalità e prossimità

Le troppe guerre di questi ultimi venti anni ci hanno mostrato che lungo il segmento che congiunge EC ad ER noi ci sentiamo più prossimi alle modalità di agire vicine alla virtù, al bene EC, soprattutto quando queste azioni coinvolgono coloro che sentiamo e giudichiamo più vicini a noi. La comunità, la nazionalità, la lingua, il colore della pelle, la religione, sono elementi che possono definire coloro che sentiamo più prossimi a noi. Per i più vicini chiediamo con più forza l’applicazione della virtù, dei diritti e dei principi che rendono le società più prossime ad EC e più distanti da ER.
Con la guerra del Golfo è diventato chiaro che i governi occidentali pensano ad interventi militari in cui obiettivo prioritario è la salvaguardia della vita dei propri soldati. Di qui la riluttanza ad inviare truppe di terra. In sostanza per i governi e l'opinione pubblica occidentale la vita dei propri uomini è ormai diventata una priorità. La guerra ‘solo aerea’ è un tentativo di risposta alla sindrome dei ‘body bags’, i sacchi di plastica nera che tornavano dal Vietnam con i corpi dei militari americani uccisi. Questi sono diventati insopportabili per l’opinione pubblica occidentale che ora giustamente si ribella contro la perdita di vite umane. E’ un valore e una conquista che non va sottovalutata.
I bombardamenti della Serbia hanno insegnato un’altra cosa che ritroviamo oggi, nel Novembre 2001, con in bombardamenti sull’Afganistan. Le bombe dall’alto dei B52 diventano efficaci soprattutto sulle infrastrutture civili. Le dighe in Afganistan, i ponti sul Danubio, le centrali elettriche. Ovviamente questo tipo di guerra che distrugge le infrastrutture fondamentali di un paese può essere efficace, ma quanti danni causa alla popolazione civile, anche senza colpirla direttamente e quindi quanto ingiustizia produce e alimenta.

2.1 L’appartenenza
Eppure questi valori inevitabilmente stridono con il fatto che per non compromettere la vita dei piloti e dei militari di terra si adottano azioni inefficaci o addirittura dannose per i popoli che si dovrebbero difendere o addirittura liberare. La tragedia dell’11 Settembre 2001 ci ha commosso e spaventato, come era successo con le tragedie dei kuwaitiani, dei bosniaci, dei kossovari e ora avviene con quelle degli afgani, ma è evidente che la vita di questi individui distanti da noi hanno di fatto un valore inferiore a quello della vita dei soldati occidentali. In Afganistan gli aerei americani volano in alto per evitare i missili Stinger, questo diminuisce la precisione delle bombe ed aumenta le vittime collaterali. Non scandalizziamoci più di tanto: quanti di noi provano la stessa voglia di reazione di fronte al dolore del proprio figlio o a quello di un bimbo visto in tv? E’ lo stridore fra i principi universali e il fatto che inevitabilmente il nostro senso di appartenenza procede per cerchi concentrici: la famiglia, la comunità locale, la nazione. Questa è la nostra storia, inutile stupircene, ma essa ci indica quanta distanza vi sia ancora fra l’affermazione di principi universali e la loro realizzazione.
Il valore che la nostra sensibilità assegna alla vita dei militari, anche quando questi lo sono di professione, è fatto di estrema importanza, che rappresenta un indubbio progresso della nostra civiltà e che quindi va tenuto in grande considerazione. Teniamoci ben stretto questo risultato, l'orrore per la morte violenta, perché la barbarie può sempre tornare. Eppure usando militari armati e soprattutto bombe, poco intelligenti, vi è una evidente contraddizione fra principi ed azione, fra EC ed ER, si tratta di una universalità limitata; il diritto va difeso e garantito soprattutto laddove è stato conquistato prima e comunque per coloro che sono a noi più vicini.

Attenzione a non leggere soltanto egoismo in questa posizione; in realtà si tratta di un problema assai più complesso che in qualche modo riconosce un fatto storico fondamentale. Determinati diritti si sono sempre affermati dapprima in 'isole', ma la loro più o meno efficace realizzazione in queste isole nazionali ha coinciso con l'affermazione di ‘principio’ della loro universalità. Anzi a volte l'affermazione teorica del principio universale ha aiutato la realizzazione concreta. La storia della seconda metà del '700 è ricca di esempi; si pensi alla rivoluzione francese ed a quella americana. Fino ad ora l'affermazione di questi diritti è avvenuta sostanzialmente su basi nazionali; cioè i diritti sono stati acquisiti per una certa comunità nazionale e spesso durante lotte e guerre di liberazione. L'idea di stato nazionale che appare oggi a molti europei un retaggio del passato è stata quindi portatrice di importanti conquiste sul terreno dei diritti umani e civili.

Potrebbe quindi sembrare sufficiente lasciare lavorare la storia, darle tempo, seppure con le durezze ed ingiustizie che ciò può implicare. Però ora abbiamo due problemi.
1. Queste conquiste vanno estese ad un numero sempre maggiori di uomini, diritti universali sono tali solo se si propagano, altrimenti diventano bei sogni, favole, peggio ipocrisie e si rischia di regredire anche dove già si sono affermati e per affrontare questo problema non abbiamo molto tempo, certamente non secoli.
2. Dobbiamo trovare nuovi valori, principi, concetti e strumenti che superino quelli legati allo stato nazionale e che rendano vivibile una società di diversi.

3. L’etica della responsabilità: ma è vera efficacia?

Spesso si giustifica ER con la necessità dell’agire, diciamo con la logica del ‘breve periodo’: i principi sono una bella cosa ma ora bisogna sconfiggere il terrorismo e quindi andiamo; va bene tanti bei discorsi avete ragione ma ora la priorità è un’altra. Eppure la storia del Medio Oriente negli ultimi trent’anni è piena di situazioni che contraddicono e persino rendono intellettualmente ridicole posizione del tipo.

Si definiscono moderati i regimi politici soltanto sulla base del fatto che siano filo-occidentali, commettendo così un evidente errore semantico e culturale. L’appoggio ai vari potentati locali si è basato sul concetto di Yalta: o con me o contro di me e questo non basta più. Questo approccio non ha impedito la rivoluzione iraniana ed i travagli e anche le sofferenze che questa ha prodotto. La stessa logica ha dettato l’appoggio a Saddam Hussein nella guerra all’Iran, anche se le armi venivano vendute anche agli iraniani. Poi Saddam ha esagerato ed è diventato un cattiva che però nel frattempo aveva ricevuto tecnologia chimica anche dall’occidente.
La logica di Yalta ha portato l’URSS in Afganistan e ha guidato il sostegno dell’occidente, soprattutto degli USA, al Pakistan ed attraverso il Pakistan, ma anche direttamente ai Talebani. Il Pakistan è un paese caratterizzato da lotte politiche a sfondo tribale e soprattutto dallo strapotere dell’esercito che ogni tanto assume il controllo, insomma non proprio un esempio di democrazia. Il regime dei Talebani viola tutta una serie di diritti umani e produce oppio, ma questo fatto scompare dietro la priorità della lotta prima ai sovietici e poi ai possibili eredi filo-russi dell’Alleanza del Nord. Così sono arrivati in Afganistan i famosi missili Stinger che ora potrebbero essere usati contro i soldati anglo-americani; eppure questo era già successo con Saddam.

Certamente per ora gli USA hanno mantenuto il controllo sul Medio Oriente e sull’area del Golfo Persico e quindi sembrerebbe che la realpolitk abbia vinto. Eppure queste sono vittorie di breve periodo, perché le iniziative sono sempre dettate dalla contingenza, per l’appunto dal male minore in ogni data situazione. Ciò è perfettamente in linea con ER nel breve periodo, ma è davvero la miglior ER nel lungo periodo? Quando valutiamo gli effetti della politica non più nell’immediatezza, ma nelle sue conseguenze a dieci, vent’anni che pure nella storia dell’umanità non sono molti?

Proprio la storia del Medio Oriente ci insegna che ER è stata ed è spesso troppo miope. Si badi qualcuno dirà che non può essere altrimenti, che la contingenza è l’unico spazio della politica; questi sono luoghi comuni, basterebbe un esame della storia dell’impero britannico o di quello romano per convincersi che gli interventi e le politiche di ‘lungo periodo’ sono spesso state le più efficaci anche sul piano puramente politico. Ma si pensi anche all’intervento internazionale in Somalia di alcuni anni fa e alle sue conseguenze.
Sottolineo: qui il punto non è belligeranza contro pacifismo, ma l’ottica temporale che viene assunta, o meglio l’insufficienza ed i problemi che un’ottica ‘miope’, cioè corta, sempre di più comporta.

Da alcuni decenni si è ormai aperta un’altra dimensione per cui ER non può limitarsi al breve periodo, siamo ormai troppo numerosi su questa terra e la globalizzazione funziona anche e per fortuna nel senso di metterci in contatto gli uni con gli altri sempre più spesso e in vari modi. Si pensi alle numerosissime istanze internazionali, forum vari, conferenze ONU, luoghi di discussione in rete e altro. In questo senso la storia ha accelerato e proprio per questo ci pone oggi nella necessità di agire nel breve ma con una chiara strategia nel lungo periodo e questo ci porta al tema della condivisione dei principi e dei valori, o se vogliamo al problema della giustizia internazionale.

4. Con gli occhi degli altri: la giustizia

Non sfugga il fatto che EC potrebbe anche identificarsi con un qualche fondamentalismo o integralismo; io sono fortemente convinto dei miei principi e del mio comportamento, a tal punto che le mie azioni sono interamente guidate dalla mia tradizione storica ed ignoro completamente punti di vista e tradizioni differenti. Quindi sono fortemente legato ad EC ma ho un unico metro di giudizio e rifiuto quello degli altri. Il cerchio della mia comunità è tutto di ciò di cui ho bisogno e chi è fuori è nell’errore; fondamentalismo ed EC possono coesistere.

4.1 La condivisione
La società odierna ha bisogno di elementi di condivisione, di momenti, luoghi e basi di incontro, di confronto e di dialogo eppure ci sono tante diversità: economiche, giuridiche, culturali, religiose. Come muovere verso EC a livello globale? Alcuni filosofi della politica, ad esempio Salvatore Veca, danno una risposta a questo problema in termini di ‘giustizia procedurale minima’. E’ questo una sorta di nucleo minimo condiviso non tanto e non solo di principi e valori, ma soprattutto di procedure, che consentano il confronto per l’appunto sui principi e sulle istituzioni che devono esserne portatrici, l’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia, o mediatrici, Banca Mondiale.

Prendendo a prestito il linguaggio della matematica mi pare che vi sia l’esigenza di definire una sorta di intersezione di insiemi differenti, i diversi principi, le norme e soprattutto i giudizi, sembra una risposta utile ed appropriata.
Bisogna però chiedersi come sia possibile realizzare questo ‘processo’ di identificazione e ricerca di valori e principi condivisi. E’ necessario non limitarsi ad una visione statica, ad un’analisi delle religioni o dei sistemi giuridici più o meno formalizzati che esistono oggi nel mondo. Questo non ci porterebbe molto lontano. E’ utile invece insistere sull’idea di procedura e di processo quindi di evoluzione. Avendo ben chiaro che si tratta di un processo che riguarda gli individui e i loro giudizi di valore, le loro convinzioni.
Il punto fondamentale è ovviamente la conoscenza, la presa d’atto, dei rispettivi punti di partenza, delle storie dei vari popoli, e non è poco anche perché le tragedie peggiori degli ultimi decenni si fondano proprio su letture diverse della storia. Ad esempio il conflitto Israeliano-Palestinese, la spartizione dell’ex Iugoslavia, o sulla diversa interpretazione della geografia, Iraq e Kuwait, Eritrea ed Etiopia. A volte queste diverse letture neppure le conosciamo.
Ci sono poi letture diverse dei fatti contemporanei; l’indignazione per gli oltre seimila morti di New York, ma anche quella per i bambini iracheni morti dal 1991 ad oggi; letture diverse che assegnano pesi e significati diversi allo stesso fenomeno. Ci sono perciò modi di giudicare assai variegati ed anche contrapposti; giudizi differenti e queste differenze di giudizio possono essere persino più tremende delle differenze in ricchezza e povertà.

4.2 L’interazione
Non è semplice identificare il nucleo minimo condiviso, l’intersezione, il punto di partenza del confronto. Ed è ovvio che senza una minima condivisione di ciò che deve stare in questo nucleo, e quindi di ciò che è ritenuto giusto, è difficile procedere. Ma per fortuna la giustizia non è fatta solo di leggi che calano dall’alto; in ogni società vi sono norme e consuetudini che fanno parte del senso comune di ciò che è giusto e sbagliato. Queste norme e consuetudini sono largamente il risultato dell’interazione fra gli individui, per cui si formano delle regole che sono anche il prodotto dell’esperienza e della conoscenza reciproca e non solo di istituzioni ed organizzazioni esterne agli individui. Tutto questo ci può aiutare a comprendere la prospettiva degli altri e del come essi formano i loro giudizi, ci aiuta a vedere con gli occhi degli altri. Nel mondo odierno le possibilità di ‘interazione’, anche fra popoli distanti, sono enormi e tutto questo fa parte del processo di conoscenza reciproca che è una delle strade più potenti che porta alla giustizia internazionale, al un nucleo minimo di norme e procedure condivise.
Se io conosco un gruppo di arabi che lavorano in Italia, parlo con loro vedo i loro occhi, magari conosco anche le loro famiglie, non sono forse portato ad essere più attento ai loro argomenti e ai loro punti di vista? La prossimità e l’interazione sono strumenti importanti per la condivisione. Possono esserlo, ma nulla è mai scontato.

Questo processo quasi di scambio dei ruoli, fra individui e forse popoli, questo osservare e osservarci per l’appunto come ci vedono, e giudicano, gli altri è di per sé un meccanismo che ci avvicina ad EC. Come è possibile? Proprio perché nel provare a guardare a noi stessi dal di fuori, e a giudicare determinate situazioni come le giudicherebbero gli altri tendono a smussarsi le differenze, le asperità, tendono a diminuire di importanza i punti di vista personali o ‘polari’, gli atteggiamenti che stanno tutti da una parte sola. E’ un modo di apprendere, un esercizio, una forma di maieutica e di autocontrollo dei propri giudizi.
Quello degli occhi degli altri è tipicamente un meccanismo di mediazione e che quindi porta ognuno di noi, durante questo esercizio di attenzione al punto di vista esterno, a sentirsi meno distante dagli altri e da come essi giudicano i fatti e ciò avvicina al risultato del processo stesso, cioè appunto le norme condivise.
Ci si avvicina al nucleo minimo condiviso, e perciò stesso ad EC, che è per l’appunto l’etica della convinzione, solo che questa volta non è un’etica personale, o fondamentalista, o di un unico gruppo, o estrema e quindi tutta basata su di un solo polo, ma il risultato dello ‘smussamento’ delle differenze.

4.3 La transitività e la fiducia
Anche così la molteplicità delle situazioni e la numerosità dei popoli fa si che la ricerca di questo nucleo condiviso sia difficile, nonostante i molti mezzi per conoscere e comunicare di cui oggi disponiamo.
Ma abbiamo un’altra fortuna: gli ‘occhi degli altri’ funzionano anche con la proprietà transitiva.
Mi spiego: io non sono mai stato in Angola, ma ho un amico che conosce bene la situazione di quel paese e quindi in realtà anch’io sono un po’ informato, seppure mai con l’intensità propria dell’esperienza diretta. Meglio ancora, se l’amico mi è molto vicino, è assai prossimo a me, fa parte di una comunità di cui anch’io mi sento parte tenderò ad accettare e fare mio il suo giudizio sulla situazione in Angola. Lo stesso vale per la conoscenza dei palestinesi, degli albanesi, dei vietnamiti, e soprattutto dei loro punti di vista, cioè dei loro giudizi sul bene e sul male, su ciò che è giusto o sbagliato.
Non potremo mai conoscere tutto e tutti, ma in realtà questo non è necessario se beneficiamo di questa ‘conoscenza per intermediari’ di cui però ci fidiamo e di cui condividiamo valori e giudizi, almeno in larga misura.
La transitività funziona bene quando si unisce alla fiducia nella persona che mi informa di una situazione a me non nota direttamente. Proprio perché mi fido di una persona e dei suoi giudizi, sono disposto a farli miei ad accoglierli fra le mie conoscenze. Questo significa che la transitività può anche funzionare con il segno negativo; siccome disistimo una persona sono prevenuto rispetto a ciò che essa dice.
D’altra parte dove esistono comunità al cui interno prevale la fiducia, la transitività diventa uno strumento potente di conoscenza e anche per estendere questa fiducia al di fuori della comunità stessa; sono ben disposto ad accogliere uno straniero, nel senso che non lo conosco ed è esterno alla comunità, se mi è segnalato da un membro di cui mi fido della comunità stessa.
In questo modo si cerca di dare vita ad una comunità aperta ad ascoltare voci diverse, anche grazie alle esperienze reciproche dei suoi membri; esse sono strumento di conoscenza e di cambiamento.

5. Diritti, giustizia, ‘giudizi’: meno distanti

Mi preme sottolineare un punto. Ciò di cui ho trattato può in parte essere ricondotto a problematiche legate ai diritti umani. Tuttavia ciò che qui mi preme mettere in luce non è tanto il conseguimento o meno di determinati diritti, ma il modo di giudicare, o meglio il processo di formazione dei giudizi, spesso assai diverso, degli individui del mondo. Questi giudizi possono riguardare diritti ottenuti o negati, diritti personali o civili, oppure sociali ed economici, ma anche e soprattutto pezzi di storia passata o contemporanea.

L’idea di diritto da consolidare o conquistare è importante perché ci dice qualche cosa sul contenuto dell’intersezione, ma corre anche il rischio di proporci una visione statica del problema, del tipo in Afganistan le donne non andavano a scuola, errore, quindi devono andare, giusto. Tutto bene ma di fronte a culture ed esperienze storiche anche fortemente differenti il vero problema è come avvicinare il giudizio che si da su quella situazione specifiche, la questione di genere in Afganistan. Pensiamo a situazioni di conflitto in cui i giudizi sulle cause sono importantissimi e assai distanti fra di loro. Ancora il Medio Oriente, l’Iraq e altro.
L’attenzione al processo di formazione del giudizio è problema diverso dallo specifico diritto in questione. Trattandosi di un processo fra individui differenti vi è sono immediatamente sia un elemento dinamico che un elemento di interrelazione, che potrebbe sfuggire all’idea di diritto umano in se.
Inoltre l’esito del processo di interazione non è determinato non sta a priori nell’intersezione, anche se ognuno certamente vorrà mettere in questo nucleo ‘condiviso’, quei diritti, ma anche norme non scritte, che sono più prossime a lui, che sente come parte essenziale della sua storia. Questo comprende chiaramente idee su giusto e sbagliato, su errore e verità, ma affrontare il problema dal punto di vista della formazione dei giudizi ci offre una prospettiva dinamica e possibilità di articolazione, che è complementare all’approccio dei diritti umani. Soprattutto l’enfasi non è sulla sanzione e sulla giustizia in se, ma sul modo in cui intenderla.

Ho solo cercato di esprimere sentimenti che credo tutti noi abbiamo e che sono il fondamento del processo verso l’amicizia dei popoli. Senza pensare che diventeremo tutti uguali e condivideremo tutti gli stessi giudizi o che avremo la stessa etica della convinzione. Le differenze resteranno e dovranno restare. La sfida e la novità stanno proprio in questo: condividere ciò che è necessario per evitare gli scontri, le guerre, senza il conformismo.
Credo che queste considerazioni contribuiscano a sostenere le buone ragioni, non solo di principio, ma anche storiche e fattuali, dell’etica della convinzione. EC ha un grande compito perché vi sono spazi importanti che vanno riempiti, vie che devono essere percorse, possibilità che possono e devono esser sfruttate. Quali alternative altrimenti? E’ poi così vero che nel lungo periodo ER schiaccia sempre EC? Chi più di un volontario o di un cooperante può essere gli occhi degli altri, oppure un pezzo della catena della proprietà transitiva?

Alcune di queste riflessioni sono state scritte nel Luglio 1995 e traevano spunto dal dramma della Bosnia, rileggendole ho trovata drammatica la loro attualità. Alcune integrazioni riflettono l’esperienza in Bosnia nel Giugno del 1996 e in Iraq nell’Aprile del 1999.In gran parte le domande che mi ponevo negli anni passati non hanno ancora trovato risposta e me le ripropongo oggi, durante un altro momento di guerre e tensioni. Si è però rafforzata la convinzione che accanto alle scelte necessariamente politiche, di realpolitik, l’uso del cuore e della ragione degli uomini, l’educazione alla mondialità, la capacità di familiarizzare e di conoscersi, di apprezzare e accettare le differenze siano una potente chiave di volta per un futuro migliore. Oggi chiedere la pace significa chiedere giustizia, sviluppo, sicurezza. Operare per la pace significa essere un tassello nel processo complicato di ricerca della condivisione. Non è un’utopia, non è la ricerca astratta della purezza, ma una possibilità concreta: quanti strumenti abbiamo oggi a disposizione. All’interno del grande flusso della storia è forse l’unica possibilità per cui valga la pena di operare.

di Gianni Vaggi per cfs.unipv.it

ottobre 14, 2008

The Barefoot College


«Il Barefoot è realizzato e gestito dai contadini poveri, interamente di loro proprietà - dice Sanjit Bunker Roy -, è un College a cui i Vip non s'iscrivono». Il Barefoot College, è l'università «dai piedi scalzi», che laurea sul campo gli ultimi degli ultimi nei villaggi poveri delle campagne indiane. Bunker Roy l'ha fondata a Tilonia (nel Rajastan) nel 1972. Per il suo impegno, quest'anno è stato definito dal Guardian «uno dei 50 ambientalisti in grado di salvare il pianeta».
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The Barefoot College began in 1972 with the conviction that solutions to rural problems lie within the community.

The College addresses problems of drinking water, girl education, health & sanitation, rural unemployment, income generation, electricity and power, as well as social awareness and the conservation of ecological systems in rural communities.
The College benefits the poorest of the poor who have no alternatives.
The College encourages practical knowledge and skills rather than paper qualifications through a learning by doing process of education.
The College was entirely built by Barefoot Architects. The campus spreads over 80,000 square feet area and consists of residences, a guest house, a library, dining room, meeting halls, an open air theatre, an administrative block, a ten-bed referral base hospital, pathological laboratory, teacher's training unit, water testing laboratory, a Post Office, STD/ISD call booth, a Craft Shop and Development Centre, an Internet dhaba (cafe), a puppet workshop, an audio visual unit, a screen printing press, a dormitory for residential trainees and a 700,000 litre rainwater harvesting tank. The College is also completely solar-electrified.
The College serves a population of over 125,000 people both in immediate as well as distant areas.

The Barefoot College is a place of learning and unlearning. It's a place where the teacher is the learner and the learner is the teacher. It's a place where NO degrees and certificates are given because in development there are no experts-only resource persons. It's a place where people are encouraged to make mistakes so that they can learn humility, curiosity, the courage to take risks, to innovate, to improvise and to constantly experiment. It's a place where all are treated as equals and there is no hierarchy.
So long as the process leads to the good and welfare of all; so long as problems of discrimination, injustice, exploitation and inequalities are addresssed directly or indirectly; so long as the poor, the deprived and the dispossessed feel its a place they can talk, be heard with dignity and respect, be trained and be given the tools and the skills to improve their own lives the immediate relevance of the Barefoot College to the global poor will always be there.

The rural poor must satisfy basic minimum needs like drinking water health educational employment etc. to umprove their qual;ity of life. Billions of dollars are spent every year in the name of the poor to provide these services. Colleges, research institutes, and funding organizations employ urban-trained, paper-qualified professionals to provide these services at tremendous costs. But there will always be a vested interest to keep the rural poor because thousands of jobs are at stake and poverty is big business.
The belief of the Barefoot College is that development programmes do NOT need urban-based professionals because para-professionals already exist in the villages whose widom, knowledge and skills are neither identified, mobilized nor applied just because they do not have an educational qualification.
This belief was put into practice 33 years ago in all the develiopment programme dealing with improving the quality of life.

We should start by stating who SHOULD NOT participate in the Barefoot College:
those who hold paper degrees and call themselves experts.
those who hide behind these degrees and qualifications and are unable to work with their hands.
those who lack the courage to take risks,to innovate,to take the initiative because there are so many reasons why it will go wrong.
The people who should participate are:
those who are drop outs,cop outs,wash outs and rejected by society because they cannot pass an exam and show a degree next to their name.
those who have no possibility of getting the lowest of the low government job.They have no choice but to stay and the investment in the training is not wasted.

They will earn the respect of the communities they serve because of the service they will provide.

http://www.barefootcollege.org/

For more information about the Barefoot College, please write to us at the following address:
The Director The Barefoot College, Village Tilonia, via Madanganj, District Ajmer Rajasthan 305816, INDIA ph+91 (0)1463- 288204, FAX +91 (0)1463-288206
Or e-mail your inquiry to: barefootcollege@gmail.com

ottobre 13, 2008

Darfur. Geografia di una crisi.


“C’è verso questa regione quasi un accanimento collettivo nell’ignorarne le vicende”
dalla prefazione di Pietro Veronese

Dal 2003, in una regione del Sudan che si chiama Darfur ed è grande due volte l’Italia, si combatte una guerra civile che ha causato centinaia di migliaia di vittime e due milioni di sfollati tra i civili. All’origine delle violenze, non solo lo “scontro tra etnie” come vorrebbe un’usurata retorica, ma soprattutto la ricerca di una leadership politica e la corsa alle risorse naturali (l’acqua e la terra, innanzitutto). Questo libro ricostruisce minuziosamente le fasi del conflitto, racconta le atrocità che vi sono state commesse e rivela il ruolo di altri Paesi (Ciad, Eritrea, Stati Uni ti e Cina soprattutto, ma anche l’Italia) fino agli ultimi e recentissimi sviluppi che hanno visto in campo le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale. Diego Marani, giornalista, già redattore della rivista Nigrizia, segue regolarmente le vicende africane. Si è recato più volte nel Nord e nel Sud del Sudan. Per la “Campagna italiana per il Sudan” ha curato il volume Scommessa Sudan (2006). Si occupa della newsletter “Sudan: una pace da costruire” e scrive per le riviste Altreconomia e Africa.

Darfur. Geografia di una crisi.
A cura di Diego Marani.
120 pagine - 10,00 euro

ottobre 10, 2008

Visioni Fuori Raccordo Film Festival


Ha aperto il bando di concorso della seconda edizione del Visioni Fuori Raccordo Film Festival. Il concorso è rivolto ha tutte le opere audiovisive che hanno per protagonista la periferia, luogo di profondi mutamenti sociali e scambi culturali.
Per la seconda edizione del festival sono state istituite due sezioni: la prima dedicata alle periferie romane e la seconda, realizzata in collaborazione con l’ARCI-UCCA, rivolta alle opere che raccontano le periferie delle altre città italiane.Inteso come un progetto in progress il festival si propone di creare, grazie alla raccolta e alla catalogazione delle opere pervenute, un archivio audiovisivo che diventi un vero e proprio osservatorio sulle città italiane e un possibile mezzo di studio e ricerca.Possono partecipare alla selezione per il concorso tutte le opere audiovisive di durata non superiore ai 60 minuti, di ogni genere cinematografico (fiction, documentario, inchiesta, animazione, etc.) realizzate su qualsiasi supporto a partire dall’anno 2006, che affrontano da qualunque punto di vista storie, personaggi, situazioni, percorsi legati ai luoghi e agli abitanti delle periferie di ieri e di oggi.


A cura di Marzia Coronati


Per maggiori info: http://www.fuoriraccordo.it/


ottobre 09, 2008

Salone internazionale del gusto 2008


viaggio ha il suo punto di partenza. Quello del Salone del Gusto è una Strada Maestra, che accompagna per mano il visistatore-viaggiatore, attraverso quello che incontrerà nella kermesse torinese. Non è infatti una fiera del mangiar bene, ma anche– soprattutto – un luogo in cui imparare a scegliere un prodotto alimentare, conoscendone la storia, l’impatto sulla salute del consumatore e sull’ambiente, l’importante ruolo del produttore: per dare il giusto valore al cibo. E perché è importante farlo.La passaggiata in questa Strada Maestra (pad. 2) è allora come un seme. Che viene piantato nel visitatore-consumatore e che una volta a casa deve essere coltivato per svilupparsi, germogliare e crescere. Perché la consapevolezza di poter vivere – e soprattutto di poter fare qualcosa di concreto per vivere – in un mondo più buono, più pulito e più giusto deve diventare una piacevole abitudine.Il Salone del Gusto e Terra Madre 2008 tracciano il punto di partenza per un cammino evolutivo pluriennale che ribadisce così il ruolo innovatore e la funzione educatrice che le kermesse hanno avuto fin dalla loro prima edizione.
Attraverso un percorso guidato, tra pannelli ed esperienze sensoriali, si può scoprire il mondo che sta dietro a quello che mangiamo, e si può imparare a “valutarlo”. Da come si coltivano cereali e frutta e si allevano i bovini, a come si legge un’etichetta: essere co-produttori significa essere consumatori responsabili e attenti, parte integrante del processo produttivo del cibo.


Torino dal 23 al 27 ottobre 2008
Salone Internazionale del Gusto
Lingotto Fiere e Oval

Terra Madre
Oval e PalaOlimpico (Isozaki)

Ingresso al pubblico:
via Nizza, 280

Info e aggiornamenti del programma:
Tel. 0172 419 611

ottobre 03, 2008

Il cane giallo della Mongolia - Die Höhle Des Gelben Hundes


Il film della regista Byambasuren Davaa mette in scena un universo essenziale, regolato da una separazione netta, addirittura elementare, tra una natura domestica e una selvaggia: la prima fatta di famiglia, tenda, gregge, giochi infantili, legami forti e arcaici con un paesaggio montano inquadrato in una sfolgorante bellezza estiva; la seconda incarnata da cani selvatici, imbastarditi con lupi famelici, ed enormi avvoltoi, pronti a ghermire la preda di turno per trascinarla sulle vette di questo sconfinato paese, la Mongolia, incuneato fra la Russia e la Cina. In mezzo alla cesura resta il piacere di accompagnare la macchina da presa che racconta una storia antica, ascoltata da bambina dalla regista, diventata pagina scritta nel racconto di Ganthuya Lhagva, per assumere la valenza di leggenda popolare attraverso la narrazione di un’anziana, che descrive alla piccola Nansal le vicende di una ragazza in punto di morte, salvata dal sacrificio del suo cane giallo. Seguendo l’antidoto prefigurato dallo sciamano, la morte della bestia avrà l’effetto miracoloso di guarire la giovane e addirittura di produrre esiti ancor più benigni, perché quel cane giallo rinascerà come neonato della ragazza miracolata…

L’apologo del film risiede in questa esile storiella, che offre lo spunto per mostrare la quotidianità di un’autentica famigliola di pastori nomadi, la famiglia Batchuluun, che trascorre la sua esistenza in questa regione sperduta della Mongolia alle prese con occupazioni che scandiscono la giornata in maniera semplice e naturale, in sintonia con i ritmi della stagione.L’armonia con la natura domestica viene talvolta funestata dall’irrompere della componente selvaggia, perché nottetempo i lupi possono sempre sopraggiungere a sbranare qualche pecora o qualche altro fattore casuale può mettere a repentaglio la quiete familiare, una volta abbassata la guardia, ma per fortuna in questo regno esistono i cani, animali fedeli e amici dell’uomo, che, anche se messi ai margini, sono capaci di sacrificarsi e spesso anche di salvare il destino dell’umanità, perché a loro è concesso il privilegio o la sventura di potersi reincarnare.Il prologo del film anticipa l’epilogo, intervenendo a spiegare in maniera didattica questa concezione del mondo: un padre e una figlia, inquadrati in campo lungo all’interno di un tramonto dai colori essenziali, che ha il potere di cesellare le loro figure in ombra tra la terra e il cielo, si accingono a dare sepoltura a un cane.

La bimba domanda: “Papà, perché gli metti la coda sotto la testa?”, il genitore risponde: “Così rinasce uomo con la treccia e non cane con la coda”. “Rinasce?”, incalza la piccola, “Tutti muoiono, ma in realtà non muore nessuno” conclude il padre. Questa metafora iniziale, a cui viene attribuita l’importante funzione di fare da filo rosso per cucire l’intera storia, se da un lato rende tributo a una spiritualità in chiave buddista che serpeggia all’interno della yurta, con gli altarini votivi e i relativi ammennicoli di offerte di rito, dall’altro ha il pregio di veicolare una concezione della morte intesa non come punto finale dell’esistenza, bensì come inizio di una nuova vita, a cui viene concesso ai ranghi inferiori della specie, in particolare ai cani, di poter raggiungere un gradino più alto: diventare umani, nonostante il film dimostri come il cane protagonista, Zochor, chiamato “Macchia” dalla piccola Nansal che l’ha adottato, sia capace di essere umano o di avere comportamenti simili, ancor prima di schiattare. Lo spettatore aveva capito questa particolare attenzione al mondo degli animali, intrecciato a quello degli uomini, già nel precedente film della regista, La storia del cammello che piange, dove, sempre seguendo il linguaggio delle favole, si mostrava lo strano caso di una cammella in lacrime nel deserto meridionale del Gobi, recalcitrante all’idea di nutrire il suo cucciolo.

Un pulmino riporta Nansal a casa (ovvero alla tenda sperduta nella steppa) per le vacanze estive: ha concluso un ciclo scolastico ed è felice di poter riabbracciare i genitori e i fratelli; non vede l’ora di togliersi la scomoda divisa scolastica, perché il colletto inamidato è fastidioso e preferisce indossare una comoda tunica colorata. La bimba è fiera di mostrare i suoi quaderni da scolara modello al padre: una serie di numeri e lettere ordinate come una sequenza di aste riempiono pagine e pagine del suo manoscritto, ma il padre, che è intento a svestirla, sembra più propenso a scoprire se a scuola ha imparato nuove canzoni da insegnare alla sorellina. Non lo sapremo, purtroppo, perché la piccola non ci delizierà con la sua vocina infantile, d’altra parte sarebbe stata costretta al doppiaggio, per cui meglio così!Nel frattempo capisce che il lupo è passato e ha avuto la meglio su alcune pecore del gregge, accudito dal padre.

Pur studiando in città, Nansal si ritrova completamente a suo agio a casa: gioca con i fratelli a costruire città invisibili, le cui case sono fatte non con i pezzi del lego, bensì con le sagome essiccate dello sterco, che viene usato anche come combustibile, per alimentare un fuoco, dove la madre è intenta a girare il latte per ottenere il formaggio. Essendo già grandicella a lei spettano anche compiti e responsabilità maggiori: viene mandata infatti a raccogliere lo sterco con una gerla a tracolla e un bastone appuntito, però sbaglia sempre la mira quando deve centrare il contenitore che le penzola maldestramente sulla schiena, oppure si sofferma a contemplare il paesaggio, girovagando tra terreni fioriti, persa a scrutare un fiore raccolto o incuriosita da una cavità naturale, dove finge di aspettarsi che esca un lupo, mentre in realtà farà la sua comparsa il trovatello cane Macchia, non giallo come il titolo del film o il colore della fascia della sua tunica che fungerà subito da guinzaglio improvvisato, bensì un cagnolino tutto bianco con un’unica pezza nera sul dorso.

Sarà amore a prima vista: la bambina ha trovato il cane e pertanto le appartiene, nonostante i genitori contrastino la sua decisione e cerchino di convincerla a riportarlo indietro. Il padre teme sia un cane selvatico, cresciuto insieme ai lupi, pertanto ostile al suo mondo; la madre pensa sia un animale smarrito e quindi sia giusto ritrovarne il legittimo padrone; Nansal sa soltanto che l’ha trovato lei, in un posto dove non c’erano lupi, e siccome non ha una mamma, sarà lei a occuparsi d’ora innanzi di lui.La testardaggine della bambina sarà messa a dura prova da una lezione materna: “Riesci a morsicarti il palmo della mano?”. Nansal ci prova, tenta con tutta la forza delle labbra aperte di conficcare i suoi denti nel palmo per addentarlo, inutilmente si dispera di fronte agli innumerevoli tentativi dagli esiti infelici. “Allora non puoi avere tutto quello che vuoi” l’ammonirà la madre, cercando di convincerla a riportare indietro il cane, diventato un nuovo compagno di giochi, da alternare a quelli fatti dentro e fuori la tenda con i suoi due fratellini, che si divertono a dare contorni animali alle nuvole, interpretate come immagini ipnagogiche capaci di sprigionare un bestiario, di cui solo lei, perché più grande e scolarizzata, è in grado di conoscerne i veri referenti.

Mentre il padre parte con la motoretta per andare a vendere in città le pellicce delle bestie azzannate dai lupi, Nansal sale in groppa al cavallo per riportare Zochor nella grotta. La piccola ha un solo punto di riferimento per non perdere la bussola e smarrirsi: guardare sempre la cima della montagna e dirigersi verso di essa. Strada facendo saranno molte le distrazioni: una sosta al fiume per rinfrescarsi e sperare che almeno il cagnolino possa riuscire dove non ce l’ha fatta lei, ovvero a morsicarle il palmo della mano; una passeggiata tra i resti di un accampamento abbandonato, un’arrampicata tra i dirupi, intanto si fa sera e un temporale avanza.

Nansal dapprima smarrisce il cagnetto, poi lo ritrova addormentato nel recinto dell’accampamento fantasma, infine si perde lei, ma per fortuna raggiunge la tenda dell’anziana, che la nutrirà e la scalderà, raccontandole come una nenia la storia della ragazza del cane giallo della Mongolia, mentre le mani della nonnina inviteranno la piccola a far cadere del riso sopra la cruna di un ago: “Perché ci sono altrettante possibilità che un chicco resti appoggiato sopra la cruna di un ago, quanto quelle di un uomo di reincarnarsi in un uomo”. E un chicco prima o poi ci resta a forza di provare.Un leitmotiv questo, che può apparire persino un po’ subdolo, ma è proprio il ritmo umano (da noi percepito invece come esotico) a permettere di immaginare l’eterna ricorrenza del ciclo vitale: la vita per l’umanità messa in scena, proprio perché immersa nella natura, è un tutt’uno che non muta mai in quantità; si muore e si rinasce in un afflato costante.La madre recupera la piccola, mentre il fratellino e la sorellina, rimasti soli nella yurta, si divertono a giocare con i budda di ceramica laccata, facendo smorfie e borbottii di fronte a uno specchio, che li riprende in una falsa oggettiva, concedendo così alla macchina da presa il piacere di sdoppiare/raddoppiare una sensibilità tutta femminile nell’inquadrare in maniera tenera queste creature, che non stanno affatto recitando, ma sono spontanei come tutti i bambini sulla faccia della terra. La sequenza (una delle tante dove la regista preferisce avvicinarsi ai soggetti, riprendere corpi che rotolano infagottati o ricorrere ai primi piani, non foss’altro per mostrare l’incarnato di faccine bianche con le gote dai pomelli rossi) sa abilmente incastonare le figure in campo, seguendone gli spostamenti nel contesto familiare della tenda: un mondo che protegge all’interno di tendaggi, in mezzo a tappeti variopinti, dove stendersi a riposare, quando ormai si è stanchi morti.L’estate finisce e la famigliola si accinge a scendere dai monti per avvicinarsi alla città, e anche la yurta viene smontata pezzo a pezzo, quasi officiando a un rito che si conclude con il ringraziamento alla terra che ha dato loro ospitalità.La tenda montata appare come un oggetto unico e solido, poi si scopre gradualmente che è fatta in realtà di tanti piccoli elementi, ognuno dei quali può avere una funzione anche separato dagli altri (i bastoni lunghi, le pelli…), ma tutti sono rigorosamente naturali: non c’è plastica, anzi l’unico utensile di plastica presente nel film è destinato, non a caso, a fondersi e a perdere le sua forma originaria.Nansal deve prendere congedo da Macchia, legato a un palo per impedirgli di seguire la carovana in partenza. Ma il finale non potrà contraddire l’assunto leggendario del film, pertanto al cane verrà data la possibilità di riscattare la natura selvaggia, superando una prova decisiva: avrà il coraggio di salvare il più piccolo dei fratelli di Nansal, destinato a diventare preda di uno stormo di enormi avvoltoi, assicurandosi così un posto all’interno della famiglia Batchuluun e forse un futuro passaggio di grado.Resta soltanto un dubbio: seppur portandosi appresso la tenda, saprà questa famiglia - che ha accettato di spostarsi dalla campagna alla città, dove invece è in corso “una campagna elettorale”, come urla la voce all’altoparlante del furgoncino che è costretto a frenare la sua corsa per dar tempo al gregge di sgombrare la strada – resistere alla contaminazione del progresso e al consumismo, che fa nascere anche il desiderio di comprare oggetti artificiali come la plastica, per salvare la memoria di un rapporto autentico con la madre terra? Ma questa è un’altra storia, forse persino più banale e conformista, infatti alla regista interessa filmare quello che c’è prima, ossia la sua cultura d’origine, gli insegnamenti morali che si possono trarre dalle leggende e soprattutto la bellezza di paesaggi incontaminati, come quelli della regione nord ovest del suo paese, la Mongolia, dove ancora vivono pastori nomadi in tende bianche dai colori incantevoli all’interno, capaci di resistere all’idea di migrare verso stanziamenti urbani. Sarà mica perché nella loro vita passata erano cani gialli!?

di Paola Tarino http://www.cinemah.com/

ottobre 01, 2008

Torino nel segno di Saturno celebra i ribelli malinconici

Oliafur Eliasson-The Weather Project

Depressi ma ispirati, pessimisti ma ribelli. Caratteri che sembrano opposti, ma sono complementari nello spirito saturnino, che fin dall’antichità governa la natura degli artisti. Sono i “nati sotto Saturno” i protagonisti della Triennale di Torino T2. Cinquanta lune di Saturno, diretta dal critico svedese Daniel Birnbaum, che si inaugura in tre sedi espositive diverse il 5 novembre.
“L’influsso cosmico di Saturno, l’asctro della malinconia, detemrmina molte cose diverse, spesso contrastanti” spiega Birnbaum. “La malinconia è uno stato d’animo ambivalente e sconcertante, dal quale scaturisce la sensazione che una trasformazione radicale sia possibile nonostante tutto. È lo stato d’animo dell’ispirazione”.
Solitari e introspettivi, a attirati dalla dimensione infinita del cosmo, e perciò 2saturnini”, gli atristi invitati si sono spesso ispirati a una rilettura personale della storia dell’arte, alla ricerca di una classicità da recuperare. “Ho invitato volutamente alcuni artisti che, consapevoli di essere arrivati tardi sulla scena, hanno saputo trasformare questo ritardo in una modalità produttiva” aggiunge il curatore. “Molti sono raffinati flaneurs, che rubano con estrema eleganza, altri sono cannibali che cercano di divorare la storia dell’arte”.
È il caso del polacco Wilhelm Sasnal, autore di una serie di piccoli quadri dedicati ai pianeti, accompagnati da tele dove compaiono persone comuni ritratte in atteggiamenti ispirati ai capolavori del passato dedicati alla malinconia.
L0americano Matthew Brannon, trasforma invece gli oggetti della vita quotidiana n semplici silhouette, dipinte su tele bianche con uno stile minimalista in bilico tra grafica e design, mentre lo scozzese Donald Urquhart ha realizzato proprio per la mostra un ciclo di grandi disegni dedicati all’accidia, peccato capitale che gli antichi collegavano alla malinconia.
Non poteva mancare la fotografia, con gli inquietanti scatti della svedese Annida Von Hausswolf (che ritrae figure di donne sole e sofferenti, con una chiara allusione alla violenza sessuale) e con i paesaggi dell’irlandese Gerard Byrne, densi di riferimenti alla letteratura e alla pittura romantica inglese dell’Ottocento.
Nella scultura predomina il tema della scomparse dell’opera, evocata dalle sculture ricoperte di lenzuoli bianchi come fantasmi realizzate dal danese Simon Dybbroe Möller, o da Spazzola da autolavaggio, l’installazione dell’italiana Lara Favaretto, composta da una serie di spazzole per ripulire le macchine, destinate a consumarsi nel tempo.
Per tenere a battesimo i cinquanta malinconici, Birnbaum ha chiamato due star del panorama artistico internazionale, il danese Olafur Eliasson e il cino-americano Paul Chan, presenti con due mostre personali al Castello di Rivoli e alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Eliasson, diventato celebre per aver fatto splendere un sole artificiale all’interno della Tate Modern di Londra, ha realizzato un progetto per trasformare la luce del giorno in una sorta di aurora boreale nel salone centrale del Castello di Rivoli. “Mi ha sempre interessato il modo in cui la natura ci parla di come l’uomo guarda alla natura stessa” spiega l’artista, che rappresenta l’interesse per la scienza presente nei saturnini.
Paul Chan invece ha dedicato la sua opera, creata appositamente per T”, al Marchese de Sade, trasferito nel mondo di oggi con disegni animati e videoinstallazioni dove la filosofia del Divin Marchese si combina con la cultura del fumetto contemporaneo.
Con un occhio alla Pop Art e l’altro alla politica internazionale, Chan si è fatto notare per i suoi video dai contenuti sociali, come Baghdad In No Particolar Order (2002), che mostrava immagini della vita quotidiana nella capitale irachena prima dell’invasione americana. “Il mio lavoro si basa sull’idea della rilettura della storia, perché credo che questo sia il compito dell’arte contemporanea” spiega l’artista. Un malinconico in chiave politica per completare la nuova genealogia dei “nati sotto Saturno”.

di Ludovico Pratesi

T2. Cinquanta Lune di Saturno.
Castello di Rivoli, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Palazzina della Società della Promotrice Belle Arti.
Dal 6 novembre 2008 al 18 gennaio 2009
Ingresso 15 euro, ridotto 12www.torinotriennale.it