______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 15, 2008

Riflessioni su etica e giustizia.


1. Le due etiche

Michele Salvati ricordava la distinzione di Max Weber fra etica della responsabilità, ER, e etica della convinzione, EC. La prima riguarda più direttamente la sfera della politica e accetta che si debbano usare mezzi negativi, qualche cosa che appartiene all’ambito del ‘male’, onde evitare mali peggiori. Questa etica deve misurarsi con l’efficacia dell’azione e quindi può anche accettare azioni ‘malvagie’. L’etica della convinzione è quella assoluta, della testimonianza, quella che ci guida verso comportamenti che non scendono a compromessi con il male in nessun modo. La prima è l’etica del politico, del realismo, la seconda l’etica del santo.
Questa distinzione rappresenta un utile punto di partenza per alcune riflessioni che ci toccano oggi, durante un ennesimo conflitto, e nuove bombe. Come ci poniamo davanti a quest’ennesima guerra ‘moderna’?

1.1 Le vie di mezzo
Inizio con l’aggiungere un elemento al ragionamento. ER e EC sono due schematizzazioni, due esempi, che possiamo considerare come due polarità, ma sarebbe un errore pensare che esse siano nettamente contrapposte, come il bianco e il nero, il più e il meno. Questo ragionamento polare, per contrapposizioni nette, viene spesso utilizzato nella cultura occidentale, qualunque cosa significhi questo termine.
Mi pare più utile pensare ad ER e EC come i punti estremi di un segmento, di cui i punti intermedi rappresentano tutte le possibili combinazioni, tutte le modalità in cui le due etiche si mescolano e confondono fra di loro. Oltre ad essere degli ovvi archetipi stilizzati le due etiche si combinano in infinite modalità, talvolta più vicine ad ER altre più prossime ad EC. C’è contiguità e tensione, di più c’è dialettica continua fra le due soluzioni possibili al problema dell’azione umana: efficacia e purezza possono combinarsi in diversi modi. C’è contaminazione e continuità fra questi due modi di giudicare la virtù dell’agire. Potremmo fare innumerevoli esempi di queste vie di mezzo in cui la politica e la purezza si mescolano in vario modo.

La mescolanza fra EC ed ER è anche all’interno di noi stessi, quando ad esempio siamo combattuti fra due atteggiamenti diversi di fronte alla guerra e non riusciamo ad esprimere un giudizio netto: favorevole o contrario?

1.2 L’evoluzione
Ma se ER e EC non sono solo due poli contrapposti, allora significa che i modi in cui esse possono combinarsi sono molteplici, dando vita a diverse società con istituzioni più o meno riconducibili all’una o all’altra. E quindi è possibile cambiare, le società evolvono e si modificano. Attenzione ovviamente noi auspichiamo che ci si avvicini sempre di più ad EC, ma è anche possibile, e l’abbiamo visto anche in anni recenti, che vi siano situazioni che spingono le società lontano da EC e verso ER, e quindi la politica, l’efficacia, la razionalità strumentale, in cui il mezzo è lecito se il fine lo giustifica e non è lecito o illecito in se.
Tuttavia la possibilità di modificare le società avvicinandole ad EC è un elemento essenziale senza il quale non potremmo comprendere due secoli di storia del capitalismo e gran parte dell’evoluzione dei sistemi politici dal 1776 ad oggi. [Uso questa data a proposito; è l’anno di pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni di Smith, che rappresenterebbe un tipico caso di ragionamento guidato dalla razionalità strumentale ed è anche l’anno della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America.] Le società sono organismi vitali e mobili attraversati da molte tensioni ed una di queste è proprio quelle fra EC ed ER. C’è quindi la possibilità di modificare la situazione; se così non fosse saremmo condannati all’una o beati nell’altra, ma comunque fermi, inferno o paradiso, bene o male.

1.3 La virtù
La politica ha le sue ragioni e non va disprezzata perché essa è ciò che di volta in volta consente la convivenza fra gli individui riuniti in società, secondo regole che comunque sono almeno in parte condivise e accettate. La politica è mediazione, fra interessi e visioni diverse e così forse deve essere, o comunque che cos’altro potrebbe essere? Ovviamente la politica può anche essere puro potere.

Ma perché c’è bisogno di avvicinarsi ad EC, cioè alla purezza, all’azione virtuosa? Non può bastare ER, la politica con la P maiuscola? Per chi come noi crede nell’etica della convinzione la risposta può sembrare ovvia, è l’esempio di Francesco d’Assisi. Eppure una risposta affermativa viene anche da pensatori dell’Illuminismo che forse non ci aspetteremmo. Lo stesso Smith nella Teoria dei Sentimenti Morali del 1759 scrive che le società degli uomini possono sopravvivere anche se gli individui si limitano ad ubbidire senza entusiasmo alle leggi positive, persino a subirle, essi ubbidiscono per costrizione e non per convinzione. Ma egli stesso sottolinea che le società saranno tanto più felici e opulente quanto più gli individui saranno ‘benevolenti’ fra di loro e guidati da sentimenti di condivisione. Insomma una società felice deve avvicinarsi ad EC, ER può bastare a tenere insieme la società ma da sola non ne garantisce prosperità e felicità.
Secondo Smith le società umane non potevano reggersi solo sul self-interest, sulla ricerca dell'interesse economico individuale. C'era bisogno di altro, di quella condivisione di norme e di valori che un sociologo contemporaneo di Chicago, Jon Elster, ha ben definito nel titolo di un suo libro: Il cemento della società. La virtù della socialità ed il sentimento della condivisione dei destini e delle fortune, e quindi l'attenzione ai bisogni degli altri oltre che al proprio interesse è condizione necessaria per l'armoniosa convivenza degli uomini. Di qui le raccomandazioni di Smith a favore dell'istruzione, anche dei più poveri. Il commercio può arricchire gli uomini, ma non è sufficiente a renderli più adatti alla vita sociale.

2. I principi e la vicinanza: universalità e prossimità

Le troppe guerre di questi ultimi venti anni ci hanno mostrato che lungo il segmento che congiunge EC ad ER noi ci sentiamo più prossimi alle modalità di agire vicine alla virtù, al bene EC, soprattutto quando queste azioni coinvolgono coloro che sentiamo e giudichiamo più vicini a noi. La comunità, la nazionalità, la lingua, il colore della pelle, la religione, sono elementi che possono definire coloro che sentiamo più prossimi a noi. Per i più vicini chiediamo con più forza l’applicazione della virtù, dei diritti e dei principi che rendono le società più prossime ad EC e più distanti da ER.
Con la guerra del Golfo è diventato chiaro che i governi occidentali pensano ad interventi militari in cui obiettivo prioritario è la salvaguardia della vita dei propri soldati. Di qui la riluttanza ad inviare truppe di terra. In sostanza per i governi e l'opinione pubblica occidentale la vita dei propri uomini è ormai diventata una priorità. La guerra ‘solo aerea’ è un tentativo di risposta alla sindrome dei ‘body bags’, i sacchi di plastica nera che tornavano dal Vietnam con i corpi dei militari americani uccisi. Questi sono diventati insopportabili per l’opinione pubblica occidentale che ora giustamente si ribella contro la perdita di vite umane. E’ un valore e una conquista che non va sottovalutata.
I bombardamenti della Serbia hanno insegnato un’altra cosa che ritroviamo oggi, nel Novembre 2001, con in bombardamenti sull’Afganistan. Le bombe dall’alto dei B52 diventano efficaci soprattutto sulle infrastrutture civili. Le dighe in Afganistan, i ponti sul Danubio, le centrali elettriche. Ovviamente questo tipo di guerra che distrugge le infrastrutture fondamentali di un paese può essere efficace, ma quanti danni causa alla popolazione civile, anche senza colpirla direttamente e quindi quanto ingiustizia produce e alimenta.

2.1 L’appartenenza
Eppure questi valori inevitabilmente stridono con il fatto che per non compromettere la vita dei piloti e dei militari di terra si adottano azioni inefficaci o addirittura dannose per i popoli che si dovrebbero difendere o addirittura liberare. La tragedia dell’11 Settembre 2001 ci ha commosso e spaventato, come era successo con le tragedie dei kuwaitiani, dei bosniaci, dei kossovari e ora avviene con quelle degli afgani, ma è evidente che la vita di questi individui distanti da noi hanno di fatto un valore inferiore a quello della vita dei soldati occidentali. In Afganistan gli aerei americani volano in alto per evitare i missili Stinger, questo diminuisce la precisione delle bombe ed aumenta le vittime collaterali. Non scandalizziamoci più di tanto: quanti di noi provano la stessa voglia di reazione di fronte al dolore del proprio figlio o a quello di un bimbo visto in tv? E’ lo stridore fra i principi universali e il fatto che inevitabilmente il nostro senso di appartenenza procede per cerchi concentrici: la famiglia, la comunità locale, la nazione. Questa è la nostra storia, inutile stupircene, ma essa ci indica quanta distanza vi sia ancora fra l’affermazione di principi universali e la loro realizzazione.
Il valore che la nostra sensibilità assegna alla vita dei militari, anche quando questi lo sono di professione, è fatto di estrema importanza, che rappresenta un indubbio progresso della nostra civiltà e che quindi va tenuto in grande considerazione. Teniamoci ben stretto questo risultato, l'orrore per la morte violenta, perché la barbarie può sempre tornare. Eppure usando militari armati e soprattutto bombe, poco intelligenti, vi è una evidente contraddizione fra principi ed azione, fra EC ed ER, si tratta di una universalità limitata; il diritto va difeso e garantito soprattutto laddove è stato conquistato prima e comunque per coloro che sono a noi più vicini.

Attenzione a non leggere soltanto egoismo in questa posizione; in realtà si tratta di un problema assai più complesso che in qualche modo riconosce un fatto storico fondamentale. Determinati diritti si sono sempre affermati dapprima in 'isole', ma la loro più o meno efficace realizzazione in queste isole nazionali ha coinciso con l'affermazione di ‘principio’ della loro universalità. Anzi a volte l'affermazione teorica del principio universale ha aiutato la realizzazione concreta. La storia della seconda metà del '700 è ricca di esempi; si pensi alla rivoluzione francese ed a quella americana. Fino ad ora l'affermazione di questi diritti è avvenuta sostanzialmente su basi nazionali; cioè i diritti sono stati acquisiti per una certa comunità nazionale e spesso durante lotte e guerre di liberazione. L'idea di stato nazionale che appare oggi a molti europei un retaggio del passato è stata quindi portatrice di importanti conquiste sul terreno dei diritti umani e civili.

Potrebbe quindi sembrare sufficiente lasciare lavorare la storia, darle tempo, seppure con le durezze ed ingiustizie che ciò può implicare. Però ora abbiamo due problemi.
1. Queste conquiste vanno estese ad un numero sempre maggiori di uomini, diritti universali sono tali solo se si propagano, altrimenti diventano bei sogni, favole, peggio ipocrisie e si rischia di regredire anche dove già si sono affermati e per affrontare questo problema non abbiamo molto tempo, certamente non secoli.
2. Dobbiamo trovare nuovi valori, principi, concetti e strumenti che superino quelli legati allo stato nazionale e che rendano vivibile una società di diversi.

3. L’etica della responsabilità: ma è vera efficacia?

Spesso si giustifica ER con la necessità dell’agire, diciamo con la logica del ‘breve periodo’: i principi sono una bella cosa ma ora bisogna sconfiggere il terrorismo e quindi andiamo; va bene tanti bei discorsi avete ragione ma ora la priorità è un’altra. Eppure la storia del Medio Oriente negli ultimi trent’anni è piena di situazioni che contraddicono e persino rendono intellettualmente ridicole posizione del tipo.

Si definiscono moderati i regimi politici soltanto sulla base del fatto che siano filo-occidentali, commettendo così un evidente errore semantico e culturale. L’appoggio ai vari potentati locali si è basato sul concetto di Yalta: o con me o contro di me e questo non basta più. Questo approccio non ha impedito la rivoluzione iraniana ed i travagli e anche le sofferenze che questa ha prodotto. La stessa logica ha dettato l’appoggio a Saddam Hussein nella guerra all’Iran, anche se le armi venivano vendute anche agli iraniani. Poi Saddam ha esagerato ed è diventato un cattiva che però nel frattempo aveva ricevuto tecnologia chimica anche dall’occidente.
La logica di Yalta ha portato l’URSS in Afganistan e ha guidato il sostegno dell’occidente, soprattutto degli USA, al Pakistan ed attraverso il Pakistan, ma anche direttamente ai Talebani. Il Pakistan è un paese caratterizzato da lotte politiche a sfondo tribale e soprattutto dallo strapotere dell’esercito che ogni tanto assume il controllo, insomma non proprio un esempio di democrazia. Il regime dei Talebani viola tutta una serie di diritti umani e produce oppio, ma questo fatto scompare dietro la priorità della lotta prima ai sovietici e poi ai possibili eredi filo-russi dell’Alleanza del Nord. Così sono arrivati in Afganistan i famosi missili Stinger che ora potrebbero essere usati contro i soldati anglo-americani; eppure questo era già successo con Saddam.

Certamente per ora gli USA hanno mantenuto il controllo sul Medio Oriente e sull’area del Golfo Persico e quindi sembrerebbe che la realpolitk abbia vinto. Eppure queste sono vittorie di breve periodo, perché le iniziative sono sempre dettate dalla contingenza, per l’appunto dal male minore in ogni data situazione. Ciò è perfettamente in linea con ER nel breve periodo, ma è davvero la miglior ER nel lungo periodo? Quando valutiamo gli effetti della politica non più nell’immediatezza, ma nelle sue conseguenze a dieci, vent’anni che pure nella storia dell’umanità non sono molti?

Proprio la storia del Medio Oriente ci insegna che ER è stata ed è spesso troppo miope. Si badi qualcuno dirà che non può essere altrimenti, che la contingenza è l’unico spazio della politica; questi sono luoghi comuni, basterebbe un esame della storia dell’impero britannico o di quello romano per convincersi che gli interventi e le politiche di ‘lungo periodo’ sono spesso state le più efficaci anche sul piano puramente politico. Ma si pensi anche all’intervento internazionale in Somalia di alcuni anni fa e alle sue conseguenze.
Sottolineo: qui il punto non è belligeranza contro pacifismo, ma l’ottica temporale che viene assunta, o meglio l’insufficienza ed i problemi che un’ottica ‘miope’, cioè corta, sempre di più comporta.

Da alcuni decenni si è ormai aperta un’altra dimensione per cui ER non può limitarsi al breve periodo, siamo ormai troppo numerosi su questa terra e la globalizzazione funziona anche e per fortuna nel senso di metterci in contatto gli uni con gli altri sempre più spesso e in vari modi. Si pensi alle numerosissime istanze internazionali, forum vari, conferenze ONU, luoghi di discussione in rete e altro. In questo senso la storia ha accelerato e proprio per questo ci pone oggi nella necessità di agire nel breve ma con una chiara strategia nel lungo periodo e questo ci porta al tema della condivisione dei principi e dei valori, o se vogliamo al problema della giustizia internazionale.

4. Con gli occhi degli altri: la giustizia

Non sfugga il fatto che EC potrebbe anche identificarsi con un qualche fondamentalismo o integralismo; io sono fortemente convinto dei miei principi e del mio comportamento, a tal punto che le mie azioni sono interamente guidate dalla mia tradizione storica ed ignoro completamente punti di vista e tradizioni differenti. Quindi sono fortemente legato ad EC ma ho un unico metro di giudizio e rifiuto quello degli altri. Il cerchio della mia comunità è tutto di ciò di cui ho bisogno e chi è fuori è nell’errore; fondamentalismo ed EC possono coesistere.

4.1 La condivisione
La società odierna ha bisogno di elementi di condivisione, di momenti, luoghi e basi di incontro, di confronto e di dialogo eppure ci sono tante diversità: economiche, giuridiche, culturali, religiose. Come muovere verso EC a livello globale? Alcuni filosofi della politica, ad esempio Salvatore Veca, danno una risposta a questo problema in termini di ‘giustizia procedurale minima’. E’ questo una sorta di nucleo minimo condiviso non tanto e non solo di principi e valori, ma soprattutto di procedure, che consentano il confronto per l’appunto sui principi e sulle istituzioni che devono esserne portatrici, l’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia, o mediatrici, Banca Mondiale.

Prendendo a prestito il linguaggio della matematica mi pare che vi sia l’esigenza di definire una sorta di intersezione di insiemi differenti, i diversi principi, le norme e soprattutto i giudizi, sembra una risposta utile ed appropriata.
Bisogna però chiedersi come sia possibile realizzare questo ‘processo’ di identificazione e ricerca di valori e principi condivisi. E’ necessario non limitarsi ad una visione statica, ad un’analisi delle religioni o dei sistemi giuridici più o meno formalizzati che esistono oggi nel mondo. Questo non ci porterebbe molto lontano. E’ utile invece insistere sull’idea di procedura e di processo quindi di evoluzione. Avendo ben chiaro che si tratta di un processo che riguarda gli individui e i loro giudizi di valore, le loro convinzioni.
Il punto fondamentale è ovviamente la conoscenza, la presa d’atto, dei rispettivi punti di partenza, delle storie dei vari popoli, e non è poco anche perché le tragedie peggiori degli ultimi decenni si fondano proprio su letture diverse della storia. Ad esempio il conflitto Israeliano-Palestinese, la spartizione dell’ex Iugoslavia, o sulla diversa interpretazione della geografia, Iraq e Kuwait, Eritrea ed Etiopia. A volte queste diverse letture neppure le conosciamo.
Ci sono poi letture diverse dei fatti contemporanei; l’indignazione per gli oltre seimila morti di New York, ma anche quella per i bambini iracheni morti dal 1991 ad oggi; letture diverse che assegnano pesi e significati diversi allo stesso fenomeno. Ci sono perciò modi di giudicare assai variegati ed anche contrapposti; giudizi differenti e queste differenze di giudizio possono essere persino più tremende delle differenze in ricchezza e povertà.

4.2 L’interazione
Non è semplice identificare il nucleo minimo condiviso, l’intersezione, il punto di partenza del confronto. Ed è ovvio che senza una minima condivisione di ciò che deve stare in questo nucleo, e quindi di ciò che è ritenuto giusto, è difficile procedere. Ma per fortuna la giustizia non è fatta solo di leggi che calano dall’alto; in ogni società vi sono norme e consuetudini che fanno parte del senso comune di ciò che è giusto e sbagliato. Queste norme e consuetudini sono largamente il risultato dell’interazione fra gli individui, per cui si formano delle regole che sono anche il prodotto dell’esperienza e della conoscenza reciproca e non solo di istituzioni ed organizzazioni esterne agli individui. Tutto questo ci può aiutare a comprendere la prospettiva degli altri e del come essi formano i loro giudizi, ci aiuta a vedere con gli occhi degli altri. Nel mondo odierno le possibilità di ‘interazione’, anche fra popoli distanti, sono enormi e tutto questo fa parte del processo di conoscenza reciproca che è una delle strade più potenti che porta alla giustizia internazionale, al un nucleo minimo di norme e procedure condivise.
Se io conosco un gruppo di arabi che lavorano in Italia, parlo con loro vedo i loro occhi, magari conosco anche le loro famiglie, non sono forse portato ad essere più attento ai loro argomenti e ai loro punti di vista? La prossimità e l’interazione sono strumenti importanti per la condivisione. Possono esserlo, ma nulla è mai scontato.

Questo processo quasi di scambio dei ruoli, fra individui e forse popoli, questo osservare e osservarci per l’appunto come ci vedono, e giudicano, gli altri è di per sé un meccanismo che ci avvicina ad EC. Come è possibile? Proprio perché nel provare a guardare a noi stessi dal di fuori, e a giudicare determinate situazioni come le giudicherebbero gli altri tendono a smussarsi le differenze, le asperità, tendono a diminuire di importanza i punti di vista personali o ‘polari’, gli atteggiamenti che stanno tutti da una parte sola. E’ un modo di apprendere, un esercizio, una forma di maieutica e di autocontrollo dei propri giudizi.
Quello degli occhi degli altri è tipicamente un meccanismo di mediazione e che quindi porta ognuno di noi, durante questo esercizio di attenzione al punto di vista esterno, a sentirsi meno distante dagli altri e da come essi giudicano i fatti e ciò avvicina al risultato del processo stesso, cioè appunto le norme condivise.
Ci si avvicina al nucleo minimo condiviso, e perciò stesso ad EC, che è per l’appunto l’etica della convinzione, solo che questa volta non è un’etica personale, o fondamentalista, o di un unico gruppo, o estrema e quindi tutta basata su di un solo polo, ma il risultato dello ‘smussamento’ delle differenze.

4.3 La transitività e la fiducia
Anche così la molteplicità delle situazioni e la numerosità dei popoli fa si che la ricerca di questo nucleo condiviso sia difficile, nonostante i molti mezzi per conoscere e comunicare di cui oggi disponiamo.
Ma abbiamo un’altra fortuna: gli ‘occhi degli altri’ funzionano anche con la proprietà transitiva.
Mi spiego: io non sono mai stato in Angola, ma ho un amico che conosce bene la situazione di quel paese e quindi in realtà anch’io sono un po’ informato, seppure mai con l’intensità propria dell’esperienza diretta. Meglio ancora, se l’amico mi è molto vicino, è assai prossimo a me, fa parte di una comunità di cui anch’io mi sento parte tenderò ad accettare e fare mio il suo giudizio sulla situazione in Angola. Lo stesso vale per la conoscenza dei palestinesi, degli albanesi, dei vietnamiti, e soprattutto dei loro punti di vista, cioè dei loro giudizi sul bene e sul male, su ciò che è giusto o sbagliato.
Non potremo mai conoscere tutto e tutti, ma in realtà questo non è necessario se beneficiamo di questa ‘conoscenza per intermediari’ di cui però ci fidiamo e di cui condividiamo valori e giudizi, almeno in larga misura.
La transitività funziona bene quando si unisce alla fiducia nella persona che mi informa di una situazione a me non nota direttamente. Proprio perché mi fido di una persona e dei suoi giudizi, sono disposto a farli miei ad accoglierli fra le mie conoscenze. Questo significa che la transitività può anche funzionare con il segno negativo; siccome disistimo una persona sono prevenuto rispetto a ciò che essa dice.
D’altra parte dove esistono comunità al cui interno prevale la fiducia, la transitività diventa uno strumento potente di conoscenza e anche per estendere questa fiducia al di fuori della comunità stessa; sono ben disposto ad accogliere uno straniero, nel senso che non lo conosco ed è esterno alla comunità, se mi è segnalato da un membro di cui mi fido della comunità stessa.
In questo modo si cerca di dare vita ad una comunità aperta ad ascoltare voci diverse, anche grazie alle esperienze reciproche dei suoi membri; esse sono strumento di conoscenza e di cambiamento.

5. Diritti, giustizia, ‘giudizi’: meno distanti

Mi preme sottolineare un punto. Ciò di cui ho trattato può in parte essere ricondotto a problematiche legate ai diritti umani. Tuttavia ciò che qui mi preme mettere in luce non è tanto il conseguimento o meno di determinati diritti, ma il modo di giudicare, o meglio il processo di formazione dei giudizi, spesso assai diverso, degli individui del mondo. Questi giudizi possono riguardare diritti ottenuti o negati, diritti personali o civili, oppure sociali ed economici, ma anche e soprattutto pezzi di storia passata o contemporanea.

L’idea di diritto da consolidare o conquistare è importante perché ci dice qualche cosa sul contenuto dell’intersezione, ma corre anche il rischio di proporci una visione statica del problema, del tipo in Afganistan le donne non andavano a scuola, errore, quindi devono andare, giusto. Tutto bene ma di fronte a culture ed esperienze storiche anche fortemente differenti il vero problema è come avvicinare il giudizio che si da su quella situazione specifiche, la questione di genere in Afganistan. Pensiamo a situazioni di conflitto in cui i giudizi sulle cause sono importantissimi e assai distanti fra di loro. Ancora il Medio Oriente, l’Iraq e altro.
L’attenzione al processo di formazione del giudizio è problema diverso dallo specifico diritto in questione. Trattandosi di un processo fra individui differenti vi è sono immediatamente sia un elemento dinamico che un elemento di interrelazione, che potrebbe sfuggire all’idea di diritto umano in se.
Inoltre l’esito del processo di interazione non è determinato non sta a priori nell’intersezione, anche se ognuno certamente vorrà mettere in questo nucleo ‘condiviso’, quei diritti, ma anche norme non scritte, che sono più prossime a lui, che sente come parte essenziale della sua storia. Questo comprende chiaramente idee su giusto e sbagliato, su errore e verità, ma affrontare il problema dal punto di vista della formazione dei giudizi ci offre una prospettiva dinamica e possibilità di articolazione, che è complementare all’approccio dei diritti umani. Soprattutto l’enfasi non è sulla sanzione e sulla giustizia in se, ma sul modo in cui intenderla.

Ho solo cercato di esprimere sentimenti che credo tutti noi abbiamo e che sono il fondamento del processo verso l’amicizia dei popoli. Senza pensare che diventeremo tutti uguali e condivideremo tutti gli stessi giudizi o che avremo la stessa etica della convinzione. Le differenze resteranno e dovranno restare. La sfida e la novità stanno proprio in questo: condividere ciò che è necessario per evitare gli scontri, le guerre, senza il conformismo.
Credo che queste considerazioni contribuiscano a sostenere le buone ragioni, non solo di principio, ma anche storiche e fattuali, dell’etica della convinzione. EC ha un grande compito perché vi sono spazi importanti che vanno riempiti, vie che devono essere percorse, possibilità che possono e devono esser sfruttate. Quali alternative altrimenti? E’ poi così vero che nel lungo periodo ER schiaccia sempre EC? Chi più di un volontario o di un cooperante può essere gli occhi degli altri, oppure un pezzo della catena della proprietà transitiva?

Alcune di queste riflessioni sono state scritte nel Luglio 1995 e traevano spunto dal dramma della Bosnia, rileggendole ho trovata drammatica la loro attualità. Alcune integrazioni riflettono l’esperienza in Bosnia nel Giugno del 1996 e in Iraq nell’Aprile del 1999.In gran parte le domande che mi ponevo negli anni passati non hanno ancora trovato risposta e me le ripropongo oggi, durante un altro momento di guerre e tensioni. Si è però rafforzata la convinzione che accanto alle scelte necessariamente politiche, di realpolitik, l’uso del cuore e della ragione degli uomini, l’educazione alla mondialità, la capacità di familiarizzare e di conoscersi, di apprezzare e accettare le differenze siano una potente chiave di volta per un futuro migliore. Oggi chiedere la pace significa chiedere giustizia, sviluppo, sicurezza. Operare per la pace significa essere un tassello nel processo complicato di ricerca della condivisione. Non è un’utopia, non è la ricerca astratta della purezza, ma una possibilità concreta: quanti strumenti abbiamo oggi a disposizione. All’interno del grande flusso della storia è forse l’unica possibilità per cui valga la pena di operare.

di Gianni Vaggi per cfs.unipv.it

Nessun commento: