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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 24, 2008

Icaro e Dedalo in chiave di confronto generazionale dell'eterna relazione conflittuale padre-figlio


L'ultimo lavoro scritto e diretto da Gianfelice Facchetti è la rilettura del mito di Icaro e Dedalo interpretato in chiave di confronto generazionale dell'eterna relazione conflittuale padre-figlio; il tutto si consuma all'interno dell'asfittico labirinto costruito dallo stesso Dedalo, metafora del focolare domestico. In un continuo attimo presente, proprio dell'adolescenziale percepire, si consuma tutta intera l'impaziente attesa di Icaro, tenuto prigioniero dall'amore dei genitori: un amore viscerale, ma al contempo poco attento alle reali esigenze della sua crescita. Facchetti si propone di analizzare le dinamiche familiari, di quell'atavico crogiuolo fumante da cui nascono tutte le intricate trame familiari, e lo fa con una visione ampia che innesca domande e reciproche accuse su quello che si pone essere come un furibondo scontro generazionale mancato, uno scontro in cui, seppur spesso il confronto sia tangibile nonché fisicamente violento, si avverte la reciproca mancanza di “presenza”: della figura del Figlio da un lato, come del ruolo di Padre dall'altro, entrambi vittime di un modello da seguire ormai esploso. Resta così ben poco per capacitarsi, rendersi letteralmente capaci, se non esiste più un orizzonte di azioni riconosciute tipiche, tradizionalmente conformi ad una regola generale, riconosciuta come universalmente valida. Icaro e Dedalo, queste due figure ormai smarrite, che la mitologia ci consegna come complici sognatori che a dispetto della distanza anagrafica tendono allo stesso fine, qui scompaiono nella latitanza di un rapporto inconsistente, che quando si rifà a modelli passati ormai divenuti assurdamente anacronistici e poco rispondenti alla reale contingenza di un tempo eternamente presente, senza consequenzialità storica, provoca soltanto la rabbiosa e antica risata della madre: vituperata regina del labirinto, depauperata del suo ruolo di tessitrice e connettore primario di affettività. La madre che, come sempre, sta in mezzo a mediare tra i due titani del suo cuore, e sceglie a scapito di se stessa e della sua tranquillità la libertà del figlio. Sarà proprio lei che narrando la storia di Pinocchio, un meta-testo introdotto nella narrazione, darà giustizia e “le chiavi” al suo Pinocchio per finalmente uscire dalla prigione del labirinto a scontrarsi con il mostruoso Minotauro: il mondo esterno con le sue fagocitanti possibilità, pronto ad inghiottire nella dispersione del sè. Icaro si perderà per le strade del mondo e dei suoi baccanali, e tornerà cambiato, consapevole del pericolo che porta in se stesso, con le parole di Durrenmatt riconoscerà che ognuno è il proprio e più grande nemico; solo ora tenterà il proprio personale volo. La scrittura di questo spettacolo possiede una sua originalità, una sonorità poetica talvolta ancora un po' criptica, ma che ben rende la dinamica sotterranea e ancestrale del rapporto familiare descritto, ed è anche per questo più piena di possibilità evocative date da un suo carico misterioso. Una parola che acquisisce in qualche passaggio una cadenza che dà il ritmo ad una narrazione convulsa, sintetica e lucidissima; universale e insieme particolare, in grado di aspirare all'epica; una parola quindi che forse avrebbe potuto guardare ancora più a fondo, nei gangli di una relazione espansa, divenuta amicale e al contempo brutale nella sua autorità afona, o di sola parola che incolpa in sentenza finale: “bamboccione”, o in modo più raffinato “lattante psichico”, tardiva recriminazione per un processo educativo totalmente ignorato. Forse avrebbe potuto osare, ergersi, mirare al sole... osservando più spietatamente l'odierna dinamica di una struttura spezzata, però la parola di Facchetti non lo fa: affaccia, nomina, afferra per un attimo e poi lascia cadere tenendo però sospeso il finale come ulteriore possibilità, ma che si sia schiantato il sogno senza peso di questo figlio si sapeva già dall'inizio: come il metaforico osare di Icaro, non si salva il suo volo; il suo tendere è lasciato in caduta, arresa. Forse perchè oggi resta poco da sfidare, da contestare rabbiosamente, e forse più che volare si preferirebbe camminare, tornare all'umiltà della terra sotto i piedi, alla costruzione lenta, paziente e costante di un percorso condivisibile, alla serietà di un sacrificio più radicato proprio perché ogni valico sembra essere già stato pericolosamente superato.


di Laura Ghirlandetti, dramma.it

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