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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 10, 2008

Intervista a Roberto Grossi, Segretario Generale di Federculture




Gentile dott. Grossi, il documento consegnato nelle mani dell’On. Sandro Bondi fornisce un ritratto desolante dell’Italia che risulta un Paese troppo legato alle proprie tradizioni e poco aperto agli investimenti in innovazione e creatività. Purtroppo dobbiamo constatare che i risultati presentati non stupiscono, confermano anzi quanto già temuto e ne offrono l’ordine di grandezza numerico. Posto che la situazione economica globale non permette alla Pubblica Amministrazione di erogare quanto necessario e posto altresì che i nuovi investimenti sono la determinante linfa vitale per lo sviluppo della nazione, vorrei approfondire con lei alcune riflessioni. Susanna Mandice: Attualmente gli equilibri sui quali le politiche si basavano sono in crisi: gli Stati Uniti sono in recessione e le nuove potenze che si affacciano sulla scena deterranno presto gli strumenti per una nuova economia industriale dalla quale l’Europa è tagliata fuori. L’Unione si adopera per identificare nuovi settori nei quali eccellere e pare avere individuato nell’Economia della Conoscenza gli strumenti adatti. Come può l’Italia inserirsi in questo nuovo contesto e in quali campi? Come possiamo lavorare al meglio con le risorse che abbiamo per aderire - non solo formalmente - al trattato di Lisbona? Roberto Grossi: Nell’ambito internazionale non a caso sono proprio i paesi che hanno scommesso di più su cultura, creatività e nuove produzioni - con programmi incisivi, interventi articolati, legati allo sviluppo delle industrie creative e alla valorizzazione dei territori - a guidare le classifiche della competitività. L’Italia, invece, che proprio grazie al Made in Italy ha saputo coniugare la creatività con la produzione industriale ed è riuscita a occupare un posto di rilievo nel mercato mondiale, oggi fatica ad adeguare le strategie di rilancio alle sfide imposte dalla competizione della società globale nell’Economia della Conoscenza. Si può invertire la tendenza, ma solo qualora la politica nazionale si renda conto che investire su istruzione, reti e sostegno alla creatività e alla conoscenza è una priorità assoluta per il Paese. La concorrenza di nuovi paesi, Cina e India per ora, è principalmente basata sulla produzione dei beni. Dobbiamo assolutamente evitare che, a causa delle nostre incapacità e miopia, tale concorrenza si applichi anche nel campo della conoscenza. Grazie all’Europa, al suo fertile contesto, al confronto e allo scambio, l’Italia può recuperare una posizione di rilievo internazionale, reinterpretando quel ruolo che l’ha resa nota in tutto il mondo nei secoli passati: culla di arte, cultura e saperi. S.M: La Pubblica Amministrazione si ritira dalla scena investendo sempre meno e tagliando i pochi fondi già stanziati per il settore culturale. I privati incominciano timidamente a investire, ma sono ancora incerti. È pur vero che i singoli sarebbero maggiormente propensi a investire se ci fossero una più solida “rete di sicurezza” e un sistema di incentivi valido. Quali strumenti di politica economica potrebbero rivelarsi utili e favorire l’intervento dei privati? Basta l’abbassamento dell’IVA? Quale paese prenderebbe a modello? R.G: Sicuramente la riduzione dell’IVA, in particolare per il settore dello spettacolo, può essere un provvedimento utile. Ma sarebbe anche positivo un avvicinamento al modello anglosassone che promuove largamente, attraverso politiche di incentivazione fiscale, la partecipazione dei privati al sostegno della cultura. In Italia in questa direzione ancora bisogna fare molto per stimolare gli investimenti privati ma anche i contributi dei cittadini. La norma relativa alla defiscalizzazione della liberalità per la cultura delle persone fisiche, introdotta nel 2005, in soli due anni ha infatti mostrato un enorme potenziale. Basti pensare che nel 2007 le erogazioni liberali delle persone fisiche hanno quasi raggiunto quota 20 milioni di euro, con un incremento rispetto all’anno precedente del 70%. Ma sarebbe anche importante individuare soluzioni di carattere compartecipativo e associativo che consentano ai piccoli operatori di portare avanti progetti potendo accedere ad esempio a un sistema di micro-credito agevolato. S.M: Le istituzioni culturali spesso non risultano all’altezza della situazione: il problema non è solo il museo contemporaneo, ma è il museo che vive nella contemporaneità. Si accusa il Governo di non investire in innovazione e ricerca, ma ben poche organizzazioni sviluppano nuove prospettive. Forse è necessario un ripensamento del proprio ruolo… Come possiamo offrire un sistema culturale di qualità? R.G: Si tratta, anche qui, di intervenire per cambiare una mentalità e un approccio ancora poco volto alle nuove frontiere dell’espressione artistica. Il nostro Paese ha bisogno di interventi che possano contribuire a tracciare la strada per far uscire l’Italia dalla cronica mancanza di sostegno alla creatività e di risorse destinate alla produzione culturale contemporanea e all’innovazione, svecchiare una visione frammentata del ruolo della cultura (soprattutto con riferimento alle altre politiche settoriali delle amministrazioni). Per queste carenze di fondo molti settori produttivi del nostro Paese perdono terreno sul piano della competitività e della qualità. Nel design, nella ricerca applicata, nell’enogastronomia, siamo sempre stati all’avanguardia nel mondo. Ora rischiamo pericolosamente di rimanere fuori dalla “contemporaneità” perché scarsamente innovativi. Su questo piano anche il sistema delle imprese deve mostrare più coraggio e innovazione. S.M: La cultura italiana e il Made in Italy possono attrarre un turismo sempre più attento ed esigente. Il patrimonio artistico italiano attraversa quasi tutte le epoche storiche. Può anche l’arte contemporanea divenire traino per l’economia e il turismo culturale? Su quali eccellenze possiamo far leva e a quali criticità dobbiamo prestare attenzione? Come si può supportare il modello italiano, renderlo maggiormente efficace e permettergli di decollare?R.G: L’Italia sconta una visione della cultura ancora identificata quasi esclusivamente con la conservazione del patrimonio artistico, o piuttosto legata al tempo libero, quasi sempre considerata una spesa più che un investimento, che non comprende la reale portata della creatività come forza trainante dell’economia. Cultura, creatività e innovazione, come ha dimostrato per anni il Made in Italy, sono invece formidabili strumenti di produttività e sviluppo, oltre che fattori di competitività nello scenario della sfida della globalizzazione. Ma affinché la cultura sia veramente fattore di sviluppo è fondamentale porre al centro il tema della gestione. Le cosiddette gestioni autonome di attività e servizi culturali e dello spettacolo, nate e cresciute nell’ultimo decennio, hanno dimostrato come una gestione efficiente ed efficace anche in questo settore sia possibile. Per questa via è stato possibile in molte realtà riorganizzare i servizi e l’offerta andando incontro alle esigenze di fruizione dei cittadini e aumentando l’attrattività di città e territori anche verso l’estero e quindi in chiave di sviluppo del turismo. S.M: Richiamare i turisti però non basta: è altresì fondamentale offrire cultura ai propri cittadini. Il rapporto da lei curato evidenzia come in Italia i consumi culturali registrino un costante aumento, soprattutto nelle regioni del nord. La maggior alfabetizzazione culturale fa crescere la domanda, in particolar modo tra i giovani. Cosa cerca il fruitore di arte e in particolare il fruitore di arte contemporanea? A chi il ruolo di formare, educare e stimolare le nuove generazioni? R.G: Da diversi anni nel nostro Paese la fruizione culturale registra numeri in crescita, il 2007 è stato l’anno record per le presenze alle grandi mostre (in tutto 7 milioni di persone hanno visitato le mostre sparse per la Penisola), mentre il mercato dell’arte ha avuto un giro d’affari di 1,8 miliardi di euro. Ma nello stesso tempo si è parlato di ipertrofia patologica delle proposte di scarsa qualità che lasciano poco o nulla dietro di sé e di musei luna park. Il rischio cui stiamo andando incontro è quello di commercializzare il prodotto culturale secondo logiche esclusivamente orientate al mercato e di trasformare l’arte e la cultura in intrattenimento. Bisogna, invece, lavorare sulla qualità dell’offerta, ma anche puntare a formare una nuova domanda “evoluta” attraverso un miglior sistema educativo, una maggiore concorrenza del sistema universitario, un forte impegno nella formazione, ma anche una politica culturale che torni ad investire sui talenti, valorizzare la produzione artistica e culturale nazionale. S.M: Il modello dei distretti culturali proposto da alcuni economisti italiani sulla falsariga del modello dei distretti industriali del nordest, si è rivelato un abbaglio. Il sistema culturale, per essere tale, deve avvalersi di strumenti imprescindibili: comunicazione, tutela educativa, condivisione delle conoscenze, formazione continua… In Italia un modello del genere ancora non ha preso piede. A suo avviso quali sono le ragioni? Come si può modificare la situazione esistente? R.G: L’unico vero modello di “distretto culturale” esistente in Italia è quello dei Parchi della Val di Cornia, prima esperienza di gestione autonoma d’impresa pubblico-privata di parchi naturali, archeologici e musei in un territorio di sei Comuni (nell’alta Maremma) che l’hanno inizialmente voluta e che oggi ne sono gli azionisti per circa il 90%. Grazie a valide scelte di investimento, alla gestione innovativa dei servizi culturali, all’attenzione verso i servizi di accoglienza, sono stati prodotti risultati eccellenti raggiungendo una quasi totale capacità di autofinanziamento. Ma proprio questa esperienza dimostra che determinati modelli funzionano se nascono “spontaneamente” nei territori stessi da esigenze e con progetti reali. Viceversa, anche il modello astratto dei distretti culturali è destinato al fallimento se calato dall’alto senza un concreto raccordo con le peculiarità di ogni realtà cui lo si vorrebbe applicare e se non nasce da un preciso progetto di sviluppo territoriale. S.M: Il nostro magazine, attraverso la sua attività on line e su carta, è impegnato nella ricerca e nella definizione di un modello alternativo per la formazione di utenti su larga scala del sistema culturale. Nel panorama attuale il ruolo della Pubblica Amministrazione non sarà più quello di ente erogatore. Piuttosto che lamentare la mancanza di fondi, si potrebbe iniziare a ipotizzare una disposizione degli elementi diversa, nella quale il ruolo della politica muti radicalmente. Per esempio potrebbe fungere da start up, dettando le regole all’interno delle quali gli altri stakeholder potrebbero muoversi… Ministero; enti pubblici, privati e misti; gallerie, collezionisti dovrebbero cominciare a pensare al sistema come a una rete. Qual è la sua opinione? Possiamo cercare di delineare questo modello? Come potrebbero essere ridefiniti i ruoli dei diversi attori in gioco? R.G: Occorrerebbe un “nuovo corso” nel quale vengano abbandonate le analisi ormai stereotipate di una parte del mondo accademico sull’Economia della Cultura, sulla sterile quanto inutile contrapposizione concettuale tra pubblico e privato nella gestione dei servizi culturali e di quella tra tutela e valorizzazione o ancora nella diatriba tra centralismo statale e autonomie locali. E occorrerebbe da parte delle forze politiche, ma anche delle istituzioni, del sistema delle imprese e degli operatori, riconsiderare scelte politiche, comportamenti, priorità sui grandi temi della creatività e della cultura. Istituzioni, Stato, regioni, enti locali, mettano al centro un grande progetto riformatore che renda concreto, nelle scelte di investimento, nelle leggi, nelle procedure e strumentazioni operative, il dettato costituzionale dell’articolo 9, che ci pone ancora all’avanguardia nel mondo, stabilendo contemporaneamente quale fondamento della vita economica e sociale la tutela del patrimonio e la valorizzazione della cultura e della ricerca. Bisogna ripartire da questi princìpi fondamentali per affrontare scelte coraggiose e lungimiranti. Insieme al sistema delle imprese, alla rete dei gestori pubblici e alle tante esperienze vitali degli operatori. Guardando soprattutto ai giovani e alle loro energie creative. S.M: Mi piace concludere con una citazione, che avrei piacere lei commentasse. A proposito della crescita di un paese, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha recentemente scritto: “La risorsa più preziosa di un paese è la sua popolazione e di conseguenza è essenziale far sì che tutti, proprio tutti, possano vivere al massimo delle proprie potenzialità, il che richiede opportunità educative per tutti”.[1] R.G: La citazione è ovviamente del tutto condivisile. Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, non è certo il capitale umano che manca, quanto piuttosto la capacità di valorizzarlo e impiegarlo. Il quadro che abbiamo davanti è, purtroppo, piuttosto desolante: nelle nostre università i professori sotto i quarant’anni rappresentano solo il 17% del totale, i concetti di merito e di qualità sono un miraggio e, d’altra parte la percentuale dei diplomati in Italia è di 10 punti più bassa della maggioranza dei paesi europei, mentre quella dei laureati (16%) supera di poco la metà della media dell’Unione. Basti poi pensare al drammatico fenomeno della “fuga dei cervelli” (in 6.000 ogni anno lasciano l’Italia per gli Stati Uniti). Il collasso del processo di valorizzazione dei talenti e il sottofinanziamento cronico della cultura e della ricerca in Italia bruciano, così, uno straordinario patrimonio di intelligenza. Mandando in fumo le possibilità di modernizzazione del sistema produttivo e del Paese intero. Bisogna investire nella formazione e nella ricerca. Solo in questo modo l’Italia coltiverà i talenti che saranno le professionalità del domani in grado di guidare lo sviluppo, anche culturale, del Paese.

di Susanna Mandice per Artkey

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