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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 05, 2008

Pier Paolo Pasolini a teatro: Porcile


In Porcile, versione epico-lirica di uno degli episodi che Pasolini realizza in un film nel 1969, tra Potere e individuo la barriera della separatezza è altissima: non solo il Potere non ha nessuna intenzione di abbatterla ma l'individuo, "il diverso", la vive come la sola tutela alla propria radicale trasgressione. Da una parte le "lane, formaggi, birra, bottoni - per non contare i cannoni" di una Germania affatto lontana dai "tempi di Grosz, i cui magnati potrebbero benissimo essere disegnati da lui sotto forma di un grosso maiale", dall'altra quel venticinquenne figlio di magnati, appunto, quel Julian Kotz, chiuso a riccio nel proprio mutismo ("Parlare di me mi fa male"), pazzo del proprio "desiderio prepotente e infantile", che è per lui la sola riserva di felicità. La "destinazione oscura" di quel desiderio, che ha qualcosa della "prerogativa dell'ossesso" (si distilla, non a caso, nelle "ripetizioni infinite di una sola cosa"), è la zoorastia, il commercio carnale con quei maiali, con cui potrebbe scambiare agevolmente il proprio padre. Ma "l'Atene di cemento", in cui si è tramutata la "Godesberg goethiana" (qui la vicenda è ambientata), come non ammette la prospettiva di un futuro "individuale" ("E gli uomini non avranno più problemi di coscienza", prevede laconicamente uno dei codesti padri "cinici"), così non può tollerare, sin dal presente, che un proprio simile si chiuda "in una lunga adolescenza ermetica": e che, al fondo di quel buio tunnel ("la voglia ormai senza più limiti di solitudine", "L'ebbrezza della restrizione"), "peste" e "grazia", "angoscia" e "continua, infinita allegria" si mescolino in un indecifrabile impasto. Nell' "odore di concime e di stallatico", che si leva "alto nell'aria della Renania", i maiali, i maiali veri penseranno loro, in quello "sprofondo", emissari involontari del Potere padre e assassino, a far a brani Julian: lui che "ha subito soltanto, chiudendosi dentro di sé", che "non si è confuso con nessuno", che ha tradito tutti "ma senza aver… (…) …mai promesso di esser … (…) fedele". "Una storaia di maiali per una storia di Ebrei…", aveva con malinconica ironia osservato Julian stesso, accostando la propria "passione amorosa", il cui oggetto mai era "stato così infimo", alla voluttà assassina del Potere, la cui abiezione non era mai stata così infima. Ed ora il Potere, consumato l'ennesimo sacrificio rituale, chiede, dinnanzi al nefas, il silenzio: "Non c'è rimasto neanche un segno? … (…) Allora, sssssst! Non dite niente a nessuno!"

di Pier Paolo Pasolini
regia di Massimo Castri
scene di Maurizio Balò
costumi di Maurizio Balò
con Paolo Calabresi, Corinne Castelli, Milutin Dapcevic, Ilaria Genatiempo, Miro Landoni, Mauro Malinverno, Antonio Peligra

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