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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 17, 2008

Tradizione e conoscenza

In Essere e Tempo non si parla così tanto di linguaggio come nel secondo Heidegger, diciamo ad esempio nella Lettera sull’umanismo , dove Heidegger dice che il linguaggio è la casa dell’Essere e la dimora dell’essenza umana e dove egli si richiama anche a Humboldt. Però mi sembra che Heidegger già in Essere e tempo ha parlato della esplicazione pubblica della nostra comprensione del mondo ed abbia con questo inteso l’esplicazione linguistica e che in questo modo abbia già superato la fenomenologia eidetica del suo maestro Husserl che era orientata prelinguisticamente. Direi perciò che la fenomenologia in Essere e Tempo subisce una svolta ermeneutico-linguistica. Con questa svolta Heidegger per così dire si incontra per così dire con la svolta pragmatica della filosofia analitica del linguaggio e quindi con il secondo Wittgenstein, come ho già avuto modo di accennare. Lo si vede da alcuni passi che io ho già richiamato, quelli in cui Heidegger in riferimento al problema del mondo esterno perviene agli stessi risultati di Wittgenstein, quelli in cui egli rigetta il problema se c’è effettivamente un mondo esterno e la necessità di una prova del mondo esterno, perché la stessa domanda è mal posta, da cui risulta che egli si lascia guidare dalla esplicazione linguistica della nostra comprensione del mondo, proprio come il secondo Wittgenstein. Lo stesso si vede quando Heidegger dice che non è adeguato dire che noi percepiamo dei rumori, piuttosto noi percepiamo la motocicletta che passa o il picchio che batte. Egli ci vuole dire che tematizzare qualcosa nella nostra coscienza, poniamo rumori, dati di senso oppure rappresentazioni, è cosa che richide uno sforzo particolare, perché in questo caso dobbiamo oggettivare un oggetto particolare che è diverso dall’oggetto che noi oggettiviamo normalmente. Questo oggetto che noi oggettiviamo normalmente non è una semplice presenza nel mondo, ma, come dice Heidegger, qualcosa che è alla portata di mano, cioé che si incontra in un contesto pratico del mondo della vita, in una significatività e in una determinata appagatività. Qui Heidegger si incontra àncora una volta con l’analisi dei giochi linguistici di Wittgenstein. Ciò lo si può mostrare in concreto, direi però che tendenzialmente tra l’analisi linguistica di Wittgenstein e l’ermeneutica del linguaggio di Heidegger si rileva una certa differenza. Wittgenstein è sempre sulle tracce della mancanza di senso, delle insensatezze della filosofia tradizionale. A lui interessa sempre in primo luogo smascherare le questioni insensate della filosofia, per mostrare alla mosca la via per uscire dalla bottiglia. In Heidegger piuttosto l’accento è posto sul mostrare che si vive già sempre in un mondo interpretato, che c’è un mondo che è già determinato dalla tradizione e, come poi dirà, dalla storia dell’Essere. Su questo punto Heidegger compie una trasformazione del suo concetto di verità. In Essere e Tempo egli ha detto che noi ci troviamo già sempre in un mondo della vita che è aperto dall’essere-nel-mondo. In seguito egli può dire che il fatto di questa apertura del mondo proviene da una illuminazione, da uno svelamento del senso che è sempre al contempo anche nascondimento di senso e che lo svelamento è un evento nella storia dell’essere. Quindi ora per Heidegger l’accesso al mondo viene a dipendere dalla storia dell’Essere e questa accesso, questa illuminazione del senso dell’Essere nella storia dell’Essere si articola poi per Heidegger nei linguaggi concreti della nostra storia. L’accento giace per lui nel fatto che noi da questo punto di vista siamo dipendenti dalla tradizione e dal linguaggio alto, i quali hanno reso possibile la nostra comprensione del mondo.

di Karl Otto Apel http://www.emsf.rai.it/

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