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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 31, 2008

Kant. Utopia e senso della storia


Progresso, cosmopoli, pace.

Laura Tundo

L'interrogazione sull'uomo e su cosa gli sia lecito sperare, la riflessione giuridico-politica, la domanda sul senso della storia, connotano di utopia la fase matura del pensiero kantiano: il libro esplora proprio questa parte vivissima e attuale di un Kant che un diffuso clichè rappresenta totalmente immerso nelle ricerche sulla ragione. Ne emerge un Kant attento ai destini dell'umanità, al senso della storia umana, al suo costante progredire verso il meglio. L'autrice pone inoltre l'accento sull'istanza di una legislazione universale che vincoli gli stati e sull'istanza della pace, anzi di un concreto progetto di pace, che ha il suo fulcro nel federarsi degli stati, ma esige anche la condanna della guerra di sterminio e l'abolizione degli eserciti permanenti.

THE INTENTION of the Edizioni Dedalo's "Utopia" collection, edited by Arrigo Colombo, is to promote the advancement of "una societa giusta e fraterna" by attending to the notion of "l'utopia" in its "vero autentico senso": neither escapist nor fantastic, "l'utopia-eutopia (il senso gia inteso da Moro)" represents a vision of "la societa buona, la societa de giustizia (piu oltre la societa fraterna), il progetto che l'umanita persegue da sempre, nella condizione d'ingiustizia in cui giace; che anima i movimenti di salvezza, genera le rivoluzioni, il moderno processo di liberazione" (1). Laura Tundo's Kant, the fourteenth volume in the collection, works in a way that meshes very nicely with that editorial statement of purpose, conviction, and historical sense. "Utopia," as she remarks by way of introduction, is currently mistaken as an empty vision of "una condizione sociale e politica priva di concreta possibilita di realizzazione," and continues reductively to be construed as a flight ("una fuga") from the facts of history (8). Duly critical of a misapprehension at least as old as Marx, Tundo's study locates its subject within the "progetti etico-politici" progressively signed in writings from Plato, More, Harrington and Saint-Pierre, which are interpreted not as "sogni di menti esaltate" but as "modelli di costituzione ai quali e fatto dovere ai sovrani di approssimarsi" (13).
For all its emphasis on the pertinence of historical reading and the values of a savvy empiricism, though, this book does seem a tad all-too-ideal, even ahistorical, in its handling of matters of substantial sense and actual practice. The Socratic-style ironizing that seems evident enough in The Republic gets no play in Tundo's account of Plato's most politically influential book (9, 12, 13); nor does her aligning of Kant with More in "l'idea dell'umanita come legata a un processo di perfettibilita perseguiloile storicamente, vale a dire come indefinito avanzamento del processo di construzione di se dell'uomo" (13) seem adequately attentive to the wittiness of More's playing with words. The "happy place" or "eu-topos ... il luogo buono" (9) for More was surely neither in the here and now nor in any worldly or earthly future, however long or secularly indefinite. Christian scholar of the Greek and Latin classics More could hardly have occluded Icarus from the story of Dedalus. Nor, ironically enough, does Kant's oeuvre show a dominant concern with the matters of history: the fact that the author of the Prolegomena to Future Metaphysics came only very late in life to attend to a philosophy of "storia" adds additional piquancy to Tundo's case for Kant as the founding prophet and agent of such forces for cosmopolitanism and peace as the United Nations has come to represent (198).
Nonetheless, Tundo's Kant rings true (to this reader at least) in very many ways. First and foremost, it registers the meliorist intention basic to Utopian speculation, "la fiducia in un meglio per il futuro," "la speranza in un futuro migliore" (11, 98). And meliorists, since time memorial, have surely worked the middle ground between what is and what should or might be. As Tundo remarks, the whole of the "mature" Kant's enterprise issued from "due intenzioni: una giuridico-fattuale e una giuridico-utopica" (89). The lineaments of her portrait of Kant as middle-man negotiating between idea and sensation, materialism and idealism, between Plato and Locke, Hobbes and Rousseau (39, 89, e.g.), coordinate nicely with the rhetoric of her argument. "Da una parte ... d'altra parte," Tundo repeats time and time again (17, 25, 35, 36, 59, 69, 83, 90, 93, 158, 175, 174, 177, 186, 189, 200); and "tuttavia" or "nonostante" make their presence felt (9, 22, 23, 29, 35, 36, 40, 45, 52, 67, 79, 80, 87, 101,116, 122, 124, 125, 126, 129, 134, 137, 139, 142, 143, 145, 163, 164, 169, 172, 182, 197, 212, e.g.) in a way that assures balance in argument. Any reader who would disagree with such an argument would seem to be either unenlightened or unbalanced.
Like all the volumes issued by the Edizioni Dedalo, Kant. Utopia e senso della storia: progresso, cosmopoli, pace is elegantly produced.
Camille R. La Bossiere University of Ottawa
2008 Gale, Cengage Learning

dicembre 29, 2008

Le baruffe chiozzotte


"Il successo di Allevi? Mi offende" Uto Ughi
Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo». Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato - «fino alla fine, incredulo» - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze». Che cosa più la infastidisce di Allevi: la sua musica, le sue parole? «Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è "anche" un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. Ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro». Come definire la sua musica? «Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi». C’è più dolore che rabbia nelle sue parole. «Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco. Evidentemente i consulenti musicali del Senato della Repubblica sono persone di poco spessore. Tutto torna: è anche la modestia artistica e culturale di chi dirige alcuni dei nostri teatri d’opera, delle nostre associazioni musicali e di spettacolo a consentire lo spaventoso taglio alla cultura contenuto negli ultimi provvedimenti del governo. Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio, hanno armi spuntate per fronteggiarlo».Che opinione ha di Allevi come esecutore? «In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio». Lui si ritiene un erede e un profondo innovatore della tradizione classica. «Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo, ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui». Però è un fenomeno mediatico e commerciale assai rilevante. «Si tratta di un’esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing. Mi sorprende che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico. Anche Andrea Bocelli ha un grande successo, ma non è mai presuntuoso quando parla di sé. Da musicista, conosce i propri limiti». Allevi è giovane. Non vuole offrirgli qualche consiglio? «Rifletta tre volte prima di parlare. Sia umile e prudente. Ma forse non è neppure il vero responsabile di quello che dice».C’è un aspetto quasi messianico in alcune sue affermazioni, in questa autoinvestitura riguardo al proprio ruolo per il futuro della musica. «Lui si ritiene un profeta della nuova musica, parla come davvero lo fosse. Nuova? Ma per piacere!».Ma come interpretare questo suo oscuro annuncio: «La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l'Islam sta avendo sulla civiltà occidentale?» «Evidentemente pensa che vinceranno Allevi e l’Islam. Vi prego, nessuno beva queste sciocchezze».
di Sandro Cappelletto http://www.lastampa.it/

"Caro Ughi, lei difende soltanto la sua Casta" Giovanni Allevi
Sono uscito dal Senato alle 15.30, con in tasca una cravatta rossa. Me l’ha regalata un bambino, che era venuto con i genitori per assistere al concerto: «Tienila Giovanni, è tua. L’ho messa per te, per la prima volta in vita mia». Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti Palazzo Madama, per salutare me e i professori d’orchestra. Ecco, Maestro Ughi, queste sono le immagini indelebili, che resteranno scritte nel mio cuore, indissolubilmente legate a quel concerto. Ora, proprio su questo tavolino, c’è un foglietto spiegazzato con sopra un autografo. Certo, in questi ultimi anni ho avuto l’onore di firmarne tanti. Ma quello che ho qui con me, l’ho voluto io. È l’unico autografo che abbia mai chiesto a un artista. Quella sera di dieci anni fa, me ne tornai al mio monolocale da una gremita Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con in tasca quel foglietto, come fosse un gioiello. Non era stato facile nemmeno raggiungere il camerino dell’artista, per un nessuno come me, un anonimo studente in Composizione. Io non avevo amicizie influenti, a stento arrivavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacrifici per diplomarmi in Composizione e il biglietto del concerto l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti violinisti del mondo: lei, Maestro Ughi. Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l’anima? Una musica strumentale senza parole? Secondo lei, io non sarei degno di essere ammesso in Conservatorio. In realtà vi ho trascorso i miei migliori anni preparandomi a diventare, con cura, impegno e passione, un compositore di musica contemporanea. Sono diplomato in Pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti. Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata. E così, a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. È una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: «La gente è ignorante, noi siamo i veri detentori della cultura». Ma proprio nelle aule del Conservatorio, analizzando le partiture dei grandi del passato, e confortato dal pensiero di Hegel nella Fenomenologia, ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea? La musica cosiddetta «contemporanea», atonale e dodecafonica, in ogni caso non è più tale, perché espressione delle lacerazioni che agitavano l’Europa in tempi ormai lontani. Ecco allora il mio progetto visionario. È necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo sull’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. È stato necessario. Ci sono voluti altri dieci anni, oltre i venti di studi, e il risultato, per nulla scontato, è stato deflagrante: il pubblico, soprattutto giovane, è accorso ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, New York e Tokyo. Quella musica parla al cuore ma il suo virtuosismo tecnico e soprattutto ritmico richiede esecutori di grande talento. È una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta e che rifiuta qualunque contaminazione, con le parole, con le immagini, con strumenti musicali e forme che non siano propri della tradizione classica. Centinaia di giovani mi scrivono che, sul mio esempio, sono entrati in Conservatorio per studiare uno strumento o per intraprendere la via creativa della composizione. Come la storia dell’Estetica musicale insegna, in tutte le epoche ogni idea nuova ha dovuto faticare per affermarsi, divenendo poi, paradossalmente, la «regola» per i posteri. Quello che è certo è che quando il nuovo avanza fa sempre paura. Da amante di Hegel, quindi, sapevo benissimo che l’ondata di novità avrebbe mandato in crisi il vecchio sistema e che i sacerdoti della casta, con i loro adepti, non potendo riconoscere su di me alcuna paternità, avrebbero messo in atto una criminale quanto spietata opera di «crocifissione di Allevi». «Il suo successo mi offende...», «Le composizioni sono musicalmente risibili...», «È un nano...», ma l’assunto più grave che circola è: «Allevi approfitta dell’ignoranza della gente, attraverso una furba operazione di marketing». Niente di più falso! La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell’oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare. «Ogni mattina, quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha ancora mai vissuto nessuno», afferma il teologo David Maria Turoldo. La mia non è una musica pop, perché non contempla alcun cantante, alcuna chitarra elettrica e batteria e non usa la tradizione orale, o una scrittura semplificata come mezzo di propagazione. Non c’è alcuna macchinazione, tutto è assolutamente limpido e puro: le persone spontaneamente hanno scelto di seguirmi. Ma bisogna smettere di ritenere ignorante la gente «comune». Il pubblico cui si rivolgeva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro? Mai in Italia ci sono stati tanti studenti di musica come in questi tempi. Se la mia musica l’avesse infastidita, Lei poteva semplicemente cambiare canale. E invece, esprimendo un parere del tutto personale, si è voluto erigere a emblema di un mondo ferito, violento e cieco. Non sono un presuntuoso, semmai un sognatore, e la mia musica, assieme alle mie intuizioni estetiche, non hanno mai voluto offendere nessuno. Io, a differenza di lei, non ricopro nessun ruolo istituzionale, non ho fatto intitolare nessun Festival a mio nome, non ho potere alcuno nel cosiddetto «mondo della musica», ma ciononostante mi si accusa di essere in un luogo, il cuore di centinaia di migliaia di persone, dove altri vorrebbero essere. Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell’Associazione «Uto Ughi per i giovani». Il grande Segovia diceva: «I giovani compositori hanno fatto la mia fortuna, io la loro». Invece Lei ha scelto la via facile dell’ostruzionismo, dall’alto della sua conclamata notorietà. Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente
di Giovanni Allevi http://www.lastampa.it/

Classica? Sì, grazie. Purché sia "facile"
Le critiche rivolte da Uto Ughi al pianista Giovanni Allevi, riprese da molti giornali, diventate un blog in Internet, oggetto di non sempre pacifiche discussioni natalizie, si possono riassumere in una: la musica che lui suona è troppo semplice, priva di complessità e dunque di vera bellezza per poterla definire «classica». Bisogna allora ricordare la vera scala dei valori, mandata in frantumi dalla banalità predominante, vincente anche tra i nostri politici di professione, colpevoli di avere invitato questo «nano del pianoforte» in Senato per il concerto di Natale. Ieri, con una lettera aperta a Ughi sempre sulla Stampa, Allevi si è chiesto: «Perché tanto veleno? La mia è una musica nuova perché contiene quella sensibilità dell’oggi che nessun musicista del passato poteva immaginare».Diceva Italo Calvino che, quando un autore pubblica un libro, questo non appartiene più a lui, ma al pubblico che lo legge, lo boccia o lo promuove. Non parleremmo di Allevi se il pubblico non gli avesse decretato un crescente successo, promosso anche da immagini, dichiarazioni, libri del pianista-compositore-direttore (YouTube testimonia quanto la sua bacchetta sia ancora insicura), segnati da dosi non indifferenti di autoglorificazione che lo portano a definirsi «genio rinascimentale». La ragione prima del successo di Allevi, che nel 2009 compirà 40 anni, è nel suo colmare la distanza che ancor oggi separa buona parte del pubblico dei concerti dalla frequentazione con la musica classica. Lui offre un «classico facile», leggero, che non intimorisce, non richiede particolari rituali di fruizione, non induce emozioni profonde: nel periodo barocco i tedeschi battezzarono il genere «Tafelmusik», musica da tavola, indicandone alla perfezione la funzione e i limiti. Un sottofondo, nella rilassatezza del Lounge.Questa tendenza è da anni un fenomeno internazionale. In Italia, trova i suoi esponenti di spicco nel canto di Andrea Bocelli, nelle ultime composizioni di Ludovico Einaudi, sensibili all’incontro tra musiche provenienti da diverse tradizioni folkloriche, nel pianismo di Stefano Bollani, di caratura comunque considerevole e dove brilla la tradizione jazz. Il violinista inglese Nigel Kennedy alterna il rock alle Quattro stagioni di Vivaldi, mentre il belloccio tedesco David Garrett - che si definisce «in parte virtuoso, in parte genio» - annuncia il proprio nuovo cd come «una rivisitazione in chiave strumentale del repertorio classico e rock»: Puccini, la colonna sonora di Zorba il greco, Summertime, per un cocktail imbevibile o imperdibile, dipende dai gusti. Lo stesso recente disco in cui Plácido Domingo canta alcune poesie scritte da Giovanni Paolo II scorre lungo questo flusso: molti acuti, un’orchestra carezzevole, assenza di ogni approfondimento del testo. Il mezzosoprano gallese Katherine Jenkins si propone come un Bocelli al femminile: i suoi dischi hanno venduto 4 milioni di copie, alternando arie d’opera (tra cui una scipita «Habanera» dalla Carmen), folksong, inni, canzoni. Canto, pianoforte e violino: tre luoghi simbolicamente alti della tradizione classica diventano un territorio aperto: un’area Schengen della musica, dove nessuno chiede passaporti. È il forte investimento promozionale a fare oggi la differenza: il crossover è sempre esistito - basti pensare alle melodie popolari trasformate da Mozart, Beethoven, Schubert, Mahler - fino a quando la tradizione classica ha potuto contare su un proprio vasto pubblico, una tradizione familiare, un interlocutore politico consapevole.Condizioni minime di sopravvivenza che oggi non sono garantite e che stanno inducendo, negli artisti italiani più responsabili, una reazione: s’intensifica il lavoro con e nelle scuole, nascono orchestre giovanili, si offrono concerti a prezzi promozionali. Lo sfogo di Ughi diventa così un appello: a recuperare quella credibilità che vicende poco trasparenti e malissimo gestite - come la sempre rinviata riforma dei teatri d’opera - hanno compromesso.
di Sandro Cappelletto http://www.lastampa.it/

dicembre 23, 2008

Un Terribile Amore per la Guerra


In un momento chiave del celebre film sul generale Patton, un memorabile George C. Scott passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, esclama: «Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita». È eloquente che James Hillman abbia scelto proprio questa scena, tanto spiazzante quanto rivelatrice, per introdurre il provocatorio tema del suo nuovo libro: la guerra come pulsione primaria e ambivalente della nostra specie - come pulsione, cioè, dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l'amore e la solidarietà. Il presupposto è che se di quella pulsione non si ha una visione lucida ogni opposizione alla guerra sarà vana. Frantumando la retorica degli adagi progressisti - basati su una lettura caricaturale della «pace perpetua» teorizzata da Kant-, Hillman risale così, in perfetta consonanza con la sua visione della psicologia, al carattere mitologico e arcaico di tale ambivalenza, riassunto nell'inseparabilità di Ares e A-frodite. In questa prospettiva tutte le guerre del passato e del presente appariranno quindi semplici variazioni della guerra più emblematica dell'Occidente classico, quella cantata nell'Iliade. Ma soprattutto, ricorrendo a dettagliati rapporti dal fronte, a lettere di combattenti, ad analisi di esperti in strategia - oltre che a tutti gli scrittori e tutti i filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive, da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt -, Hillman ci guida a una scandalosa verità: più che un'incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca - lo dimostra la contiguità tra le descrizioni omeriche e i reportage dal Vietnam - una costante della dimensione umana. O meglio, troppo umana.«Non esiste una soluzione pratica alla guerra perché la guerra non è un problema risolvibile con la mente pratica, la quale è più attrezzata per la sua conduzione che per la sua elusione o conclusione. La guerra appartiene alla nostra anima come verità archetipica del cosmo. È un'opera u-mana e un orrore inumano, e un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere. Possiamo aprire gli occhi su questa terribile verità e, prendendone coscienza, dedicare tutta la nostra appassionata intensità a minare la messa in atto della guerra, forti del coraggio che la cultura possiede, anche nei secoli bui, di continuare a cantare mentre resiste alla guerra. Possiamo comprenderla meglio, differirla più a lungo, lavorare per sottrarla via via al sostegno di una religione ipocrita. Ma la guerra in quanto tale rimarrà finché gli dèi stessi non se ne andranno».

dicembre 22, 2008

Gli eroi sbagliati dell'Isola Nuda


Dunja Badnjevic racconta il dramma della famiglia e del padre stalinista che finì senza piegarsi nell’inferno di Tito.

«Goli Otok isola della pace, isola di assoluta libertà - dice il dépliant turistico -. Mare straordinariamente pulito, ambiente immacolato, immerso nel silenzio». Quelle due isole paradisiache dell’alto Adriatico sono state per anni un inferno. Il regime titoista jugoslavo le aveva trasformate in due Lager, in cui finirono non solo ustascia macchiatisi di orrendi crimini durante la seconda guerra mondiale e alcuni delinquenti comuni, ma anche e soprattutto deportati politici e, in particolare, quei comunisti, compagni nella lotta di resistenza partigiana contro nazismo e fascismo, che, quando Tito nel 1948 ruppe con Stalin erano rimasti fedeli, per fede nell’idea universale marxista, al comunismo ortodosso e cioè - allora - a Stalin.
Finirono così a Goli Otok, l’Isola Nuda, eroici combattenti per la causa della rivoluzione mondiale d’improvviso ferocemente perseguitati dai loro stessi compagni e dal regime jugoslavo che avevano contribuito a costruire, liberando il Paese dal nazifascismo. Fra essi c’erano anche circa duemila italiani, militanti comunisti che avevano conosciuto le galere fasciste e i Lager nazisti, che si erano battuti in Spagna contro Franco e si erano recati con entusiasmo in Jugoslavia per contribuire a edificare il socialismo nel Paese più vicino. In quell’inferno, sottoposti a maltrattamenti e torture, ignorati da tutti, resistettero eroicamente e paradossalmente in nome di Stalin, massimo inventore di Gulag. Quando, dopo alcuni anni, i superstiti furono liberati e tornarono in Italia, vennero tartassati dalla polizia quali pericolosi comunisti provenienti dall’Est e posteggiati dal Pci quali scomodi testimoni della politica stalinista del partito che si voleva dimenticare.
È una storia che mi ha ossessionato per tanti anni, sulla quale ho scritto un libro, il romanzo Alla cieca; dopo essere stata a lungo rimossa e taciuta, questa vicenda è riemersa alla consapevolezza, ha dato origine a molte indagini storiche ed elaborazioni memorialistiche ed è stata resa nota soprattutto attraverso il libro di Giacomo Scotti «Goli Otok, ritorno all’isola calva» (ed. Lint), che ne documenta e illustra tutte le fasi. Anche la letteratura ha dato voce a quella tragedia, soprattutto attraverso la scrittura di testimoni sopravvissuti; fra le opere in italiano va ricordato il romanzo autobiografico Martin Muma del poeta rovignese Ligio Zanini. Ora è uscito, scritto in italiano, l’intenso, incisivo e conturbante romanzo-verità L'Isola Nuda di Dunja Badnjevic (Bollati Boringhieri), nata a Belgrado e residente da più di quarant’anni in Italia, traduttrice e promotrice nel nostro Paese di letteratura serba, bosniaca e croata, e traduttrice di autori italiani in serbo, esempio di un’identità culturale che, pur restando fedele alle proprie origini, si trasforma e si arricchisce acquisendo, attraverso l’avventura della lingua, una valenza intellettuale e umana in più.
Lo specchio Adriatico, come dice un libro del poeta e saggista croato Tonko Maroevic, è stato fecondo di questi rimbalzi culturali; un altro esempio è Ljiljana Avirovic, saggista e grande traduttrice dall’italiano in croato ma anche dal croato o dal russo in italiano. L'Isola Nuda è essenzialmente la storia del padre dell’autrice, Ešref Badnjevic, comunista internazionalista e partigiano, incrollabilmente fedele agli ideali universalistici, che finisce a Goli Otok e poi in un altro Lager all’interno della Jugoslavia. Attraverso la storia del suo calvario e della diritta fierezza con cui egli lo ha affrontato, emergono, con asciutta poesia che rende più intensa una nobile e indomita sofferenza, la storia di una famiglia, in estreme difficoltà sopportate con fermezza, e la storia di tutto un Paese, che inizia a rovinare calpestando i valori che lo hanno costruito e che esso stesso mina credendo di farlo per difendersi. Lei - le dico incontrandola a Roma - ha scritto un libro forte, «vero» umanamente, storicamente e personalmente. Una testimonianza personale che diventa romanzo. Come si è posta rispetto a tale rapporto tra la bruciante verità e quel tanto di finzione necessaria per articolarla in un racconto che ha pure un suo notevole spessore letterario? È stato esistenzialmente difficile?
Badnjevic - Non è stato difficile perché è un documento-verità, non c’è alcuna finzione. Era un po’ come un’auto-analisi e una catarsi attraverso tutto ciò che abbiamo vissuto io, mio padre e il mio Paese. Ho perso un padre nel momento in cui ne avevo più bisogno, prima, e ho perso una patria che amavo, quasi visceralmente, dopo. Da qui il mio neologismo «apolitudine»: sentire ad un tratto cancellato tutto un vissuto e avere solo la memoria per ricordare quel che gli altri cercavano di far sparire nel nulla. Affrontare un mondo in cui le vittime di ieri oggi non si riconoscono come tali, in cui i nomi delle strade e delle città sono cambiati. Che cosa significa ora aver combattuto per la patria e per un mondo migliore, se nella storia ufficiale quello non era il mondo migliore e nemmeno la patria era più quella? La realtà dei Balcani ha superato di gran lunga ogni possibile previsione.
Magris - Ciò che mi ha sempre commosso, in questa terribile vicenda, è il contrasto fra l’eroismo morale di questi uomini come suo padre e altri, pronti a sacrificare se stessi alla causa dell’umanità, e il fatto che essi si siano battuti e sacrificati (e forse pronti a sacrificare pure altri) in nome di Stalin, che, se avesse vinto, avrebbe trasformato il mondo intero in una Isola Nuda. Lei come sente questo contrasto? A parte l’amore personale per suo padre e l’oggettiva ammirazione per la sua dirittura, lo vede anche come in parte oggettivamente colpevole o almeno in errore?
Badnjevic - Colpevole no, ha agito in totale buona fede, facendo male solo a se stesso e alla sua famiglia. Bisogna rapportarsi a quegli anni quando i comunisti di tutto il mondo credevano che Stalin dei gulag non sapesse niente, che le responsabilità fossero degli Jagoda, degli Ezov, dei Beria. Mio padre non è mai stato in Russia. Credeva, sbagliando, nell’internazionalismo che necessitava, almeno all’inizio, di uno Stato guida, in un mondo in cui tutti davano secondo le proprie capacità e ricevevano secondo i bisogni. Se il socialismo avesse vinto in Germania, diceva, tutto sarebbe stato molto diverso. L’Unione sovietica era un Paese troppo povero, arretrato e grande. Anche se in molti Paesi dell’Est, Russia compresa, ci sono ancora oggi coloro che credono di aver pagato un prezzo troppo alto per la fine del socialismo reale.
Magris - Negli anni recenti c’è stato un intenso dibattito su questa storia che si voleva far dimenticare; studi storici, saggi, testimonianze, opere letterarie. C’è stato qualche testo o qualche autore importante per l’ispirazione di questo libro
Badnjevic - Sono usciti tanti saggi, ovviamente dopo la morte di Tito. Un testo letterario fu scritto ancora negli anni 70 da Dragoslav Mihajlovic, Quando fiorivano le zucche, ma ne fu vietata la diffusione. Il romanzo più fortunato sull’argomento fu Tren 2 di Antonije Isakovic. Mihajlovic era tra i più giovani «ospiti» dell’Isola e ha pubblicato due grossi volumi di ricordi. Ci sono stati qualche tentativo di riabilitazione dei detenuti, qualche convegno e incontro ufficiale. A uno di questi ho preso parte: era veramente toccante vedere i vecchi superstiti rincontrarsi e ricordare. Poco dopo è arrivata la fine della Jugoslavia travolgendo tutto come un uragano. Che cosa poteva significare il destino di poche decine di migliaia di persone rispetto agli orrori di una guerra che si spalancavano davanti al Paese?
Magris - Questa terribile storia è una tragedia del movimento rivoluzionario mondiale, un tramonto - temporaneo o definitivo? - del sole dell’avvenire ed è anche una tragedia jugoslava, quasi un lontano preludio della dissoluzione di quel Paese. Lei sente un nesso, sia pur lontano e simbolico? Come ha vissuto e come vive lei il tracollo del socialismo jugoslavo, la dissoluzione della Jugoslavia e la deformazione o cancellazione della sua memoria storica?
Badnjevic - Ogni volta che tornavo mi sentivo, come dicevano le mie amiche, una rana buttata nell’acqua bollente, stupita ed esterrefatta. Loro invece erano state immerse in acqua fredda e portate all’ebollizione lentamente. Credo che il declino inarrestabile del socialismo inizi nel 1956 quando le incertezze del gruppo dirigente sovietico e la mediocrità della classe dirigente delle democrazie popolari impedirono il necessario e radicale mutamento e critica della teoria e della pratica politica del socialismo e il suo adeguamento ai tempi nuovi. Se si fossero date risposte serie e sincere ai tanti «perché» del ’56, forse oggi non ci troveremmo in un mondo in cui non invidio la giovinezza delle mie figlie e dei miei nipoti. Io, figlia di un vecchio comunista, credevo «nel sol dell’avvenire». In quei principi elementari di solidarietà umana e di internazionalismo che avevano caratterizzato gli albori del socialismo. Lei nel suo Utopia e disincanto ha scritto: «Il mondo non può essere redento una volta per tutte e ogni generazione deve spingere, come Sisifo, il suo masso per evitare che esso le rotoli addosso schiacciandolo».

conversazione tra Claudio Magris e Dunja Badnjevic http://www.corriere.it/

dicembre 19, 2008

Da fabbriche operaie a fabbriche di cultura

Agli inizi del XX secolo la loro costruzione alterò la fisionomia di molte città e paesaggi, oggi, alla soglia del XXI secolo, sono considerati luoghi di valore storico, nei quali la memoria del lavoro deve essere preservata, mentre segni di grasso e fumo sono lasciati sulle pareti a testimonianza della loro passata funzione.Sono fabbriche, singole o a gruppi, costruite vicine a un agglomerato urbano con lo scopo di ospitare un gran numero di macchinari e di lavoratori. Abbandonati per la non idonea localizzazione o per una caratterizzazione non adeguata, quei manufatti sono, già a un cinquantennio di distanza, oggetto di valorizzazione e recupero. Pensati come grandi contenitori a servizio della cittadinanza, sono spesso riconvertiti in luoghi della cultura. Roma, Milano, Torino ospitano le prime e più grandi testimonianze di archeologia industriale.In queste grandi città hanno preso corpo associazioni per la tutela e valorizzazione delle aree industriali dismesse. Audis e Aipai, per citarne alcune; a livello internazionale, la T.I.C.C.I.H., Comitato Internazionale per la conservazione dell’Eredità industriale, fondata nel 1978 e che raccoglie rappresentanti di ben 30 paesi. Al di là delle vaste aree industriali delle città metropolitane, altri esempi di archeologia industriale sono da cercare in aree puntiformi.Territori e paesi minori che hanno vissuto una industrializzazione incisiva ed i quali paesaggi sono stati fortemente segnati dallo skyline di agglomerati industriali. La Sardegna ospita numerose miniere abbandonate, musei a cielo aperto come il borgo minerario di Montevecchio: una intera città costruita per ospitare operai e fabbriche oggi in via di restauro e recupero. Nel 2001 è stato istituito il Parco Geominerario Storico- Ambientale della Sardegna, che coinvolge 125 comuni, nei quali sono presenti siti minerari dismessi. Nel 1997 era stato il Parco Geominerario della Sardegna era già considerato “Patrimonio culturale dell’intera umanità “. In questo caso, parliamo di archeologia mineraria.Dal ‘600 fino ad oggi, la connotazione industriale ha rappresentato l’elemento fondamentale e ordinatore della “Forma urbis” di Isola del Liri, un paese oggi di dodicimila abitanti circa che ha visto in passato la sua rendita economica principale legata alla carta. Una città -fabbrica lambita da due fiumi che formano che formano cascate proprio all’interno del centro storico. Le residenze padronali ed operaie rappresentano un enorme patrimonio di archeologia industriale, oggi oggetto di riuso e ristrutturazione mediante progetti finanziati con i fondi strutturali dell’Unione Europea, per la riconversione globale dell’antica città -fabbrica in Città -Parco Fluviale e Tecnologico.Riuso, riconversione significa non solo salvare dall’abbandono luoghi prima deputati a dar lavoro a migliaia di persone e a mantenere viva l’economia di un territorio, ma anche attivare nuove forme di economia in territori che hanno subito processi di marginalizzazione. Una nuova identità , nel rispetto di una memoria storica di un territorio.

Angela Dellisanti www.tafter.it

dicembre 17, 2008

Un cupo e scempio eros

«La causale del delitto, cioè i torbidi moventi che hanno costituito per la banda euforica l’impulso primo verso una serie di azioni criminali, è una causale non esclusivamente ma prevalentemente «erotica» (nel senso lato che, come avrete avvertito, io conferisco al vocabolo) nel suo complesso: segna il prevalere di un cupo e scempio Eros sui motivi di Logos. A una disamina esterna, tutta la ventennale soperchieria è contraddistinta dai caratteri estremi della scempietà, della criminalità puerile, della mancanza di senso e di cultura storica: non diciamo del senso etico e religioso. Essa è una netta retrogressione da quel notevole punto di sviluppo a cui la umanità era giunta (in sullo spengersi dell' epoca positivistica) verso una fase involutiva, bugiarda, nata da imparaticci, da frasi fatte, dalla abitudine di passioni sceniche, da un ateismo sostanzale che vuole inorpellarsi di una «spiritualità» e «religiosità» meramente verbali. Ora questa caratteristica denuncia precisamente che il pragma della banda e del capintesta è un pragma bassamente erotico, un basso prurito ossia una lubido di possesso, di comando, di esibizione, di cibo, di femmine, di vestiti, di denaro, di terre, di comodità e ozi: non sublimata da nessun movente etico-politico, da umanità o da carità vera, da nessun senso artistico e umanistico e men che meno da una intervento di indagine critica. Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzuruloni, di senza-mestiere dotati soltanto d'u prurito e d'un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il corto-circuito della carriera attraverso la «politica»: intendendo essi per politica i loro diportamenti camornstici. […]
Ora questa bassa prurigine non fu virilità conscia de' suoi obblighi, ma improntitudine di violenti disposti a tutto per tirare a casa una sovvenzione e per esibirsi stivaluti e armati di coltello al corso: disposti a tutto e in primis a plaudire chi è «in alto» (cioè i ladroni prelati dalla fortuna e dalla scaltrezza) e a far la spia e lo sbirro «a'n collega mio». Cominciavano ad agitarsi nel guf, che era il seminario, la pepinière delle spie: facevano la spia ai docenti e ai compagni: fiduciari di gruppo, cioè ladruncoli e concussori e spie cantonali, a ventun anni: federalastri a venticinque, prefetti a ventotto. Tutta la nazione è stata posta in mano a codesta ragazzaglia: con il motivo del ritornello giovinezza, primavera di bellezza: come una claque di scalmanate mamillone che, naturalmente, all'intravedere non dirò qualità «maschie» ma ornamenti fallici e vescicule seminali in quei ventenni perdevano completamente le staffe: «Io sono fascista, io amo la mia patria…» dicevano con anima speranzosa fremente nell'attesa.
Ora tutto ciò è Eros, non Logos. Non nego alla femmina il diritto ch'ella «prediliga li giovini, come quelli che sono li più feroci» {Machiavelli, Il Principe) cioè i più aggressivi sessualmente; ciò è suo diritto e anzi dirò suo dovere. Non nego che la Patria chieda alle femmine di adempiere al loro dovere verso la Patria che è, soprattutto, quello di lasciarsi fottere. E con larghezza di vedute. Ma «li giovini» se li portino a letto e non pretendano acclamarli prefetti e ministri alla direzione d'un paese. [...]
Le femmine hanno preferente affetto a chi appare loro espedito nelle cose sua: diliberato a parole e risoluto agli atti: anche se la diliberazione l'è quella di chi andrà capofitto, e la risolutezza la si sarà resoluta alla peggio. Perché le due cose le fanno immagine d'un sesso mastio vigorosamente adempiente agli offici sua, che sono l'attacco, la rottura e la penetrazione. Perché la loro anima l'ha d'uopo appoggiarsi a chi la sustenga, e non gli pare essere sustentate se non dal vocione e dall'imperio e dalla assicurata grinta dell'uomo. Le femmine hanno in uggia i filòsafi, odiano ogni maniera disquisitrice degli ispelacciati intelletti e ogni forma di critica, la ragione per loro è sofisma, e il riserbo civile lo chiamano impotenza. Guai al Tentenna! [ ...]
Le più pazze, le più prese dalla imago, non bisognavano marito, ne ganzo, ne drudo. Checcé. Gli bastava la Idea, la Idea sola della Patria, e del kuce. Gli bastava immaginare il kuce nell'atto di salvar la Patria per sentirsi salvate e pregne anche loro in compagnia della Patria. Una di codeste pazze riuscì a fare un figlio: col ritratto del kuce. Ed ebbe il pupo, al nascere, le quadrate mascelle del Mascellone, tanto che lo ricovrarono al Cottolengo. Dove il mostriciattolo pisciò, cioccolattò, crebbe e proferì apoftegmi: in tutto simili a quelli del Padre.
A mole vedove o vedovate o comunque disertate dal Conforto il ritratto del kuce, dicevano «mi riempie la vita» (se non la pancia). «Quello è un uomo!» dicevano. «Che bel maschione!» esclamò un giorno, commossa, la padrona di casa di un vicino. L’aveva avvistato sul tavolo una cartolina con l’Ex-Bomba in pullover (un pullover a scacchi) e in knickerbockers, da parere un ciclista disceso dopo il traguardo. Non vi dico la pulloveresca e knickerbockersca eleganza del maschione.

Carlo Emilio Gadda,
Eros e Priapo

dicembre 16, 2008

Nuovi orizzonti a Oriente. Apre il MAO a Torino.

Nel clima di rinascita culturale che caratterizza ormai da alcuni anni il capoluogo piemontese, si colloca l’attesa apertura, il 5 dicembre 2008, di una nuova importante istituzione museale dalle ricche e preziose collezioni.
Il Museo d’Arte Orientale - con cui la città riconferma la sua centralità e l’antica tradizione nell’ambito degli studi e delle ricerche sulle culture orientali, nonché il suo impegno per il dialogo multietnico e l’integrazione – apre dopo un complesso iter. Un lungo percorso necessario alla definizione del corpus espositivo, all’elaborazione del progetto museologico, alla ristrutturazione e all’adeguamento della sede di Palazzo Mazzonis, pregevole edificio del centro storico, e alla progettazione di un percorso allestitivo capace di dare adeguato respiro alle affascinanti opere custodite, espressione di culture millenarie.Il risultato è un Museo di grande respiro - promosso dal Comune di Torino in collaborazione con la Regione Piemonte, realizzato dalla Fondazione Torino Musei grazie al contributo della Compagnia di San Paolo - che guarda all’Oriente nella sua pluralità di ambiti geografici e di tradizioni culturali e artistiche; un museo che grazie ad un patrimonio di 1500 opere provenienti da diversi paesi dell’Asia (dall’India al Giappone, dall’Afghanistan al Tibet) con alcuni pezzi di assoluta eccellenza, si può porre a fianco delle principali istituzioni europee dedicate a questo ambito artistico.Soprattutto, un Museo la cui missione culturale ha anche, inevitabilmente, un risvolto sociale importante, connesso alla dimensione multiculturale e dinamica delle città italiane e al processo di globalizzazione in atto. La valorizzazione della tradizione artistica di popoli e culture diversi da quelli occidentali è infatti un contributo importante al delicato processo di integrazione delle migliaia di persone provenienti dai paesi orientali che ora vivono in Italia e in Piemonte.La sede stessa del MAO, collocato nella parte più antica della città - il quadrilatero romano, cuore della Torino multietnica, crocevia di popoli e di lingue diverse e oggetto in questi anni di un ampio progetto di riqualificazione urbana – assume un valore simbolico, in linea con questi obiettivi.Ma il MAO – la cui direzione è stata affidata al professor Franco Ricca - è anche il punto d’arrivo di un percorso culturale e scientifico che ha una storia antica e radicata.
Avviata all’Orientalistica nel XVI secolo per volontà di re Carlo Emanuele I, Torino vanta innanzitutto un’Università che ha alle spalle una grande tradizione di studi sanscritistici annoverando, fra i suoi principali esponenti, studiosi insigni quali Gorresio, Vallauri, fino a Oscar Botto recentemente scomparso.
Vi è poi l’impegno della città nella ricerca archeologica, con gli scavi condotti negli anni ’50 nello Swat, in collaborazione con l’Ismeo, e proseguiti grazie alla creazione del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia, che ha svolto fruttuose campagne anche in Mesopotamia sotto la direzione di Tucci e Gullini. Torino ha del resto sempre avuto istituzioni sensibili all’incentivazione delle relazioni con il mondo orientale, come dimostrato dalla costituzione negli anni passati - da parte di Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino – del Cesmeo-Istituto Internazionale di Studi Asiatici Avanzati, la cui attività istituzionale è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo.
Di qui anche la preesistenza in città e in regione di significativi nuclei collezionistici, appartenenti a diverse istituzioni pubbliche e private, posti ora alla base delle raccolte del nuovo museo tramite trasferimenti, donazioni o comodati a lungo termine: un corpus significativo implementato in questi anni grazie a un’importante campagna di acquisti sostenuta dal Comune di Torino e dalla Fondazione Torino Musei - che ha permesso di assicurare alle collezioni del MAO carattere organico e strutturato - e grazie al contributo della Compagnia San Paolo, che ha provveduto all’acquisizione di opere di particolare pregio e spettacolarità, cedute in comodato al Museo d’Arte Orientale di Torino.Sono cinque gli ambiti geografici e le aree culturali - Asia Meridionale, Cina, Regione Himalayana, Paesi Islamici e Giappone - in cui sono state suddivise le raccolte, esposte in distinte “gallerie” ricavate negli ambienti di Palazzo Mazzonis.
La settecentesca residenza nobiliare, privata ormai di ogni arredo interno e sottoposta dopo la guerra a devastanti interventi di ricostruzione, è ora fortemente connotata, grazie al progetto allestitivo dell’architetto Andrea Bruno, da un suggestivo “cubo” vetrato a copertura del cortile interno, che accoglie il visitatore e lo indirizza al percorso museale: elemento di transizione tra il mondo occidentale appena lasciato alle spalle e quello orientale, in cui ci si immerge da questo momento in poi.

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La galleria dedicata all’Asia Meridionale, al piano terreno, ospita le collezioni del Gandhara, dell’India e del Sud est Asiatico.Accanto ai fregi del grande stupa di Butkara, frutto degli scavi condotti negli anni ’50 dalla sede piemontese dell’Ismeo, la sezione dedicata al Gandhara ospita una serie di statue in scisto, stucco e terracotta acquistate negli ultimi anni.Nelle sale destinate all’arte indiana sono collocati rilievi e sculture che vanno dal II secolo a.C. al XIV secolo d.C. e comprendono importanti esempi dell’arte Kushana - come la grande testa di Buddha, in arenaria rossa maculata (I – II sec. d. C), una delle più mature testimonianze della scuola di Mathura - dell’arte Gupta e del Medioevo Indiano: tra i pezzi più significativi, in quest’ultimo caso, citiamo una grande stele in arenaria del X – XI sec. d.C. proveniente dall’India centrale, rara immagine buddista dell’epoca raffigurante Tara (la più nota figura femminile del pantheon mahayanico, la salvatrice, ma anche la stella che illumina il cammino), e una scultura dalla ricca composizione e dall’elegante ornato, proveniente dall’India nord-orientale e riconducibile allo stile Pala-Sena, che presenta Shiva (Maheshvara) e la consorte Parvati (Uma).Del Sudest Asiatico il MAO offre esempi dell’arte thailandese, birmana e cambogiana, che riflettono l’introduzione di iconografie e stili di origine indiana, ma anche le elaborazioni originali seguite alla fine degli stati indianizzati. Sono presenti sculture Khmer in pietra provenienti dall’area di Angkor e, accanto a queste, opere birmane e thailandesi in legno e in bronzo, laccate e dorate, che vanno dal X al XVIII secolo. Monumentale – tra gli esempi che si possono ricordare - la scultura lignea di un Buddha coronato (XIII sec. d. C.) dai canoni stilistici della scuola di Pagan: alta oltre 180 cm, l’opera risulta intagliata in un unico tronco.La Galleria Cinese, al primo piano del corpo centrale, ospita oggetti d’arte della Cina antica dal 3.000 a.C. al 900 d.C. circa, con vasellame neolitico, bronzi rituali, lacche e terrecotte. Cultura e costumi dei periodi Han (206 a.C.-220 d.C.) e Tang (618-907) sono documentati da oltre duecento oggetti e statuette dell’arte funeraria, fra le quali compaiono le figure di cammellieri e mercanti che rivelano l’influenza esercitata dal mondo occidentale attraverso la Via della Seta. Interessanti nelle collezioni del Museo torinese qui esposte un vaso yunjiu zun sul tema della montagna popolata da immortali, un recipiente particolarmente raro per l’impugnatura del coperchio formata da un “uomo piuma”, il cui processo di metamorfosi da umano a uccello appare raramente così ben sottolineato; e ancora un bellissimo cavallo fittile della prima metà del VI secolo d.C, parte di un corredo funerario, riferibile alla dinastia Wei settentrionale, estremamente pregevole per eleganza e grazia.Ma tra gli oggetti più importanti della collezione cinese del MAO, non vanno dimenticati una preziosissima brocca con coperchio a testa di fenice in gres porcellanato, con invetriatura verde-gialla, riconducibile alla Dinastia Sui (inizio VII secolo d.C.) - un manufatto bellissimo, il cui coperchio e la cui ansa (configurata come un lungo drago) sono plasmati a mano, paragonabile fino ad oggi soltanto ad un altro esempio conosciuto e conservato al Museo del Palazzo Imperiale di Pechino – e la statuina fittile di uno straniero dal volto velato ( forse un cammelliere persiano o, secondo altri, un sacerdote zoroastriano intento ad officiare il rito del fuoco), pezzo assolutamente unico probabilmente modellato a mano, ove di solito le statuine funerarie Tang sono invece realizzate a stampo.
Al secondo piano – nella sezione dedicata alla Regione Himalayana - sono collocate importanti collezioni di quell’arte buddhista tibetana che efficacemente traduce in pitture e sculture le radicali innovazioni introdotte nel Buddhismo dal diffondersi dei tantra. Questa produzione, che naturalmente risente l’influenza della cultura e dell’arte indiane e cinesi, inevitabilmente manifesta un certo sincretismo, ma risulta tuttavia originalissima nelle straordinarie creazioni iconografiche che strettamente seguono ad ogni nuova visionaria interpretazione dottrinale emergente dalle pratiche tantriche. Si trovano fra tali opere sculture in legno e in metallo, strumenti rituali riccamente decorati e numerosi dipinti a tempera su tessuto (thang-ka) databili dal XII al XVIII secolo. Il museo dispone inoltre di due preziosi manoscritti del XV secolo e possiede una delle maggiori raccolte europee di copertine lignee dei volumi del Canone Buddhista Tibetano (bKa’-’gyur) intagliate e dipinte.Le distruzioni operate in Tibet nel corso della Rivoluzione Culturale cinese hanno disperso una parte notevole dello straordinario patrimonio artistico del paese che, giunta in Occidente, vi ha tuttavia creato vivaci motivi di studio e di interesse. Al MAO, fra altri suoi tesori, si trovano importanti frammenti in bronzo dorato provenienti dai 18 grandi stupa di gDan-sa-mthil, il più importante centro politico-religioso del Tibet alla metà del XV secolo.
Una ricca collezione di vasellame e piastrelle invetriate per la decorazione architettonica – a evocare i suggestivi scenari delle grandi costruzioni di Isfahan, Samarcanda e Istambul - è invece esposta nella galleria del terzo piano dedicata all’arte dei Paesi Islamici.L’arte islamica, il cui punto di partenza va individuato nell’incontro del mondo arabo con le progredite civiltà artistiche bizantina e sasanide, ha manifestato nella produzione ceramica una meravigliosa fertilità nello sviluppo di motivi decorativi: oltre all’ornato geometrico che esplora tutte le possibilità della simmetria piana e accanto all’arabesco che richiama elementi fitomorfi del mondo tardo-antico, si sviluppano nell’arte islamica un’elegante decorazione calligrafica e un repertorio figurativo che ricalca in particolare le tipologie sasanidi.Le collezioni del museo illustrano l’evoluzione della produzione ceramica dal IX al XVII secolo, sottolineando le interazioni stabilite con la porcellana cinese e l’influenza esercitata sulle maioliche e faenze italiane. Il MAO possiede inoltre pregevoli raccolte di bronzi, meravigliosi testi manoscritti arabi - fra i quali trovano posto in particolare pagine del Corano tracciate in eleganti caratteri cufici, su pergamene del X secolo - preziosi volumi miniati persiani del XVI secolo e un’importante collezione di velluti ottomani degli inizi del XVIII secolo.Infine il Giappone.Nelle due sale al primo e secondo piano della manica laterale sono offerti al visitatore significativi esempi della raffinata produzione artistica giapponese. Qui trovano posto importanti statue lignee di ispirazione buddhista (dal XII al XVII secolo) - come l’imponente Kongo Rikishi (h. 230) scolpito in legno di cipresso, raffigurante un dvarapala (guardiano del monastero), straordinario esempio di scultura del periodo Kamakura (XIII secolo) - ed eccezionali paraventi (degli inizi del XVII secolo) che descrivono templi ed edifici dell’antica Kyoto e illustrano eventi dell’epica giapponese. In particolare: due grandi paraventi di 382 x 152 cm l’uno, risalenti al periodo Edo (metà del XVII secolo) e attribuibili ad un artista della scuola Tosa, descrivono con colore, inchiostro e foglia oro, le battaglie di Ichinotani e Yashima con una cura straordinaria dei particolari; mentre un’altra coppia di paraventi è dedicata alle figure del Drago e della Tigre, evocatori della primavera e dell’autunno (il drago designa l’Est, abita i cieli e simboleggia la pioggia fecondatrice; la tigre designa l’Ovest e simboleggia la terra nutrice), riconducibili alla scuola di Kishi Ganku e almeno in parte al maestro stesso. Sono inoltre esposti ventagli dipinti e xilografie policrome in gran parte assegnabili al XVIII secolo, insieme con una ricca collezione di oggetti laccati di raffinata fattura ed a tre splendide armature di samurai dello stesso periodo.


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Un corpus espositivo dunque quello del MAO di assoluto rilievo, di cui si sta ultimando la schedatura e la catalogazione informatica.
Un viaggio affascinante in molti e diversi Orienti, sottolineato opportunamente anche dalle scelte allestitive, che hanno voluto assicurare - pur nell’armonia generale – una forte identità e una caratterizzazione specifica a ciascuna “galleria” e, dunque, ai differenti ambiti culturali presentati: un viaggio in cui il visitatore è chiamato all’esplorazione di cinque mondi artistici e culturali, i cui rimandi, connessioni, relazioni e interscambi si potranno cogliere grazie al supporto di un articolato apparato didascalico e a postazioni multimediali interattive collocate lungo il percorso che consentiranno diversi approfondimenti interdisciplinari.


Fonte: Ufficio stampa Villaggio Globale International - Fondazione Torino Musei





MAO – Museo d’arte Orientale
Via San Domenico 9-11 10122 Torino
tel. 0114436927
Orari: da martedì a domenica: ore 10-18
Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un'ora prima.
Biglietto unico valido tutto il giorno per le collezioni permanenti e per le mostre temporanee: intero euro 7,50 ridotto euro 6,00
http://www.maotorino.it/

dicembre 15, 2008

Sviluppare un sentimento sociale


Il "paradosso della solidarietà" per il quale, generalmente, più è lontano l'oggetto del aiuto solidale e più ardente appare l'intento di aiutare. Di contro, più l'oggetto da aiutare si avvicina e più emergono le difficoltà, le ritrosie, i pregiudizi e l'egoismo. Più ci avviciniamo alla realtà dei fatti e più si svela l'enorme complessità dei meccanismi che creano e perpetuano la sofferenza degli uomini e gli enormi squilibri nello sfruttamento delle risorse del nostro pianeta. Ad un'attenta analisi molta pseudo-solidarietà si rivela essere una specie di acting-out individuale o condiviso. Dunque l'azione solidale non può dirsi supportata automaticamente da un etica solidale e sostenibile a livello globale. L' etica dovrà essere cercata, studiata e concordata fra quelli che abbiamo definito gli agenti dei diritti dell'uomo dal singolo individuo alle istituzioni.Se guardiamo alla squilibrata distribuzione delle ricchezze nel pianeta dobbiamo riconoscere che esiste un'etica dominante nel cosiddetto Mondo Occidentale. Qui Occidente sta ad indicare un tipo di mentalità piuttosto che una definizione geografica.

Nel 1929 Rabhindranath Tagore celebre poeta e premio Nobel per la Letteratura nel 1913 scriveva:"Oggi il denaro è fonte di ogni potere, ed è apprezzato più di qualsiasi altra cosa. Persino la politica estera di uno Stato non si basa più sull'ingrandimento territoriale, ma si indirizza piuttosto verso l'espansione commerciale, che è il mezzo di aumentare la ricchezza. Nell'epoca in cui la civiltà non si articolava tanto variamente, il dotto e il saggio, l'eroe e il filantropo erano molto più rispettati del ricco. Onorandoli, si onorava l'umanità stessa, e la gente trattava con disprezzo coloro che si limitavano a far denaro. Oggi la civiltà non è altro che un parassita della ricchezza. [...]

Nel mondo occidentale vi è un continuo attrito tra coloro che guadagnano molto denaro e coloro che rappresentano il mezzo per guadagnarlo, e non si vede il modo di eliminare questo conflitto. Poiché l'avidità della classe lavoratrice è uguale a quella della classe capitalistica. [...] Quando nella vita sociale l'avidità e l'adorazione della potenza diventano irrefrenabili, l'uomo non può più dedicarsi a sviluppare la propria umanità. Egli brama il potere, non il pieno sviluppo dell'io. [...]

"Possiamo qui leggere un esempio dell'etica ancora dominante nel nostro mondo che "brama il potere non il pieno sviluppo dell'io".

Ora potrebbe esistere una commistione fra questa etica dominante ed l'ideologia individualistica che permea l'intera storia della cultura occidentale. Lo stesso progresso economico, nato durante la rivoluzione Industriale con l'utilizzo della tecnologia e l'invenzione della moderna economia capitalistica ha utilizzato un modello ideologico implicitamente individualistico. L'ideologia dominante, se possiamo chiamarla semplicisticamente così, si fonda su un concetto di libertà e di felicità che è stato totalmente alterato da concezioni materialistiche piuttosto che valoriali.Il filosofo P.R.Sarkar sostiene che il movimento umano è ispirato principalmente da due idee:

il Principio del Piacere Egoistico ed il principio dell' Eguaglianza SocialeIl piacere egoistico si basa sul dogma non ha alcuna giustificazione morale ed è scevro da ogni moralità

"Qualunque cosa facciano gli esseri umani motivati dal Piacere Egoistico è per cercare piacere. Gli esseri umani si arrendono a questo dogma con la sola intenzione di raggiungere il piacere egoistico; perfino persone colte si sottomettono consapevolmente al dogma. Essi sanno che stanno abbandonando il loro intelletto al dogma, e che il risultato sarà indesiderabile; essi sanno e comprendono tutto ciò — e allora perché si sottomettono consapevolmente ad esso? Sono tutti peccatori volontari e accettano intenzionalmente i dogmi come verità. Si rendono conto che questi dogmi sono basati sul Principio del Piacere Egoistico ma pensano: "Non mi importa se è buono o cattivo, se fa del bene o del male agli altri, perché almeno ho goduto del piacere". Essendo motivati da questa idea rendono schiavi sé stessi dei dogmi.

Nel mondo civilizzato perfino persone colte seguono deliberatamente i dogmi, perché hanno un desiderio, nei recessi delle loro menti, di godere del piacere mondano in questo mondo fisico. Perfino in questo mondo civilizzato, dove è stato fatto cosi tanto progresso nel campo della conoscenza, le persone seguono ancora questi dogmi come se fossero ciechi. Le trappole di questi dogmi devono essere fatte a pezzi. I cancelli di ferro delle prigioni del dogma devono essere ridotti in polvere."

( Sarkar 1988 pag.39-40)

Il secondo principio dell'Eguaglianza Sociale è un principio razionale dominato dalla consapevolezza di realizzare la propria felicità, ma che riconosce la stessa aspirazione alla felicità agli altri esseri umani. Per questo sentimento la felicità è una metà contemporaneamente individuale e collettiva" non saremo capaci di muoverci in avanti se ci compromettiamo con tutte le disparità e le ineguaglianze della vita collettiva. Dovremmo sradicare tutte queste ineguaglianze mentre al tempo stesso ci muoviamo verso la nostra meta...

(ibidem )

Esiste nella nostra cultura un'associazione di "Rivoluzionaria Memoria" fra il concetto di uguaglianza e quello di Libertà che nella realtà è alquanto problematico. E' stata confusa la libertà del volere con la legittimità del potere. Inoltre è stato confusa la materialità con la immaterialità, per cui un desiderio immateriale o spirituale non potrà mai essere placato da risorse materiali che sono, in quanto tali, limitate. Concezioni diverse di libertà non sono affatto intercambiabili. E' dunque necessario capire ,quando si parla di libertà, a quale libertà ci si sta riferendo.

dicembre 12, 2008

Libri della memoria.

I protocolli di Auschwitz. Aprile 1944: il primo documento della Shoah
È l'aprile del 1944. Due ebrei slovacchi, Rudolf Vrba e Alfred Wetzler, riescono a fuggire dal lager di Auschwitz-Birkenau e dettano ai capi della comunità ebraica un rapporto dettagliato e preciso sullo sterminio e sul folle progetto della "soluzione finale", nella speranza di arrestare i terribili piani di Adolf Eichmann. La storia seguì un corso diverso e i treni carichi di deportati continuarono a viaggiare, portando centinaia di migliaia di persone verso le camere a gas, con uno strascico di accuse infamanti. Nella loro drammatica semplicità, "I protocolli di Auschwitz" costituiscono la prima testimonianza concreta dell'esistenza dei lager circolata fuori dal Reich. Nel saggio introduttivo lo storico Alberto Melloni ripercorre il cammino dei due fuggiaschi e le infinite vicissitudini di questo documento unico ed eccezionale, che ha attraversato la storia della Shoah fino ai giorni nostri.

Gli armeni. 1915-1916: il genocidio dimenticato
Stanziati fin dal VII secolo a.C, in una regione fra il Caucaso e la Mesopotamia, gli armeni subirono la dominazione prima araba e poi ottomana; erano considerati dai turchi responsabili di gravi colpe: professavano la religione cristiana, parlavano una lingua diversa e perpetravano le tradizioni di una propria cultura millenaria. Ma soprattutto impedivano con la loro presenza il ricongiungimento di Istanbul con i popoli turcofoni dell'Asia centrale. Fu così che tra la primavera del 1915 e l'autunno del 1916, per volontà del movimento ultranazionalista dei Giovani Turchi, quasi un milione e mezzo di cittadini armeni dell'Impero ottomano fu sterminato. Si trattò a tutti gli effetti del primo genocidio del Ventesimo secolo e prefigurò sinistramente gli altri a venire. Parlarne, però, è stato per decenni, se non proibito, considerato inopportuno, e l'ostinato negazionismo storico dei regimi turchi è stato affiancato dai contorsionismi dei governi europei volti a dissimulare l'accaduto. In questo libro Yves Ternon ricostruisce con passione civile la vicenda di un popolo perseguitato e racconta la pagina più tragica della sua storia, stimolando la riflessione su un tema di estrema attualità: la sopravvivenza delle etnie e delle culture di fronte a un nazionalismo segnato dall'intolleranza razziale e religiosa.

«Uccideteli tutti». Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana
Pochi sanno che il progetto hitleriano della soluzione finale si spinse fino in Nord Africa, tra le più antiche comunità della diaspora. Questa è la storia mai raccontata di cosa realmente accadde tra le mura di un piccolo forte che si ergeva a un centinaio di chilometri a sud di Tripoli. Degli ebrei libici che avevano creduto nell'Italia e nel Duce in camicia nera e che furono vittime delle leggi razziali. È la storia dei crimini commessi dai militari italiani e di un ordine finale terribile che solo il caso lasciò incompiuto. Un dossier storico su una pagina misconosciuta dell'Olocausto scritto dopo un'ampia ricerca d'archivio, e viaggi in Libia e in Israele per visitare i luoghi di prigionia e per ascoltare la voce di testimoni e superstiti.

I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia
Il mito della presunta "diversità" del nostro colonialismo, della sua umanità e tolleranza, ha a lungo consentito di rimuovere i sensi di colpa e oscurato la necessità di un'indagine rigorosa. La guerra chimica scatenata dal fascismo in Etiopia rimane uno dei capitoli più oscuri e controversi del nostro recente passato; questo volume, nel fornire una ricostruzione rigorosamente scientifica, intende costituire anche una sorta di deterrente contro le facili riabilitazioni del regime mussoliniano. Ai saggi di Del Boca si accompagnano scritti di Rochat, Pedriali e Gentili, che documentano le strategie dei comandi italiani riguardo all'uso di armi chimiche, e il testo dei telegrammi inviati da Mussolini a Badoglio e Graziani, dai quali emerge il quadro di una campagna militare progettata come una vera e propria guerra di sterminio. Questa nuova edizione è arricchita da una prefazione di Nicola Labanca.

Note su Hiroshima
Diciotto anni dopo il bombardamento del 6 agosto 1945, Oe si reca per la prima volta a Hiroshima. Rimane sconvolto dall'incontro con i sopravvissuti, "coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall'umanità". Oe analizza le implicazioni morali e politiche del bombardamento; ci consegna il ritratto di una città devastata, innalza un monumento alla memoria e lancia un severo appello alle nostre coscienze per non dimenticare le terribili conseguenze dell'arma militare più estrema.

Storia della guerra in Vietnam. La tragedia in Asia e la fine del sogno americano
Questo libro intende fornire un quadro completo e accessibile delle origini, sviluppi, esiti e conseguenze del più lungo conflitto militare del XX secolo. Rispetto alla letteratura sull'argomento incentrata sugli aspetti militari e strategici del fenomeno, l'autore ricostruisce le cause remote e lo sfondo generale del conflitto (lo scenario della colonizzazione e decolonizzazione dell'intera Indocina sotto il dominio francese, lo scacchiere politico del Sud-est asiatico a fronte del consolidamento dei regimi comunisti, le conseguenze per gli Stati Uniti della guerra di Corea e della guerra fredda, i problemi e i conflitti interni al paese, le contraddizioni economico-sociali) inserendo in tale quadro complesso le principali fasi politico-militari dell'escalation della guerra nella regione. Frey dà inoltre grande rilievo alle vicende interne degli Usa legate alla guerra e ai loro effetti sul lungo periodo: il movimento pacifista e le lotte studentesche, lo sviluppo della controcultura, la loro influenza sulla pubblica opinione, i diversi orientamenti nello stato maggiore americano e le conseguenze di tutto ciò sullo svolgimento della guerra e i suoi esiti

'68. L'anno che ritorna
Roma, 1° marzo 1968: a Valle Giulia la polizia carica gli studenti che occupano la facoltà di Architettura. È questa l'icona del '68 italiano: una nuova soggettività, un sentimento di rivalsa, di giustizia sociale e solidarietà che ha accomunato donne e uomini, dall'Europa all'America. A quarant'anni da quegli avvenimenti, Franco Piperno fa un bilancio politico, culturale e sociale di una stagione vissuta da protagonista assoluto prima all'interno del movimento studentesco, poi come leader fondatore di Potere Operaio, insieme a Toni Negri e Oreste Scalzone. La sua è una testimonianza ricca di aneddoti e di spunti di riflessione sul carattere globale di una stagione straordinaria che ha cambiato completamente il tessuto sociale dell'Italia e di cui ancora oggi osserviamo gli effetti. In queste pagine ritroviamo la genesi dei comitati studenteschi che hanno dato vita al movimento, i testi di Marx e le suggestioni della Scuola di Francoforte, le ballate di Fabrizio De Andre e Bob Dylan, le parole di don Milani e quelle altrettanto sofferte di Celine, l'eco dei dibattiti e degli scontri di piazza. Ma soprattutto quel sogno infranto di giovinezza e rivoluzione di chi, come l'autore, si è schierato, "fin dall'inizio, dalla parte del torto, non tanto per scelta quanto per sorte, dal momento che dalla parte della ragione i posti, allora, erano tutti esauriti".
Tornata dall'inferno. La vicenda sconvolgente di una donna sopravvissuta all'orrore dei Khmer rossi
Aprile 1975, i Khmer rossi si impadroniscono della Cambogia. Una donna, sua madre e i suoi due figli, uno in braccio, l'altra in grembo, partono alla volta della Thailandia. La loro fuga viene ben presto interrotta dai soldati di Pol Pot. Comincia allora un lungo "inferno": campi di lavoro nelle risaie, esecuzioni sommarie, indottrinamento dei bambini, malnutrizione, caccia ai borghesi e agli intellettuali. In un racconto toccante e intenso, l'autrice racconta la sua ostinata lotta per la sopravvivenza. Che cosa puà fare una giovane donna contro la follia genocida dei militanti khmer che hanno deciso di eliminare i nemici del popolo? La cultura cambogiana, fondata su una pratica popolare del buddismo, insegna la Via di mezzo: l'impassibilità, il distacco dalle sofferenze. Ma nell'orrore in cui sprofonda la protagonista, tale distacco diviene sempre più assurdo e impraticabile. Per sopravvivere lei non può più tacere il suo odio, la sua ribellione, e sceglie allora di rivolgersi al Dio degli occidentali. Contro di lui dapprima scaglia tutto il suo rancore; poi lo interpella come testimone delle sue sofferenze e di quelle del suo popolo; infine lo scopre inaspettatamente nella figura - sconcertante per un buddista - di Gesù. Un percorso, questo, lento, graduale e interessante, poiché pone in dialogo filosofia buddista e Vangelo, in modo critico, mai sterile, capace anzi di suscitare una profonda riflessione.Un documento eccezionale sia del modo in cui una donna ha vissuto uno dei più grandi drammi del ventesimo secolo, sia del suo straordinario cammino verso la scoperta della follia d'amore del Nazareno.
Il piombo e il silenzio. Le vittime del terrorismo in Italia (1967-2003)
"Uccisi due volte. Dal piombo, prima. Dal silenzio, poi. Sono le vittime del terrorismo rosso e nero. 170 morti. Caduti di una guerra dichiarata da una sola parte. Rischiano di venir ammazzati una terza volta. Dall'arroganza degli assassini e dall'oblio dei giusti." Così inizia il libro di Agasso e Agasso jr. , con una potente e durissima requisitoria che precede la presentazione, in ordine cronologico, di tutte le vittime delle stragi e degli attentati per terrorismo in Italia dal 1967 al 2003, anno in cui viene registrata l'ultima uccisione. Anno per anno, le brevi storie dei caduti, scorrono formando un elenco impressionante, fedelmente ricomposto per non dimenticare, nell'anno del 30° anniversario dell'omicidio di Aldo Moro, quando tutti faranno finta di ricordare e celebrare, per poi lasciare i familiari di nuovo da soli.

L' attentato
"È successa una cosa terribile: hanno sparato a tuo papà. Gli hanno sparato alla testa." È il 16 novembre del 1977, Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa, è stato ferito dalle Br. Morirà due settimane dopo. "Servo dello Stato" lo avevano bollato i suoi assassini; per lui era un titolo d'onore. Da quel tragico evento, che ha segnato la vita di Andrea, ex militante di Lotta continua, prende le mosse questo libro scarno e essenziale; essenziale come può essere il dolore di un figlio che ha perso il proprio padre, ucciso perché persona libera e coraggiosa. Casalegno, che aveva fatto la Resistenza nel Partito d'Azione, scriveva parole durissime contro i terroristi e in difesa della legge. La ricostruzione di Andrea ci riporta a quell'anno "horribilis" (più di duemila attentati terroristici) e ancora prima, al '68, all'occupazione delle università, poi alla militanza politica in Lotta continua. Il terrorismo, lo scontro sul caso Moro, la vicenda Calabresi rimangono ferite tuttora insanabili. Il libro alterna al racconto pubblico quello privato e famigliare, regalandoci sprazzi di storia di un'Italia che non c'è più, borghese, laica e liberale, restituita attraverso episodi e personaggi che rivelano un'umanità lontana. Recuperare le parole di allora aiuta a capire quali parole possiamo usare adesso, per evitare altri lutti e altri errori.

La morte fra la piazza e la stazione. Storia e cultura politica del terrorismo in Italia degli anni '70
Fra il 12 Dicembre 1969 e il 2 Agosto 1980, vale a dire fra la strage di Piazza Fontana e la strage di Bologna, l’Italia ha visto srotolarsi tutti gli anni Settanta attraverso una macabra sequela di fatti di sangue, violenze gratuite, oscure repressioni e tacite alleanze.A quarant’anni dalla genesi degli Anni di Piombo, alcuna comprovata spiegazione e cronistoria è ancora possibile: La Notte della Repubblica, come Zavoli ebbe a definire tale periodo, continua ad avvolgere la nostra capacità di fare luce, e quindi di comprendere.Ad ogni modo, innumerevoli sono le tracce ed i riflessi che le nere e crudeli storie che qui si vengono a raccontare, ancora emanano; ed è lavorando su queste - e su un clinico scavo delle fonti storiche, archivistiche, giudiziarie e giornalistiche - che “La morte fra la Piazza e la Stazione - storia e cultura politica del terrorismo -” giunge a proporci una visione coerente e stimolante del dipanarsi di estremismi, falliti golpe ed azioni armate.Si tratta non solo di storiografia del terrorismo, ma di analisi delle culture politiche sottostanti gli opposti terrorismi, di monitoraggio della stampa dell’epoca, di interviste a coloro che più di altri hanno potuto valutare il fenomeno, il tutto senza tralasciare il quadro internazionale, all’interno del quale l’Italia si trovava ad operare

Breve storia della mafia e dell'antimafia
Una sintesi di un'attività di ricerca volta a dare un'immagine adeguata del fenomeno mafioso e delle lotte contro di esso, al di là degli stereotipi correnti. Se la mafia ha intrecciato nel suo percorso storico continuità e innovazione, rigidità formali ed elasticità di fatto, l'antimafia ha visto le grandi mobilitazioni del movimento contadino, dai Fasci siciliani della fine del XLX secolo agli anni '50 del XX secolo, e negli ultimi decenni l'impegno della società civile, generoso ma ancora oggi alla ricerca di un progetto complessivo. Oltre alla mafia siciliana vengono analizzate altre forme di crimine organizzato, nazionali e internazionali, che condividono la complessità del modello siciliano e si danno informazioni sulle iniziative contro di esse.

Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino
Sono passati quindici anni dalla terribile estate che, con i due attentati di Punta Raisi e di via d'Amelio, segnò forse il momento più drammatico della lotta contro la mafia in Sicilia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino restano due simboli, non solo dell'antimafia, ma anche di uno Stato italiano che, grazie a loro, seppe ritrovare una serietà e un'onestà senza compromessi. Ma per Giuseppe Ayala, che di entrambi fu grande amico, oltre che collega, i due magistrati siciliani sono anche il ricordo commosso di dieci anni di vita professionale e privata, e un rabbioso e mai sopito rimpianto. Ayala rappresentò in aula la pubblica accusa nel primo maxi-processo, sostenendo le tesi di Falcone e del pool antimafia di fronte ai boss e ai loro avvocati, interrogando i primi pentiti (tra cui Tommaso Buscetta), ottenendo una strepitosa serie di condanne che fecero epoca. E fu vicino ai due magistrati in prima linea quando, dopo questi primi, grandi successi, la reazione degli ambienti politico-mediatici vicini a Cosa Nostra, la diffidenza del Csm e l'indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, isolarli. Per la prima volta, Ayala racconta la sua verità, non solo su Falcone e Borsellino, che in queste pagine ci vengono restituiti alla loro appassionata e ironica umanità, ma anche su quegli anni, sulle vittorie e i fallimenti della lotta alla mafia, sui ritardi e le complicità dello Stato, sulle colpe e i silenzi di una Sicilia che, forse, non è molto cambiata da allora.
La questione Basca. Dalle origini allo scioglimento di Batasuna
Sul nazionalismo e la questione basca si è finora generalmente scritto a favore o contro. Questo libro, invece, non difende i baschi dai soprusi, veri o presunti, di spagnoli e francesi, in nome di una nazione oppressa e senza Stato. E neppure sostiene le ragioni, fittizie o fondate, della Spagna e della Francia contro le rivendicazioni del nazionalismo basco. Concepito come un lavoro di ricostruzione storica e di sintesi delle principali interpretazioni storiografiche, questo saggio è stato scritto non per aiutare chi lo legge a schierarsi e a prendere posizione, ma per spiegare quanto si è capito. Ed, eventualmente, per aiutare a capire.
La storia segreta dell'IRA
Il libro, scritto dal giornalista irlandese Ed Moloney, svela la drammatica vicenda delle trame e delle mortali rivalità tra i membri di uno dei più oscuri gruppi terroristici d'Europa. Al centro della storia, un uomo solo: Gerry Adams. Moloney porta alla luce nuovi sconvolgenti materiali e testimonianze sulla sua carriera di giovane leader dell'IRA a Belfast e sull'incessante scalata al potere, ponendosi e ponendoci una forte e inquietante domanda: come può un uomo che ha comandato e condonato spaventose atrocità essere anche la forza trainante del cessate il fuoco e del processo di pace?

Dittatura, imperialismo e caos. L'Iraq dal 1989
Per la prima volta in lingua italiana, la ricostruzione degli ultimi, terribili venti anni di storia dell'Iraq scritta da uno dei massimi studiosi mondiali della regione, iracheno di nascita e docente alla York University di Toronto. Con un taglio narrativo e quasi giornalistico, Abdullah ricostruisce le premesse che portarono all'instaurazione del regime di Saddam Hussein, per poi seguirne la progressiva crisi fino ai più recenti, traumatici eventi. Ma accanto alla storia politica, l'autore descrive la progressiva distruzione di quello che negli anni precedenti la dittatura era considerato il più colto e dinamico tra i paesi emergenti, e che tre terribili guerre (a partire da quella con l'Iran), la sistematica demolizione di tutti i centri vitali dell'economia e della convivenza civile, scelte politiche dissennate e una prolungata esposizione a rigidissime sanzioni internazionali hanno portato all'attuale, profondissima crisi. Alla base di queste vicende si stagliano alcuni dei temi fondamentali del presente, come la minaccia del fondamentalismo religioso, il controllo dei giacimenti petroliferi mediorientali e le recenti dottrine politiche statunitensi.
Musulmani buoni e cattivi. La guerra fredda e le origini del terrorismo.
"Ogni musulmano deve dare prova di essere "buono". Tutti i musulmani sembrano ormai soggetti all'obbligo di provare le loro credenziali, arruolandosi nella guerra contro i musulmani "cattivi", i terroristi. Ma non esistono "buoni" musulmani separati dai "cattivi", cosa che renderebbe possibile accogliere i primi ed escludere i secondi, proprio come non esistono "buoni" cristiani o ebrei, separati da quelli "cattivi". Supporre che esistano tali categorie maschera un rifiuto di confrontarci con un'analisi politica dei nostri tempi." "Questa inchiesta, provocatoria e allarmante, solleva serie e difficili domande. È un prezioso contributo alla comprensione di uno dei più importanti sviluppi dell'era contemporanea." (Noam Chomsky)
Lo sguardo oltre le mille colline. Testimonianze dal genocidio in Rwanda
Il 6 aprile 1994 l'aereo su cui viaggia il generale Juvénal Habyarimana, presidente del Rwanda, viene abbattuto mentre si prepara all'atterraggio sull'aeroporto di Kigali. Il presidente muore e "il cielo ci cade addosso", racconta Amata: Habyarimana è infatti di rientro da Dar-es-Salaam, dove è sancita l'applicazione del trattato di Arusha che sembra dare concretezza alla possibilità di una compartecipazione della minoranza tutsi al governo hutu del Paese. Viceversa, quella notte, con l'aereo del presidente precipitano le speranze di possibile convivenza tra la popolazione rwandese. Dopo poche ore infatti si avvia la macchina di sterminio sistematico che dal 7 aprile al 19 luglio ha portato all'uccisione di circa un milione di rwandesi.
Colombia, il paese dell’eccesso. Droga e privatizzazione della guerra civile
Una delle necessità del neoliberismo è di trovare metodi efficaci di contenimento dell’antagonismo che inevitabilmente genera. Uno di questi metodi è il cosiddetto "sistema del passero", sperimentato con sanguinoso ma straordinario successo in Colombia e suggellato con la recente elezione a presidente di Alvaro Uribe Vélez.I primi paramilitari degli anni quaranta, epoca d’inizio dell’inesauribile guerra civile colombiana, venivano infatti chiamati pajaros per la loro capacità di agire e scomparire rapidamente, senza lasciare traccia. Da allora, nel ricco e bellissimo paese latinoamericano, si sono accumulate centinaia di migliaia di cadaveri di politici, sindacalisti e, soprattutto, povera gente massacrati con sistematicità, mai casualmente, e nell’impunità più scandalosa. "Il sistema del passero" rivela l’agghiacciante evoluzione del paramilitarismo, dalle sue origini nella teoria statunitense delle "guerre a bassa intensità" fino all’abbraccio con i signori della droga e con l’oligarchia nazionale e, buon ultimo, con i guerrieri della "Enduring freedom" che, come ricorda Bush dopo l’11 settembre, deve essere "necessariamente sporca".Ma il libro pone in risalto anche come la tendenza alla "privatizzazione dell’uso della forza" vada ben al di là della Colombia e sia evidente in tutti i moderni conflitti di ogni tipo: dall’utilizzo delle bande clandestine parastatali, fino all’uso, ormai consueto in continenti come quello africano, delle Military Private Company.

dicembre 11, 2008

Guzzanti: «La mia satira? Con l'avvocato»


Ormai gli spettacoli li scrive assieme all'avvocato. Non ne fa mistero Sabina Guzzanti e infatti il nuovo show con cui è in tour, dal 16 dicembre a Milano, lo dichiara già nel titolo: «Vilipendio». Conferma la protagonista: «È riferito al mio rinvio a giudizio quando, dopo il discorso a piazza Navona, sono stata indagata dalla procura di Roma per offese al Papa. Poi però — aggiunge con punta ironica — mi hanno "perdonato", come dicono loro. Per il reato che mi veniva contestato non si poteva procedere senza l'autorizzazione del Guardasigilli, così il ministro Alfano ha archiviato il "caso". In realtà, si tratta di un reato previsto dai Patti Lateranensi firmati da Mussolini e non dall'integrazione successiva di Craxi».
Tant'è, ma ha imparato a essere più prudente? «Le querele sono un mezzo di intimidazione, non si possono evitare e finora, in tribunale, ho sempre vinto, sia con Previti sia con Mediaset. Poi è venuto fuori il "caso" col Vaticano e quello con il ministro Carfagna. Di sicuro, ho imparato a prendere meglio la mira». In che senso? «Faccio leggere i testi prima all'avvocato, per trovare il modo migliore di dire ciò che voglio dire, con parole inattaccabili sotto il profilo legale. A volte l'avvocato prova a essere più restrittivo... ma con poco successo».
«Vilipendio» vuole essere uno sguardo satirico sull'Italia di oggi. Gli spettatori vengono accolti da un Berlusconi sdraiato sul letto dorato e con la corona d'alloro in testa: «Le signore spettatrici — avverte Sabina — sono però invitate ad andare da lui...». Accompagnata da due musicisti, l'attrice dà vita a una carrellata di personaggi noti e meno noti: dalla Finocchiaro a D'Alema, dall'Annunziata a Di Pietro. «Più che uno spettacolo è un programma — precisa — Cosa possiamo ancora dire in questo Paese? Cosa si può tollerare? A cosa ci siamo abituati? Mi pare evidente che stiamo prendendo una deriva autoritaria e l'idea è quella di far capire al pubblico i meccanismi con cui il dissenso viene schiacciato: in politica, nei media».
È per questo che la satira in tv non è più in buona salute, vedi lo show della Cortellesi...? «Questo della satira che non funzionerebbe più in tv è un dibattito inventato. I media definiscono satira certi programmi che satira non sono. Quello della Cortellesi non l'ho visto, ma so che c'erano degli sketch leggeri, generici... Non è in base a trasmissioni così che si può affermare che la satira politica non funziona. Crozza è più politico e va bene. Si può dire, semmai, che esistono prodotti più o meno riusciti. Ma la realtà è un'altra». Quale? «È che né io né Luttazzi né Grillo, anche se la gente vorrebbe vederci in tv, possiamo accedervi: a me è stato chiuso un programma ingiustamente e da allora non ho potuto più apparire sul piccolo schermo. E allora ecco che si prende come esempio negativo qualche programmino, ripeto, di altro genere, per sostenere che la satira non funziona. È un modo per impedire che si facciano certe trasmissioni, è censura: ti dicono non funziona e non si deve fare. C'era più libertà negli Anni '90...».
Si sente più libera sul palco? «Certamente, il teatro si fa in forma privata e nessuno ti può impedire di farlo». Non compare più in tv, anche se stasera dovrebbe affacciarsi da Santoro ad «Annozero», ma al rapporto diretto col pubblico Sabina non rinuncia. «Avere il pubblico dal vivo, che partecipa, fa il suo porco effetto!». In quale città si trova più a suo agio? «Non una, tante». Ma è vero che a Senigallia è stata contestata dagli studenti dell'Onda? «No. E non vorrei che questo episodio venisse strumentalizzato: non sono stata contestata dalla "piazza", le cose sono andate in altro modo. Poco prima dell'inizio dello spettacolo, i ragazzi di un centro sociale ci hanno chiesto se potevano leggere un loro comunicato sul palco. Per problemi organizzativi e non politici la produzione ha risposto che sarebbe stato meglio leggerlo alla fine. Loro temevano di avere meno visibilità, ma io comunque sarei rimasta sul palco. Hanno sfondato la sorveglianza e hanno letto il loro documento, tra qualche buuh! che veniva dal pubblico. Tutto qui. La verità è che io accolgo sempre i giovani, li faccio parlare, davanti ai miei teatri raccolgono le firme per le loro iniziative. Non chiedo la beatificazione, ma credo di essere una che dedica molto tempo all'impegno civile».

di Emilia Costantini

dicembre 09, 2008

Il parco dove la natura diventa arte.


A Torino ha inagurato il PAV, il Parco Arte Vivente progettato dall'artista Piero Gilardi. Un percorso che fonde tecnologia, natura e installazioni artistiche per spingere il visitatore a riappropriarsi del paesaggio.

Nel suo lavoro Piero Gilardi, maturo artista torinese di 66 anni, ha sempre privilegiato il rapporto tra arte e natura. Lo ha fatto in maniera sghemba, non cioè utilizzando nelle sue installazioni elementi naturali ma invece imitando la natura, per esempio attraverso l'uso della plastica. E' un modo per denunciare la condizione post naturale che viviamo. Non stupisce, quindi, che la sua ultima creatura - il PAV Parco Arte Vivente, appena aperto a Torino - ricorra al meglio della tecnologia: virtuosismi dell'immagine, attraenti simulazioni e altre finzioni sono utilizzati per creare un percorso che familiarizzi il pubblico con le tematiche ambientali. L'obiettivo è quello di trasformare un parco d'arte contemporanea che sorge in pieno tessuto urbano in un museo interattivo nella natura; un luogo dove artisti, architetti, critici d'arte propongono nuove forme di partecipazione creativa. L'idea di fondo sta nel continuo slittamento tra arte e vita, nell'idea che il paesaggio possa essere un fertile terreno per l'espressione dell'arte e dell'architettura. A questo si aggiunge la scommessa di avvicinare la tecnologia, che in parte appare ancora incomprensibile, e l'arte, che spesso appare distante, al nostro ambiente inteso non solo in senso fisico ma anche mentale. Niente di complicato in fondo, perché il tutto è giocato attraverso piccole seduzioni estetiche e una generosa spruzzata di verde. Ad accogliere il visitatore all'entrata principale del PAV, bella struttura ottagonale realizzata dall'architetto Gianluca Cosmacini, sono una nuvola realizzata con vetri riciclati colorati da Enrica Borghi e una panchina in vetrocemento di Giovanni Mariotti. L'accesso all'arena centrale è però possibile da ogni lato. In questo spazio, clima permettendo, hanno luogo incontri e performance mentre tutto intorno, al chiuso, si snodano il percorso didattico e la mostra "Preludi" con cui si è inagurato questo "museo non museo". Fino al 21 dicembre sono di scena le opere degli artisti che fra il 2004 e il 2008 hanno accompagnato la genesi del PAV: il duo Andrea Caretto/Raffaella Spagna, Francesco Mariotti col progetto Immigration, un video popolato di lucciole che sono le "spie" dell'armonia dell'ecosistema, e un altro video che racconta la prima opera d'arte ambientale del PAV: Trèfle di Dominique Gonzalez-Foerster, grande spazio verde a forma di quadrifoglio che l'artista francese ha intagliato due anni fa nella terra vicino la struttura del Pav e che ancora deve sbocciare in tutta la sua carica verde. Piero Gilardi, a sua volta, ha inventato il Bioma, che detto così incute un po' di timore, ma in realtà si tratta di sei stazioni tecnologiche interattive che fanno vedere in linguaggio tridimensionale le mutazioni vegetali, la vita nell'acqua e altri fenomeni sorprendenti e che soprattutto danno la possibilità di "creare" la natura e la sua evoluzione o involuzione attraverso un rapporto diretto con le strumentazioni tecnologiche fatto di gesti banali come leggeri tocchi e battiti di mani. Il mondo naturale, insomma, acquista la sua bellezza dalla possibilità di visualizzarlo attraverso telecamere e altri strumenti che siamo noi a manipolare. Conclude il percorso un Selfbar Sculpture, realizzato dall'artista Michel Blazy con bucce di arance usate da chiunque sia passato da lì e si sia fatto una spremuta. Installazione effimera che regge fintantoché le bucce non marciscono. E qui non ci sono finzioni tecnologiche a camuffare muffe ed eventuali cattivi odori.

di Adriana Polveroni per espresso.repubblica.it

dicembre 01, 2008

L'inventario della vita.


Il numero delle specie presenti sulla Terra è molto alto, non se ne conosce neppure l'ordine di grandezza. Fino a oggi sono stati descritti circa 1,7 milioni di specie; descrivere una specie significa scoprirne e raccoglierne almeno un esemplare, portarlo in un museo, identificarlo come specie nuova e quindi descriverlo e classificarlo formalmente in una pubblicazione scientifica. In base al numero di esemplari raccolti, di specie fino a oggi sconosciute, scoperte in aree tropicali campione analizzate con estrema attenzione, è stata fatta una stima del numero totale di specie che potrebbe esistere nel mondo. Questo numero potrebbe aggirarsi tra 5 e 100 milioni e verosimilmente è di 12,5 milioni. Da questi calcoli si deduce che quasi il 90% delle specie presenti sulla Terra è ancora sconosciuto.I vertebrati costituiscono il gruppo fino a oggi più studiato: negli ultimi decenni sono stati descritti ogni anno circa 200 nuovi pesci, 20 nuovi mammiferi e 1-5 nuovi uccelli. Alcune di queste specie sono realmente nuove, mentre altre sono il risultato della riclassificazione di specie note, che in base all'acquisizione di nuove conoscenze sono state più correttamente suddivise in due o più nuove specie. Nonostante molti ritengano che quasi tutti i mammiferi siano ormai stati scoperti, recentemente 3 nuove specie sono state individuate nel Vietnam del Nord. Gli insetti sono il gruppo comprendente il maggior numero di specie descritte e ogni anno aumentano di qualche migliaia di nuove specie.
Una preoccupazione condivisa da molti è quella che, a causa delle attività dell'uomo, la biodiversità possa ridursi a livello globale, nazionale e regionale. Fenomeni come la perdita di popolazioni animali e vegetali, l'estinzione delle specie e la riduzione della complessità di comunità ed ecosistemi sono evidenti a tutti. Per questi motivi, è importante riuscire a effettuare, in base alle conoscenze attuali, stime affidabili di quanto si ridurrà la biodiversità nel prossimo futuro, per potere prendere le misure più opportune a contrastare questa tendenza. L'analisi dei resti animali (come ossa e conchiglie) e dei reperti storici mostrano che, dall'inizio del XVII secolo, si sono estinte circa 600 specie. Questo dato non è di certo completo: molte specie si sono certamente estinte senza che l'uomo se ne sia accorto. Circa tre quarti delle estinzioni note sono avvenute a causa dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, della distruzione degli habitat (Deforestazione; Desertificazione) e dell'introduzione di nuove specie da parte dell'uomo in ambienti in cui esse non erano presenti. Si ritiene che oggi siano circa 6000 le specie animali in pericolo di estinzione.

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