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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 09, 2008

Il parco dove la natura diventa arte.


A Torino ha inagurato il PAV, il Parco Arte Vivente progettato dall'artista Piero Gilardi. Un percorso che fonde tecnologia, natura e installazioni artistiche per spingere il visitatore a riappropriarsi del paesaggio.

Nel suo lavoro Piero Gilardi, maturo artista torinese di 66 anni, ha sempre privilegiato il rapporto tra arte e natura. Lo ha fatto in maniera sghemba, non cioè utilizzando nelle sue installazioni elementi naturali ma invece imitando la natura, per esempio attraverso l'uso della plastica. E' un modo per denunciare la condizione post naturale che viviamo. Non stupisce, quindi, che la sua ultima creatura - il PAV Parco Arte Vivente, appena aperto a Torino - ricorra al meglio della tecnologia: virtuosismi dell'immagine, attraenti simulazioni e altre finzioni sono utilizzati per creare un percorso che familiarizzi il pubblico con le tematiche ambientali. L'obiettivo è quello di trasformare un parco d'arte contemporanea che sorge in pieno tessuto urbano in un museo interattivo nella natura; un luogo dove artisti, architetti, critici d'arte propongono nuove forme di partecipazione creativa. L'idea di fondo sta nel continuo slittamento tra arte e vita, nell'idea che il paesaggio possa essere un fertile terreno per l'espressione dell'arte e dell'architettura. A questo si aggiunge la scommessa di avvicinare la tecnologia, che in parte appare ancora incomprensibile, e l'arte, che spesso appare distante, al nostro ambiente inteso non solo in senso fisico ma anche mentale. Niente di complicato in fondo, perché il tutto è giocato attraverso piccole seduzioni estetiche e una generosa spruzzata di verde. Ad accogliere il visitatore all'entrata principale del PAV, bella struttura ottagonale realizzata dall'architetto Gianluca Cosmacini, sono una nuvola realizzata con vetri riciclati colorati da Enrica Borghi e una panchina in vetrocemento di Giovanni Mariotti. L'accesso all'arena centrale è però possibile da ogni lato. In questo spazio, clima permettendo, hanno luogo incontri e performance mentre tutto intorno, al chiuso, si snodano il percorso didattico e la mostra "Preludi" con cui si è inagurato questo "museo non museo". Fino al 21 dicembre sono di scena le opere degli artisti che fra il 2004 e il 2008 hanno accompagnato la genesi del PAV: il duo Andrea Caretto/Raffaella Spagna, Francesco Mariotti col progetto Immigration, un video popolato di lucciole che sono le "spie" dell'armonia dell'ecosistema, e un altro video che racconta la prima opera d'arte ambientale del PAV: Trèfle di Dominique Gonzalez-Foerster, grande spazio verde a forma di quadrifoglio che l'artista francese ha intagliato due anni fa nella terra vicino la struttura del Pav e che ancora deve sbocciare in tutta la sua carica verde. Piero Gilardi, a sua volta, ha inventato il Bioma, che detto così incute un po' di timore, ma in realtà si tratta di sei stazioni tecnologiche interattive che fanno vedere in linguaggio tridimensionale le mutazioni vegetali, la vita nell'acqua e altri fenomeni sorprendenti e che soprattutto danno la possibilità di "creare" la natura e la sua evoluzione o involuzione attraverso un rapporto diretto con le strumentazioni tecnologiche fatto di gesti banali come leggeri tocchi e battiti di mani. Il mondo naturale, insomma, acquista la sua bellezza dalla possibilità di visualizzarlo attraverso telecamere e altri strumenti che siamo noi a manipolare. Conclude il percorso un Selfbar Sculpture, realizzato dall'artista Michel Blazy con bucce di arance usate da chiunque sia passato da lì e si sia fatto una spremuta. Installazione effimera che regge fintantoché le bucce non marciscono. E qui non ci sono finzioni tecnologiche a camuffare muffe ed eventuali cattivi odori.

di Adriana Polveroni per espresso.repubblica.it

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