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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 28, 2009

Acab: riflessione sulla violenza e sul rapporto con la società.

Dentro la scuola Diaz di Genova, in quella “macelleria messicana” della quale ancora parla il mondo intero, Michelangelo, il Drago e lo Sciatto, tre sbirri puri e duri della celere, si rendono improvvisamente conto di essere strumenti non dell’ordine, ma del perpetuarsi dell’odio. Qualcosa si rompe dentro di loro. Le loro vite, da quel momento, cambiano. Niente sarà più come prima. Il Drago e lo Sciatto si scopriranno, se non proprio a simpatizzare con gli immigrati e i marginali, quanto meno a non odiarli. Michelangelo, il più alto in grado, alla Diaz cerca di fermare i suoi. E poi decide di dire la verità. Questo significa rompere un patto di omertà. Far saltare le protezioni accordate dalle prime versioni ufficiali, versioni di comodo. L’onestà fa di Michelangelo un infame per il branco in divisa, e un lurido bugiardo per l’altro branco, quello di “rossi”, garantisti and Co. E, alla fine di un lungo e controverso processo, che ha consegnato agli italiani l’ennesima verità non condivisa e non condivisibile, finirà anche condannato.
In un impressionante romanzo/saggio (Acab, Einaudi), Carlo Bovini racconta Michelangelo, il Drago e lo Sciatto per come sono diventati oggi. Dopo Genova. E grazie a Genova. Genova ha inaugurato una crisi non ancora sanata nel rapporto fra poliziotti e cittadini. Ma troppo poliziotti non se ne sono accorti, o non vogliono accorgersene. Michelangelo e altri appartengono a una minoranza che ha fatto i conti con se stessa. Basta scorrere la chat degli sbirri che Bovini riporta in un capitolo agghiacciante: tutti rivendicano la Diaz. Abbiamo dato una lezione ai sovversivi, lasciamo pure che le anime candide del pacifismo si straccino le vesti. Noi siamo la Celere. Noi siamo Acab, all cops are bastards, tutti gli sbirri sono bastardi, e ce ne vantiamo. Le poche voci critiche sono tacitate.
C. da Roma domanda: ma non vi vergognate dei colleghi che gridano Sieg Heil? No, rispondono. No, perché il problema è un altro, per esempio che la signora Giuliani si fa eleggere in Parlamento sulle spoglie del figlio. Ma è intelligente secondo voi quella collega che al telefono esulta: urlando uno a zero? No, rispondono, ma che se ne frega? I problemi sono altri. Noi siamo la Celere. Noi siamo la Polizia. Noi non discutiamo.
Michelangelo, Drago e Sciatto sono un’altra cosa. Nelle loro coscienze, Genova è cronaca di un massacro annunciato. Da mesi si sapeva che sarebbe accaduto qualcosa. I capi sapevano. Era nell’aria. Si doveva dare una lezione. Far capire che la musica era cambiata. Ogni mediazione doveva saltare. Chiunque abbia esperienza di ordine pubblico sa quanto sia delicati il crinale che separa una manifestazione accesa, ma contenuta, da una mattanza. E proprio questo si voleva a Genova, la mattanza. Non sono i giornali radicali a dirlo, la sinistra, piagnona i giudici sul libro paga del Kgb. È una riflessione di Michelangelo: “La legalità era stata sepolta con la rinuncia consapevole e irresponsabile a ogni mediazione”.
Bei personaggi descrive Bovini, soprattutto persone complesse, uomini con i quali trascorreresti volentieri ore a interrogarti sulla durezza della vita di strada e sulle ragione dell’odio. Intendiamoci:
Michelangelo e gli altri restano uomini di destra. C’è un passaggio di notevole eleganza che spiega chi sono questi celerini. È quando Michelangelo riflette sulla diffidenza che prova verso il Pm di Genova: “Avvertiva addirittura un disagio estetico. Forse per via di quella camicia zen che gli faceva apparire il suo interlocutore se possibile ancora più algido. O forse per i bastoncini mangiaodori di cui l’ufficio era disseminato…” Michelangelo e i suoi non rinnegano niente di un modo macho e manicheo di vedere le cose. E ci mandano a dire che l’universo acre, ormonale, sconvolto e coatto della strada non è roba da toghe o da filosofi, ma da rissa e tirapugni, da branco, da regole dell’onore e della Centuria. Altra cosa, insomma.
Eppure. Eppure, quando tornano sulla strada, Michelangelo, Drago e Sciatto, Genova se la portano dentro. L’insensatezza di uno scontro continuo, in cui nessuna ratio fa da barriera al puro confronto degli odi comincia ad apparire un peso eccessivo,
“Ci faranno pagare tutto” ammonisce un collega, alla vigilia della domenica di guerriglia seguita all’uccisione di Gabriele Sandri, “tutto quello che non funziona in questo Paese. Tutto l’odio di questa città” E: “Vogliamo essere padroni a casa nostra!” urla il borgataro esasperato dalla violenza omicida dei romeni. Ma ha davvero un senso tutto questo? Si può sopravvivere in un derby continuo fra la Strada e il Resto del Mondo? Evidentemente no. Un canale di contatto bisogna pur trovarlo. Bonini affida ai suoi eroi vagabondi e controversi un messaggio non del tutto negativo: forse c’è ancora spazio per mediare, ma lo scontro va tolto dalla strada, e riportato in altre sedi.
Quando sei uno contro uno, ultrà contro sbirro, ragazzo contro ragazzo, non puoi che menare per primo, e sperare di portare la pelle a casa. È che non bisogna arrivare a tanto. Bisogna fermarsi un attimo prima. Ma questo non è compito della prima linea. Questo è compito dei capi, delle teste d’uovo, dei filosofi. Per questo Michelangelo ha parlato. Per questo Drago e lo Sciatto si tormentano. Perché si torni a pensare alla violenza come all’estremo rimedio, e non come al pane quotidiano. Utopia? Forse. Intanto, Michelangelo e gli altri hanno avuto la forza di mettere a nudo il proprio animo, di ammettere la crisi. Confusamente, in modo imperfetto, nel riflettere su Genova hanno ripensato il proprio ruolo e i propri miti. Tanti bravissimi ragazzi in divisa, che magari la pensano come loro ma esitano a venire allo scoperto, dovrebbero capire che questo si chiama coraggio, e non debolezza. Un giorno, forse, anche le alte sfere si decideranno a fare il passo che andava fatto subito dopo Genova. L’unico passo che permetterebbe di far ripartire in mdo sereno il rapporto fra gli sbirri e il loro “popolo”. Chiedere scusa.

di Giancarlo De Cataldo













Magistrato e autore del celebre romanzo Romanzo Criminale sulla banda della magliana. Acab è l'acronimo usato dalle tifoserie, unite contro il "nemico" comune, la polizia.

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